lunedì 1 settembre 2014

La montagna dell’arcivescovo




La montagna dell’arcivescovo, simbolo di vita
“Corriere della Sera”
(Damiano Modena) Nelle valli del Cadore, dopo una stagione di pioggia, il sole asciuga le vecchie ossa della catena dolomitica. Per anni ho adattato il mio passo a quello nobile, ma appesantito dalla malattia, di Carlo Maria Martini. In altri tempi, dalle pendici del Sasso Lungo il cardinale avrebbe imbracciato i suoi bastoni telescopici e si sarebbe incamminato, lungo sentieri poco conosciuti, verso la vetta. Negli ultimi anni lasciava che altri lo conducessero in luoghi da dove si potessero abbracciare dal basso orizzonti meno angusti di quelli del Parkinson. Martini sapeva che la vita ha le regole della montagna. In vetta le prospettive si sommano e la fatica diventa gioia. 
Da lassù, stando sulla stessa pietra, girando su se stessi di 360 gradi, si può finalmente godere di una visione d’insieme. La vita è una montagna che si può scalare da più versanti. Ciascuno parte dal campo base con esperienza zero. Anche Martini, da uomo e da gesuita, da arcivescovo e da malato, è partito dal livello zero. Ma non era uno scalatore sprovveduto, sapeva che per raggiungere la vetta servono strumenti adeguati: la bussola del discernimento, la corda dell’esperienza altrui, l’acqua fresca della condivisione, il cioccolato dello stupore e il respiro della Scrittura, che dà senso al cammino quando la cima appare lontana. Negli ultimi anni, dover stare ai piedi della montagna non era una rinuncia troppo gravosa per Carlo Maria Martini. Era piuttosto il tempo della sintesi dei tanti sentieri percorsi, degli orizzonti accarezzati alla fine di ogni scalata. Contemplare dalle pendici era per lui, da un lato, condividere l’impotenza dei tanti che non avrebbero potuto mai raggiungere la vetta e, dall’altro, mettere a disposizione di tutti le mete già raggiunte e inaccessibili agli altri. Dopo aver dispensato il respiro della Scrittura, ora aveva il fiato corto. Dopo aver fatto da apripista sui sentieri più impervi, ora era su una sedia a rotelle. Provo, due anni dopo la sua partenza, a seguire le tracce da lui lasciate nel Cadore. Elisa, otto anni, mi precede su un sentiero ripido. A ogni tornante si siede e mi aspetta. Dice: «Sei una lumaca!». Non si può che assentire: «Un discepolo non è da più del maestro né un servo da più del suo padrone» (Mt 10,24 ). Ancora le generazioni si seguono attendendosi reciprocamente. Arrivo in cima sfinito. Metto uno dei rosari benedetti dal cardinale, quando ancora viveva a Gerusalemme, sotto una pietra sulla sommità del monte Tudaio. Piedi e caviglie sono indolenziti, ma capisco qualcosa in più della vita di Carlo Maria Martini e delle parole del profeta Isaia: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio» (Is 52,7 ). Il papà della piccola Elisa deve rimediare al guaio di una scarpa della figlia andata in pezzi. Mentre assisto al geniale rimedio, mi chiedo se il messaggero di lieti annunci di pace descritto dal Profeta non fosse un bambino. 

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Il padre deluso di Martini
“Corriere della Sera”
 

(Marco Garzonio)  Il secondo anniversario della morte del cardinale Carlo Maria Martini (Gallarate, 31 agosto 2012) coincide con i 70 anni del suo ingresso nella Compagnia di Gesù, quando aveva poco più di 17 anni (era nato il 15 febbraio del 1927), all’indomani della maturità conseguita brillantemente, da privatista, al liceo D’Azeglio di Torino. A ricordare gli eventi di quell’estate del 1944, dagli archivi della famiglia emerge una lettera di Leonardo Martini. Il papà del futuro arcivescovo di Milano scrive al fratello Pippo per annunciargli «una grande ma non troppo lieta novità»: l’intenzione del figlio di votarsi alla vita religiosa.

