Questa Domenica la Chiesa celebra la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. La liturgia ci presenta il passo del Vangelo in cui Gesù dice a Nicodèmo:
“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.
È una festa molto antica, sorta a Gerusalemme nel IV secolo. La data del 14 settembre è legata alla dedicazione delle due basiliche ivi costruite da Costantino, per celebrare la Risurrezione e la Morte del Signore (l’Anástasis e il Martyrion). Più tardi si unirà la tradizione del ritrovamento della reliquia della Croce del Signore. Da Gerusalemme la festa si estende in tutto l’Oriente e l’Occidente e il simbolo della Croce, e dopo il VI secolo il crocifisso, riempirà sempre di più la vita dei cristiani e gli spazi liturgici. Oggi fa realmente un certo effetto parlare di esaltazione, quando – anche noi cristiani – abbiamo perso il verso senso del mistero del Croce e forse ce ne vergogniamo: l’abbiamo tolta dai luoghi pubblici e, a volte, anche dalle nostre case. Mentre essa proclama al mondo solo un amore immenso, grande come è grande Dio e la sua capacità di donarsi all’uomo, di perdonarlo, di accoglierlo. La Croce non esalta masochisticamente la sofferenza, ma è la risposta di Dio al male e alla morte, allo scandalo della sofferenza degli innocenti. Dio non condanna il mondo, ma dà il suo Figlio perché chiunque crede in Lui non muoia. Essa strappa la storia dalla condanna al trionfo del potente e del violento, dei vari “mostri” che sfigurano il volto e il corpo dell’uomo. Essa proclama che di fronte a tutto il male che sommerge l’uomo è necessario che “sia innalzato il Figlio dell’uomo”, perché chi è scandalizzato dalla sofferenza possa guardare a Lui e sperimentare la vittoria sul male e sulla morte.
*
14 SETTEMBRE
ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
MESSALE
Antifona d'Ingresso Cf Gal 6,14
Di null'altro mai ci glorieremo
se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore:
egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione;
per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati.
Colletta
O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del Cristo tuo Figlio, concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero di amore, di godere in cielo i frutti della sua redenzione. Per il nostro Signore...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Nm 21, 4b-9
Chiunque sarà stato morso e guarderà il serpente, resterà in vita.
Dal libro dei Numeri
In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero».
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì.
Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo.
Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.
Salmo Responsoriale Dal Salmo 77
Non dimenticate le opere del Signore!
Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.
Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.
Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.
Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.
Seconda Lettura Fil 2, 6-11
Cristo umiliò se stesso; per questo Dio lo esaltò.
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippési
Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Canto al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Alleluia.
Vangelo Gv 3, 13-17
Bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo.
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
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Di null'altro mai ci glorieremo
se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore:
egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione;
per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati.
Colletta
O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del Cristo tuo Figlio, concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero di amore, di godere in cielo i frutti della sua redenzione. Per il nostro Signore...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Nm 21, 4b-9
Chiunque sarà stato morso e guarderà il serpente, resterà in vita.
Dal libro dei Numeri
In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero».
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì.
Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo.
Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.
Salmo Responsoriale Dal Salmo 77
Non dimenticate le opere del Signore!
Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.
Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.
Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.
Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.
Seconda Lettura Fil 2, 6-11
Cristo umiliò se stesso; per questo Dio lo esaltò.
Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippési
Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Canto al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Alleluia.
Bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo.
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
La Croce: l'unico posto dove si vive da figlio nel Figlio
Commento al Vangelo della XXIV domenica del tempo ordinario. Anno A | Esaltazione della S. Croce
Stravaganti questi cristiani; mentre nel mondo si esaltano i calciatori e le belle donne, il denaro e i successi, loro esaltano uno strumento di morte. Si appassionano a uno tra i patiboli più cruenti della storia.
Da sempre questa adorazione per la Croce è stata prese di mira dagli avversari del cristianesimo. E’ incomprensibile che qualcuno possa credere che un uomo visto da tutti inchiodato e morto su una croce sia risuscitato, come annunciò San Paolo al Re Agrippa: “Null'altro io affermo se non quello che i profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, che cioè Cristo sarebbe morto, e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunziato la luce al popolo e ai pagani”. Ma il re, come tutti quelli che rifiutano l’annuncio della Chiesa, “a gran voce disse: «Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!».
