Relazione di mons. Bruno Forte, segretario speciale alla prossima assemblea sinodale
“Occorre discernere attentamente le vie pastorali adatte a meglio proporre la bellezza e l’importanza della famiglia e quelle più consone a manifestare la misericordia di Dio alle famiglie in difficoltà, a quelle in crisi, ai separati, ai divorziati, risposati e non. A tal fine il vescovo e l’azione catechetica di tutto il popolo di Dio dovranno anzitutto testimoniare il valore irrinunciabile della dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, fondata sull’analogia fra il vincolo nuziale e quello indissolubile di Cristo con la Chiesa”.
Introduzione: “Famiglia diventa ciò che sei!”
Nella Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes[1], fra le sfide cui si chiede di dedicare maggiore attenzione e impegno al primo posto è indicata la famiglia, quale fondamento del vivere insieme degli esseri umani: “La famiglia, nella quale le diverse generazioni s’incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società” (GS 47). Quest’attenzione è stata in particolar modo viva nel magistero di Giovanni Paolo II, che ha scelto “la famiglia cristiana” come tema della V Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi (26 Settembre - 25 Ottobre 1980) e vi ha dedicato l’Esortazione Apostolica ad esso seguita Familiaris consortio[2]. In essa si afferma: “L’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia!... Spetta ai cristiani il compito di annunciare con gioia e convinzione la buona novella sulla famiglia, la quale ha un assoluto bisogno di ascoltare sempre di nuovo e di comprendere sempre più a fondo le parole autentiche che le rivelano la sua identità, le sue risorse interiori, l’importanza della sua missione nella città degli uomini e in quella di Dio” (FC 86).
Le ragioni di questa importanza dell’istituto familiare sono riconoscibili nella sua natura e missione, sulla base del disegno divino sull’umanità: “Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non solo la sua identità, ciò che essa è, ma anche la sua missione, ciò che essa può e deve fare. I compiti, che la famiglia è chiamata da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l’appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, diventa ciò che sei!” (FC 17). In questa luce si comprende perché la famiglia debba essere al centro dell’agire pastorale della Chiesa, e dunque dei progetti e delle iniziative di ogni Chiesa locale e di ogni vescovo, posto dal Signore alla guida del suo popolo. Le riflessioni che seguono, dedicate all’azione pastorale dei vescovi in rapporto alla famiglia, toccheranno anzitutto le sfide attuali che la riguardano, per richiamare poi il “Vangelo della famiglia” che deve essere annunciato, in modo speciale da parte del vescovo, e considerare successivamente la pastorale familiare in generale, quella delle situazioni difficili o irregolari e le questioni pastoralmente rilevanti relative alla validità e nullità del vincolo matrimoniale e all’apertura alla vita.
1. Crisi dell’istituto familiare?
Scrive Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium[3]: “La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende a essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia” (n. 66). Non mancano, naturalmente, aspetti positivi nella situazione attuale dell’istituto familiare, mescolati e talvolta perfino oscurati da aspetti negativi[4]. Gli uni e gli altri sono così presentati nella Familiaris consortio: “Da una parte, vi è una coscienza più viva della libertà personale, e una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni interpersonali nel matrimonio, alla promozione della dignità della donna, alla procreazione responsabile, all’educazione dei figli; vi è inoltre la coscienza della necessità che si sviluppino relazioni tra le famiglie per un reciproco aiuto spirituale e materiale, la riscoperta della missione ecclesiale propria della famiglia e della sua responsabilità per la costruzione di una società più giusta. Dall’altra parte, non mancano segni di preoccupante degradazione di alcuni valori fondamentali: una errata concezione teorica e pratica dell’indipendenza dei coniugi fra di loro; le gravi ambiguità circa il rapporto di autorità fra genitori e figli; le difficoltà concrete, che la famiglia spesso sperimenta nella trasmissione dei valori; il numero crescente dei divorzi; la piaga dell’aborto; il ricorso sempre più frequente alla sterilizzazione; l’instaurarsi di una vera e propria mentalità contraccettiva. Alla radice di questi fenomeni negativi sta spesso una corruzione dell’idea e dell’esperienza della libertà, concepita non come la capacità di realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, ma come autonoma forza di affermazione, non di rado contro gli altri, per il proprio egoistico benessere” (FC 6). Vanno inoltre considerati i condizionamenti che nei vari contesti gravano sulla realtà familiare: “Merita la nostra attenzione il fatto che, nei Paesi del così detto Terzo Mondo, vengono spesso a mancare alle famiglie sia i fondamentali mezzi per la sopravvivenza, quali sono il cibo, il lavoro, l’abitazione, le medicine, sia le più elementari libertà. Nei Paesi più ricchi, invece, l’eccessivo benessere e la mentalità consumistica, paradossalmente unita a una certa angoscia e incertezza per il futuro, tolgono agli sposi la generosità e il coraggio di suscitare nuove vite umane: così la vita è spesso percepita non come una benedizione, ma come un pericolo da cui difendersi” (ib.).
