
Attraverso la porta piccola
(Gaetano Vallini) Lo sguardo di Papa Francesco non coincide con quello dei potenti. Per questo ha scelto di entrare per la prima volta in Europa da una porta piccola e un po’ discosta, l’Albania. Lo ha fatto ieri, 21 settembre, per lanciare un messaggio. Lo ha detto chiaramente — «è un segnale che io voglio dare» — proprio sull’aereo che lo riportava a Roma da Tirana, al termine di una giornata intensa: undici ore per cinque incontri ufficiali. Una giornata iniziata sotto un cielo plumbeo e un caldo afoso all’aeroporto internazionale «Madre Teresa», dove Francesco è arrivato alle 9, accolto con una cerimonia molto semplice dal primo ministro Edi Rama con una delegazione del Governo, da monsignor Ramiro Moliner Inglés, nunzio apostolico, monsignor Angelo Massafra, arcivescovo di Shkodrë-Pult e presidente della Conferenza dei vescovi albanesi, e monsignor Rrok Mirdita, arcivescovo di Tiranë-Durrës.
La cerimonia di benvenuto si è svolta più tardi al palazzo presidenziale. Ad accogliere il Papa sul piazzale il presidente della Repubblica Bujar Nishani. Dopo gli onori militari e l’esecuzione degli inni, il Pontefice ha firmato il libro d’oro su cui ha scritto: «Al nobile popolo albanese con il mio rispetto e ammirazione per la sua testimonianza e la sua fraternità per portare avanti il Paese». Dopo un colloquio privato nello Studio verde, lo scambio dei doni. Il Pontefice ha regalato al presidente una copia dell’unico esemplare conosciuto del messale in albanese di Gjon Buzuku, stampato nel 1555 e conservato nella Biblioteca vaticana. Un dono particolarmente apprezzato da Nishani, che ha ricambiato con un ritratto in argento di Clemente XI, della famiglia Albani, con la scritta: «La casa dell’albanese appartiene a Dio e all’ospite».
Dopo l’incontro con le autorità e il corpo diplomatico, i discorsi ufficiali nel Salone Skanderberg. Francesco ha parlato — come del resto in tutti gli interventi della giornata — in italiano, lingua piuttosto conosciuta in Albania. A ogni modo, a tradurre le parole del Pontefice è stato don Davide Djudjaj, che aveva già svolto questo incarico durante la visita di Giovanni Paolo II. Il Papa ha riconosciuto il cammino compiuto e i meriti del Paese, «un esempio a cui ispirarsi», e ha lanciato il primo, fermo richiamo a non farsi scudo di Dio per progettare e compiere atti di violenza.
Dal palazzo presidenziale Papa Francesco, accompagnato dai canti del coro di cento persone provenienti dalle diverse diocesi albanesi, ha raggiunto sulla stessa jeep che usa in piazza San Pietro la vicina piazza Madre Teresa, dov’era stato allestito il palco con l’altare per la messa e sul quale erano stati posti il crocifisso della concattedrale di Durazzo e un quadro raffigurante Nostra Signora del Buon Consiglio, particolarmente venerata in Albania, successivamente donato al Papa a ricordo della visita insieme con una croce con i volti dei 40 martiri. Prima di indossare i paramenti il Pontefice ha incontrato il sindaco di Tirana, Luzim Xhelal Basha, che gli ha donato le chiavi della città.
Significativa la scelta della liturgia della parola: un brano dal capitolo 19 dell’Esodo, in cui si usa la metafora di Dio che come un’aquila — l’aquila è il simbolo dell’Albania — si prende cura dei suoi piccoli; uno tratto dalla lettera ai Romani in cui Paolo ricorda la sua predicazione in Illiria, l’Albania di oggi, per sottolineare la prima evangelizzazione; il testo del capitolo 10 di Luca in cui si parla della missionarietà. Non sempre, ha ricordato in proposito Francesco all’omelia, l’annuncio è stato accolto. Talvolta le porte si sono chiuse. Come qui, in Albania, in un recente passato. Ma la Chiesa ha resistito ed è rinata.
