La Stampa, 5 settembre 2014
di ENZO BIANCHI
Serve davvero un’ONU delle religioni? Magari affiancata da una Carta delle Religioni unite? I termini con cui viene riassunta la proposta di Shimon Peres a papa Francesco sono di sicuro effetto mediatico, ma siamo convinti di sapere esattamente di cosa si sta parlando? Siamo concordi nell’interpretazione da dare a queste parole e a questa proposta? Nessuno mette in dubbio la sincera intenzione di pace che anima l’iniziativa assunta dall’ex-presidente israeliano, ma non possiamo esimerci dall’interrogarci sulle motivazioni che ne dà e sulle letture che ne possono derivare.
Se infatti il motivo principale – come sembra di capire dalle parole con cui è presentata la proposta di Peres – è il fallimento dell’ONU, della sua Carta fondatrice e, implicitamente, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non si vede come una nuova struttura, a composizione religiosa e non statuale, e una nuova dichiarazione di principi, confessionali e non di etica universale, possano riuscire là dove riteniamo abbiamo fallito le migliori risorse che l’umanità ha saputo investire all’indomani della seconda guerra mondiale. Forse che le affermazioni etiche della Carta delle Nazioni unite o i diritti fondamentali di ogni essere umano sanciti nel 1948 sono ritenuti non più validi? O non è piuttosto in discussione l’incapacità a metterli in pratica e la mancanza di volontà nel farli rispettare? E se mancano risorse e strumenti coercitivi per imporre tali valori e per fermare chi li conculca, crediamo davvero che un appello in cui il linguaggio religioso sostituisce quello diplomatico possa avere successo? Inoltre, in base a cosa riteniamo che chi non aderisce a nessuna religione sia privo di istanze etiche?
Ma vi è una lettura più immediata di questa iniziativa, ed è quella che stuzzica subito l’enfasi da parte dei media: un ipotetico nuovo organismo mondiale potrebbe stabilire una sorta di minimo comune denominatore delle fedi, di ciò che è permesso e che è proibito in ambito etico secondo i dettami delle diverse credenze religiose. Ora, in questa ottica, non si può evitare l’impressione di un appiattimento sincretista, di uno sfumare della rivelazione in una nebulosa in cui tutte le verità si equivalgono e ogni professione di fede è vittima dell’“indifferenza”. Certo è più facile addossare a un’entità interreligiosa oggi inesistente – e difficilmente realizzabile – le responsabilità cui il consesso delle nazioni non ha saputo far fronte degnamente, che non richiamare ai loro doveri etici e civili le nazioni e i loro governanti, la politica e l’etica pubblica. Forse che oggi chi ha le leve del potere politico ed economico ignora ciò che è bene e ciò che è male per l’umanità? Sta davvero aspettando ansioso che le religioni del mondo gli diano suggerimenti in proposito? O non è vero piuttosto che trascura consapevolmente questa chiara distinzione in base ai propri interessi?
La prospettiva cambierebbe se l’iniziativa mirasse a trovare modalità e spazi per garantire continuità e regolarità al confronto tra le religioni su tematiche etiche, se i responsabili delle diverse confessioni di fede potessero dialogare tra loro e aiutarsi reciprocamente nel trasmettere ai loro fedeli e nel testimoniare agli appartenenti alle altre fedi i principi fondamentali del proprio credo, se avessero un ambito autorevole e condiviso in cui manifestare le proprie convinzioni e trovare stimolo, conforto e arricchimento nel conoscere in profondità le convinzioni dell’altro. Si tratterebbe allora di uno spazio in cui avverrebbe nella franchezza e nel rispetto il riconoscimento della dignità umana ed etica del credente appartenente a un’altra religione così come della persona che non ritiene di fare riferimento a un ambito di fede per normare la propria vita e il proprio relazionarsi con il mondo. Come pure cambierebbe la prospettiva se prendessimo maggiormente sul serio la dimensione della preghiera come componente della storia, i cui effetti nella vita dei popoli e delle persone non si misurano mai nell’immediato. Come ha sottolineato papa Francesco dopo l’incontro di preghiera per la pace in Medioriente, si tratta di “aprire una porta” e di non lasciare più che si chiuda: una porta aperta anche grazie ai nostri sforzi, ma una porta che tale rimane solo grazie a Colui che è più grande e che, in risposta alla nostra preghiera, converte il cuore umano e lo dilata alla dimensione del suo amore misericordioso e compassionevole.