A sua volta l’Instrumentum Laboris della prossima Assemblea Sinodale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal titolo Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione[5], constatando l’attuale situazione di crisi dell’istituto familiare in molti contesti, individua come aspetti più rilevanti di questa crisi quelli connessi alle profonde trasformazioni culturali avvenute un po’ dovunque negli ultimi decenni, con l’abbandono di convinzioni ampiamente condivise in passato, quali quella di una “legge naturale”, fondamento dell’ordinata convivenza umana e delle sue forme, in particolare della famiglia, con una “relativizzazione del concetto di natura, che si riflette anche sul concetto di durata stabile in rapporto all’unione sponsale” (SPF 24), con la crescita rilevante del numero “di casi di famiglie allargate, soprattutto per la presenza di figli avuti da diversi partners” (SPF 28), con la sempre più diffusa “autoreferenzialità della gestione dei propri desideri ed aspirazioni” (SPF 29) e la conseguente “privatizzazione” della realtà familiare (cf. SPF 33). Non di meno, l’Instrumentum Laboris rileva il datoinnegabile che “anche di fronte a situazioni assai difficili, molte persone, soprattutto giovani, percepiscono il valore del legame stabile e duraturo, un vero e proprio desiderio di matrimonio e famiglia, in cui realizzare un amore fedele e indissolubile, che offra serenità per la crescita umana e spirituale” (SPF 45). Il desiderio di famiglia è “un vero segno dei tempi, che domanda di essere colto come occasione pastorale” (ib.). Di fronte a questa situazione si avverte in maniera unanime e universale nella Chiesa l’urgenza di “proporre una visione aperta della famiglia, sorgente di capitale sociale, vale a dire, di virtù essenziali per la vita comune” (SPF 33), che ne sottolinei “l’importanza per uno sviluppo integrale”, mostrando come essa risulti “fondamentale per la maturazione di quei processi affettivi e cognitivi che sono decisivi per la strutturazione della persona”, e al tempo stesso “sorgente da cui attingere la consapevolezza di essere figli di Dio, chiamati per vocazione all’amore” (SPF 43).
2. Il Vangelo della famiglia
Alla luce delle sfide e degli aspetti positivi riguardanti la famiglia oggi, occorre che la Chiesa riproponga con convinzione quello che può esser detto il “Vangelo della famiglia”, fondato sul disegno del Creatore e sulla parola e l’azione del Figlio incarnato. L’Instrumentum Laboris della prossima Assemblea Sinodale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi nella Premessa afferma: “L’annuncio del Vangelo della famiglia è parte integrante della missione della Chiesa, poiché la rivelazione di Dio illumina la realtà del rapporto tra l’uomo e la donna, del loro amore e della fecondità della loro relazione… La famiglia è una risorsa inesauribile e una fonte di vita per la pastorale della Chiesa, di cui è compito primario l’annuncio della bellezza della vocazione all’amore, grande potenziale anche per la società”. Questa buona notizia abbraccia quattro aspetti, che vanno tenuti presenti e proposti nella loro unità: la famiglia come scuola di umanità, di socialità, di vita ecclesiale e di santificazione.
