mercoledì 10 settembre 2014

11 settembre: continua lo scontro di civiltà

11 settembre
11 settembre: continua lo scontro di civiltà
di Anna Bono
Quasi 20 anni fa il politologo statunitense Samuel Huntington pubblicava un saggio intitolato Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il libro evidenziava l’importanza che i fattori culturali avrebbero assunto nei futuri conflitti, suscettibili di esplodere soprattutto nei punti e nelle linee di faglia in cui civiltà diverse – Huntington ne aveva individuate nove – si incontrano creando attriti inevitabili.
All’epoca, schiere di studiosi, politici, giornalisti, religiosi si sono affrettati, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre, a negare qualsiasi “scontro di civiltà”, se non come il prodotto della superbia e dell’intolleranza dell’Occidente, incapace – sostenevano – di convivere fraternamente con altri popoli, di apprezzare il valore di altre culture, di ammetterne la superiorità in molti ambiti della vita umana.
Scomparsa da tempo dal lessico politico e giornalistico, l’espressione “scontro di civiltà” è ricomparsa di recente in qualche analisi e commento a proposito delle minacce jihadiste all’Occidente e delle violenze estreme commesse nell’IS, il califfato di al Baghdadi: l’esistenza di sistemi di valori inconciliabili – al punto di vantare una “cultura della morte” in contrapposizione alla “cultura della vita” occidentale – è diventata ormai evidente, indiscutibile.
Se i valori inconciliabili sono anche valori fondanti per le rispettive civiltà, le previsioni di Huntington si avverano. Ogni civiltà, infatti, per continuare a esistere, deve essere capace di cambiare, di adattarsi, ma è altrettanto importante che sia in grado di difendere i propri valori fondanti, irrinunciabili e non negoziabili.
Per l’Occidente, fondamentale è il valore attribuito alla persona umana, affermato dall’esistenza di diritti inerenti alla condizione umana: inalienabili, poiché non vengono conferiti e non dipendono da nessuna autorità né civile né religiosa, e universali, uguali per tutti. Con la Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, questo cardine della civiltà occidentale sembrava ormai patrimonio dell’umanità intera. Ma non era così, né lo è tuttora.
In realtà, affermando in questi termini valore e diritti della persona, l’Occidente aveva scavato un solco profondo tra sé e altre società.
Spesso identificate con l’approssimativo termine “tribali”, sono società arcaiche, autoritarie, patriarcali e gerontocratiche che non concepiscono l’esistenza di diritti umani universali. In esse, ogni comunità – lignaggio, clan, casta… – ritiene gli estranei privi di diritti, neanche quello alla vita, e definisce il valore e i diritti dei propri componenti in base al loro status sociale che, a sua volta, dipende in gran parte da fattori ascritti: essere maschi o femmine, primogeniti o cadetti, la posizione sociale della famiglia in cui si nasce. Valore e diritti variano poi nel corso della vita di ciascuno. Di solito i bambini contano poco finché non vengono formalmente ammessi allo status di adulti. Da quel momento, gli uomini crescono nella considerazione sociale con gli anni fino a conquistare lo status, e quindi i diritti, di anziani. Le donne invece, sempre inferiori e sottomesse agli uomini, valgono se sono in grado di generare figli maschi e sani.
L’articolo 1 della “Dichiarazione universale dei diritti umani” afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”; e all’articolo 3 si legge: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”.
Ma le società tribali non concepiscono la universale pari dignità degli uomini: se lo facessero, l’intero loro sistema sociale ne risulterebbe sconvolto e trasformato. Il diritto alla vita che l’Occidente intende, per tutti, applicato all’arco intero dell’esistenza, nelle società tribali trova il suo limite nel dovere dei capifamiglia di disporre dei famigliari in funzione del bene superiore della comunità: si giustificano così istituzioni quali l’omicidio d’onore e l’infanticidio selettivo. L’Occidente difende la libertà individuale di decidere di sé e da sé e proclama inviolabile la persona umana nella carne e nello spirito. Altre istituzioni tribali limitano le libertà personali fino a escluderle e sacrificano la sicurezza individuale in nome dell’ordine e della sicurezza comuni: tra queste, i matrimoni imposti, le mutilazioni genitali femminili, il prezzo della sposa...
I valori tribali persistono, sopravvivono anche in contesti moderni, se niente li contrasta.
Lo “scontro di civiltà”, almeno nei termini di un confronto tra valori fondanti e inconciliabili, è una realtà che oggi sembra destinata a tradursi in scontro di religioni: quella islamica e quella cristiana.