Non abbiamo di un’ONU delle religioni, bensì di reimparare l’arte dell’ascolto, del rispetto dell’altro, del dialogo cordiale, del riconoscimento della qualità umana e spirituale sia di chi incontriamo nelle nostre esistenze sia di chi vorremmo evitare di incontrare per non essere richiamati alle nostre responsabilità personali e collettive.
Pubblicato su: La Stampa
*
Intervista al patriarca latino di Gerusalemme
Twal: «Per la pace in Medio Oriente ascoltare la voce delle Chiese»
Dopo l’accordo per il cessate il fuoco si pensa ora alla ricostruzione di Gaza. Per chi rimane nella Striscia quale possibilità di cambiamento vede in prospettiva?
In questi giorni il vescovo ausiliare e l’amministratore del patriarcato di Gerusalemme hanno ottenuto il premesso di visitare Gaza. La tregua va bene, ma è un risultato raggiunto dopo la morte di oltre duemila palestinesi e una distruzione quasi totale. Non è la prima volta che la popolazione della Striscia paga simili conflitti. Ora abbiamo davanti una nuova costosa ricostruzione in termini di denaro, in termini umani. Ma io mi chiedo: distruggere Gaza, distruggere tutto un popolo e poi pensare di ricostruirlo… perché si è dovuto arrivare a questo? Chi curerà le ferite interiori? Chi quelle di tanti bambini che hanno visto l’orrore e la morte dei loro familiari? Io dico che se le condizioni sono e restano le stesse di prima della guerra, se queste condizioni non cambiano, noi continueremo ad avere gente disperata, prostata, frustrata. Continueremo ad allevare odio ed estremisti. E pagheremo tutti il risultato di questa politica.
Come si può arrivare ad un giusto accordo e a una pacificazione?
Per arrivare a un punto d’accordo giusto e a una giusta pace nella Striscia di Gaza occorre che ciascuna delle parti si metta un po’ al posto dell’altro. Tocca soprattutto ai grandi, ai politici, ai dirigenti avere un briciolo di logica e ad agire e lavorare realmente a favore di una pacificazione costruttiva. Anche la comunità internazionale da fuori deve avere questo sguardo e avere il coraggio di dire la verità, seppure non piace a tutti. Il fatto cioè che tutti abbiamo la stessa dignità, tutti abbiamo gli stessi diritti e doveri. C’è una legge chiave della politica internazionale che si chiama 'reciprocità'. Bisogna che si applichi questo principio.
Fouad Twal
La Chiesa in Terra Santa può favorire questa prospettiva?
Credo che tutte le Chiese cristiane che da secoli sono qui abbiano elementi in più per aiutare ad avere una visione completa. Possono aiutare ad avere quel giudizio equilibrato e quello sguardo orientato al bene di tutti, che le parti coinvolte nel conflitto faticano ad avere. La presenza delle Chiese cristiane è una presenza che è lontana dal fanatismo politico o religioso che si vedono nell’una o nell’altra parte.
Il parroco di Gaza è stato ricevuto e incoraggiato dal Papa.
Il fatto che il parroco sia rimasto lì durante il conflitto ha quindi un significato non solo per la Chiesa in Terra Santa?
Noi rimaniamo accanto alla nostra gente, siamo dentro alla realtà, qualsiasi essa sia. Stiamo dentro alle sofferenze della gente e le nostre chiese sono sempre aperte a tutti. Questo mostra chiaramente chi siamo, qual è la nostra autentica identità. A Gaza come in Siria, come in Giordania, come anche in Iraq.
La Comunità internazionale dovrebbe quindi, secondo lei, ascoltare anche la voce delle Chiese del Medio Oriente?
Consultare il parere dei pastori delle Chiese che stanno, che vivono sul posto potrebbe contribuire a prendere giuste decisioni, potrebbe evitare tanti passi sbagliati. Non ascoltare la voce dei patriarchi delle Chiese ha portato a tanti sbagli. Purtroppo la politica che si persegue nell’area è una politica di interessi. Una politica che elude il grido dei pastori. La nostra presenza o la nostra non presenza qui, per la comunità internazionale, dice poco.
Può fare un esempio di questa politica?
Basta pensare a Gheddafi. Per quarant’anni è stato trattato come amico. Dopo quarant’anni hanno scoperto che era cattivo. Ma c’erano altri che erano anche peggio di Gheddafi e non sono stati toccati. Si cambiano i regimi e si distruggono Paesi solo per favorire certi interessi.
Ma cosa deve fare l’Occidente per difendervi e difendersi dagli estremisti?
Intanto l’Occidente dovrebbe intervenire in modo logico, non intervenire solo quando i suoi interessi sono minacciati. In uno dei discorsi pronunciati in Giordania, rivolgendosi ai popoli della Siria il Santo Padre definiva 'criminali' quelli che vendono armi.
