venerdì 19 settembre 2014

Evangelizzazione e accoglienza

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Dal 18 al 20 settembre si svolge in Vaticano l’incontro internazionale. Il progetto pastorale di Evangelii gaudium. 

Circa duemila partecipanti all’ Incontro internazionale promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione accolgono alle 16.30, in Aula Paolo VI, Papa Francesco. Il tema dell'evento è incentrato sull’Esortazione “Evangelii Gaudium” e vede vescovi e operatori pastorali provenienti da 60 Paesi. Ma come fare arrivare l'annuncio del Vangelo alla società attuale? Marina Tomarro  ne ha parlato con mons. Rino Fisichella, presidente del dicastero della nuova evangelizzazione:
R. – Innanzitutto, l’ascolto della Parola di Dio e la contemplazione della Parola di Dio. Papa Francesco è stato molto chiaro in proposito, ha detto: l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Una volta che abbiamo questa dimensione, per cui abbiamo di nuovo fissato lo sguardo sull’essenziale, su Gesù Cristo, sulla Parola che ci salva, la grazia trasforma il cuore e ci rende anche capaci di “partecipare ad altri” questa dimensione. Ovviamente c’è il grande tema della formazione: in che modo possiamo vivere e comunicare questa speranza, avendo al centro e a fondamento la Resurrezione di Gesù, e dare questa speranza come risposta alle grandi domande, che sono sempre presenti nel cuore di ogni persona. Quindi lontano dal pensare alla formazione e alla pastorale come qualcosa di teorico, ma come una realtà fortemente esistenziale.
D. – Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium parla di audacia e creatività...
R. – Sono parole molto significative. Audacia significa fare in modo di sentire la responsabilità che il Signore ha nei nostri confronti e con la quale ci ha investiti. Allora, se Dio si fida di noi, vuol dire che io devo rimboccarmi le maniche, avere coraggio, perché sono sostenuto dalla sua grazia. La creatività significa appunto essere capaci di non vivere la realtà come un’ovvietà. Abbiamo invece bisogno di capire che le persone ci chiedono realmente una parola che dia speranza, che dia forza, soprattutto in un periodo così profondo di crisi, come quello che il mondo sta vivendo per tante situazioni.
D. – Spesso Papa Francesco parla di una Chiesa accogliente, cosa vuol dire?
R. – Una Chiesa accogliente significa una Chiesa che non ha le porte chiuse, non solo metaforicamente: è una Chiesa che sa accogliere quanti bussano alla sua porta. Per alcuni versi l’accoglienza è non permettere neppure che qualcuno bussi, ma essere noi soprattutto già sulla porta per consentire l’ingresso.  
E tra i relatori dell' incontro anche Jean Vanier fondatore della comunità dell' Arca, dove sono accolte amate e curate persone con disabilità fisiche e mentali. Ascoltiamo il suo commento.  
R. - Je crois que toute la vision de l’evangelisation …
Penso che tutta la visione dell’evangelizzazione sia gioiosa, perché abbiamo ricevuto la Buona Novella! Il mondo non è solo un mondo di violenza, ma il Verbo si è fatto carne, Dio è venuto per dirci qualcosa. Dio ama l’umanità, Dio è presente. Questo non significa che non ci sia la lotta contro il male. C’è la violenza nel mondo; c’è la violenza in me e in noi tutti. Ma Gesù è più forte e conserviamo la speranza che Egli ci aiuti a crescere: questa è la fonte della gioia!            
 D. - Lei ha aiutato tante persone: perché secondo lei la società di oggi ha difficoltà ad accettare persone con la malattia, persone differenti, persone che hanno più difficoltà a vivere nella quotidianità …
 R. - On est dans un monde très difficile. On a passé …
Viviamo in un mondo molto difficile. Siamo passati da un mondo estremamente strutturato, dove c’era una certa visione della società. Adesso viviamo in un mondo molto individualista, molto competitivo, anche nella Chiesa. Quindi non è facile. Forse la più grande difficoltà è che gli elementi fondamentali sono stati danneggiati: la famiglia, perché ciascuno di noi ha bisogno di una comunità, di una famiglia, di una parrocchia! Abbiamo perso questo senso dello stare insieme. Quando non siamo insieme non esiste comunità. È difficile affrontare il mondo in questo modo. Tutti ci sentiamo soli e nello stesso tempo la televisione mostra molta violenza, sesso, … Per i giovani è complesso… Ciò che è importante è che proviamo a restare insieme da qualche parte sia nella famiglia che nei piccoli gruppi all’interno delle parrocchie per sostenerci a vicenda.
