mercoledì 10 settembre 2014

Dove stiamo andando?


Nella società di oggi la confusione regna sovrana, in tantissimi ambiti. Si pensi semplicemente alla struttura delle famiglie: ci sono quelle composte da padre, madre e figli; quelle dove i genitori sono separati o divorziati; quelle allargate, composte dai figli frutto della prima unione dell’uno o dell’altro della coppia, o di entrambi; e l’elenco potrebbe continuare…
Tuttavia la confusione che si palesa esteriormente, nella quotidianità, ha innanzitutto un’origine interiore: molto spesso l’uomo odierno ha perso la meta verso cui tendere. E, così facendo, rimane vittima del momento e si fa prendere dall’ansia di fare, di cercare di sistemare la situazione… ma senza avere chiara la rotta, qualsiasi azione risulta vana!
Nell’omelia di oggi, un vescovo esemplificava in maniera molto concreta e chiara l’importanza di avere, per potersi orientare nella vita, una meta cui tendere. Diceva: quando usciamo di casa, l’aspetto che ci orienta e ci fa muovere in un determinato modo è la meta verso cui siamo diretti (il lavoro, un amico, il supermercato, un paese straniero, eccetera). In base alla destinazione che dobbiamo raggiungere che organizziamo: andiamo a piedi, prendiamo la macchina, oppure utilizziamo altri mezzi di trasporto; valutiamo se è il caso di andare da soli o farci accompagnare; ci portiamo dietro tutto l’occorrente, specialmente nel caso in cui ci apprestiamo a partire per un lungo viaggio, eccetera.
Ebbene, in quell’appassionante, burrascoso e non sempre facile percorso che è la vita i cristiani hanno la fortuna di avere un’indicazione chiara su quale sia la meta cui tendere: la vita eterna! Niente di meno che questo. È un obiettivo alto, ma è l’unica cosa su cui vale veramente la pena investire il proprio tempo e le proprie energie
Nella Prima Lettera ai Corinti, san Paolo scrive: “Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; [...] passa la scena di questo mondo!”. La vita terrena, per quanto lunga e piacevole possa essere, è un tempo finito durante il quale  cercare di conformare la propria vita per  al raggiungimento dello scopo ultimo: la vita eterna. E la Chiesa, oltre ad annunciare che la vita non si conclude su questa terra, conforta i fedeli con i sacramenti, dà loro delle indicazioni di condotta ed è una fonte inesauribile e sempre sorprendente di persone con cui condividere un tratto più o meno lungo di percorso verso l’eternità.
Molto spesso, anche noi cristiani, viviamo come se non dovessimo mai morire: ci attacchiamo alle cose del mondo, ci prodighiamo nel portare a termine tanti progetti e non ci preoccupiamo di essere sempre pronti a vacare la soglia della morte. Morte che non va vista solo ed esclusivamente in senso negativo, ma che anzi – come affermato da Pablo Dominguez Prieto, protagonista del film L’ultima cima, pochi giorni prima di salire al cielo – può, in un certo senso, divenire nostra alleata: “[...] la cosa migliore che possiamo fare è utilizzare la morte come punto d’osservazione. In che senso? Nel senso di guardare la vita dalla morte, perché questo ci fa molto bene. [...] Ci si accorge benissimo quando qualcuno è cosciente di star per morire, perché parla della vita con un sentimento più completo, molto più profondo” (P.D. Prieto, Fino alla cima, San Paolo, p. 79). Da questa prospettiva è possibile porsi quattro domande: che cosa cerco in questa vita? Di che cosa mi preoccupo? Che cosa significa “vivere” e “morire”? Vivo avendo presente che la morte è un fatto?
“Per questo vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo di come vestirvi. Non vale forse la vita più del cibo e il corpo più del vestito? [...] Ora, sa il Padre vostro celeste che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù” (Mt 6,25-33).
G. Tanel