La famiglia è anzitutto scuola di umanità, scuola di amore nella vita e nella crescita della persona (cf. GS 52: famiglia “scuola di umanità”). Questo avviene anzitutto nella relazione che il matrimonio richiede e stabilisce fra i coniugi: “Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, l’amore (coniugale) abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale. Il Signore si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e carità” (GS 49). La Familiaris consortio ha posto giustamente al centro e a fondamento della realtà familiare il vincolo dell’amore: “L’amore è la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano… L’istituzione matrimoniale non è una indebita ingerenza della società o dell’autorità, né l’imposizione estrinseca di una forma, ma esigenza interiore del patto d’amore coniugale che pubblicamente si afferma come unico ed esclusivo perché sia vissuta così la piena fedeltà al disegno di Dio Creatore” (FC 11). Perciò, riconoscere il valore di questo amore unitivo ed evangelizzarne continuamente la necessità e la bellezza è compito ineludibile dei credenti: “Testimoniare l’inestimabile valore dell’indissolubilità e della fedeltà matrimoniale è uno dei doveri più preziosi e più urgenti delle coppie cristiane del nostro tempo” (FC 20). “Tutti i membri della famiglia, ognuno secondo il proprio dono, hanno la grazia e la responsabilità di costruire, giorno per giorno, la comunione delle persone, facendo della famiglia una «scuola di umanità più completa e più ricca» (Gaudium et Spes, 52): è quanto avviene con la cura e l’amore verso i piccoli, gli ammalati e gli anziani; col servizio reciproco di tutti i giorni; con la condivisione dei beni, delle gioie e delle sofferenze” (FC 21).
All’amore che nasce dall’alto ed è alla base di ogni vero amore, in particolare di quello familiare, Benedetto XVI ha consacrato la sua Enciclica Deus caritas est (25 Dicembre 2005). Nella distinzione che l’Enciclica fa fra “eros” e “agape”, fra amore passionale e amore oblativo, si avverte l’eco del dibattito novecentesco avviato dalle ricerche di Anders Nygren (autore dell’opera classica Eros e agape). In questo quadro, il Papa afferma che l’amore cristiano “non è rifiuto dell’eros, non è il suo avvelenamento, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza” (n. 5). E questo avviene mediante un amore più grande, che ci è donato dall’alto: l’esperienza del Dio Amore rende possibile il dono di sé all’altro e agli altri. “Sì, amore è ‘estasi’, estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio” (n. 6). È l’amore di chi sa di dover dare la vita: “L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona” (n. 34). Un programma, questo, ineludibile per ogni vita familiare che voglia essere autentica e umanizzante, e che si lasci plasmare dal modello dell’amore eterno: “Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (n. 11).
Nell’Enciclica Lumen Fidei (29 Giugno 2013) Papa Francesco si sofferma anche sul tema della famiglia, e lo fa alla luce del primato della fede: “Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne (cfr Gen2,24) e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore. Fondati su quest’amore, uomo e donna possono promettersi l’amore mutuo con un gesto che coinvolge tutta la vita e che ricorda tanti tratti della fede. Promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l’intero futuro alla persona amata. La fede poi aiuta a cogliere in tutta la sua profondità e ricchezza la generazione dei figli, perché fa riconoscere in essa l’amore creatore che ci dona e ci affida il mistero di una nuova persona” (n. 52). Sulla via dell’amore, illuminato e nutrito dalla fede, la famiglia può profilarsi dunque come un’autentica scuola di umanità buona, sana e felice secondo il progetto di Dio.
