di Enrico Maria Romano
La Relatio post disceptationem del cardinal Erdò ha segnato una rottura di incalcolabile gravità. Anche se i termini non saranno ripresi alla lettera nei documenti finali dei Sinodi del 2014 e 2015 il grosso, ovvero il superamento della dottrina tradizionale (e conciliare…) sul matrimonio e la famiglia, è già stato fatto. Commentatori diversi come Accattoli (Corriere, 14.10.14) e Matzuzzi (Il Foglio, 14.10.14) sono pienamente concordi sul punto. Vediamo, senza molto discettare, in cosa la dottrina tradizionale della Chiesa
e del Vangelo è stata abbandonata, sottaciuta o chiaramente ribaltata.
Al n. 2 si dice: “Nonostante i tanti segnali di crisi dell’istituto familiare nei vari contesti del “villaggio globale”, il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani”. E’ vero e non è vero. Dipende da cosa si intende per famiglia. Se si intende la famiglia eterosessuale monogamica indissolubile, invisa al cardinal Kasper, ciò non è vero: come può dirsi il contrario se questa famiglia tradizionale è in forte declino, anno dopo anno, in tutti i paesi già cristiani? Se tutto è famiglia (inclusa la convivenza, l’amore omosessuale, il matrimonio a tempo, etc.) allora questo “desiderio di famiglia” è vero. Ma secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, esiste un solo tipo di famiglia legittima (cf. CCC, 2353, 2357, 2380, 2384).
Al n. 6 si dice: “La più grande prova per le famiglie del nostro tempo è spesso la solitudine, che distrugge e provoca una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciarle. Così è per la crescente precarietà lavorativa che è vissuta talvolta come un vero incubo, o a motivo di una fiscalità troppo pesante che certo non incoraggia i giovani al matrimonio”. Discutibile. Senza negare la precarietà lavorativa e la solitudine, specie nelle metropoli atee di oggi, i veri problemi del matrimonio sono i cosiddetti “peccati gravemente contrari al Sacramento”, come “l’adulterio; la poligamia, in quanto contraddice la pari dignità tra l’uomo e la donna, l’unicità e l’esclusività dell’amore coniugale [che sarebbe reintrodotta con il prevalere della linea Kasper, in quanto il risposato avrebbe due mogli contemporaneamente]; il rifiuto della fecondità […]; e il divorzio che contravviene all’indissolubilità” (Compendio del CCC, n. 347).
Al n. 8 si dice: “Molti sono i bambini che nascono fuori dal matrimonio, specie in alcuni paesi, e molti quelli che poi crescono con uno solo dei genitori o in un contesto familiare allargato o ricostituito”. Questo è vero, ma la linea Kasper aumenterà sia i bambini nati fuori dal matrimonio religioso (grazie alla legittimazione delle seconde nozze civili) sia la diminuzione dei matrimoni, in nome dell’amore libero e senza burocrazia e impacci.
Sempre al n. 8 si afferma: “La condizione della donna ha ancora bisogno di essere difesa e promossa poiché si registrano non poche situazioni di violenza all’interno delle famiglie. I bambini spesso sono oggetto di contesa tra i genitori e i figli sono le vere vittime delle lacerazioni familiari”. La donna stessa però, al pari dell’uomo, è spesso causa di queste violenze, sia compiendo gravi peccati contro il matrimonio (come l’adulterio e il divorzio), sia usando i figli come arma per ricattare il coniuge. Queste frasi, amputate dell’essenziale, sono scritte solo per piacere ai poteri forti, che diffondono gli errori del femminismo e del gender.
Al n. 11 è scritto: “I grandi valori del matrimonio e della famiglia cristiana corrispondono alla ricerca che attraversa l’esistenza umana anche in un tempo segnato dall’individualismo e dall’edonismo”. La frase per avere un senso dovrebbe precisare quali siano tali “grandi valori”: se la linea Kasper prevarrà neppure l’indissolubilità, la fedeltà e la monogamia faranno più parte di questi grandi valori e nulla contrasterà più l’edonismo e l’individualismo che si condannano a parole.
