martedì 2 settembre 2014

Né ineguaglianza né subordinazione




Lo stile dialogico del concilio Vaticano II. 

Insegnamenti che trasformarono la Chiesa. Gli insegnamenti del concilio Vaticano II hanno trasformato le relazioni, anzitutto all’interno delle diverse componenti della Chiesa. È quanto sostiene il teologo canadese Gilles Routhier, docente all’Università Laval di Québec, nell’articolo «Come ad amici» pubblicato sul numero di luglio-agosto della «Rivista del clero italiano» e del quale riportiamo uno stralcio.
(Gilles Routhier) I testi del Vaticano II sono saturi dei termini collaborazione, cooperazione, scambio, ascolto, dialogo. Il verbo collaborare o il sostantivo collaboratio, di cui si trovano venticinque occorrenze negli Atti del Vaticano II, non si ritrovano in nessun altro testo dei venti concili precedenti. 
Quanto a esso, i termini cooperatio, cooperator, cooperor sono usati rispettivamente 55, 29 e 55 volte contro solo 2, 5 e 10 volte negli atti di tutti gli altri concili. Potremmo proseguire così la dimostrazione e sempre verremmo a concludere che in questo il Vaticano II si distingue rispetto ai concili precedenti. Certo, questi termini non sono sempre usati per descrivere le relazioni dei fedeli del Cristo tra loro, ma lo sono frequentemente nel quadro degli insegnamenti del concilio in questo ambito. Così, i sacerdoti sono presentati come i cooperatori dei vescovi (il termine è utilizzato in due riprese in Lumen gentium 28, prima di essere ripreso nei decreti Christus Dominus e Presbyterorum ordinis). Dove in precedenza si trovavano rapporti d’ineguaglianza e di subordinazione, più di frequente si trovano nei testi del Vaticano II rapporti più orizzontali. Si ritroverebbe lo stesso vocabolario quando è in gioco la trattazione dei rapporti tra i laici e i sacerdoti o tra i religiosi e gli altri membri della Chiesa.
Inoltre, uno studio più approfondito mostrerebbe che questi termini formano un campo semantico e che la presenza dell’uno richiama la presenza degli altri. Per esempio il n. 7 di Presbyterorum ordinis, che presenta le relazioni tra i vescovi e i sacerdoti e dove ritroviamo il termine cooperazione, fa parimenti appello ai termini consigliare, consiglio, ascolto, consultazione, dialogo. Inoltre, e ciò è ricorrente, si pone l’accento su quello che le persone messe in relazione hanno in comune: «Tutti i presbiteri, in unione con i vescovi, partecipano del medesimo e unico sacerdozio e ministero di Cristo», la «comune partecipazione nel medesimo sacerdozio e ministero» e l’unità di consacrazione, cioè il fondamento sacramentale di quel rapporto che, di fatto, si afferma esplicitamente nella celebrazione liturgica, mediante la concelebrazione. Alla fine, si ritrova anche l’idea di partecipazione e di comunione.
Per non lasciare l’impressione che questa prospettiva relazionale tocchi solo i rapporti tra i sacerdoti e i vescovi, dirò qualche parola sui rapporti tra sacerdoti e laici i quali sono anch’essi intesi a partire dalle nozioni di dialogo, di scambio. Alla sezione II del capitolo II di Presbyterorum ordinis, dedicata alle relazioni dei sacerdoti con gli altri, dopo aver trattato le relazioni tra i vescovi e i sacerdoti (n. 7) e l’unione fraterna e la cooperazione tra i sacerdoti (n. 8), si affronta infine la questione dei rapporti tra i sacerdoti e i laici (n. 9). Cito copiosamente questo numero 9: «I sacerdoti del Nuovo Testamento, anche se in virtù del sacramento dell’ordine svolgono la funzione eccelsa e insopprimibile di padre e di maestro nel popolo di Dio e per il popolo di Dio, sono tuttavia discepoli del Signore, come gli altri fedeli, chiamati alla partecipazione del suo regno per la grazia di Dio (cfr. 1 Tessalonicesi, 2, 12; coll. 1, 13). In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del battesimo, i presbiteri sono fratelli (cfr. Matteo, 23, 8) membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti (cfr. Efesini, 4, 7 e 16). Perciò i presbiteri nello svolgimento della propria funzione di presiedere la comunità devono agire in modo tale che, non mirando ai propri interessi ma solo al servizio di Gesù Cristo (cfr. Filippesi, 2, 21) uniscano i loro sforzi a quelli dei fedeli laici, comportandosi in mezzo a loro come il Maestro il quale fra gli uomini “non venne ad essere servito, ma a servire e a dar la propria vita per la redenzione della moltitudine” (Matteo, 20, 28). I presbiteri devono riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa. Abbiano inoltre il massimo rispetto per la giusta libertà che spetta a tutti nella città terrestre. Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, tenendo conto con interesse fraterno delle loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter assieme riconoscere i segni dei tempi. Provando gli spiriti per sapere se sono da Dio (cfr. 1 Giovanni, 4, 1), essi devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono riconoscerli con gioia e fomentarli con diligenza [...]. Allo stesso modo, non esitino ad affidare ai laici degli incarichi al servizio della Chiesa, lasciando loro libertà d’azione e un conveniente margine di autonomia, anzi invitandoli opportunamente a intraprendere con piena libertà anche delle iniziative per proprio conto (cfr. Lumen gentium, 37) [...]. I fedeli, dal canto loro, abbiano coscienza del debito che hanno nei confronti dei presbiteri, e li trattino perciò con amore filiale, come loro pastori e padri; condividendo le loro preoccupazioni, si sforzino, per quanto è possibile, di essere loro di aiuto con la preghiera e con l’azione, in modo che essi possano superare più agevolmente le eventuali difficoltà e assolvere con maggiore efficacia i propri compiti (cfr. Lumen gentium, 37)».
Come vediamo, il decreto insiste qui anche sulla condizione comune e condivisa dagli uni e dagli altri: i sacerdoti sono collocati «nel» po-polo di Dio, «con tutti i cristiani», «fra tutti i battezzati» e «membri dell’unico Corpo di Cristo». Sono «discepoli del Signore», «fratelli tra i loro fratelli», partecipi degli stessi beni del Regno e «pronti a unire i loro sforzi a quelli dei laici cristiani». Certo, vi è distinzione di ministero, di funzione e di carisma, poiché essi sono «padri e dottori» e «a capo della comunità». Tuttavia, la relazione fraterna che troviamo ai numeri 7 e 89, è sempre quella maggiormente valorizzata qui, dato che il concilio riprende a questo capitolo il linguaggio del Nuovo Testamento.
Potrei, ripercorrendo l’insieme dei testi del Vaticano II, dare una dimostrazione più esaustiva di questo ricorso alle Scritture con la valorizzazione del rapporto di fraternità nell’insegnamento del Vaticano II. Si tratta in tal caso, come ben comprendiamo, di ben altro che una febbre egualitaria e una proposta di tipo ideologico, piuttosto qui ci si immerge in ciò che è tipicamente cristiano e questa relazione tipica con gli altri è innanzitutto di natura spirituale. Il vocabolario impiegato dal Vaticano II per descrivere le relazioni tra i membri della Chiesa cattolica è più egualitario e meno verticale. Certo, non si cancella il carattere gerarchico della Chiesa, ma la relazione gerarchica è fortemente temperata da un vocabolario più orizzontale, senza contare che non si presenta mai la Chiesa come una monarchia, ma come un popolo inserito nella «famiglia umana», altro esempio della predilezione del concilio per un vocabolario più orizzontale.
A mio parere, il Vaticano II converte o cristianizza la virtù naturale di obbedienza. Quest’ultima, trattata nel n. 7 di Presbyterorum ordinis in quattro paragrafi, trova un quadro appropriato. Nei primi due paragrafi viene ricordato il dovere del vescovo di prendere consiglio, di ascoltare, di consultare e di scambiare pareri con i sacerdoti della sua diocesi, poi il testo richiama il dovere corrispondente dei sacerdoti di rispettare e di obbedire al loro vescovo. L’obbedienza non viene dunque mai da sola o non è mai presentata in modo assoluto, ma è considerata nel contesto di una mutualità e di una reciprocità di rapporti tra fratelli, fondata sulla partecipazione a un unico sacramento. E, come ricorda il testo, «pervasa dallo spirito di cooperazione» e rispettosa delle funzioni che spettano a ognuno. Siamo dunque davanti a un rapporto di interdipendenza più che dentro un sistema di assoluta dipendenza gerarchica.
Oggi potremmo chiederci come questo fermento evangelico e conciliare vivifichi ancora il corpo ecclesiale e determini i rapporti fra i cristiani nella Chiesa e a quale conversione siamo ancora chiamati dall’insegnamento del Vaticano II sullo scambio, il dialogo, la consultazione, la cooperazione e la collaborazione tra cristiani.
L'Osservatore Romano