La famiglia è anche scuola di socialità: essa fa crescere la persona nello sviluppo delle sue capacità di socializzazione e nella costruzione della società. Afferma la Familiaris consortio:“La famiglia è la prima e fondamentale scuola di socialità: in quanto comunità di amore, essa trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere. Il dono di sé, che ispira l’amore dei coniugi tra di loro, si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono nella famiglia. E la comunione e la partecipazione quotidianamente vissuta nella casa, nei momenti di gioia e di difficoltà, rappresenta la più concreta ed efficace pedagogia dei figli nel più ampio orizzonte della società” (FC 37). Così, “nel matrimonio e nella famiglia si costituisce un complesso di relazioni interpersonali - nuzialità, paternità-maternità, filiazione, fraternità -, mediante le quali ogni persona umana è introdotta nella famiglia umana e nella famiglia di Dio, che è la Chiesa” (FC 15).
In maniera analoga, la famiglia diventa grembo di vita ecclesiale, che educa a vivere nella comunione della Chiesa: “Il matrimonio e la famiglia cristiani edificano la Chiesa: nella famiglia, infatti, la persona umana non solo viene generata e progressivamente introdotta, mediante l’educazione, nella comunità umana, ma mediante la rigenerazione del battesimo e l’educazione alla fede essa viene introdotta anche nella famiglia di Dio, che è la Chiesa” (FC 15). “In quanto «piccola Chiesa», la famiglia cristiana è chiamata, a somiglianza della «grande Chiesa», ad essere segno di unità per il mondo e ad esercitare in tal modo il suo ruolo profetico testimoniando il Regno e la pace di Cristo, verso cui il mondo intero è in cammino” (FC 48). Il protagonismo attivo e rilevante della famiglia nella vita ecclesiale è così messo in luce: “La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere ed agire, in quanto intima comunità di vita e di amore” (FC 50). D’altra parte, alla famiglia la Chiesa può guardare come ad un modello cui ispirarsi: “Grazie alla carità della famiglia, la Chiesa può e deve assumere una dimensione più domestica, cioè più familiare, adottando uno stile più umano e fraterno di rapporti” (FC 64).
La famiglia è poi anche scuola di santificazione, in cui si esercita e si alimenta il cammino di santità dei coniugi e dei figli: “I coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e assieme rendono gloria a Dio” (GS 48). Il sacramento nuziale è in se stesso fonte della grazia necessaria a realizzare un simile progetto di vita: “Come dal sacramento derivano ai coniugi il dono dell’obbligo di vivere quotidianamente la santificazione ricevuta, così dallo stesso sacramento discendono la grazia e l’impegno morale di trasformare tutta la loro vita in un continuo sacrificio spirituale” (FC 56). La realizzazione di questa chiamata alla santità coniugale e familiare è alimentata dai doni sacramentali del Signore e dalla corrispondenza docile e orante ad essi: “Il sacerdozio battesimale dei fedeli, vissuto nel matrimonio-sacramento, costituisce per i coniugi e per la famiglia il fondamento di una vocazione e di una missione sacerdotale, per la quale le loro esistenze quotidiane si trasformano in «sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (cf. 1Pt 2,5): è quanto avviene, non solo con la celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti e con l’offerta di se stessi alla gloria di Dio, ma anche con la vita di preghiera, con il dialogo orante col Padre per Gesù Cristo nello Spirito Santo” (FC 59).
3. Pastorale familiare e delle situazioni difficili o irregolari e servizio al Vangelo della vita
Annunciare il Vangelo della famiglia è dunque dovere prioritario di tutta la Chiesa, in particolare dei vescovi, cui spetta in modo proprio e originale il compito di insegnare. Questo servizio profetico va svolto nella concretezza delle situazioni e nella fedeltà dei tempi: “L’azione pastorale della Chiesa deve essere progressiva, anche nel senso che deve seguire la famiglia, accompagnandola passo dopo passo nelle diverse tappe della sua formazione e del suo sviluppo” (FC 65). La Familiaris consortio mette bene in luce questo dovere pastorale dei vescovi: “Il primo responsabile della pastorale familiare nella diocesi è il vescovo. Come Padre e Pastore egli dev’essere particolarmente sollecito di questo settore, senza dubbio prioritario, della pastorale. Ad esso deve consacrare interessamento, sollecitudine, tempo, personale, risorse; soprattutto, però, appoggio personale alle famiglie ed a quanti, nelle diverse strutture diocesane, lo aiutano nella pastorale della famiglia. Avrà particolarmente a cuore il proposito di far sì che la propria diocesi sia sempre più una vera famiglia diocesana, modello e sorgente di speranza per tante famiglie che vi appartengono” (FC 73). Occorre, pertanto, discernere attentamente le vie pastorali adatte a meglio proporre la bellezza e l’importanza della famiglia e quelle più consone a manifestare la misericordia di Dio alle famiglie in difficoltà, a quelle in crisi, ai separati, ai divorziati, risposati e non.
