Il tweet di Papa Francesco: "La nostra testimonianza cristiana è autentica se è fedele e senza condizioni." (4 settembre 2014)
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Il Medio Oriente, la pace e il dialogo interreligioso in primo piano nella giornata di Papa Francesco che, stamani, ha incontrato prima Shimon Peres, ex-presidente dello Stato di Israele, e successivamente il principe El Hassan bin Talal del Regno Hashemita di Giordania. Di seguito l'intervista a padre Federico Lombardi.
R. – Questa mattina, il Santo Padre ha avuto due udienze di carattere privato ma piuttosto significative. La prima è stata quella all’ex presidente di Israele, Shimon Peres. Aveva chiesto un’udienza al Papa per informarlo della sua attività e dei suoi progetti o iniziative per la pace, in questo tempo in cui egli ha lasciato l’attività politica diretta. Si è trattato di un’udienza importante, lunga; il Papa aveva voluto prendere tutto il tempo necessario, data anche la stima grande e l’attenzione che ha per Shimon Peres, da lui definito come “uomo di pace”, “uomo lungimirante e di grandi orizzonti”. Quindi, il Papa ha parlato con Peres, anche se con un interprete, per almeno tre quarti d’ora, e Peres ha potuto presentargli con ampiezza le sue vedute, le sue iniziative per promuovere la pace anche con l’aiuto dei diversi leader religiosi. Il Papa personalmente non ha assunto impegni particolari, personali. Però, naturalmente, ha detto tutta la sua attenzione, il suo rispetto per l’iniziativa dell’ex presidente Peres, ha garantito anche l’attenzione dei dicasteri della Curia Romana che sono particolarmente impegnati in questo campo e sono soprattutto – evidentemente – il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e il Pontificio Consiglio per la Giustizia e per la Pace, con i cardinali Tauran e Turkson.
D. – L’iniziativa “L’Onu delle religioni”, come è stata definita sinteticamente dai giornalisti: questa era la proposta di cui parlava Shimon Peres?
R. – Sì: Peres ha parlato al Papa di questa sua proposta, di questa sua prospettiva di impegno. Il Papa ha anche ribadito – questo me lo ha detto al termine dell’udienza, d’accordo con l’ex presidente Peres – che l’iniziativa della preghiera per la pace, che era avvenuta qui in Vaticano con la partecipazione di Peres e di Abu Mazen, non è affatto da considerare come qualcosa che sia fallita, visti gli eventi che poi sono seguiti, ma come l’apertura di una porta che continua a rimanere aperta, attraverso cui iniziative e valori possono essere incoraggiati a svilupparsi e ad andare avanti. Quindi, non affatto un senso di fallimento di un’iniziativa che è stata presa, ma anzi l’apprezzamento del suo valore di inizio di cammini e di processi.
D. – Altrettanto importante è stata l’udienza con il principe hashemita bin Talal…
R. - E' stata un'udienza analoga come tipo di impostazione, perché il principe giordano ha presentato al Papa l’attività della Fondazione, dell’Istituto che egli ha fondato e condotto e che è appunto anch’esso tutto nella direzione del dialogo e dell’impegno interreligioso in favore della pace, nell’attuale contesto della violenza; l’importanza del dialogo fra le religioni per la dignità umana e la pace, l’aiuto ai poveri nel tempo della globalizzazione, l’educazione dei giovani alla fratellanza, l’insistenza sul rispetto della dignità delle persone … E tutto questo, da portare avanti con stretta comunità di intenti da parte delle religioni che riconoscono un loro principio comune nella cosiddetta “regola d’oro”, che noi sappiamo è anche riportata nel Vangelo: “Non fare agli altri ciò che non desideri che sia fatto a te. Fai agli altri ciò che desideri sia fatto a te”. Ecco: questa è una base comune, un denominatore comune su cui anche le grandi religioni si incontrano per promuovere la pace e il bene comune dell’umanità. Anche l’udienza con il principe giordano è stata un’udienza lunga, oltre mezz’ora, che il Papa ha molto apprezzato e a cui dà un notevole significato.
Radio Vaticana
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SHIMON PERES A PAPA FRANCESCO: FONDIAMO L'ONU DELLE RELIGIONI
04/09/2014 Incontro riservato in Vaticano: l'ex presidente israeliano ha proposto al Pontefice un organismo che raggruppi le principali confessioni e agisca come forza di interposizione nei conflitti. In questa intervista esclusiva a Famiglia Cristiana, il Nobel per la pace 1994 spiega perché, dopo il fallimento della diplomazia internazionale, questa è l'unica via per costruire la pace. E perché a presiederla deve essere proprio Francesco.
