giovedì 18 settembre 2014

Eserciti evoluti e vittime civili


Guerre in un mondo globale. 

(Andrea Possieri) «Alla fin fine — osservava Siegfried Sassoon, un ufficiale britannico divenuto famoso per la sua opera poetica sull’esperienza del primo conflitto mondiale — la guerra fu principalmente una questione di buche e trincee». E in queste buche e in queste trincee che attraversarono l’Europa per ben venticinquemila miglia — «una trincea sufficiente a circondare tutta la terra», ha scritto Paul Fussel — furono costretti a vivere, per anni, in una condizione di vita primitiva e violenta, al tempo stesso moderna e arcaica, milioni di uomini che, per la prima volta, andarono incontro a quella “morte di massa” che caratterizzò inequivocabilmente la grande guerra. «Uno sciupio», lo definì lo stato maggiore britannico.
Il tema è al centro del convegno «Le guerre in un mondo globale», che si svolge a Perugia dal 18 al 20 settembre. Si tratta della più importante iniziativa degli storici italiani in occasione del centenario della grande guerra. Organizzato dalla Società Italiana per lo Studio della storia contemporanea (Sissco) e dalle due università di Perugia, l’iniziativa si prefigge di sviluppare un’ampia riflessione sui maggiori conflitti degli ultimi due secoli. La prima sessione è dedicata a «Le guerre fra Ottocento e Novecento», la seconda a «I volti della guerra», la terza a «Guerra e pace» e l’ultima sarà una tavola rotonda «In memoria di Piero Melograni», che per molti anni ha insegnato all’università degli Studi di Perugia ed è ricordato a partire dai suoi studi sulla prima guerra mondiale. Di grande significato, infine, è la lectio magistralis dello storico ucraino Yaroslav Hrytsak, dal titolo «Ukraine. 1914-2014: unfinished war».
A cento anni da quel conflitto terribilmente moderno — definito da Gibelli come «un corso accelerato e violento di modernità imposto a milioni di uomini in situazioni estreme di sradicamento e di minaccia per la vita» — le attuali situazioni di crisi propongono nuovi interrogativi e nuova sfide per la comunità internazionale. L’avanzata dei miliziani islamisti dell’Is in Medio oriente e la crisi ucraina, il cyber warfare e la polveriera afghana, infatti, sfuggono a una definizione convenzionale di guerra e si inseriscono in un contesto mondiale ormai sempre più interdipendente e globalizzato.
Non casualmente, in due diverse occasioni — la seconda, paradigmatica, durante la visita al sacrario di Redipuglia che custodisce i resti di più di centomila caduti della grande guerra — Papa Francesco ha lanciato l’allarme verso il rischio di una «terza guerra mondiale» combattuta «a capitoli». Un grido di dolore, quello espresso dal vescovo di Roma, in cui viene denunciata con forza la «guerra che distrugge l’essere umano» e che è sempre mossa dall’«impulso distorto» della «passione», dalla «cupidigia», dall’«intolleranza» e dall’«ambizione al potere».
In quelle parole, che esprimono un desiderio di pace che «sale da ogni parte della terra», riecheggiano le parole di Benedetto XV il quale, agli albori del primo conflitto mondiale, nell’enciclica Ad beatissimi apostolorum del 1° novembre 1914, rintracciò le cause profonde della guerra nelle «viscere dell’odierna società»: cioè nella «mancanza di mutuo amore fra gli uomini», nel «disprezzo dell’autorità», nell’«ingiustizia dei rapporti fra le varie classi sociali» e nel «bene materiale fatto unico obiettivo dell’attività dell’uomo».
In questo delicatissimo contesto internazionale e per cercare di fornire una chiave interpretativa a queste nuove guerre, nel convegno vengono affrontati, in un’ottica di global history, alcuni temi centrali della storia recente: dall’evoluzione degli eserciti alle vittime civili; dalla risoluzione dei conflitti al ruolo delle religioni; dall’eredità della prima guerra mondiale a un’analisi della guerra fredda.
D’altra parte dal 1914 a oggi, si sono combattute molte guerre diverse. Basti pensare alle diversissime definizioni che si sono succedute per descrivere i vari contesti di conflitto: dalle guerre di liberazione alle guerre civili internazionalizzate, dalle guerre per procura alle cosiddette guerre degli altri. E ora — dopo la fine del bipolarismo tra Stati Uniti e Unione sovietica e il superamento della fase di “transizione” che si colloca grosso modo tra il 1991 e il 2001 — alcune grandi questioni internazionali, come il ruolo dell’Onu e quella della Nato, sono al primo posto dell’agenda pubblica internazionale. Questioni decisive per il mantenimento della pace nel futuro prossimo che si combinano sia con l’emergere di cruente guerre civili in più angoli del mondo, sia con la rottura delle vecchie barriere degli Stati e il poderoso sviluppo tecnologico delle comunicazioni che ha totalmente trasformato il rapporto tra culture e popoli di tutto il pianeta.
Secondo molti osservatori e analisti, in particolar modo la questione ucraina mette in evidenza almeno due questioni decisive: la debolezza del ruolo dell’Europa e la questione dei rapporti politico-economici tra Est e Ovest così come erano stati impostati alla fine del seconda guerra mondiale. Infatti, a pochi mesi di distanza dal settantesimo anniversario degli accordi di Yalta, stipulati nel febbraio del 1945, l’Ucraina e la penisola di Crimea sono di nuovo al centro di una nuova scacchiera multidimensionale, in cui si combinano identità nazionali e differenze religiose, il diritto internazionale e la gestione delle risorse energetiche, le necessità di difesa del suolo patrio e il dirompente ruolo svolto dalle moderne comunicazioni di massa.
È soprattutto l’eredità della seconda guerra mondiale a incidere sul ruolo odierno dell’Europa. Quel conflitto, infatti, ha prodotto nel vecchio continente almeno due importanti conseguenze, i cui effetti si riverberano ancora oggi: il ridimensionamento dell’Europa come luogo di potenza internazionale e l’eclissi del militarismo che aveva rappresentato una componente diffusa in molte culture politiche pre-belliche. Se non si ravvisa alcuna nostalgia per la cultura militarista, altrettanto certamente non può non rappresentare un doveroso momento di riflessione il tentativo di costruzione del sistema di difesa militare europeo elaborato negli anni Cinquanta da uomini politici come Jean Monnet, René Pleven e Alcide De Gasperi. Il progetto della Comunità europea di difesa (Ced) fallì proprio sessant’anni fa, il 30 agosto del 1954. Ed è un fallimento che ancora oggi testimonia, simbolicamente, tutti i limiti della costruzione dell’Europa politica e le sue capacità di intervento nei conflitti odierni.
L'Osservatore Romano