E a te, e a me? La scienza della Croce ci ha dato al cervello, cioè un cambio radicale di mentalità? Come per San Paolo, il “mio e il tuo unico vanto è la Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per noi è stato crocifisso, come noi per il mondo”?
Forse no… Forse abbiamo dimenticato che il primo gesto con cui la Chiesa ci ha accolto è stato proprio il segno della Croce, impresso dal presbitero, dai genitori e dai padrini: “Il segno della croce, all'inizio della celebrazione, esprime il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistato per mezzo della sua croce” (Catechismo).
Dunque i pastori sanno che l’unico accesso alla vita cristiana è la Croce. Sanno cioè che non possono predicare niente altro che Cristo crocifisso. Solo la stoltezza e lo scandalo della parola della Croce, infatti, è sapienza e potenza di Dio in qualunque circostanza. Solo la Croce può salvare le persone loro affidate, solo ad essa devono condurle.
Anche i genitori hanno consegnato a Cristo i propri figli, crocifiggendoli profeticamente con Lui. Un padre e una madre cristiani hanno fatto l’esperienza che i figli saranno felici vivendo in pienezza solo se redenti da Cristo e se apparterranno a Lui, obbedendogli nelle varie circostanze della vita.
Se saranno crocifissi per gli altri, donandosi al coniuge, prendendo il peccato del prossimo, anche le offese, le discriminazioni, senza ribellarsi alle ingiustizie. Se accetteranno i fallimenti e le malattie, la precarietà economica, senza alienarsi e cercare le consolazioni della carne.
E’ chiaro, tutto ciò sembra una pazzia, proprio come disse il Re Felice a San Paolo. Quale genitore si augurerebbe la Croce per i propri figli? Suvvia, quando capita magari si cercherà di accettarla, ma desiderarla al punto di introdurli nella vita segnati da questo giogo no, questo non è umano; Dio non può chiedere questo.
Ebbene, se la pensi così significa che non sei cristiano. Che la sofferenza è ancora un inciampo, perché in essa non hai incontrato la vittoria di Cristo. La Croce ti sta schiacciando, e per te non è gloriosa al punto di “esaltarla”.
Perché? Perché ci siamo arenati e mormoriamo, come il Popolo di Israele. Chiamati alla Chiesa per uscire dall’Egitto e dalla sua schiavitù, ovvero dal mondo e dalla sua concupiscenza, verso la libertà di amare, non accettiamo di camminare nel “deserto”.
Dove “non ci sono né pane né acqua”, la carne brama ciò di cui si è saziata nel mondo, ed è “nauseata dal cibo così leggero”, della manna che ci obbliga ad affidarci a Dio ogni giorno invece di condurre noi la nostra storia.
Nel “deserto” dove si impara ad essere cristiani il sibilo del “serpente” si fa più suadente, e ci insinua che Dio ci ha liberato “per farci morire”. E riesce a “morderci” perché ancora non abbiamo consegnato la vita a Cristo.
Siamo nella Chiesa nascondendo piccoli e grandi compromessi affettivi; non abbiamo dato via tutto, i beni e la volontà. L’odore e il sapore di agli e cipolle ci è rimasto appiccicato addosso, come le esperienze di peccato; ferite dolorose certo, ma è proprio dove il demonio affonda i suoi denti perché non siano sanate.
Come? Invitandoci a guardare indietro, come fece la moglie di Lot, che si fermò a vedere Sodoma bruciare e fu trasformata in una statua di sale; così anche noi, credendoci vittime di un’ingiustizia di Dio, ci voltiamo con nostalgia e rimpianto, e restiamo paralizzati, come “morti”, depressi e incapaci di perdonare, di uscire da noi stessi, di obbedire alla sua volontà.
Ma questa Domenica la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce ci viene in aiuto. Era necessaria la Croce, “bisognava” che Cristo vi fosse “innalzato”: “Adamo aveva perduto il paradiso terrestre. In lacrime lo cercava: Paradiso mio, paradiso meraviglioso! Ma il Signore nel suo amore gli fece dono, sulla croce, di un paradiso migliore di quello perduto, un paradiso celeste dove rifulge la luce increata della santa Trinità” (Silvano del Monte Athos).
