(Barbara Castelli) Durante il volo da Seoul a Roma, Papa Francesco, parlando con i giornalisti, ha illustrato i motivi del suo imminente viaggio in Albania. Anzitutto, incoraggiare tutti i popoli riconoscendo l’opera di dialogo messa in atto a Tirana: un governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi e cattolici. Lavorare insieme, dunque, è possibile?
È possibile il dialogo. È possibile la cultura dell’incontro, sulla quale insiste tanto il Papa. E vorrei sottolineare il fatto che il Papa preferisce parlare attraverso esempi concreti, attraverso modelli. L’Albania è uno di questi esempi concreti, uno di questi modelli. Da quando è divenuta indipendente, circa un secolo fa, staccandosi dall’Impero ottomano, ha scelto di essere uno Stato multireligioso. E questa scelta di coinvolgere tutti, questa scelta di opporsi a ogni discriminazione religiosa, si è rivelata una scelta particolarmente valida durante il secolo scorso — il travagliato secolo scorso segnato da tanti conflitti — e si rivela valida anche ai nostri giorni, di fronte a tante situazioni in cui vediamo che la religione diventa motivo di violenza, diventa pretesto per scontrarsi, per distruggersi reciprocamente. Quindi credo che la scelta di Papa Francesco di andare in Albania significhi soprattutto questa sottolineatura: nonostante le difficoltà che il Paese ha sperimentato — che conosciamo e sono state difficoltà non piccole — ha scelto di non utilizzare mai la religione come motivo di scontro e di conflitto.
Quale contributo ha offerto la Santa Sede nella ricostruzione dell’Albania?
La Santa Sede è stata molto presente nella ricostruzione dell’Albania. Possiamo partire dai tempi recenti, anche se i rapporti con l’Albania risalgono a molto tempo prima e sono sempre stati molto vivi: dal 1991, quando si sono stabilite le relazioni diplomatiche, dopo la caduta del regime comunista, che hanno permesso alla Chiesa di riprendere la sua vita e anche di inserirsi in maniera costruttiva nella società albanese. È seguito poi, nel 1993, il viaggio di Giovanni Paolo II, che ha permesso di consolidare questo ruolo e di rafforzare la presenza e il contributo che la Chiesa dà al Paese. Ancora, tra gli altri momenti fondamentali possiamo ricordare la firma di due accordi, nel 2002 e nel 2007, sui rapporti reciproci, più in generale, e sulle questioni economiche e finanziarie, in particolare. Grazie a questi passi c’è stato un accompagnamento da parte della Santa Sede di questo momento di ricostruzione e di ripresa del Paese. Certamente la visita di Papa Francesco si colloca un po’ in questa scia e darà un ulteriore contributo.
Qual è l’incoraggiamento che la Santa Sede vuole offrire oggi all’Albania, che dallo scorso mese di giugno è ufficialmente candidata all’adesione nell’Unione europea? E quali sono le questioni più impellenti alle quali dovrebbe dare una risposta?
L’Albania esce da un periodo, da un lungo inverno di isolamento nei confronti degli altri Paesi. E quindi la Santa Sede offre il suo incoraggiamento, offre il suo sostegno all’integrazione dell’Albania. Ricordando anche il contributo specifico che l’Albania deve portare a questa integrazione: possiamo ricordare appunto il patrimonio spirituale, che è stato conservato nonostante gli anni della repressione religiosa, della persecuzione religiosa, e che va custodito e vivificato; possiamo ricordare, per esempio, il forte senso della famiglia che caratterizza la società albanese. Proprio con questa sottolineatura che piace al Papa: quella dei giovani, da una parte, che sono un po’ il futuro; e quella degli anziani, dall’altra, che sono un po’ la memoria e che hanno un patrimonio di saggezza e di esperienza che deve essere valorizzato. Quindi noi diciamo che soltanto portando queste sue ricchezze e queste sue peculiari caratteristiche l’Albania potrà contribuire in maniera efficace al progetto di integrazione europea. E vorrei ricordare qui alcune parole che disse Giovanni Paolo IIall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nel 1988, che valgono per tutti in Paesi, e in particolare per l’Albania, visto che ne stiamo parlando: «Se l’Europa vuole essere fedele a se stessa deve saper raccogliere tutte le forze vive di questo continente, rispettando il carattere peculiare di ogni Paese» (Strasburgo, 8 ottobre). Mi pare che è in questo quadro che la Santa Sede vede e valuta il processo di integrazione dell’Albania nell’Unione europea.