A tal fine il vescovo e l’azione catechetica di tutto il popolo di Dio dovranno anzitutto testimoniare il valore irrinunciabile della dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, fondata sull’analogia fra il vincolo nuziale e quello indissolubile di Cristo con la Chiesa. Nessuna forma di “divorzio” è accettabile alla luce della fede ecclesiale e la meta alta dell’indissolubile fedeltà va sempre incoraggiata e sostenuta. Occorrerà poi verificare e potenziare tutte le modalità con cui sostenere i coniugi nel loro impegno di fedeltà reciproca e di dedizione ai figli. Non di meno sarà necessario riflettere sul modo migliore di accompagnare i separati e i divorziati non risposati in una vita di fede e di carità, che li faccia sentire protagonisti della comunione ecclesiale, oltre a individuare tutte le forme e i linguaggi per annunciare ai divorziati risposati che essi restano figli della Chiesa e oggetto della misericordia di Dio, invitandoli a cammini di fede e di penitenza che li aiutino a sentirsi amati dal Padre. In proposito, la Familiaris consortio afferma:“La Chiesa istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che - già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale - hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza… Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza” (FC 84).
Il significato del carattere eminentemente pastorale che Papa Francesco intende dare alla prossima Assemblea Sinodale sulla famiglia si coglie qui in tutta la sua evidenza: non è in discussione la dottrina della Chiesa, più volte ribadita anche negli ultimi anni dai vari interventi magisteriali. La riflessione richiesta è sulle applicazioni pastorali, sul modo di proporre la dottrina (ad esempio a livello di linguaggio: cf. SPF 30), di accompagnarne la recezione e la pratica, di mostrarne in maniera chiara le potenzialità umanizzanti a fronte di una diffusa non conoscenza o incomprensione (cf. SPF 17-19). L’Evangelii Gaudium sottolinea in proposito come l’agire pastorale della Chiesa nei confronti delle persone in situazioni familiari difficili o irregolari debba riflettere lo sguardo di misericordia con cui il Padre celeste guarda e ama ciascuno dei suoi figli: di conseguenza, verso chi vive realtà che comportano grande sofferenza “la vera urgenza pastorale è quella di permettere a queste persone di curare le ferite, di guarire e di riprendere a camminare insieme a tutta la comunità ecclesiale” (EG 80). Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’idea banalizzante di un eventuale “divorzio cattolico”: la medicina della misericordia non è mai finalizzata a favorire i naufragi, ma sempre e solo a salvare la barca sul mare in tempesta e a dare ai naufraghi l’accoglienza, la cura e il sostegno necessari. Se non si comprende questa fondamentale intenzione, si equivocherà irrimediabilmente anche quanto il Sinodo potrà dire sulla situazione dei separati, dei divorziati, dei divorziati risposati, delle convivenze, delle unioni di fatto, o delle unioni fra persone dello stesso sesso.