Gesù si è fatto “serpente”, ovvero peccato, perché ogni “serpente” che ci ha ucciso, ossia ogni evento della nostra vita dove abbiamo peccato, fosse trasformato in un paradiso migliore. Sì, i cristiani “esaltano” la Croce perché essa “esalta” ogni circostanza che ci “abbassato”: trasforma come l’acqua in vino nuovo il matrimonio, infonde “vita eterna” in ogni relazione che giaceva senza speranza.
Gesù “si è umiliato” nella nostra vita, “obbedendo fino alla morte di Croce” che spettava a noi. Per questo la Croce rivela la misericordia di Dio che “non giudica il mondo”: su di essa, come sulla nostra storia, è colato il sangue di Cristo che ha lavato ogni peccato; su di essa, come sulla nostra carne, si è abbandonata la sua carne che ha vinto la morte.
Dio conduce la nostra storia ed è geloso dei suoi figli. Per questo “manda serpenti”, difficoltà, fallimenti, precarietà, situazioni e persone che ci umiliano. Ci segna con la Croce perché ci ama e vuole attirare il nostro sguardo verso suo Figlio Unigenito che “ha dato perché chiunque creda in Lui non muoia”. Anche se ha peccato, anche se ha mormorato sino a un istante fa.
Convertiamoci allora, e camminiamo nella Chiesa attraverso il “deserto” di ogni giorno. In essa sperimenteremo che “Dio ci ha tanto amato da dare il suo Figlio per noi” nei sacramenti; impareremo a “guardare” avanti, come un discepolo fissa le orme che conducono alla Pasqua il suo Maestro.
Alla luce della Parola di Dio potremo fissare la Croce con gli occhi nuovi, come quelli del centurione che, vedendo Gesù spirare in quel modo, disse: “veramente costui era il Figlio di Dio!”.
Veramente la Croce è il mio posto, l'unico dove si vive da figlio nel Figlio. Veramente è la porta del Cielo dischiusa per il “mondo”: esso si “salverà” se “vedrà” Cristo “discendere dal Cielo” nei cristiani “innalzati” sulla Croce con Lui nella storia. Allora, “credendo nel Figlio” per la loro testimonianza, potranno “salvarsi per mezzo di Lui”.
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Esaltazione della santa croce, ANNO A
14 settembre 2014
Commento al Vangelo di
ENZO BIANCHI
14 settembre 2014
Commento al Vangelo di
ENZO BIANCHI
Gv 3,13-17
Quando noi cristiani pensiamo alla croce, vediamo in essa soprattutto un legno che è strumento di esecuzione capitale, un supplizio che racconta tortura, sofferenza, morte. Questo, in effetti, è la croce della storia degli uomini, la croce che Cicerone e Tacito descrivono come “crudelissimo supplizio”, la croce di cui la Torah parla come luogo di morte riservato a chi è considerato nocivo per la società umana, dunque un maledetto da Dio e dagli uomini (“Maledetto chi è appeso al legno”: Gal 3,13; cf. Dt 21,23). Ebbene, dobbiamo confessare che nella storia tanti sono stati crocifissi, uccisi con violenza inaudita e sempre nuova, perché giudicati pericolosi per la società da parte del potere religioso e politico, che in questi casi facilmente vanno a braccetto. Si pensi alla crocifissione inflitta agli schiavi dell’antichità, alla tortura nelle carceri delle diverse comunità politiche rette da ideologie e tiranni…
Proprio per questo non sempre comprendiamo nella sua verità la croce di Cristo: non è infatti la croce ad aver dato gloria a Gesù, ma è Gesù che ha vissuto anche la croce in modo da rendere questo strumento mortifero segno ed emblema di una vita offerta, spesa, perduta per amore, un amore vissuto “fino all’estremo” (eis télos: Gv 13,1) nei confronti degli uomini, anche dei suoi carnefici. Per far comprendere questa verità ai cristiani e per non confinare la croce all’interno di una visione dolorista, la chiesa ha sentito il bisogno di celebrarla anche in un giorno diverso dal venerdì santo, al fine di raccontare la gloria che, grazie a essa, Gesù ha mostrato: la gloria dell’amore. Così nel IV secolo a Gerusalemme è sorta questa festa che la chiesa cattolica e quella ortodossa celebrano ancora oggi il 14 settembre: festa che, essendo solenne, prevale sulla 24a domenica del tempo ordinario di quest’anno.
