martedì 2 settembre 2014

Le voci dell'islam contro l'estremismo



Fondamentalismo barbarie moderna. Il nuovo nemico dell'umanità 

Editoriale dell'arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato su "Il Sole 24 Ore" di domenica 31 agosto


Nel dialogo con i giornalisti sul volo da Seoul a Roma, dopo il terzo viaggio internazionale del suo pontificato, Papa Francesco ha parlato della situazione irachena e della necessità di fermare l'aggressore ingiusto con un impegno multilaterale, promosso e garantito dall’Onu. In questo contesto il Pontefice ha denunciato la “crudeltà inaudita” dei mezzi bellici non convenzionali e della tortura, impiegati dai Jihadisti, constatando dolorosamente: “Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi”.
L’affermazione è tanto grave, quanto fondata, e mette in luce il peso che le forze fondamentaliste islamiche stanno avendo nel destabilizzare l’ordine internazionale, promuovendo un’azione vasta e capillare di lotta contro gli stessi loro fratelli musulmani, oltre che contro il cristianesimo e le altre religioni e visioni del mondo cui si contrappongono. È comunque l’Occidente a essere identificato da questi nuovi barbari come il nemico principale da abbattere. Dall’Iraq alla Siria, dalla Libia alla Somalia, la “guerra santa” sembra lanciare la sua offensiva in modo ampio e sincronizzato, con mire espansionistiche tutt’altro che velate. Minimizzare la gravità di questa situazione sarebbe da irresponsabili. Ridurre i problemi a semplici conflitti locali non ha fondamento nella realtà.
La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani. Una presa di posizione interreligiosa di denunzia ferma e senza appello dell’integralismo fondamentalista è allora più che mai necessaria. Per favorirla e sollecitarla non è inutile riflettere sui caratteri assolutamente disumani e perversi delle ideologie fondamentaliste. Provo a farlo partendo da un’affermazione evangelica, in cui Gesù rimprovera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che si ferma all’esteriorità, trasgredendo “le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23). Sono queste le tre idee chiave che il fondamentalismo snatura, fino a rovesciarle nel loro contrario, idee su cui occorre convergere per opporre alla barbarie e alla violenza cieca un impegno autentico al servizio della pace per tutti.
In primo luogo, la giustizia: se nell’accezione positiva essa consiste nel rispetto e nella promozione dei diritti di ognuno, nel riconoscere, cioè, “a ciascuno il suo” (“unicuique suum”, secondo l’assioma latino), nella deformazione ideologica giustizia diventa l’imposizione della legge del più forte, identificata come la sola norma e misura del bene e del male in nome del fine in grado di giustificare ogni mezzo. Questo fine sarebbe la distruzione del diverso per imporre l’unica visione del mondo ritenuta vera, affidando il successo dell’impresa alla forza delle armi. La “jihad”, che nell’accezione originaria è l’impegno per il bene e la lotta contro il male in se stessi e nella storia, diventa così la guerra contro l’altro, da annientare ad ogni costo.
L’identificazione fra giustizia e violenza in nome della verità e della sovranità divine ne consegue come terribile motivazione di ogni sorta di sopruso e di offesa alla dignità della persona umana, immagine di Dio. Proprio così, questa logica si rivela perversa, tale da offendere proprio Colui cui vorrebbe rendere gloria: il Dio Signore e Padre di tutti, il Creatore dell’uomo, non può certo rallegrarsi dell’offesa inferta alla Sua creatura, viene anzi a essere vilipeso da chi in qualunque modo ferisca l’essere umano, creato a Sua immagine e somiglianza. Ogni violenza in nome di Dio è bestemmia e incredulità! Nessuna fede religiosa autentica può motivare la violazione dei diritti inalienabili della persona umana, a cominciare da quello alla vita e alla tutela della propria libertà di espressione e di realizzazione.
Si comprende di qui come l’idea di misericordia risulti fondamentale per contemperare quella di giustizia: nell’accezione biblica la parola “rahamim”, che rende appunto l’idea di misericordia, richiama le viscere materne, il grembo originario della vita da cui viene ognuno di noi. Essere misericordiosi significa allora riconoscere questa comune, originaria appartenenza a una medesima origine e ad uno stesso destino. Proprio così, la misericordia rimanda a una medesima sorgente materna - paterna da cui tutti deriviamo. Il Dio misericordioso della Bibbia, il Padre di Gesù, ma anche il Dio clemente e misericordioso di cui parla il Corano, sono questo Dio dai tratti paterni e materni.
Il fondamentalista, sentendosi padrone dell’immagine della divinità, applica la misericordia a se stesso soltanto e ai propri simili, o comunque a quanti gli sono affini per interessi: da categoria universale, fondamento di pace con tutti, la misericordia diventa appropriazione gelosa, autogiustificazione e tolleranza del male fatto per la propria causa, convertendosi in offesa all’amore universale dell’unico Dio. L’accesso alla misericordia passa allora attraverso il rifiuto deciso di ogni sua falsificazione. Si sperimenta la misericordia se si sa accogliere e perdonare l’altro, anche il nemico, in nome di un amore più grande: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 27,36).
Infine, la fedeltà è valore che umanizza e salva se è impegno a mantenere il giusto patto di amore e di vita stabilito con Dio e con il prossimo, nell’esperienza della misericordia ricevuta e donata. Dove il fondamentalismo fa della fedeltà il principio di una coerenza scellerata con la giustificazione della violenza in nome del fine, dove cioè fedeltà diventa integralismo, cieca imposizione della verità di cui ci si sente padroni, lì non resta più nulla dell’accezione originaria della parola, quella per cui nella Bibbia essa è sinonimo di verità (‘emet), di stabilità nel bene e di adesione obbediente alla legge morale scritta nelle Tavole del Decalogo e nei cuori di tutti. Fedele al Dio vivo è chi mette in pratica la Sua misericordia e si lascia plasmare dal Suo amore.
Bestemmia il nome dell’Altissimo chi fa della presunta fedeltà al divino la giustificazione della violenza e del sopruso esercitati sugli altri. Giustizia, misericordia e fedeltà sono insomma le tre idee chiave su cui si costruisce l’onesta convivenza umana secondo il progetto del Creatore: ogni abuso di queste idee per asservirle agli interessi della propria causa, facendone contraffazione ideologica, è offesa alla signoria di Dio e alla dignità della creatura, fatta a immagine di Lui. Fare chiarezza su questo è compito di tutti i maestri e i testimoni delle fedi religiose autentiche: una loro corale mobilitazione risulta pertanto oggi più che mai necessaria, per isolare e svuotare alla radice ogni risorgente barbarie fondamentalista, che voglia giustificarsi in nome di un Dio ridotto a idolo, asservito ai propri aberranti deliri di onnipotenza.