Nell’omelia che lei di recente ha tenuto a Siracusa ha affermato che «l’Isis inizialmente è stato supportato dalla comunità internazionale». Può spiegare questa affermazione?
Io ritorno alla Siria, perché tutto è cominciato da lì. Per
abbattere il regime di Assad la comunità internazionale aveva supportato questi gruppi estremisti. La comunità internazionale e l’America ci hanno poi 'regalato' tutti gli estremisti, tutti questi pazzi dell’Europa che hanno trovato rifugio in Siria per combattere contro un regime che non piaceva all’America, non piaceva a Israele e alla comunità internazionale. Il regime sta ancora in buona salute e i morti aumentano di numero. È una politica cieca.
Si è considerato però anche il silenzio di molti leader del mondo arabo sia per quanto avvenuto a Gaza sia rispetto al conflitto per il potere jhaidista in Iraq...
Non sono mancati articoli di intellettuali islamici, di singoli musulmani che hanno espresso la loro contrarietà di fronte agli attacchi, alle violenze e all’ideologia degli jhaidisti. Ma da parte di molti governi dei Paesi arabi è mancata e manca totalmente una chiara e netta dichiarazione e posizione. Non c’è. Anche questi governi hanno evidentemente i loro interessi da proteggere.
Il problema del fondamentalismo comunque resta. A suo parere come si può combattere?
La nostra domanda è: chi è dietro, chi alimenta il fanatismo?
Ma chi esalta in nome di Dio la violenza può essere neutralizzato solo da una buona e sana educazione. Se questa educazione non c’è si pagano i risultati. Il punto è questo. Tutto dipende da cosa s’insegna ai nostri bambini. Una cattiva educazione predispone al fanatismo, una buona educazione prepara le basi per un dialogo vero che tutti vogliamo. Il fanatismo, il fondamentalismo si trovano in diverse parti, non è una caratteristica solo degli islamisti, di fanatici rappresentanti dell’Islam. Ci sono anche da parte israeliana.
Lei si riferisce a quei gruppi di coloni che in Israele si firmano 'price tag' e compiono attacchi contro cristiani e musulmani?
Ho sofferto molto lo scorso anno per gli attacchi e le scritte ingiuriose e offensive contro di noi, da parte di questi gruppi, apparse sui muri delle nostre chiese. Le autorità hanno deprecato e denunciato simili atti. Ma non serve deprecare se poi non si porta in giudizio chi commette questo e non si mette il problema anche in seno all’educazione. E mi chiedo allora se sia appropriata l’opera di educazione e prevenzione da parte delle istituzioni israeliane per contenere tali fenomeni. Ho ricevuto diverse telefonate da alcuni professori universitari che hanno condannato totalmente tali atti e sinceramente mi chiedevano: «Che cosa si può fare?» Ho risposto: «Voi siete a contatto con tanti giovani, tanti studenti, per favore insegnate loro che cosa significa il rispetto degli altri, la democrazia, la libertà». Sono cose che ogni nazione equilibrata può e deve condannare e non permetterne lo sviluppo attraverso l’educazione.
E cosa pensa riguardo alla proposta di arruolamento dei cristiani arabi nelle esercito d’Israele?
A livello individuale ognuno è libero di agire come crede. Ma penso che questa chiamata persegue il fine di dividere la comunità araba nel suo interno, di lacerare la comunità composta da musulmani e cristiani che da sempre coabitano, per affermare che i cristiani non sono arabi. I cristiani di qui, come lo sono anch’io, sono al cento per cento cristiani e al cento per cento sono arabi. Nessuno può cambiare questo e fare carte false. Nessuno può far credere altro. Se qualcuno ha accettato questa proposta se ne assumerà la responsabilità. Si trovano purtroppo sempre alcuni deboli che sotto pressione o sotto promessa di denaro possono fare questo.
Recentemente lei ha potuto incontrare i profughi iracheni in Giordania. Che cosa ha potuto vedere e ascoltare?
Ho visitato il centro aperto dalla Caritas di Giordania per i profughi di Mosul. Ho visto una situazione molto drammatica. Tanti non hanno voluto parlare per il dolore, per lo strazio di aver lasciato in Iraq figli o figlie. Non sappiamo al momento quale può essere il loro futuro. Se resteranno lì o no. Indietro non vogliono tornare perché non è rimasto più niente. Noi come patriarcato ci siamo impegnati a dare loro aiuto materiale e morale. Faccio appello di solidarietà anche alle comunità internazionali e alle diocesi italiane per aiutare queste anime.
Avvenire