La croce gloriosa, la croce nella gloria: non uno strumento di morte può essere glorioso, ma ciò che è diventato come simbolo, ciò che Gesù ha vissuto sulla croce deve essere visto e sentito come glorioso. “Gloria” (kabod) è un termine che nell’Antico Testamento indica il peso, dunque la gloria di Dio è il suo peso nella storia, è la traccia della sua azione, del suo Regno. Gesù, che ha accettato questo supplizio da parte dell’impero totalitario romano istigato dal potere religioso giudaico, lo ha fatto mostrando tutta la sua gloria: gloria-peso del suo amore vissuto fino all’estremo. Sulla croce, certo, Gesù umanamente appare un reietto, un riprovato, un condannato sofferente e impotente, ma in verità egli mostra la gloria, il peso che Dio ha nella sua vita. Quel Dio Padre che sembrava averlo abbandonato, in realtà, essendo obbedito nella sua volontà di amore da parte di Gesù, mostra nella vita del Figlio tutta la sua gloria. L’orribile croce diventa così un segno luminoso; l’essere issato in alto, su un palo, racconta il regnare di Gesù, esaltato da Dio (cf. anche Gv 8,28; 12,32-33); la corona di spine sul capo di Gesù rivela la sua qualità di Re che serve quell’umanità che lo rifiuta; le sue ferite nelle mani, nei piedi e nel costato mostrano come Gesù ha accolto la violenza, senza vendetta né rivalsa, interrompendo così la catena dell’odio, dell’inimicizia, della violenza (cf. Is 53,5-6.12).
Per questo il quarto vangelo, il vangelo “altro”, che ha un’ottica diversa dai sinottici, legge la passione di Gesù come evento di gloria, legge la crocifissione come intronizzazione del Messia, legge le bestemmie dei presenti quali titoli che riconoscono la vera identità di Gesù: egli è “il re dei Giudei” (Gv 19,19), nome che viene scritto e proclamato in ebraico, greco e latino, le tre lingue dell’oikouméne, le quali affermano dunque “il suo vero Nome che è al di sopra di ogni nome” (cf. Fil 2,9).
Non solo nei vangeli sinottici (cf. Mc 8,31 e par.; 9,31 e par.; 10,33-34 e par.), ma anche nel quarto vangelo la croce è stata profetizzata da Gesù come “necessitas” in questo mondo ingiusto, in cui l’uomo giusto finisce per essere rifiutato, condannato e ucciso. Aveva infatti detto a Nicodemo che, come nel deserto era stato innalzato da Mosè un segno di salvezza per Israele (cf. Nm 21,4-9), così sarebbe stato innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque guardasse a lui con fede e invocazione potesse trovare la vita. E non aveva forse anche detto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32)? Ecco chi è colui che attira: un uomo che si manifesta non come un superuomo, nella potenza e nel trionfo mondani, ma un uomo sfigurato e colpito dagli ingiusti (cf. Is 53,2-3) semplicemente perché egli è il solo giusto capace di dare la sua vita per gli altri.
La croce gloriosa di Gesù è il segno di come Dio ci ha amati: suo Figlio è steso su un legno a braccia aperte, è un servo, è uno che ha offerto la vita e che vuole abbracciare tutti. Preghiamo dunque con fede:
O croce,
su te Cristo ha trionfato
e la sua morte ha distrutto la morte.
Tu sei il vessillo del Re che viene,
e viene presto nella sua gloria!
su te Cristo ha trionfato
e la sua morte ha distrutto la morte.
Tu sei il vessillo del Re che viene,
e viene presto nella sua gloria!
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Esaltare la Croce è esaltare l'amore
Lectio Divina per la 24a domenica del tempo ordinario (Anno A), festa dell'Esaltazione della S. Croce
Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la 24ª Domenica del Tempo Ordinario (Anno A), festa dell’Esaltazione della S. Croce.