La coniugazione di testimonianza alla verità e di esercizio della misericordia dovrà essere, dunque, lo stile proprio dell’azione pastorale della Chiesa, in particolare di quella del Vescovo, “economo della grazia del supremo sacerdozio” (Lumen Gentium 26), “annunciatore del Vangelo e custode della fede nel Popolo di Dio” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodalePastores gregis, sul Vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo speranza del mondo, 31). Un aspetto peculiare di questa sollecitudine pastorale dei vescovi verso le famiglie ferite o divise riguarda la cura dei cammini rivolti ad accertare la validità o la nullità del vincolo matrimoniale. Soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui tante coppie di sposi conoscono il dramma del fallimento del loro progetto d’amore, e non pochi cercano di rifarsi una vita affettiva mediante nuovi vincoli sentimentali e nuove nozze civili, quest’aspetto del ministero episcopale verso la realtà della famiglia assume un significato rilevante. Peraltro, una costatazione onesta rileverà facilmente come non pochi dei matrimoni celebrati in Chiesa possano risultare non validi, in particolare se si tiene conto dell’importanza della fede in ordine alla valida ed efficace ricezione del sacramento, pur senza svalutare naturalmente la presenza della retta intenzione che salva la validità del vincolo nuziale.
Per accertare in maniera efficace e snella l’eventuale nullità del vincolo si fa strada da varie parti l’ipotesi di eliminare l’obbligatorietà per gli effetti della dichiarazione di nullità della doppia sentenza conforme, procedendo al secondo grado solo se c’è appello da una o entrambe le parti entro un tempo definito (esperimento avviato presso la Rota Romana). Il discernimento in materia potrebbe essere affidato al tribunale del vescovo, che dovrebbe operare attraverso ministri a ciò da lui deputati. Si potrebbe ipotizzare, pertanto, una via di carattere amministrativo, tale da prevedere un itinerario di conoscenza, discernimento e approfondimento, che nel caso di assenza delle condizioni per la validità potrebbe culminare nella dichiarazione formale della nullità da parte del vescovo diocesano, attraverso strumenti e passi adeguati alla necessaria oggettività del pronunciamento. Il vescovo dovrebbe avere a cuore in questi casi di proporre comunque un cammino di conversione alla persone interessate. Inoltre, anche se non conciliabile con la dottrina cattolica dell’indissolubilità del matrimonio, la via seguita dalle Chiese ortodosse di ammettere a seconde e terze nozze dopo un cammino penitenziale, stante la validità del vincolo precedentemente contratto, potrebbe stimolare l’approfondimento della possibilità di estendere il ricorso al “privilegio paolino” (cann. 1143-1147: in favore della fede del coniuge battezzato) e al “privilegio petrino” (can. 1142: scioglimento “per grazia” del matrimonio rato e non consumato). Questi casi potrebbero essere risolti in via amministrativa attraverso la concessione “per grazia” dello scioglimento del vincolo, che il Santo Padre potrebbe delegare ai vescovi diocesani. Su tutte queste ipotesi potranno riflettere i Padri del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia, al fine di fornire al Papa elementi opportuni per una sua decisione in materia, vincolante per tutta la Chiesa.
Infine, deve essere considerato compito peculiare del vescovo quello di annunciare in ogni forma, a tempo e fuori tempo, il Vangelo della vita, invitando i coniugi a coltivare con fede e amore l’apertura ad essa. Afferma in proposito la Gaudium et Spes: “Un amore coniugale vero e ben compreso e tutta la struttura familiare che ne nasce tendono, senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a rendere i coniugi disponibili a cooperare coraggiosamente con l’amore del Creatore e del Salvatore che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia” (GS 50). Alla riflessione sull’apertura alla vita dei coniugi e sull’educazione alla fede dei figli il Magistero della Chiesa ha dedicato non poca attenzione: i valori proposti, ad esempio, dall’Humanae vitaedi Paolo VI (25 Luglio 1968) vanno continuamente ripresi, anche serichiedono una presentazione il più possibile comprensibile e persuasiva per le donne e gli uomini d’oggi. A sua volta, la sfida dell’educazione e della trasmissione della fede alle nuove generazioni va approfondita per incanalarvi le migliori energie, individuare le migliori esperienze e proporle all’azione pastorale di tuttala Chiesa nella varietà dei contesti in cui essa è chiamata ad annunciare il Vangelo. In proposito, afferma la Familiaris consortio: “Proprio perché l’amore dei coniugi è una singolare partecipazione al mistero della vita e dell’amore di Dio stesso, la Chiesa sa di aver ricevuto la missione speciale di custodire e di proteggere l’altissima dignità del matrimonio e la gravissima responsabilità della trasmissione della vita umana” (FC 29). E l’Esortazione: “La Chiesa fermamente crede che la vita umana, anche se debole e sofferente, è sempre uno splendido dono del Dio della bontà” (FC 30).