Sempre il n. 11 continua così: “Occorre accogliere le persone con la loro esistenza concreta, saperne sostenere la ricerca, incoraggiare il desiderio di Dio e la volontà di sentirsi pienamente parte della Chiesa anche di chi ha sperimentato il fallimento o si trova nelle situazioni più disparate. Questo esige che la dottrina della fede, da far conoscere sempre di più nei suoi contenuti fondamentali, vada proposta insieme alla misericordia”. “Accogliere le persone con la loro esistenza concreta”? Ma lo si dica anche dei pedofili, dei terroristi, dei mafiosi e di tutti allora! Per tutti la dottrina della fede deve essere proposta con misericordia, o solo per gli adulteri e i gay?
Il n. 12 dice: “Gesù ha guardato alle donne e agli uomini che ha incontrato con amore e tenerezza, accompagnando i loro passi con pazienza e misericordia, nell’annunciare le esigenze del Regno di Dio”. Oltre ad amore, tenerezza, pazienza e misericordia (il concetto in fondo è sempre lo stesso…) bisognerebbe aggiungere chiarezza e fermezza. Altrimenti il Vangelo di Kasper non è quello della Tradizione cristiana che contiene anche le minacce di Gesù, i suoi ammonimenti, le sue condanne chiare e inflessibili.
Al n. 15 si legge: “Dio consacra l’amore degli sposi e ne conferma l’indissolubilità, offrendo loro l’aiuto per vivere la fedeltà e aprirsi alla vita”. La proposta Kasper invece, contro la volontà di Dio e con una misericordia più grande di quella del Padre, nega la dottrina dell’indissolubilità, in nome del fossato venutosi a creare tra Vangelo e prassi. Tra le due cose, Kasper ha scelto la prassi. E il Sinodo?
Il n. 17, vero snodo teologico del documento, recita: “In considerazione del principio di gradualità del piano salvifico divino, ci si chiede quali possibilità siano date ai coniugi che vivono il fallimento del loro matrimonio, ovvero come sia possibile offrire loro l’aiuto di Cristo attraverso il ministero della Chiesa. A questo proposito, una significativa chiave ermeneutica proviene dall’insegnamento del Concilio Vaticano II, il quale, mentre afferma che «l’unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica», riconosce che anche «al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica» (Lumen Gentium, 8)”. Questo è gravissimo e inaudito. Il Concilio infatti va letto in continuità con il Magistero precedente, secondo l’insegnamento costante di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dunque non può essere un pretesto per ribaltare, per diametrum, una dottrina sia biblica, sia magisteriale come l’indissolubilità del matrimonio. Il fatto che fuori dal perimetro visibile della Chiesa vi siano “elementi di santificazione e verità” (come alcune dottrine dei cristiani non cattolici e dei sacramenti validi ed efficaci) non cancella il fatto che la Chiesa di Cristo sussista nelle sola Chiesa cattolica (cf.Dominus Iesus, 17). Non c’è dunque, in LG 8 né altrove, l’evoluzione dottrinale non omogenea che serve alla Relatio per ipotizzare nuove rotture nella dottrina del matrimonio e della famiglia. Il Concilio avrebbe dovuto essere citato proprio per la chiara difesa che esso contiene dell’indissolubilità del matrimonio (cf. GS, 47-49). Ma il Concilio Vaticano II sta per essere rinnegato, se si affermerà la tesi assolutamente fuorviante ed ereticale del cardinal Kasper.
I nn. 22 e 23 dichiarano: “22. In tal senso, una dimensione nuova della pastorale familiare odierna, consiste nel cogliere la realtà dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, anche delle convivenze. Infatti, quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di resistere nelle prove, può essere vista come un germe da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Molto spesso invece la convivenza si stabilisce non in vista di un possibile futuro matrimonio, ma senza alcuna intenzione di stabilire un rapporto istituzionale. 23. Conforme allo sguardo misericordioso di Gesù, la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta”. Si tratta di un testo esemplare per l’ipocrisia e il cinismo che contiene. I matrimoni civili e le convivenze in generale sono segnati, prima ancora che da un “affetto profondo” e da “responsabilità nei confronti della prole”, proprio da quell’individualismo che sopra si condannava e dal rigetto della dottrina cattolica sulla gravità della fornicazione e del cosiddetto, dal Catechismo, “amore libero” (CCC, 2353). Ma se non è più condannata, per misericordia, neppure la convivenza, la fornicazione risulta sdoganata. E se essa è sdoganata, il peccato impuro diventa o meramente veniale e trascurabile oppure una teoria ormai superata: e questo proprio mentre si è canonizzato san Giovanni Paolo II che ha condannato tante volte gli atti impuri, il divorzio, l’aborto, l’omosessualità, etc.