I lettori delle intenzioni della preghiera dei fedeli sono stati scelti dalle diverse diocesi: tra gli altri, una ragazza rom e un non vedente. I doni dell’offertorio sono stati invece portati all’altare da tre generazioni di una stessa una famiglia, per sottolineare il valore di questa istituzione anche in preparazione al prossimo Sinodo. Al termine della messa — in latino con letture e preghiere in albanese, concelebrata dai vescovi e da quasi tutti i sacerdoti albanesi, e da presuli di diocesi di Paesi vicini — il Papa ha recitato l’Angelus, dedicato particolarmente ai giovani. Subito dopo monsignor Mirdita ha rivolto parole di ringraziamento al Pontefice per la sua presenza. È stato calcolato che alla messa, tra quanti affollavano la piazza e quanti invece erano assiepati lungo il viale dei Martiri nonostante la pioggia caduta a sprazzi, abbiano partecipato duecentocinquantamila persone, provenienti dall’Albania, ma anche da Kosovo, Montenegro e Macedonia. Moltissimi musulmani, la maggioranza nel Paese, che hanno voluto dare il proprio saluto al Papa. E prima del suo arrivo, in una moschea si è pregato per la buona riuscita del viaggio.
Successivamente Francesco si è recato nella nunziatura apostolica, dove ha incontrato i vescovi albanesi, fermandosi a pranzo con loro.
Nel segno del dialogo fra le religioni il primo incontro pomeridiano, alle 16, presso l’università cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio, al quale hanno partecipato rappresentanti delle cinque comunità religiose albanesi: musulmana, bektashi (confraternita islamica di derivazione sufi), cattolica, ortodossa ed evangelica. Nel suo saluto monsignor Massafra ha sottolineato i passi importanti compiuti insieme. Da parte sua il Papa — che ha salutato i presenti sia prima che alla fine dell’incontro — ha richiamato ancora una volta l’importanza del dialogo fraterno, ribadendo che non si può uccidere in nome di Dio.
Quindi il Pontefice, dopo un breve tragitto nel centro di Tirana, ha raggiunto la nuova cattedrale di San Paolo, consacrata nel 2002, per la celebrazione dei vespri e l’incontro con le varie realtà della Chiesa locale. All’ingresso ha benedetto le tre campane che saranno poste sul nuovo campanile della cattedrale della diocesi di Rrëshen, aperta al culto tredici anni fa.
Da qui in auto il Papa ha raggiunto il centro Betania — struttura a ventisei chilometri da Tirana che dal 1998 si occupa di bambini abbandonati e in difficoltà — per il momento conclusivo della visita dedicato alla dimensione della testimonianza della carità e al quale sono stati invitati operatori e volontari di altri centri di assistenza del Paese.
A porgere il saluto e a presentare storia e attività del centro è stata la direttrice della Fondazione Betania, Monica Bologna, mentre Mirjan Jani ha raccontato la sua esperienza prima di ospite, accolto nel 1999 a Betania quando aveva 8 anni, dopo la separazione dei genitori, e ora di operatore. Nel suo discorso il Papa ha ringraziato per la testimonianza offerta dal centro, perché qui «vediamo la fede farsi carità concreta» e perché questo centro «testimonia che è possibile una convivenza pacifica e fraterna tra persone appartenenti a diverse etnie e a diverse confessioni religiose».
L’incontro si è svolto nella chiesa, intitolata a Sant’Antonio, protettore dell’opera. E proprio una statua del santo è stato il dono che il Pontefice ha voluto lasciare alla comunità. I bambini — che all’uscita hanno accompagnato con un canto e con un incontenibile entusiasmo Francesco, che li ha salutati insieme a un gruppo di malati — hanno ricambiato regalandogli un libretto con delle foto e la storia dell’Associazione Betania, oltre a un libretto di preghiere spontanee di Antonietta Vitale, fondatrice dell’opera, presente all’incontro.
L’ultimo momento della visita di Francesco in Albania — che verrà ricordata a lungo e con profonda gratitudine per ciò che ha significato per il Paese — è stato breve quanto quello iniziale, con un saluto in aeroporto da parte del primo Ministro. L’aereo papale è partito poco prima delle 20 alla volta dell’aeroporto romano di Ciampino, dove è atterrato dopo circa un’ora.
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Testimonianza e fraternità
(Giovanni Maria Vian) Sono la testimonianza e la fraternità le due chiavi che permettono di capire il significato del viaggio di Francesco in Albania, tanto breve — appena una dozzina di ore — quanto importante ed esemplare. Importante per il Paese, che dal Pontefice ha ricevuto un forte appoggio, ed esemplare per il segnale che il Papa ha voluto lanciare all’Europa e a tutta la comunità internazionale.Nel caloroso discorso di benvenuto il presidente Bujar Nishani, presentando la sua gente come il popolo di madre Teresa, ha messo in parallelo l’accoglienza affettuosa e composta al Pontefice e le ultime parole dei martiri cattolici vittime del comunismo — viva l’Albania, viva il Papa! — e ha ricordato con gratitudine che nella «stagione della grande solitudine» importante è stato il sostegno della Santa Sede al Paese.