L’Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo contestualizza nel presente questi impegni:“In alcune zone del mondo, la mentalità contraccettiva e la diffusione di un modello antropologico individualistico determinano un forte calo demografico, le cui conseguenze sociali e umane non vengono tenute adeguatamente in considerazione. Le politiche di denatalità cambiano la qualità del rapporto tra i coniugi e la relazione tra le generazioni. Pertanto, nell’ambito della responsabilità pastorale della Chiesa s’impone una riflessione su come poter sostenere una mentalità maggiormente aperta alla vita” (SPF 130). Su questa sfida si gioca il futuro stesso dell’umanità, e l’impegno della comunità cristiana in questo campo assume più che mai la rilevanza di un servizio decisivo alla causa dell’uomo e del suo destino. L’Instrumentum Laboris invita in proposito a riscoprire il messaggio della Humanae vitae, lettera enciclica tanto contestata, quanto incompresa o poco conosciuta, che, si afferma, “ha avuto un significato profetico nel ribadire l’unione inscindibile tra l’amore coniugale e la trasmissione della vita” (SPF 122). La Chiesa, chiamata ad annunciare la fecondità dell’amore, la profondità e la ricchezza della generazione dei figli, che rende l’uomo collaboratore dell’amore creatore di Dio, deve affermare il valore della vita tanto richiamando la sacralità della sua trasmissione, quanto vivendo e promuovendo l’impegno educativo, che porta la persona ad apprezzarne fino in fondo il senso e la bellezza: “L’educazione consiste in una introduzione ampia e profonda nella realtà globale e in particolare nella vita sociale, ed è responsabilità primaria dei genitori, che lo Stato deve rispettare, custodire e promuovere” (SPF 132). L’impegno a favore della vita è inscindibile, insomma, da quello educativo, come due aspetti dell’unico dovere radicale di accogliere e comunicare il dono d’esistere che il Creatore fa alla creatura. Nel rispondere alla sfida educativa l’Instrumentum recepisce in particolare una istanza decisiva, registrabile dovunque la Chiesa opera al servizio del Vangelo: quella dell’accoglienza. “Il rispetto, l’apertura benevola e l’ascolto dei bisogni umani e spirituali si dimostrano attitudini fondamentali per creare un ambiente favorevole e adatto alla comunicazione del messaggio evangelico” (SPF146).
Riguardo, poi, all’esercizio della sessualità nella vita coniugale l’Esortazione apostolica Familiaris consortio invita ad aver sempre presente la persona umana, con i suoi tempi e le esigenze connesse alla sua dignità: “La scelta dei ritmi naturali comporta l’accettazione del tempo della persona, cioè della donna, e con ciò l’accettazione anche del dialogo, del rispetto reciproco, della comune responsabilità, del dominio di sé. Accogliere poi il tempo e il dialogo significa riconoscere il carattere insieme spirituale e corporeo della comunione coniugale, come pure vivere l’amore personale nella sua esigenza di fedeltà” (FC 32). Il Vescovo, servitore e proclamatore del Vangelo, dovrà pertanto aver cura di porre sempre al centro della sua parola e della sua azione la rilevanza dell’essere personale, in cui si manifesta nella maniera più alta la vocazione della creatura umana, fatta a immagine e somiglianza del Dio vivente, uno nella Trinità delle persone. E questo dovrà avvenire in particolare in ogni insegnamento e in ogni scelta pastorale che abbia a che fare con la famiglia: se è vero che stabilire un’analogia troppo stretta fra famiglia e Trinità può essere fuorviante, perché corre il rischio di aprire la strada a un “triteismo” che oscuri l’unità della natura divina, non di meno la relazione interpersonale d’amore fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è la fonte e il modello dell’amore di coppia, vissuto nella generosità fedele e incondizionata dei due nel loro reciproco donarsi e nell’apertura alla fecondità generosa, che è alla base della generazione e dell’educazione dei figli.