Il n. 24 dice: “Il dialogo sinodale ha permesso di convenire su alcune istanze pastorali più urgenti da affidare alla concretizzazione nelle singole Chiese locali, nella comunione cum Petro et sub Petro”. Quest’ultima espressione, su cui faceva ironia il teologo Congar durante il Vaticano II, è usata come nulla fosse. Ma essere sub Petro è impossibile se si negano, come fa Kasper, gli insegnamenti di molti Pietri, dal primo (che nelle sue lettere difende la visione cattolica della famiglia) a Benedetto XVI che rifiutava la comunione ai divorziati (cf. Sacramentum caritatis, 29).
Al 25 è detto: “La verità si incarna nella fragilità umana non per condannarla, ma per guarirla”. Non si tratta di condannare la fragilità in quanto condizione umana universale, ma gli errori dell’uomo. La Chiesa cattolica e la Parola di Dio infatti condannano molte cose, come lo stupro, la bestemmia, il furto, il tradimento coniugale, l’omosessualità, l’aborto, etc. Cristo, che è la Verità, ha condannato, per misericordia, l’attitudine dei farisei, dei sadducei, dei pagani, dei sacerdoti del suo tempo… Erdò e Kasper stanno correggedo Cristo. E lo stanno condannando, come integralista e bigotto.
Il n. 29 recita: “La conversione deve essere innanzitutto quella del linguaggio perché esso risulti effettivamente significativo”. Non è significativo quello del cardinal Kasper, profeta della rivoluzione anti-dogmatica attuale, che nella sua relazione e nel suo pamphlet (Il Vangelo della famiglia, Brescia, 2014) cade in numerose contraddizioni, come segnalato da quei prelati che dispensano la vera misericordia (cf. AA. VV., Permanere nella verità di Cristo, Siena, 2014).
Il n. 31 dice: “Il matrimonio cristiano non può essere considerato solo come una tradizione culturale o una esigenza sociale”. Questo è quello che sta avvenendo al Sinodo dove l’indissolubilità e la fedeltà del matrimonio cattolico e biblico sembrano ai novatori come mere tradizioni umane da superare, in nome della cultura pluralistica dell’uomo di oggi. Mentre il Concilio, contro Kasper, insegnava che “Dio è autore del matrimonio” (GS, 48).
Il n. 36 afferma: “Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste nel cogliere la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze. Occorre che nella proposta ecclesiale, pur presentando con chiarezza l’ideale, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più a tale ideale”. Qui siamo nell’apostasia. I matrimoni meramente civili, per un battezzato, sono un peccato ed un grave errore: questo ha sempre insegnato la Chiesa seguendo il suo Fondatore. Esistono certamente dei valori positivi in coloro che sono sposati solo civilmente o convivono, poiché il male assoluto non si dà mai. Ma esistono tali positività anche nelle prostitute, nei mafiosi e nei bestemmiatori. Altra cosa è trovare del positivo, come qui si pretende, nella prostituzione o nella bestemmia come tale. Il matrimonio civile è il concubinato, la convivenza è il sesso libero: abbiano il coraggio allora, Kasper e Erdò, di dire che la Chiesa di oggi, contro quella di Cristo e di Pietro, ammette l’uso della sessualità al di fuori del matrimonio e della procreazione. Così, con un solo colpo, sdoganeranno pure la prostituzione, la pornografia, la masturbazione e la contraccezione.
Il n. 40 osa dire: “Nel Sinodo è risuonata chiara la necessità di scelte pastorali coraggiose”. Coraggio sarebbe andare contro il Vangelo, la Tradizione e il Magistero? Qui, implicitamente, si invita all’anarchia e alla sovversione di tutti i valori. La fedeltà è vista come viltà, la trasgressione come coraggio. Questi presuli superano, a sinistra, il mondo laico-laicista di oggi. Senza neppure rendersene conto.