Come di consueto, il presule offre anche una lettura patristica.
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LECTIO DIVINA
Festa dell’Esaltazione della Santa Croce - 14 settembre 20141
Nm 21,4b-9; Sal 77; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17
1) L’Amore illumina la Croce.
La festa di oggi celebra la Santa Croce non per esaltare il patibolo sul quale Gesù è salito ed è morto, ma per celebrare ciò che la croce di Cristo ci ha manifestato: l’amore e ciò che ci ha guadagnato: la salvezza.
Nella prima lettura, presa dal libro dei Numeri, troviamo l’episodio a cui fa riferimento Gesù nel suo dialogo con Nicodemo (Vangelo di oggi): gli israeliti dopo essersi ribellati a Dio e a Mosè, vengono puniti. La punizione li rende consapevoli del loro peccato e chiedono a Mosè di intercedere presso Dio. Questi ordina a Mosè di mettere un serpente di bronzo su un bastone, perché chi lo guarderà non morirà a causa del morso di questo rettili. Il serpente, segno e causa di morte, di terrore, di fallimento e di sofferenza, diventa allora un segno e fonte di vita, allo stesso modo in cui la croce, segno di punizione e di morte, diventa segno di vita.
Nella seconda lettura, tratta dalla Lettera ai Filippesi, la croce è vista come il motivo di “esaltazione” di Cristo. Gesù, Figlio di Dio, “svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò” (Fil 2, 6-7).
Il Padre esalta il Figlio che ha accettato di obbedire fino al dono supremo della vita; la croce così diventa segno dell’obbedienza come adesione che accompagna tutta la sua avventura terrena.
Nel Vangelo, Gesù dice al suo visitatore Nicodemo che “bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.”(Gv 3,14b-15). È sulla croce che troviamo la manifestazione più alta dell'amore di Dio. Sulla croce Gesù realizza in modo ancora più grande quello che faceva il serpente di bronzo issato su un'asta al centro dell'accampamento. Chi guarda con fede supplice Cristo Gesù è salvo.
Da quando Cristo ha riempito d’amore e illuminato di vita la sua croce, il dolore e le altre assurdità delle nostre vicende umane hanno un senso: le condividiamo con Lui per rinascere con Lui a vita nuova. Così la croce, definitivamente piantata nel cuore e nella vita di ognuno di noi, diventa albero di vita, da cui sgorga energia divina e grazia che santifica.
Con Adamo ed Eva, ai piedi di un albero verde era iniziata la nostra tragica storia di peccato. Con Gesù e Maria e con un albero secco e rinverdito dall’amore di Cristo, obbediente ed immolato per noi, riprende vita la nostra rinascita.
E' davvero ragionevole fare festa oggi e fare ogni giorno il segno della croce, per ricordare la tragedia del peccato e il trionfo dell’amore.
Dovremmo ripetere il gesto devoto di gratitudine che compiamo il Venerdì Santo, quando adoriamo la croce di Cristo e imprimiamo su di essa l’impronta del nostro amore, baciando la Croce e il Cristo che vi è disteso sopra.
La Croce ci insegna che la nostra azione è tanto più efficace quanto più siamo “passivi”2, quanto più soffriamo del male del mondo. È un insegnamento che sconcerta, difficile da accettare, perché la nostra natura reagisce nei confronti della sofferenza con una certa ripugnanza istintiva e un certo rifiuto istintivo. Ma il fatto di questa reazione istintiva non toglie nulla alla grandezza della sofferenza. Di fatto questa reazione l'ha provata anche Gesù; prima di iniziare la sua Passione Egli ha pregato il Padre: “Padre, se è possibile allontana da me questo calice”. Che cosa dunque c’è di strano se anche l’anima nostra prova una reazione immediata di ripugnanza e di rifiuto nei confronti della sofferenza, sia che questa colpisca il fisico, sia che opprima il cuore e ferisca l’anima?
2) La Croce è la chiave dell’amore, il legno per solcare il mare della vita.