Conclusione
In conclusione, l’immagine di Chiesa che risulta dai molteplici interventi magisteriali riguardanti la famiglia è quella della madre impegnata a generare, accompagnare e sostenere tutti i figli di Dio, nessuno escluso, facendosi volto per ciascuno di essi dell’infinita misericordia del cuore divino. Una Chiesa non auto-referenziale, ma “in uscita”, al servizio di tutto l’uomo in ogni uomo, per la salvezza di ogni creatura e proprio così protesa a celebrare la gloria di Dio: “Nell’impegno pastorale per la famiglia si vede all’opera un’interessante reciprocità tra la responsabilità dei pastori e i diversi carismi e ministeri nella comunità ecclesiale. Le esperienze più positive si hanno proprio quando avviene questa sinergia. Contemplando l’impegno di tanti fratelli e sorelle per la pastorale della famiglia, si possono immaginare forme nuove di presenza effettiva della Chiesa, che ha il coraggio di ‘uscire’ da sé perché animata dallo Spirito” (SPF 50). È questa Chiesa “in uscita” che il prossimo Sinodo dovrà mostrare in azione, in particolare sostenendo l’impegno al servizio della famiglia e di quanti vivono ferite connesse alla prova o al fallimento dell’unione familiare.
Nell’orizzonte di questa Chiesa “in uscita” compito doveroso e ineludibile del Vescovo sarà quello di costruire le relazioni connesse al suo ministero di unità sul modello dei rapporti familiari: da una parte, ciò esigerà dai Pastori l’esercizio di una paternità generosa e feconda verso tutti, alimentata da ascolto e dialogo e consapevole delle responsabilità che il ruolo paterno comporta nel guidare i propri figli; dall’altra, ciò richiederà per il vescovo un rapporto vivissimo con la Trinità Santa, nutrito di preghiera e di fede intensa, che lo porti a essere sempre più immagine della carità del Padre, della donazione umile e obbediente del Figlio e della libertà profetica e liberante dello Spirito. Sono tratti ben chiari già nell’immagine del Vescovo dominante nella Chiesa dei primi secoli, splendidamente testimoniati ad esempio da Sant’Ignazio di Antiochia: “Nessuno compia qualche azione riguardante la Chiesa senza il vescovo… Dove si presenta il vescovo, ivi c’è la comunità, come dove c’è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa cattolica” (Ad Smyrnaeos, 8). Chi è unito al vescovo, è unito “al Padre di Gesù Cristo, che è il vescovo di tutti. Per l’onore dunque di colui che ci ha amati, è necessaria un’ubbidienza schietta, senza finzioni; perché non si cercherebbe di ingannare questo vescovo visibile, ma si tenterebbe di mentire al vescovo invisibile; e perciò, dunque, non si tratterebbe di un uomo, ma di Dio, che conosce anche i più riposti segreti” (Ad Magnesios 3). Da queste parole, ben si comprende quali responsabilità abbia il vescovo per formare e guidarela Chiesa in particolare nella sua attenzione d’amore e nel suo impegno pastorale al servizio di quel bene prezioso che è la famiglia, dalla sua formazione alla sua crescita, dal nutrimento spirituale di cui necessita al sostegno di cui spesso ha bisogno nel suo inserirsi nella comunità degli uomini, in vista del compimento delle vie, cui Dio nella Sua provvidenza la chiama.
[1] Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes: alla dignità del matrimonio e della famiglia e alla loro valorizzazione è dedicato l’intero Capitolo I della Parte II della Costituzione: 47-52
[2] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio. Esortazione apostolica sui compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi, 22 Novembre 1981 (FC).
[3] Esortazione Apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale Evangelii Gaudium, 24 Novembre 2013 (EG).
[4] Sul valore e la crisi dell’istituto familiare cf.. GS 47.
[5] Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2014 (SPF).
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