Oggi, sulle orme del viaggio di Giovanni Paolo II dopo la fine del regime ateo, l’appoggio del vescovo di Roma all’Albania si è manifestato di nuovo. Con un respiro mondiale e un affetto evidente per il popolo albanese: nel «rispetto e ammirazione per la sua testimonianza e la sua fraternità per portare avanti il paese», come Francesco ha voluto scrivere di suo pugno appena iniziata la visita.
Per due mesi il Papa si è preparato a questo suo primo viaggio europeo, sgomento di fronte al «livello di crudeltà» che ha definito terribile e che infierì non solo sui cattolici, ma anche su ortodossi e musulmani. «Tutte e tre le componenti religiose hanno dato testimonianza di Dio e adesso danno testimonianza della fratellanza» ha riassunto Francesco davanti ai giornalisti durante il volo di ritorno.
Da questa terra di martiri si sono così levate ancora una volta le forti parole del vescovo di Roma: «Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione!» ha ammonito nel discorso alle autorità e al corpo diplomatico. «La religione autentica è fonte di pace e non di violenza» ha detto poi nell’incontro con i rappresentanti delle diverse comunità religiose nel Paese, e ha ripetuto: «Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio!».
La testimonianza di fraternità, che viene dal popolo dell’Albania e dalla sua storia eroica di resistenza al male, è preziosa «in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l’autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone un pericoloso fattore di scontro e di violenza» ha detto con chiarezza il Papa.
E accanto alle parole, inequivocabili, del viaggio in Albania rimarranno la commozione e le lacrime del Pontefice di fronte al racconto semplice e toccante di due sopravvissuti all’atroce persecuzione comunista: un prete ottantaquattrenne, don Ernest Simoni, e una religiosa stimmatina ottantacinquenne, suor Marije Kaleta, scampati alla morte e a decenni di prigionia e di lavori forzati. Oggi «abbiamo toccato i martiri» ha commentato profondamente commosso il Papa, aggiungendo che, consolati da Dio nella persecuzione, sono stati loro a consolare noi.
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Con le lacrime agli occhi
Con le lacrime agli occhi, tra gli applausi interminabili dei presenti, tutti visibilmente emozionati, Francesco abbraccia a lungo il prete che si è inginocchiato per baciargli la mano, lo aiuta a rialzarsi, baciandogli a sua volta la mano. Attimi di grande intensità, proseguiti poi con il racconto di suor Marije. Dopo aver vissuto per sette anni nel convento delle suore stigmatine, la religiosa è stata costretta a professare la propria fede nel nascondimento. «Il Signore mi ha dato tanta fede — racconta — così da poterla donare anche agli altri battezzando non solo i bambini nei villaggi, ma anche tutti coloro che si presentavano alla mia porta». Non solo. Grazie ad alcuni sacerdoti riuscì a custodire in casa, in un comodino, il Santissimo Sacramento, che portava ai malati.
Anche la suora, finita la testimonianza, s’inginocchia dinanzi al Papa, che l’aiuta a rialzarsi, abbracciando a lungo anche lei. E subito dopo, al momento di tenere l’omelia, una meditazione durante la recita dei vespri, mette da parte il testo preparato — ed è stata l’unica volta nella giornata — per parlare a braccio, tanto è rimasto colpito dalle testimonianze. Una riflessione dettata dal cuore, conclusa con una constatazione: «Andiamo a casa pensando: oggi abbiamo toccato i martiri».
Che la seconda visita di un Pontefice in questo Paese, dopo quella storica di Giovanni Paolo II, qui giunto il 23 aprile 1993 per ricostituire una Chiesa distrutta dalla persecuzione, avrebbe avuto come uno dei motivi di fondo quel martirio lo aveva spiegato lo stesso Francesco di ritorno dalla Corea. E lo ribadisce in mattinata sull’aereo appena partito da Roma per Tirana nel breve saluto ai giornalisti, sottolineando che l’Albania «è un Paese che ha sofferto tanto». E lo ripete più volte nel corso della giornata, ricordando le crudeltà terribili subite dai cattolici, ma anche da ortodossi e musulmani.