E’ evidente che la croce non piace a nessuno. Non piace neppure a Gesù Cristo (“Padre, se possibile allontana da me questo calice”), ma, come scrive San Bernardo di Chiaravalle: “Gesù nutriva pensieri di pace e io non lo sapevo. Chi, infatti, conosce i sentimenti del Signore, o chi fu suo consigliere? (cfr Ger 29,11). Ma il chiodo penetrando fu per me come una chiave che mi ha aperto perché io vedessi la volontà del Signore … E’ aperto l’ingresso al segreto del cuore per le ferite del corpo … appaiono le viscere di misericordia del nostro Dio, per cui ci visitò dall’alto un sole che sorge (Lc 1,78)” (Sermoni sul Cantico dei cantici; Ser. LXI, 4). “E’ aperto l’ingresso al segreto del cuore”: la Croce è la suprema rivelazione di ciò che dimora dentro al cuore di Dio. E per questo San Paolo può dire di “non sapere altri in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocefisso” (1 Cor 2,2). Alla domanda più alta che ogni essere umano possa fare: “Chi è Dio?”, il cristianesimo risponde: “Cerca la risposta nel Crocefisso”. Il cuore umano è impastato dal desiderio di vedere Dio (cfr Summa Theologica, 1,2,q.3, a.8), il cristiano risponde dicendo: “Guarda il Crocefisso e vedrai Dio”.
La Croce svela, in primo luogo, la logica interna all’articolo specifico della nostra fede: “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). E’ la logica della condivisione della nostra condizione umana, che consiste nella partecipazione alla stessa natura umana: nell’avvenimento della Incarnazione si mostra che Dio è veramente interessato alla nostra vicenda ed ai nostri casi umani, fino al punto da venire a viverli Egli stesso.
In secondo luogo, la Sua Croce manifesta, rivela che siamo salvati. Lo strumento di supplizio che, il Venerdì Santo, aveva manifestato il giudizio di Dio sul mondo, è divenuto sorgente di vita, di perdono, di misericordia, segno di riconciliazione e di pace. “Per essere guariti dal peccato, guardiamo il Cristo crocifisso!” diceva Sant’Agostino nel suoCommento a Giovanni, 12,11.
Sollevando gli occhi verso il Crocifisso, adoriamo Colui che è venuto per prendere su di sé il peccato del mondo e donarci la vita eterna. Oggi, la Chiesa ci invita ad elevare con fierezza questa Croce gloriosa affinché il mondo possa vedere fin dove è arrivato l’amore del Crocifisso per gli uomini, per noi uomini. Essa ci invita a rendere grazie a Dio, perché da un albero che aveva portato la morte è scaturita nuovamente la vita.
È su questo legno che Gesù ci rivela la sua sovrana maestà, ci rivela che Egli è esaltato nella gloria.
Oltre a mostrarci Chi è veramente Dio nel Suo amore crocifisso, glorioso e maestoso, la Croce ci dona ciò che il cuore desidera: la vera felicità, rendendone possibile il raggiungimento. A questo proposito Sant’Agostino scrive: “E’ come se qualcuno riuscisse a vedere da lontano la patria, ma ci sia il mare che lo separa da essa. Egli vede dove andare, ma gli manca il mezzo con cui andare … C’è di mezzo il mare di questo secolo attraverso il quale dobbiamo andare, mentre molti non vedono neppure dove devono andare. Perciò, affinché ci fosse anche il mezzo con cui andare, venne di là Colui al quale volevamo andare. E che cosa ha fatto? Ha preparato il legno con cui potessimo attraversare il mare. Infatti, nessuno può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo. A questa Croce potrà stringersi, talvolta, anche chi ha gli occhi malati. E chi non riesce a vedere dove deve andare, non si stacchi dalla Croce, e la Croce lo porterà”. (S. Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, II, 2).