Il n. 42 dice: “Va rispettata soprattutto la sofferenza di coloro che hanno subito ingiustamente la separazione e il divorzio”. Come sapere se giustamente o ingiustamente? E se il coniuge che ha causato ingiustamente il divorzio è colpevole, ma potrà accedere comunque al secondo matrimonio ora catto-compatibile, che cosa significa? Quale colpa avrà mai nell’aver lasciato moglie e figli, se un altro parroco, più misericordioso del primo, lo capirà e lo istraderà verso le seconde nozze e la comunione eucaristica?
Il n. 45 afferma: “Le persone divorziate ma non risposate vanno invitate a trovare nell’Eucaristia il cibo che le sostenga nel loro stato”. Più che ambiguo (perché non sempre vero). Secondo il Catechismo il divorzio, in sé e per sé, è una colpa, anche se non è seguito da secondo (pseudo) matrimonio. Se abbandono il tetto coniugale e i figli perché “non mi sento capito” o perché “ho bisogno dei miei spazi”, e mi metto a vivere da solo, sarei da invitare all’Eucaristia o al ripensamento?
Il n. 46: “Anche le situazioni dei divorziati risposati esigono un attento discernimento e un accompagnamento carico di rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati. Prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza dell’indissolubilità matrimoniale, anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità”. Ambiguo e incompleto. Il divorziato risposato si è messo sulla strada del peccato mortale (CCC, 1861). E se mi sta a cuore debbo farglielo capire. Il linguaggio da usare è del tutto secondario, contingente e variabile. Meglio un linguaggio aspro, come quello usato spesso da Cristo per correggere, che le benedizioni al male date da Kasper.
Il n. 50 dice: “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?”. Qui si è operato un altro ribaltamento del Magistero cattolico. Il Catechismo parla dell’omosessualità con termini chiari: “gravi depravazioni”, atti “intrinsecamente disordinati”, “contrari alla legge naturale”, etc. Ma non solo. Nel magistero più recente il fenomeno dell’omosessualità è stato giudicato dalla Chiesa come un “fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell’ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali” (Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legali delle unioni tra persone omosessuali, 2003). In nome della misericordia dovremmo abolire questi documenti e questo linguaggio, o abbiamo capito male?
Secondo noi, in nome della misericordia (in realtà della mancanza di fede) è il Vangelo che si vuole abolire, e con esso la Tradizione cattolica bimillenaria e il Magistero (anche recente) della Chiesa.
*La relatio di Erdö, il peccato e la legge naturale
(di Roberto de Mattei su Il Foglio del 15-10-2014) Cancellato il senso del peccato; abolite le nozioni di bene e di male; soppressa la legge naturale; archiviato ogni riferimento positivo a valori quali la verginità e la castità. Con la relazione presentata il 13 ottobre 2014 al Sinodo sulla famiglia dal cardinale Péter Erdö, la rivoluzione sessuale irrompe ufficialmente nella Chiesa, con conseguenze devastanti sulle anime e sulla società.
La Relatio post disceptationem redatta dal cardinale Erdö è la relazione riassuntiva della prima settimana di lavori del Sinodo e quella che orienta le sue conclusioni. La prima parte del documento, cerca di imporre, con un linguaggio derivato dal peggior Sessantotto, il “cambiamento antropologico-culturale” della società come “sfida” per la Chiesa. Di fronte a un quadro che dalla poligamia e dal “matrimonio per tappe” africani arriva alla “prassi della convivenza” della società occidentale, la relazione riscontra l’esistenza di “un diffuso desiderio di famiglia”. Nessun elemento di valutazione morale è presente. Alla minaccia dell’individualismo e dell’egoismo individualista, il testo contrappone l’aspetto positivo della “relazionalità”, considerata un bene in sé, soprattutto quando tende a trasformarsi in rapporto stabile (nn. 9-10).
La Chiesa rinuncia ad esprimere giudizi di valore per limitarsi a “dire una parola di speranza e di senso” (n. 11). Si afferma quindi uno nuovo strabiliante principio morale, la “legge di gradualità”, che permette di cogliere elementi positivi in tutte le situazioni fin qui definite dalla Chiesa peccaminose. Il male e il peccato propriamente non esistono. Esistono solo “forme imperfette di bene” (n. 18), secondo una dottrina dei “gradi di comunione” attribuita al concilio Vaticano II. “Rendendosi dunque necessario un discernimento spirituale, riguardo alle convivenze e ai matrimoni civili e ai divorziati risposati, compete alla Chiesa di riconoscere quei semi del Verbo sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali” (n. 20).