In cattedrale il Papa confida di essersi documentato per due mesi sulla storia dell’Albania e sulla sua sofferenza della Chiesa. Una sofferenza che, lungo il viale dei Martiri della Nazione, ha anche i volti e i nomi di altrettanti cattolici — due vescovi, trenta sacerdoti e otto laici, tra i quali una donna — uccisi in odio alla fede negli anni bui della brutale dittatura comunista, per i quali è in corso il processo di canonizzazione. Nei vari spostamenti il corteo papale lo percorre più volte e il vescovo di Roma ne rimane colpito: «Si vede che questo popolo ha memoria di questi martiri». Martiri la cui testimonianza, così come quella di tutta la Chiesa albanese, viene sottolineata anche dall’arcivescovo Mirdita nel saluto al Pontefice. Martiri che, come ricorda un sacerdote, sono «morti gridando: “Viva il Papa”. E anche noi oggi vogliamo gridare: “Viva il Papa”». (gaetano vallini)
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Quei messaggi di Francesco dall'Albania
La costruttiva convivenza tra cristiani e musulmani, una memoria del passato che non diventa vendetta, le testimonianze di martirio da non strumentalizzare
ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
Quando la visita-lampo di Francesco in Albania venne annunciata non si era ancora aggravata la crisi in Iraq e il devastante progetto dell'Isis non era così sotto i riflettori come oggi. Le ragioni che avevano spinto il Papa ad accogliere l'invito a recarsi nel Paese delle aquile erano sostanzialmente due: incoraggiare un esempio di convivenza e di collaborazione tra diverse confessioni cristiane e la comunità musulmana, esprimere vicinanza a una terra recentemente bagnata dal sangue dei martiri, che aveva subito uno dei regimi comunisti più feroci.
Gli eventi delle scorse settimane nell'area mediorientale hanno reso ancora più significativa la presenza del vescovo di Roma a Tirana, in un Paese a maggioranza musulmana, che fin dalla dichiarazione della sua indipendenza, nel 1912, aveva voluto fossero rappresentati nei suoi vertici istituzionali sia i fedeli islamici che quelli cristiani cattolici e ortodossi.
Papa Francesco in Albania ha ribadito e attualizzato le parole con cui fin dall'ottobre 2001, da Assisi, Giovanni Paolo II denunciò l'uso strumentale del nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza, le discriminazioni. Ha definito un «grande sacrilegio» l'uccidere e il calpestare la dignità umana in nome della religione. E lo ha fatto in un Paese che ha dovuto superare prove durissime, schiacciato da uno dei peggiori regimi totalitari, e che ora - nonostante le difficoltà, il divario tra pochi ricchi e tanti poveri, il rischio di sostituire all'ideologia comunista l'ideologia consumista - è un esempio di convivenza, e di fratellanza.
Nell'incontro con i leader delle cinque principali comunità religiose, due delle quali islamiche, il Papa si è discostato dal testo scritto per aggiungere alcune parole sull'importanza dell'identità, ripetendo in sintesi alcuni approfondimenti contenuti nell'importante discorso ai vescovi dell'Asia pronunciato in Corea lo scorso agosto. Bisogna partire da ciò che si è, da ciò in cui si crede, senza infingimenti, senza maschere. Ma, ha ben spiegato Francesco, la testimonianza reciproca e l'approfondimento della propria identità serve per «camminare insieme», per prendersi cura insieme dei bisogni della gente e lavorare per il bene comune. Prima dei dibattiti teologici o della strumentalizzazione dell'identità stessa, usa come mezzo di supremazia e talvolta di sopraffazione, o anche come bandiera per battaglie «identitarie», c'è questo riconoscersi come compagni di strada e l'indicazione di uno scopo che in alcuni casi già accomuna e in altri potrebbe accomunare i credenti di diverse comunità religiose. L'Albania è un esempio di questa fratellanza possibile, e per questo non è - come ha precisato il Papa dialogando brevemente con i giornalisti sul volo di ritorno - un Paese musulmano, ma un Paese «europeo».
Infine, denso di significati è pure ciò che è accaduto ieri sera nella cattedrale di Tirana, con Francesco che si commuove fino alle lacrime ascoltando la semplice ed evangelica testimonianza del prete che ha trascorso 27 anni in carcere e ai lavori forzati soltanto per aver fatto il prete. Nelle parole che ha detto a braccio, accantonando del tutto il discorso preparato, poi confermate da una risposta nell'intervista sull'aereo, il Papa ha valorizzato il racconto semplice e privo di rancore.
Nonostante le minacce di morte, le torture, la privazione della libertà e i lavori forzati, dalle labbra dell'anziano prete è emersa con commovente semplicità quell'amore per i nemici del quale parla Gesù nei Vangeli. Per questo Francesco ha ripetuto qual è la dinamica propria e inconfondibile della tribolazione e del martirio vissuti dai cristiani. Un martirio che non produce vendetta o recriminazione. Colpisce che nelle parole autenticamente cristiane dei vecchi perseguitati dal regime ateistico albanese non vi sia neanche una briciola di quell'odio verbale così diffuso in certe piazze mediatiche anche cattoliche che finiscono per strumentalizzare per i propri fini anche il martirio.