Quindi stiamo abbracciati alla Croce perché ci accompagni sui sentieri della verità, umilmente, senza difese. Infatti se la croce la subiamo o la trasciniamo, essa finirà per schiacciarci, ma se la abbracciamo sarà essa a portarci. Inoltre, non stacchiamoci dalla Croce se non per guardarla e imparare l’amore, lasciando che l’amore infinito che ha innalzato il Signore percuota il nostro cuore. Infine facciamo spesso e bene il segno della Croce, come ho accennato poco sopra. E’ significativo che nella Grotta di Masabielle al momento della prima apparizione a Bernadette Soubirous, la Vergine Immacolata introduca il suo incontro con il segno della Croce. Più che un semplice segno, è un’iniziazione ai misteri della fede che Bernadette riceve da Maria. Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede, perché ci dice quanto Dio ci ha amati. Ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte, più forte delle nostre debolezze e dei nostri peccati. La potenza dell’amore è più forte del male che ci minaccia. E’ questo mistero dell’universalità dell’amore di Dio per gli uomini che Maria è venuta a rivelare a Lourdes. Essa invita tutti gli uomini di buona volontà, tutti coloro che soffrono nel cuore o nel corpo, ad alzare gli occhi verso la Croce di Gesù per trovarvi la sorgente della vita, della salvezza, della libertà e dell’amore.
3) L’amore verginale è crocifisso, quindi sponsale.
E’ “sulla croce che l’amore verginale di Cristo per il Padre e per tutti gli uomini raggiungerà la sua massima espressione; la sua povertà arriverà allo spogliamento di tutto; la sua obbedienza fino al dono della vita” (Vita Consecrata, 23a). L’amore ha portato Cristo al dono di sé fino al sacrificio supremo della Croce. Questa è il “talamo delle nozze” delle Vergini consacrate con il Cristo, loro mistico sposo. La loro unione col Cristo avviene sulla Croce. Egli le unisce a Sé perché partecipino alla sua passione, dalla quale dipende la salvezza del mondo. Le Vergini consacrate si sono consacrate al Signore Gesù. Il figlio del Dio altissimo, e lo riconoscono come loro sposo (cfr. Rito della Consacrazione della Vergini, n. 17). A loro rivolgo l’invito di Sant’Agostino “sia fisso nel vostro cuore Colui che per voi è stato infisso sulla croce”. (De sancta virginitate, cc. 54-S5: PL 40, 428).
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LETTURA PATRISTICA
Dai «Discorsi» di sant'Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull'Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).
La croce è gloria ed esaltazione di Cristo
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. È tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. È in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.
Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell'albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l'inferno non sarebbe stato spogliato.
È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. È preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell'inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l'universo.
La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell'uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e subito lo glorificherà » (Gv 13,31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). E ancora: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12,28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di Cristo.
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NOTE
1 Nel 2014 la domenica cade il 14 settembre, giorno in cui si celebra la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che nel calendario liturgico “prevale” sulla domenica ordinaria sia per il Rito Romano (XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A) sia per quello Ambrosiano (III Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore). Storicamente, questa festa è nata con il ritrovamento della Croce di Gesù da parte di Santa Elena e con la costruzione, sul luogo della Passione, della Basilica, fatta dall’imperatore Costantino, figlio di questa Santa. Quindi questa festa dell’Esaltazione riassume e richiama alcuni eventi storici legati al santo Legno, principalmente la scoperta della Vera Croce. Una tradizione formatasi abbastanza presto riferisce che sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, aveva ritrovato a Gerusalemme, presso il Golgota, le tre croci usate per Gesù Cristo e i due ladroni; una guarigione miracolosa, avvenuta al contatto con una d’esse, permise il riconoscimento della croce del Salvatore e di mostrarla alla venerazione del popolo.
Si commemora anche la seconda grande Esaltazione della Croce, a Costantinopoli nel 629. Il 4 maggio 614, durante il saccheggio di Gerusalemme, la Vera Croce era caduta nelle mani dei Persiani. Nel 628 l’imperatore Eraclio, sconfiggendo il re Persiano Cosroe, recuperò la preziosa reliquia. Lieto della vittoria, Eraclio a cavallo, vestito della porpora e con la corona, volle riportare il santo Legno della Salvezza attraverso la porta principale di Gerusalemme. Ma il cavallo si fermò ed il patriarca Zaccaria, che era stato liberato dalla prigionia persiana, fece presente, all’imperatore che il Figlio di Dio non aveva portato in forma solenne la Croce per le vie di Gerusalemme. Dopo aver deposto la porpora e la corona, a piedi e scalzo, Eraclio, portò sulle sue spalle il legno benedetto sino al Golgota.
2 Nel senso che siamo capaci di patire, che abbiamo una passione per Dio e per l’uomo.