Il problema dei divorziati risposati è il pretesto per far passare un principio che scardina duemila anni di morale e di fede cattolica. Seguendo la Gaudium et Spes, “la Chiesa si volge con rispetto a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto e imperfetto, apprezzando più i valori positivi che custodiscono, anziché i limiti e le mancanze” (ivi). Ciò significa che cade ogni tipo di condanna morale, perché qualsiasi peccato costituisce una forma imperfetta di bene, un modo incompiuto di partecipare alla vita della Chiesa. “In tal senso, una dimensione nuova della pastorale familiare odierna consiste nel cogliere la realtà dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, anche delle convivenze” (n. 22).
E questo soprattutto “quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, e connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di resistere nelle prove” (ivi). Con ciò è capovolta la dottrina della Chiesa secondo cui la stabilizzazione del peccato, attraverso il matrimonio civile costituisce un peccato più grave del’unione sessuale occasionale e passeggera, perché quest’ultima permette con più facilità di ritornare sulla retta via. “Una sensibilità nuova nella pastorale odierna consiste nel cogliere la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le dovute differenze, delle convivenze” (n. 36).
La nuova pastorale impone dunque di tacere sul male, rinunciando alla conversione del peccatore e accettando lo statu quo come irreversibile. Sono queste quelle che la relazione chiama “scelte pastorali coraggiose” (n. 40). Il coraggio, a quanto sembra, non sta nell’opporsi al male, ma nell’adeguarsi ad esso. I passaggi dedicati all’accoglienza delle persone omosessuali sono quelli che sono sembrati più scandalosi, ma sono la logica coerenza dei principi fin qui esposti. Anche l’uomo della strada capisce che se al divorziato risposato è possibile accostarsi ai sacramenti, tutto è permesso, a cominciare dallo pseudo matrimonio omosessuale.
Mai, veramente mai, sottolinea Marco Politi su “Il Fatto” del 14 ottobre, si era letta, in un documento ufficiale prodotto dalla gerarchia ecclesiastica, una frase del genere: “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”. Seguita da una domanda rivolta ai vescovi di tutto il mondo: “siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?” (n. 50). Pur non equiparando le unioni fra persone dello stesso sesso al matrimonio fra uomo e donna, la Chiesa si propone di “elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale” (n. 51). “Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners” (n. 52).
Nessuna obiezione di principio viene espressa alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali: ci si limita a dire che “la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli” (ivi). Nella conferenza stampa di presentazione, mons. Bruno Forte è arrivato ad auspicare “una codificazione di diritti che possano essere garantiti a persone che vivono in unioni omosessuali”.
Le parole fulminanti di San Paolo secondo cui: “né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (I Lettera ai Corinzi, 6, 9) perdono di senso per i giocolieri della nuova morale pansessuale. Per essi bisogna cogliere la realtà positiva di quello che fu il peccato che grida vendetta al cospetto di Dio (Catechismo di san Pio X). Alla “morale del divieto” occorre sostituire quella del dialogo e della misericordia e lo slogan del 68, “vietato vietare”, viene aggiornato dalla formula pastorale secondo cui “nulla si può condannare”.
Non cadono solo due comandamenti, il sesto e il nono, che proibiscono pensieri ed atti impuri al di fuori del matrimonio, ma scompare l’idea di un oggettivo ordine naturale e divino riassunto dal Decalogo. Non esistono atti intrinsecamente illeciti, verità e valori morali per i quali si deve essere disposti a dare anche la vita (n. 51 e n. 94), come li definisce l’enciclica Veritatis Splendor. Sul banco degli imputati non sono solo la Veritatis Splendor e i recenti pronunciamenti della Congregazione per la dottrina della Fede in materia di morale sessuale, ma lo stesso Concilio di Trento che formulò dogmaticamente la natura dei sette sacramenti, a cominciare dall’Eucarestia e dal Matrimonio.