«In passato, la maggior parte delle guerre erano motivate dall’idea di nazione. Oggi, invece, le guerre vengono scatenate soprattutto con la scusa della religione. Nello stesso tempo, però, se mi guardo intorno noto una cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: forse l’unico leader davvero rispettato. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».
In questa intervista, concessa in esclusiva aFamiglia Cristiana, Shimon Peres, 91 anni, protagonista della fondazione e poi della vita dello Stato di Israele di cui è stato presidente fino al 24 luglio di quest’anno, premio Nobel per la Pace nel 1994 insieme con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, illustra il progetto di cui ha fatto partecipe il Papa nell’incontro di stamattina in Vaticano. «Oggi ci confrontiamo con centinaia, forse migliaia di movimenti terroristici che pretendono di uccidere in nome di Dio. E’ una guerra del tutto nuova rispetto a quelle del passato, sia nelle tecniche sia soprattutto nelle motivazioni. Per opporci a questa deriva abbiamo l’Organizzazione delle Nazioni Unite. E’ un organismo politico ma non ha né gli eserciti che avevano le nazioni né la convinzione che producono le religioni. E lo si vede bene: quando l’Onu manda in Medio Oriente dei peace keepers che vengono dalle Isole Fiji o dalle Filippine e questi vengono sequestrati dai terroristi, che può fare il segretario generale dell’Onu? Una bella dichiarazione. Che non ha né la forza né l’efficacia di una qualunque omelia del Papa, che nella sola piazza San Pietro raduna mezzo milione di persone».
«E allora, preso atto che l’Onu ha fatto il suo tempo, quello che ci serve è un’Organizzazione delle Religioni Unite, un’Onu delle religioni. Sarebbe il modo migliore per contrastare questi terroristi che uccidono in nome della fede, perché la maggioranza delle persone non è come loro, pratica la propria religione senza uccidere nessuno, senza nemmeno pensarci. E penso che dovrebbe esserci anche una Carta delle Religioni Unite, esattamente come c’è la Carta dell’Onu. La nuova Carta servirebbe a stabilire a nome di tutte le fedi che sgozzare la gente, o compiere eccidi di massa, come vediamo fare in queste settimane, non ha nulla a che vedere con la religione. E’ questo che ho proposto al Papa».
- Lei vedrebbe bene papa Francesco alla guida delle Religioni Unite?
«Sì, per le ragioni che dicevo prima e anche perché lui comunque ci ha già provato, invitando Abu Mazen, il patriarca di Costantinopoli e me a pregare in Vaticano».
- Eppure c’è stato anche chi ha detto: a che serve pregare, quando c’è gente che uccide?
«La gente che oggi più spesso spara, quasi sempre dice di farlo in nome di Dio. Quello che serve è appunto un’indiscutibile autorità morale che dica ad alta voce: no, Dio non lo vuole e non lo permette. Bisogna assolutamente battersi contro questa strumentalizzazione del nome di Dio. Chi può pensare che Dio sia un terrorista o un sostenitore del terrorismo? Vede, chi fa la domanda che dice lei, è uno che sottostima la forza dell’animo umano. Non sono pochi quelli che fanno questo errore. Ma non dovremmo diventare cinici. L’uomo è ben lungi dall’essere solo un insieme di carne e sangue».
«Sì, per le ragioni che dicevo prima e anche perché lui comunque ci ha già provato, invitando Abu Mazen, il patriarca di Costantinopoli e me a pregare in Vaticano».
- Eppure c’è stato anche chi ha detto: a che serve pregare, quando c’è gente che uccide?
«La gente che oggi più spesso spara, quasi sempre dice di farlo in nome di Dio. Quello che serve è appunto un’indiscutibile autorità morale che dica ad alta voce: no, Dio non lo vuole e non lo permette. Bisogna assolutamente battersi contro questa strumentalizzazione del nome di Dio. Chi può pensare che Dio sia un terrorista o un sostenitore del terrorismo? Vede, chi fa la domanda che dice lei, è uno che sottostima la forza dell’animo umano. Non sono pochi quelli che fanno questo errore. Ma non dovremmo diventare cinici. L’uomo è ben lungi dall’essere solo un insieme di carne e sangue».