L’islam è nato quindici secoli fa in una società tribale e con essa si è identificato, diventandone la religione. Ne ha elevato i valori a volontà divina e ne ha sacralizzato le istituzioni, ridefinendole in parte. Ad esempio, alle tradizionali divisioni – liberi e schiavi, uomini e donne – ne ha aggiunta una terza: quella tra fedeli e infedeli.
Sei secoli prima, anche la venuta di Gesù si era compiuta in una società tribale. Il cristianesimo ha però subito iniziato a scardinarne valori e istituzioni: fin dall’inizio, con la straordinaria, scandalosa scelta di Dio di inviare l’angelo a Maria, una adolescente, non ai suoi genitori né a suo marito ai quali, secondo le istituzioni tribali, Maria apparteneva.

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Il mondo islamico è a un bivio
di Valentina Colombo

Gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 a New York e a Washington, dell’11 marzo 2004 a Madrid, del 7 luglio 2005 a Londra rimarranno un momento indelebile non solo nella memoria di tutti noi, ma soprattutto hanno rappresentato una svolta nei rapporti tra mondo islamico e occidente. In modo particolare l’attacco alle Torri Gemelle è stato vissuto come un atroce, quanto inaspettato, colpo inferto al cuore dell’Occidente in nome dell’islam.
Nel 1798 era stato invece Napoleone Bonaparte, quindi l’Occidente, a sbarcare in Egitto dando vita a uno dei principali momenti di riflessione in seno al mondo islamico e provocando un vero choc culturale. Il fatto che fosse giunto non solo con le armi, ma anche con una missione di ingegneri e studiosi, presentò agli egiziani gli avanzamenti scientifici dell’Occidente. Fu così che si assisté alla triplice reazione che da sempre, sin dall’arrivo del pensiero greco e della filosofia a Baghdad, accompagna i rapporti tra Occidente e mondo islamico: accettazione totale, rifiuto totale e atteggiamento di chi sosteneva che approccio occidentale e islam potessero trovarsi a metà strada.
Il rifiuto totale dell’Occidente corrispose a quella chiusura a livello culturale, ma soprattutto teologico che vedeva in qualsiasi influsso occidentale un fattore negativo. Dopo la breve conquista napoleonica, durata solo quattro anni, l’epoca coloniale e soprattutto la spartizione del Medio Oriente dopo la Prima guerra mondiale e la nascita dello Stato di Israele, dopo la Seconda, andarono ad alimentare l’ideologia anti-occidentale nel mondo arabo, in particolare, e nel mondo islamico in generale.
L’11 settembre, se vide gli Stati Uniti e il mondo occidentale sotto shock, provocò un’ennesima reazione/riflessione in seno all’islam. In modo particolare iniziarono a levarsi dai vari esponenti dell’islam le condanne di quanto accaduto. Si trattava di espressioni di condanna dell’accaduto poiché non corrispondente i requisiti del jihad.
Il 14 settembre 2001, ad esempio, in un comunicato pubblicato dal quotidiano Al-quds al-‘arabi si leggeva: “I sottoscritti, responsabili delle comunità islamiche, firmatari del presente comunicato, sono preoccupati dagli eventi di giovedì 11 settembre negli Stati Uniti d’America, che hanno ucciso, distrutto e attaccato civili innocenti. Esprimiamo il nostro cordoglio e il nostro rammarico. Condanniamo con forza e determinazione questi eventi che contrastano ogni precetto umano e islamico, derivante dall’islam che vieta di colpire gli innocenti.”
Parole che, qualora decontestualizzate, lette con il nostro codice occidentale e soprattutto senza soffermarsi sul pensiero e l’appartenenza ideologica dei firmatari, potrebbero sembrare soddisfacenti e rassicuranti. Sfortunatamente quando si tratta di condanna del terrorismo non ci si può limitare alla superficie, anzi ci si deve calare nelle parole.
Nel documento appena citato, di fatto la parola terrorismo non compare e viene sostituita da una generica “condanna per l’uccisione di innocenti”. Inoltre per potere interpretare correttamente il messaggio di allora, così come dichiarazioni più recenti, è necessario prestare estrema attenzione all’identità dei firmatari. Ai primi posti figurano: Mustafa Mashhur, ai tempi guida dei Fratelli musulmani in Egitto; Yusuf al-Qaradawi, lo shaykh teologo di riferimento dei Fratelli musulmani, presidente dell’Unione internazionale degli ulema e del Consiglio europeo per la fatwa e la ricerca con sede a Dublino; Husein Ahmad, emiro della Gamaat al-islamiyya in Pakistan; lo shaykh Ahmed Yassin, fondatore di Hamas e, ultimo ma non meno significativo, Rashid al-Ghannushi, leader del partito tunisino al-Nahdha. Sono tutti rappresentanti dell’ala estremista dell’islam, legati al movimento dei Fratelli musulmani, fautori di una concezione ben precisa e limitata sia del termine “terrorismo”, che distinguono dalla “resistenza”, sia dell’espressione “vittime innocenti”.