I Martini erano un nucleo molto unito, condividevano piccole e grandi cose. Con molto pudore, un modo di sentire e di esprimersi proverbiale nel vecchio Piemonte, i due fratelli erano soliti dirsi per iscritto ciò che coinvolgeva l’andamento della casa. E un figlio che sta per farsi prete induce a raccontare e riconoscere quanto di più profondo la persona ha nel cuore, magari inconfessabile: «Il pensiero di staccarmi per sempre da un ragazzo così buono e così caro mi rattrista profondamente», scrive il papà. È combattuto nell’intimo, rivela il travaglio patito e le mosse tentate. Informato del progetto da cui Carlo «si sentiva irresistibilmente attratto», sostiene di non aver fatto nulla, né lui né la moglie Olga, «per distoglierlo da questo nobilissimo proposito». Ma di essersi speso per prendere tempo lo attesta quando dice: «Ho cercato di dilazionare la sua entrata in noviziato». Alla fine anche lui, uomo dalle tante e larghe conoscenze (era stato podestà di Orbassano, dove i Martini risiedevano, e nel caos del 1944, con Torino nella morsa tra lotta di Liberazione e Rsi fascista, era commissario prefettizio), rivela: «Ho dovuto cedere alle rigide norme dell’Ordine». I vertici dei Gesuiti, quelli del Sociale dove Martini ha studiato e maturato la vocazione, e il padre provinciale son stati comprensivi. Vanno a trovare i genitori, li consolano, «accorati e preoccupati» come sono. Ma la scelta del giovane «non può essere posta in dubbio». Carlo Maria il 25 settembre parte per il Collegio di Cuneo, dove «si avvierà alla sua nuova vita», scrive il papà subendo l’ineluttabilità del distacco. Lo accompagnerà la madre. La signora Olga aveva paura dei bombardamenti, ma neanche quel timore fu sufficiente. L’addio al figlio sul portone del noviziato fu ritenuto insopportabile per l’animo d’un padre. Era ingegnere Leonardo Martini. Maggiore di quattro fratelli, si era fatto una posizione da solo nell’edilizia. Nel 1944 aveva all’attivo la costruzione di parte dell’ospedale delle Molinette, case nei primi quartieri popolari della città, l’edificio della Questura di Torino. Al suo fianco, sui cantieri, immaginava il primogenito, Francesco. Quanto a Maria Stefania, l’ultimogenita (oggi amorevole curatrice della memoria familiare), era ancora una bambina di neanche dieci anni. Era Carlo il figlio ideale, per lui sognava un avvenire non certo rappresentato dal sacerdozio. Era «il mio figlio prediletto» ammette, consapevole così di esprimere un vissuto molto privato, che avrebbe potuto suonare duro per gli altri familiari. È conscio però di poterlo fare, perché sa di dar voce a un sentimento di affetto condiviso nell’intero parentado. Ma, con la vita religiosa, quel figlio tanto amato ha inferto un duro colpo alle aspettative paterne: «Tramontano così le mie speranze di vedere il mio figlio prediletto avviato ad una luminosa carriera di studio», confortato «da una comoda esistenza materiale». È uno esempio illuminante di psicologia individuale la confessione epistolare di Leonardo a Pippo. Aiuta a comprendere un contesto affettivo e una speciale relazione padre-figlio. Ma è anche uno spaccato di cultura, moralità pubblica, socialità, grazie al quale un pezzo di borghesia imprenditoriale è stata classe dirigente e ha contribuito a costruire il Paese. Sul piano più soggettivo, il papà svela che, «col mio lavoro e con il mio affetto sconfinato», da lunghi anni gli andava preparando le condizioni per una carriera di tipo professionale. Nella lettera mantiene il riserbo sui particolari del suo sogno, ma si sa che l’aspirazione dell’ingegner Leonardo era che il figlio diventasse cattedratico, a Medicina. Quanto al risvolto generale, dalla vicenda emerge l’idea d’un collettivo che cresce se si hanno idee di bene comune e ciascuno fa la sua parte: se si sogna un avvenire condiviso, lo si fa crescere insieme con progetti individuali e pubblici che interagiscono. Certo, il rischio è di eccedere in proiezioni e attese. Ma l’esito — questa può esser la morale dopo 70 anni — non è andato così lontano dalle premesse. Martini non è stato un cattedratico sulla scia di Ippocrate, ma la cura l’ha praticata: delle anime in tempi travagliati. Quanto alla cattedra, è salito su quella prestigiosa di Ambrogio, da dove ha irradiato la Chiesa e il mondo. Forse l’amore di papà Leonardo fu davvero tale da avere effetti che neanche lui poteva immaginare, oltre le aspettative sue personali.

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Come insegna Martini, ascoltare e accogliere tutti   
incrociNews
 
(Annamaria BracciniPresiedendo in Duomo la celebrazione in memoria del cardinale Martini, a due anni dalla scomparsa, il cardinale Scola ne ha ripercorso l’insegnamento, indicandone la passione pastorale per l’accoglienza e l’ascolto di tutti (...)