L’Albania può svolgere anche un ruolo importante per il futuro dei Balcani e per una stabilità sempre più salda della regione?
Certamente. Prima di tutto perché si è trovata, in un certo senso, in una condizione privilegiata rispetto alla ex-Jugoslavia — non facendone parte, non ha vissuto il trauma della disgregazione conflittuale che ha segnato profondamente quel Paese — e poi per una tradizionale politica di buon vicinato nei confronti dei Paesi che la circondano. Quindi questi due elementi sicuramente possono contribuire alla stabilità della regione dei Balcani. E poi va ricordato anche, appunto, quello che dicevamo all’inizio e che costituisce un po’ il leitmotiv della visita del Papa: cioè la convivenza pacifica e costruttiva tra i gruppi religiosi. Anche questo mi pare molto importante nell’area dei Balcani e può essere davvero un esempio da seguire.
Un’altra questione cara a Papa Francesco: il tema della libertà religiosa, in un Paese — ha rimarcato sempre durante il volo da Seoul — dove in passato sono state distrutte 1.820 chiese. Quale è la situazione oggi?
La libertà religiosa è rispettata e in questo contesto la Chiesa ha avviato già da tempo la sua ricostruzione, anche se sarà una ricostruzione abbastanza lunga. È stata una persecuzione molto severa, molto dura; veramente una devastazione, potremmo quasi dire. Oltre all’aspetto delle chiese, alla distruzione di tutti i luoghi di culto, per quanto ci riguarda potremmo ricordare anche l’eliminazione di quasi tutto il personale religioso. Mi pare che prima dell’avvento del comunismo ci fossero tra i 180 e i 200 preti. Alla fine nel 1990 ne sono rimasti solo 33: questo per dire che c’è stata proprio una politica di eliminazione totale del personale religioso. Poi l’Albania ha ricominciato la sua ricostruzione e nel 2000 ci sono state le prime ordinazioni sacerdotali, ci sono stati anche molti giovani che hanno aderito alla vita religiosa, sia maschile sia femminile, e i laici stanno ritrovando un loro ruolo. Insomma c’è speranza. Anche se c’è sempre un piccolo campanello d’allarme: speriamo che l’Albania non ceda a quell’onda di secolarizzazione che caratterizza un po’ tutto il continente europeo. Mi pare importante dire che un Paese dove Dio è stato eliminato, è stato cancellato per legge, deve insegnarci a vivere una vita in rapporto con il Signore e a non lasciarci invece tentare da una vita dove Dio praticamente è scomparso, dove lo si mette da parte.
Il Pontefice incontrerà anche i sacerdoti, le religiose e i religiosi, i seminaristi e i membri dei movimenti laicali. Quale è oggi la vita della Chiesa in Albania, quali i suoi tratti peculiari?
È una Chiesa giovane, perché ci sono molti, molti giovani, e anche molti cristiani che vengono alla fede, molte persone che vengono alla fede. Una Chiesa caratterizzata dalla nota del martirio: e vorrei dire anche che questa testimonianza dei martiri è stata apprezzata da tutti, perché è stata una testimonianza di perdono nei confronti dei persecutori. Una Chiesa caratterizzata dalla fede semplice delle persone anziane, che però hanno saputo conservarla e trasmetterla al di là di questo periodo tormentato e travagliato della persecuzione. Una Chiesa anche missionaria, soprattutto nel senso che ha ricevuto molti missionari. Specie dopo la caduta del regime, visto che praticamente il clero locale era quasi scomparso, c’è stata una grande generosità da parte dei missionari nel recarsi a lavorare in Albania; e tra questi anche i missionari italiani, che forse hanno dato uno dei contributi maggiori. Queste sono, mi pare, le caratteristiche principali di questa Chiesa, che devono tradursi anche in un rinnovato impegno per continuare a crescere e a tramettere la fede per valorizzare tutte le sue componenti.
Quali spera che siano i frutti di questo viaggio di Papa Francesco a Tirana?
I frutti li conosce il Signore. Mi pare che si possano riassumere nel motto che è stato scelto: «Insieme con Dio verso un futuro di speranza». Quindi il Papa verrà a confermare il cammino che è stato fatto in questi anni e a dargli nuovo slancio: sia nel senso dell’annuncio del Vangelo, nel senso della fede, sia nel senso anche di questa convivenza pacifica e fruttuosa tra le diverse realtà religiose che compongono il Paese.
L'Osservatore Romano