Il 27 settembre 2001 Yusuf al-Qaradawi si premurò di emettere una fatwa, un responso giuridico islamico, in cui si dichiarava: “Tutti i musulmani dovrebbero unirsi contro coloro che terrorizzano le persone che sono in pace e che spargono il sangue di coloro che non sono in guerra senza un motivo previsto dalla legge islamica”.
Anche in questo caso è necessario domandarsi quali siano i motivi previsti dalla legge islamica.
La risposta fu fornita da al-Qaradawi stesso nel mese di settembre 2004, durante un convegno del sindacato della stampa egiziano al Cairo, durante il quale ha espresso il proprio giudizio sullo statuto dei civili americani in Iraq: «tutti gli americani presenti in Iraq sono combattenti, quindi è un dovere religioso combatterli sino a quando non lasceranno la nazione». Non solo ma lo shaykh ha tenuto a specificare che «non esiste differenza alcuna tra personale militare statunitense e civili in Iraq perché entrambi hanno invaso la nazione […] e i civili si trovano in luogo per servire le forze occupanti». Quindi personale militare e civili americani in Iraq non rientravano nella definizione di “vittime innocenti”.
Lo stesso ragionamento venne avanzato al momento di condannare attentati suicidi in Israele. L’8 luglio 2004, intervistato dalla Bbc, al-Qaradawi affermava: «Non si tratta di suicidio, si tratta di martirio nel nome di Dio, i teologi e i giurisperiti islamici hanno discusso la questione. Considerandola una forma di jihad. […] Le donne israeliane non sono come le donne nella nostra società perché le donne israeliane sono militarizzate. Inoltre, ritengo questo tipo di operazione di martirio un’indicazione della giustizia di Dio Onnipotente. Iddio è giusto. Attraverso la sua infinita giustizia ha dato al debole quello che i potenti non possiedono, ovvero la capacità di trasformare i loro corpi in bombe, come fanno i palestinesi».
Ebbene, il contenuto del termine “terrorismo” per l’estremismo islamico va tenuto presente ancora, e soprattutto, innanzi a quanto sta accadendo in Medio Oriente. Il 29 giugno scorso, l’annuncio del Califfato da parte dell’ISIS ha scatenato un’ennesima reazione a catena da parte dell’islam organizzato e istituzionalizzato. L’Unione Internazionale degli studiosi islamici (IUMS) ha annunciato la nullità del califfato di al-Baghdadi.
Le azioni efferate dell’ISIS, le persecuzioni delle minoranze, le decapitazioni hanno provocato, proprio come a seguito dell’11 settembre 2001, le condanne da parte del mondo islamico. La differenza rispetto al passato risiede nel fatto che ora si tratta di una questione prevalentemente islamica. La lotta al terrorismo dell’ISIS vede due schieramenti: quello capitanato dai Fratelli musulmani che aspirano a loro volta al califfato e quello guidato dall’Arabia Saudita, dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti che si oppone all’ISIS e ai Fratelli musulmani.
In questo frangente l’elemento religioso ritorna ad essere fondamentale, trattandosi di una questione interna all’islam. Il ruolo di al-Azhar è chiave. La visita del Gran Mufti d’Egitto Shawqi Allam al Consiglio d’Europa ne è la dimostrazione. Allam ha ribadito l’estraneità dai precetti islamici del califfato dell’ISIS e l’impegno personale, al fianco dell’Arabia Saudita, contro il terrorismo. È evidente che il mondo islamico si trovi attualmente innanzi a un bivio, ma questo bivio dovrebbe passare da una profonda autocritica dei testi fondanti dell’islam primo fra tutti il testo coranico. L’unica soluzione per l’islam è quella di accettare la contestualizzazione del testo coranico e optare una volta per tutte per l’abrogazione delle sure medinesi, ovvero quelle più ancorate all’epoca di rivelazione. Teologi musulmani in passato hanno avanzato questa idea e purtroppo sono stati condannati d’apostasia sia in Egitto che in Arabia Saudita.
Solo con una presa di posizione coraggiosa e sincera il mondo islamico potrà evitare a se stesso e al mondo intero altri 11 settembre.