La figura del padre spirituale nel cristianesimo.
(Sylvie Robertd) Mentre il termine «guida» è relativamente nuovo, la pratica è molto antica. Ma perché l’uomo che cerca Dio ricorre a un fratello? Più che alle tendenze di un’epoca, il bisogno di sentirsi accompagnati, di essere guidati è dovuto all’avventura che comporta la ricerca di Dio. Però, in che maniera la concezione e la pratica della direzione spirituale potranno essere influenzate dal modo in cui il cristianesimo comprende la relazione tra Dio e l’uomo?La ricerca di Dio è un’avventura, un cammino nuovo che l’uomo intraprende; uno spazio si apre nella sua esistenza su un orizzonte che non cade sotto i suoi sensi e in cui percepisce di appartenere a un altro ordine, con la sua parte di ignoto. Risvegliare ha una dimensione nuova: questa esperienza non è accessibile immediatamente; suppone una guida distinta dall’insegnamento abituale. È troppo grande l’impegno personale perché sia sufficiente l’istruzione di un libro, senza un’attenzione personalizzata per ciascuno. E per singolare che sia, la ricerca spirituale si colloca in una tradizione di saggezza. La presenza di una guida sperimentata è utile perché conosce la via, e avendola già percorsa può aiutare a trovare i mezzi, i passaggi, i trabocchetti; e può anche offrire una parola decisiva, o degli esercizi suscettibili di aiutare a progredire colui che cerca Dio.
Nel XVII secolo Jean Jacques Olier invita i direttori a «dirigere in Dio le anime che egli ci affida come degli strumenti di cui egli vuole servirsi per far loro conoscere la sua volontà, per farle procedere a grandi passi sulla via della perfezione, per fortificarle nella loro debolezza, per animarle nel loro scoraggiamento, per allontanarle dai precipizi e dalle trappole che il nemico tende continuamente». Come giungere a questa meta senza la sapienza che in tutta la tradizione cristiana si richiede alla guida spirituale? Oltre ai consigli che può prodigare, egli mostra in se stesso il conseguimento della meta; la tradizione monastica insiste sull’esempio che può offrire la persona di età, la cui santità è contagiosa. Colui che accompagna e guida è osservatore e testimone chiaroveggente: «L’occhio dell’altro ci vede spesso meglio del nostro», ricordava nel XII secolo il cistercense Guillaume de Saint-Thierry.
L’avventura spirituale è trasformazione, nascita. Che sia incontro di un Dio diventato improvvisamente qualcuno, liberazione che affranca dal fardello di una sofferenza in cui la persona si era serrata, luce del Signore nelle tenebre delle nostre vite, nelle quali non osiamo avventurarci, scoperta della sua misericordia o dinamismo ricevuto in una chiamata, le caratteristiche di ogni nascita umana non gli sono estranee: novità, apertura alla vita, emergere di una parola, entrare nel mondo mediante dolori e gioie. Ma non vi è nascita senza accoglienza, senza una parola di riconoscenza, senza «paternità». La tradizione cristiana ha fatto ricorso a questa immagine paterna. Evidentemente, sempre in riferimento alla paternità di Dio: l’esperienza spirituale è nascita quando un incontro con Dio permette di ricevere una vita nuova.
Oggi vi è la tendenza a dimenticare l’origine dell’aggettivo «spirituale» che deriva dal latino cristiano, che a sua volta traduce il termine pneumatikos, caro a san Paolo. Cioè, nel cristianesimo quel che è «spirituale» è inseparabile dallo Spirito Santo. La guida spirituale esiste solo perché lo Spirito di Dio parla nell’uomo e suscita la sua libertà. E ancora, questo Spirito è il vincolo che collega il Padre e il Figlio e rivela la loro relazione. Così, l’interiorità nel cristianesimo mantiene sempre una dimensione di alterità, è un dono e può solo essere relazionale. Un guru hindù aiuterà il suo discepolo a trovare il divino in se stesso; un maestro di buddismo sarà attento al potenziale di risveglio che è in ciascuno; uno sceicco sufi si sforzerà di far scoprire al suo discepolo il patto originale che lo lega, oltre il tempo e lo spazio, all’essenza dell’Essere. Nel cristianesimo quel che è spirituale non è un potenziale o una dimensione umana; è sempre dono e incontro, alterità interiore, interiorità relazionale. La guida spirituale è testimone e strumento. Il suo compito è, secondo Olier, di formare Gesù Cristo nelle anime; si tratta infatti di ascoltare lo Spirito di Dio nell’uomo, senza confondere la sua voce con la nostra o con quel che possa sorgere in noi senza venire da lui. La guida spirituale nel cristianesimo, fin dalle origini, è stata ed è arte del discernimento: tra i Padri del deserto esso assume la forma di un «esame dei pensieri» e delle loro «manifestazioni» alle persone, affinché possano essere individuate, scoperte le sottili suggestioni del Tentatore che mirano a far deviare da Dio. Con san Bernardo e nell’era moderna con sant’Ignazio di Loyola, il discernimento si centra sulle «mozioni», quei movimenti interiori contrastanti che in occasione di un ricordo, un’attività, un evento o un progetto possono toccare il cuore dell’uomo, sviluppando in lui fede, speranza e carità, o rendendo oscuro il cammino, e conducendo a una dispersione di queste energie teologali.
La guida spirituale è un aiuto per non cadere in inganno, per discernere quel che è la via della crescita spirituale o un impasse, un ostacolo, specie sotto apparenze di seduzione. Come tanti altri, Teresa d’Avila raccomanda: «Senza questo io non vi garantisco che voi seguirete un giusto sentiero o che è Dio che vi sta insegnando; poiché Egli ama molto che noi abbiamo con i suoi rappresentanti la stessa sincerità e chiarezza che abbiamo con lui, e che altresì desideriamo far loro conoscere fino il nostro più piccolo pensiero e a maggior ragione le nostre opere».
Una guida spirituale è dunque una mediazione, ma il suo posto e il suo ruolo sono giusti se si inchina-no avanti a Cristo unico mediatore. Francesco di Sales invita a confidare non nell’uomo che guida o nella sua dottrina, ma, attraverso la sua mediazione, in Dio. Ignazio di Loyola chiede a colui che guida gli esercizi di «lasciare che il Creatore agisca direttamente con la sua creatura e la creatura con il suo Creatore e Signore». Nell’induismo, il guru sparisce al momento dell’illuminazione del discepolo; l’ultima raccomandazione del Budda è quella di scomparire; nel sufismo, lo sceicco trasmette ai suoi discepoli, e per loro tramite a tutta la creazione, il fluido spirituale di cui è depositario; attraverso la grande catena del silsilah, la benedizione del Profeta passa di generazione in generazione; nella kabbalah ebraica il maestro è il canale della presenza di Dio; nel cristianesimo, anche quando l’immagine del canale è impiegata ogni tanto riguardo alla guida spirituale, il legame tra maestro e discepolo è meno sacralizzato.