Tutto inizia nell’ottobre 2013, quando papa Francesco, dopo aver annunciato l’indizione dei due sinodi sulla famiglia, l’ordinario e lo straordinario, promuove un “Questionario” rivolto ai vescovi di tutto il mondo. L’uso mistificatorio di sondaggi e questionari è ben noto. L’opinione pubblica crede che poiché una scelta viene fatta dalla maggior parte delle persone, deve essere quella giusta. E i sondaggi attribuiscono alla maggior parte delle persone opinioni già predeterminate dai manipolatori del consenso. Il questionario voluto da papa Francesco, ha affrontato i temi più scottanti, dalla contraccezione alla comunione ai divorziati, dalle coppie di fatto ai matrimoni tra omosessuali più a scopo orientativo che informativo.
La prima risposta pubblicata fu quella, il 3 febbraio della Conferenza Episcopale tedesca(“Il Regno Documenti”, 5 (2014), pp. 162-172) chiaramente resa nota per condizionare la preparazione del Sinodo e soprattutto per offrire al cardinale Kasper la base sociologica di cui aveva bisogno per la relazione al Concistoro che papa Francesco gli aveva affidato. Ciò che emergeva era infatti l’esplicito rifiuto da parte dei cattolici tedeschi “delle affermazioni della Chiesa sui rapporti sessuali prematrimoniali, l’omosessualità, i divorziati risposati e il controllo delle nascite” (p. 163). “Le risposte pervenute dalle diocesi – si diceva ancora - lasciano intravedere quanto è grande la distanza tra i battezzati e la dottrina ufficiale soprattutto per quanto riguarda la convivenza prematrimoniale, il controllo delle nascite e l’omosessualità” (p. 172).
Questa distanza non veniva presentata come un allontanamento dei cattolici dal Magistero della Chiesa, ma come una incapacità della Chiesa a comprendere e assecondare il corso dei tempi. Il cardinale Kasper nella sua relazione al Concistoro del 20 febbraio definirà tale distanza un “abisso”, che la Chiesa avrebbe dovuto colmare adeguandosi alla prassi dell’immoralità.
Secondo uno dei seguaci di Kasper, il sacerdote genovese Giovanni Cereti, noto per uno studio tendenzioso sul divorzio nella chiesa primitiva, il questionario è stato promosso da papa Francesco per evitare che il dibattito si svolgesse “in segrete stanze” (“Il Regno-Attualità” 6 (3014), p. 158). Ma se è vero che il Papa ha voluto che la discussione si svolgesse in maniera trasparente, non si capisce la decisione di tenere il Concistoro straordinario di febbraio e poi il Sinodo di ottobre a porte chiuse. L’unico testo di cui si è venuti a conoscenza, grazie al “Foglio”, fu la relazione del cardinale Kasper. Poi, sui lavori, è calato il silenzio.
Nel suo Diario del Concilio, il 10 novembre 1962, padre Chenu annota questa frase di don Giuseppe Dossetti, uno dei principali strateghi del fronte progressista: “La battaglia efficace si gioca sulla procedura. È sempre per questa via che ho vinto”. Nelle assemblee il processo decisionale non appartiene alla maggioranza, ma alla minoranza che controlla la procedura. La democrazia non esiste nella società politica e tantomeno in quella religiosa. La democrazia nella Chiesa, ha osservato il filosofo Marcel De Corte, è cesarismo ecclesiastico, il peggiore di tutti i regimi. Nel processo sinodale in corso l’esistenza di questo cesarismo ecclesiastico è dimostrato dal clima di pesante censura che lo ha accompagnato fino ad oggi.
I più attenti vaticanisti come Sandro Magister e Marco Tosatti hanno sottolineato come, a differenza dei Sinodi precedenti, in questo è stato fatto divieto ai padri sinodali i loro interventi. Magister, ricordando la distinzione fatta da Benedetto XVI tra il Concilio Vaticano II “reale” e quello “virtuale” che ad esso si sovrappose, ha parlato di uno “sdoppiamento tra sinodo reale e sinodo virtuale, quest’ultimo costruito dai media con la sistematica enfatizzazione delle cose care allo spirito del tempo”. Oggi però sono i testi stessi del Sinodo ad imporsi con la loro forza dirompente, senza possibilità di travisamento da parte dei media che si sono mostrati addirittura stupiti dalla potenza esplosiva della Relatio del card. Erdö.