 D. - Cosa spinge ad occuparsi degli ultimi? In che modo si entra in comunione con queste persone, con i disabili, con i malati, con coloro che sono messi da parte dalla società di oggi?
 R. - On est dans un monde de communication …
Siamo nel mondo della comunicazione, ma non sempre in un mondo di presenza, nel senso che comunichiamo facilmente con smartphone, internet, … I giovani sono abituati a molta comunicazione, ma spesso non alla presenza. Allora bisogna provare a ritrovarsi, perché ciò di cui le persone malate, quelle che si sentono sole, hanno bisogno è la presenza e l’amicizia.
Radio Vaticana
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La gioia di annunciare il Vangelo» organizzato dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Anticipiamo una parte della relazione introduttiva pronunciata dal fondatore della comunità dell’Arca e uno stralcio dell’intervento dell’arcivescovo presidente del Pontificio consiglio.
(Rino Fisichella) Un tratto che dovrebbe caratterizzare la pastorale è l’accoglienza. Una comunità che accoglie è, anzitutto, una comunità che non guarda al colore della pelle, alla lingua che si parla o a quale ceto sociale si appartiene. 
Le parole dell’Apostolo dovrebbero risuonare molto forti: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati, 3, 28). Il samaritano (cfr. Luca, 10, 30-37) non ha guardato a nulla se non alle ferite del malcapitato, per questo gli è diventato suo “prossimo”. Non ha scelto lui chi e come aiutare, gli è stato offerto. Altri sono passati non curanti e indifferenti, probabilmente anche infastiditi. Lui no. Lui si è accorto, fermato, preso cura, interessato, sostenuto e accompagnato. Non ha avuto fretta di liberarsi, si è fatto compagno di strada. Una pastorale segnata dall’accoglienza si rinnova nelle sue strutture, ma soprattutto nella mentalità. È una comunità che sa tenere la “porta aperta” (cfr. Evangelii gaudium, 47) non metaforicamente, ma concretamente.
Non è la freddezza dell’impatto che converte, ma la gioia che proviene dal calore di sapere comunicare Cristo. Non una pastorale per i perfetti, ma per quanti sono in cammino e bussano alla porta per essere accolti con “perfetta letizia”. Papa Francesco indica chi sono i privilegiati di questa accoglienza: «I poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo, e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli» (Evangelii gaudium, 48). 
In questo contesto assume tutta la sua importanza la “cultura dell’incontro”. Per una pastorale che si fa accoglienza non dovrebbe essere difficile la riscoperta del valore dell’amicizia e della fratellanza come pilastri su cui far crescere la testimonianza. Trasformare questo in pastorale, equivale ad assumere un comportamento che sa comprendere il valore insostituibile dell’incontro interpersonale. Come incontrare l’uomo di oggi, come permettergli di avere un incontro con Cristo nel silenzio della propria intimità e nei segni che ne indicano la presenza nei fratelli. 
Ciò implica pure il recupero del sacramento della riconciliazione e il confronto con la guida spirituale per verificare la propria crescita nella fede. È un incontro con un fratello e una sorella perché scaturisce dall’incontro con il Signore Gesù. Sviluppare questa dimensione, implica allargare gli ingressi delle nostre chiese e degli spazi connessi, perché non siano a senso unico, dove l’ingresso è riservato a pochi privilegiati e l’uscita a tanti perché delusi. 
Una cultura dell’incontro non si ferma a pochi momenti frettolosi, e all’insegna della formalità. L’incontro è piuttosto la scoperta della persona, del suo mistero e della sua vocazione. È l’incontro con la ricchezza dell’esperienza acquisita e con i carismi che sono offerti per la crescita della comunità. Una cultura dell’incontro, quindi, è accoglienza del mistero del fratello per comprendere ancora di più il mistero della propria esistenza. È un incontro dove la priorità del “noi” emerge su quella dell’“io”. Come ricorda Papa Francesco: «Solo grazie a quest’incontro (...) siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità» (Evangelii gaudium, 8). Un incontro dove la dimensione della Chiesa, una comunità che vive la comunione, diventa criterio di giudizio e testimonianza della nostra presenza nel mondo di oggi.
L'Osservatore Romano