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Le voci dell'islam contro l'estremismo
Intrecci politici e militari, spesso opachi, hanno consentito ai militanti estremisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (oggi identificati con la sigla Is) di occupare parte della Siria e dell’Iraq con l’obiettivo dichiarato di fondare un Califfato compiendo stragi, soprattutto tra le minoranze non islamiche (cristiani, yazidi e altri) e tra gli stessi musulmani. Tuttavia molte voci nell’islam sunnita si sono levate contro l’Is, anche se non sempre messe in risalto dai media, non solo in Occidente, ma anche in Paesi musulmani più conservatori.
Tra questi spicca il Gran muftì dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdulaziz Al sl-Sheikh, che il 19 agosto ha definito sia l’Is sia al Qaeda «nemici numero uno dell’Islam» e non appartenenti in alcun modo alla fede comune. La corrente wahabita che sostiene il regime saudita condivide alcune posizioni dottrinali dei terroristi, ma respinge i metodi violenti e il pericolo di destabilizzazione che rappresentano. Si ritiene che molti sauditi si siano uniti ai ribelli in Siria e Iraq e non è chiaro quanto la posizione dei religiosi wahabiti possa influenzare le loro scelte.

Anche importanti autorità dei principali Paesi dell’area hanno condannato le stragi, a partire dal Gran muftì di al-Azhar, Egitto, Shawqi Allam, che ha denunciato l’Is come una minaccia per l’islam. Il responsabile degli Affari religiosi in Turchia, Mehmet Görmez, ha affermato che: «La dichiarazione fatta contro i cristiani è veramente terribile. Gli studiosi islamici hanno bisogno di concentrarsi su questo perché l’incapacità di sostenere pacificamente altre fedi e culture annuncia il collasso di una civiltà».

Sul piano ufficiale, sia l’Organizzazione per la cooperazione islamica, che riunisce 57 Paesi, sia la Lega araba, si sono espresse contro i crimini commessi nelle scorse settimane in Iraq, parlando esplicitamente in difesa delle minoranze cristiane e degli yazidi. E inoltre non sono mancate le condanne da parte delle autorità delle comunità islamiche negli Usa, in Gran Bretagna e Francia, specialmente dopo l’assassinio del giornalista James Foley.

Chiara ed esplicita è la posizione dei musulmani in Italia. A fronte di una quarantina di mujaheddin di provenienza italiana partiti per la jihad in Siria e Iraq, persone di cui ha ampiamente parlato la stampa in questi giorni, in un appello del 12 agosto contro le guerre, l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia che raggruppano 1,2 milioni di fedeli, ricorda che «il rispetto e la protezione della Gente del Libro (i cristiani e gli ebrei) e, in generale di tutte le popolazioni che vivono in un Paese o territorio governato dai musulmani è un dovere ineludibile di qualunque potere che si richiami all’Islam». L’Ucoii aggiunge che quando una forza che affigge insegne islamiche viola tutte le regole morali del conflitto, non può essere giustificata o sostenuta da alcuna referenza religiosa.

Davide Piccardo, responsabile del Coordinamento associazioni islamiche di Milano (Caim) conferma a Popoli.info la posizione dei musulmani nel nostro Paese: «Quanto sta accedendo in queste settimane in Siria e in Iraq, per effetto dell’avanzata dell’Isis, sono aberrazioni. In questo frangente noi siamo non solo con i cristiani iracheni e siriani, ma con tutte le minoranze religiose vittime della violenza».

I musulmani italiani ricordano che anche 16 ulema sunniti di confraternite sufi di Mosul sono rimasti vittime dei fanatici dell’Is così come gli imam di alcune grandi moschee, mentre altri musulmani, tra cui i peshmerga curdi, fanno fronte all’avanzata degli estremisti. 
Francesco Pistocchini
Popoli
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