Naturalmente questo documento non ha alcun valore magisteriale. E’ anche lecito dubitare che esso rifletta il reale pensiero dei Padri sinodali. La Relatio prefigura però la Relatio Synodi, il documento conclusivo dell’assise dei vescovi.
Il vero problema che ora si porrà è quello della resistenza, annunciata dal libro Permanere nella Verità di Cristo dei cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra, De Paolis e Müller (Cantagalli 2014). Il cardinale Burke nella sua intervista ad Alessandro Gnocchi sul “Foglio” del 14 ottobre, ha affermato che eventuali cambiamenti alla dottrina o alla prassi della Chiesa da parte del Papa sarebbero inaccettabili, “perché il Pontefice è il Vicario di Cristo sulla terra e perciò il primo servitore della verità della fede. Conoscendo l’insegnamento di Cristo, non vedo come si posa deviare da quell’insegnamento con una dichiarazione dottrinale o con una prassi pastorale che ignorino la verità”.
I vescovi e i cardinali, più ancora dei semplici fedeli, si trovano di fronte a un terribile dramma di coscienza, ben più grave di quello che dovettero affrontare nel XVI secolo i martiri inglesi. Allora infatti si trattava di disobbedire alla suprema autorità civile, il re Enrico VIII, che per un divorzio aprì lo scisma con la Chiesa romana, mentre oggi la resistenza va opposta alla suprema autorità religiosa qualora deviasse dal perenne insegnamento della Chiesa.
E chi è chiamato a resistere non sono cattolici disobbedienti o del dissenso, ma proprio coloro che più profondamente venerano l’istituzione del Papato. Allora chi resisteva era consegnato al braccio secolare, che lo destinava alla decapitazione o allo squartamento. Il braccio secolare contemporaneo applica il linciaggio morale, attraverso la pressione psicologica esercitata dai mass-media sull’opinione pubblica.
L’esito è spesso il crollo psico-fisico delle vittime, la crisi di identità, la perdita della vocazione e della fede, a meno che non si sia capaci di esercitare, con l’aiuto della grazia, la virtù eroica della fortezza. Resistere significa, in ultima analisi, riaffermare l’integrale coerenza della propria vita con la Verità immutabile di Gesù Cristo, capovolgendo la tesi di chi vorrebbe dissolvere l’eternità del Vero nella precarietà del vissuto.
Roberto de Mattei
*La famiglia: il prisma e la sfera
L'Indice del Sinodo - Il Regno
(Vania De Luca) Il Sinodo straordinario sulla famiglia prosegue fino a sabato 18 con le riunioni dei circoli minori e ancora con congregazioni generali, fino alla relazione finale e al messaggio al popolo di Dio che nel corso dell’anno prossimo, cioè fino al Sinodo ordinario del 2015, potranno essere oggetto di analisi e confronto nelle Chiese di tutto il mondo.(...)
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Il Sinodo e le cortine di fumo
Vatican Insider
(Andrea Tornielli) Mai il confronto era stato così libero e schietto. La relazione dopo la discussione sarà emendata e ampliata, ma non sarà stravolta la sua impostazione -- La «relatio» letta in aula lunedì scorso dal cardinale Peter Erdo è «una fotografia fedele» del dibattito in aula,(...)
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Cardinal José Francisco Robles Ortega: «La Relatio? Fotografia fedele del Sinodo, ma con certi limiti»
Vatican Insider
(Andrés Beltramo Álvarez) Parla il cardinale José Francisco Robles Ortega, arcivescovo di Guadalajara e presidente della Conferenza Episcopale del Messico: «Non vedo spaccature» --
Nessun rischio grave di divisioni o rotture. La “Relatio post disceptationem”, il documento (...)
Nessun rischio grave di divisioni o rotture. La “Relatio post disceptationem”, il documento (...)
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Kasper: maggioranza sinodo per aperture ma c'è un anno di tempo
TMnews
Il cardinale tedesco Walter Kasper, promotore al sinodo straordinario sulla famiglia in corso in Vaticano di un'apertura alla possibilità di concedere, in alcuni casi e dopo un cammino penitenziale, la comunione alle coppie di divorziati risposati, ritiene che c'è una "maggioranza" dei padri sinodali a favore della sua tesi, ma prospetta che sul tema sarà non questo sinodo, bensì quello - ordinario - già convocato nel 2015 a esprimere una opzione. (...)