Dialogo in tre strofe
-Paolo VI e i giovani. Con la formula di don Bosco (Fabrizio Contessa)
-Per ritrovare Montini
(Eugenio Costa e Massimo Palombella) Un inno per il giorno della beatificazione di Papa Paolo VI, e per ogni volta che si vorrà di nuovo porre al centro questo dono che il Signore ha fatto alla sua Chiesa, è anzitutto un canto al Signore stesso, un inno a Cristo. Per questo il cuore delle tre strofe è tutto nel ritornello, insieme acclamazione (Christus, lumen gentium, Christus in Ecclesia) e supplica (Mittat nos ad gentes). La Chiesa riconosce le grandi cose che l’Onnipotente ha fatto nell’umile suo servo e chiede di essere ancora e sempre inviata a proseguirne l’opera nel mondo. L’inno dunque gravita attorno a questo momento di unanime Magnificat, che compendia ciò che oggi desideriamo dire sul Papa del concilio e del rinnovamento. Assumere questa dinamica significa situare l’ammirazione e l’onore per lui in una prospettiva nettamente cristologica.
Individuato così il nucleo portante dell’inno, si rende chiaro il senso delle strofe, che è quello di una rievocazione affettuosa della grande figura di Papa Montini. Viene ricordata la vocazione personale e il suo orizzonte di vita, la sua fedele e generosa azione di pastore, il suo tuttora presente irradiamento sulla Chiesa di oggi. Il suo motto pontificio (In nomine Domini) è intessuto nella trama della sua esistenza, mentre alcune espressioni rimandano a momenti cruciali, a interventi decisivi: il concilio Vaticano II (Lumen gentium, Ad gentes), le encicliche ed esortazioni apostoliche (Ecclesiam suam, Evangelii nuntiandi), il discorso all’Onu.
L’inno intende in tal modo offrire un breve ma intenso sguardo, mosso da fede e da speranza, sull’esistenza luminosa di un grande credente, che ha accolto una chiamata, l’ha vissuta con pienezza e apre ancora le sue braccia su di noi che lo diciamo beato, che rendiamo grazie al suo e nostro Signore e che ne manteniamo viva la memoria rinnovando la nostra fedeltà al cammino da lui aperto. Il canto di un inno non ha da durare molto: per questo si misurano le parole e le si affida all’impeto forte e pacato della musica, che le mette sulle nostre labbra perché scendano nel cuore.
La musica intreccia la narrazione recitativa del coro e dei solisti con gli interventi dell’assemblea e con il sostegno penetrante degli strumenti in una solida unità formale, che però rispetta le caratteristiche proprie di ogni soggetto. Il coro e il solista possono, infatti, affrontare una scrittura non immediata, mentre l’assemblea è condotta naturalmente a cantare il semplice inciso in nomine Domini e il solenne ritornello, pensato per una grande massa di persone. Ne nasce una situazione di dialogo, che chiama a raccolta tutti i partecipanti all’azione liturgica perché il culto al nuovo beato sia un vero atto di Chiesa, tenendo alto lo sguardo alla meta a cui anche oggi, con lui, è chiamata.
La scrittura di un inno deve sfidarci con un testo che cerchi di non scivolare nei luoghi comuni, e da una musica che per essere semplice non deve cedere alla tentazione di essere banale, e forse anche sgrammaticata.
***
Paolo VI e i giovani. Con la formula di don Bosco
(Fabrizio Contessa) Don Bosco e Papa Montini: c’è un forte legame spirituale che, talvolta sottotraccia altre in maniera assai più evidente, ha unito il santo apostolo dei giovani al timoniere della Chiesa nei giorni decisivi del concilio e nella stagione immediatamente successiva, il Pontefice lombardo chiamato adesso a salire all’onore degli altari. Un filo rosso rintracciato e ripercorso da «il Bollettino Salesiano», la storica rivista fondata dallo stesso don Bosco nel 1877, che alla beatificazione di domenica 19 dedica il servizio di copertina del numero di ottobre. E che titola salutando il nuovo beato come «il Papa che amava i salesiani».
Una predilezione, ovviamente, non esclusiva, che tiene conto — osserva Gianni Caputa — di quella «qualità psicologica» di Montini che consisteva nel «donarsi a ogni persona non al cinque per cento, ma totalmente», per cui «i salesiani hanno spesso avuto l’impressione di essere oggetto di un amore di preferenza».
Il rapporto di ammirazione di Montini nei riguardi del grande educatore piemontese — da Paolo VI definito «autentico protagonista della storia d’Italia e della Chiesa» — ha del resto origini profonde e lontane, nutrite già nell’ambiente famigliare della casa di Concesio. Fu lo stesso Pontefice a rivelarlo nei suoi ultimi mesi vita, chiosando a braccio — ricostruisce Caputa — il discorso preparato per l’udienza del 26 gennaio 1978 ai capitolari salesiani: «Io ricordo che nello studio di mio padre c’era un angolino che stava a fianco della scrivania, dove era appeso un quadretto di don Bosco. C’era scritto sotto, credo per mano di don Bosco, queste parole che sono impresse nella mia memoria: “In morte si raccoglie il frutto delle opere buone”. È un detto di don Bosco. E io le volte che mi avvicinavo allo studio di mio padre, andavo a dare un’occhiata al quadro con sotto scritto quelle parole. Che mi rimasero, ripeto, testualmente impresse nel cuore».
Una confidenza rivelatrice di un tragitto esistenziale continuamente costellato dall’eredità spirituale di don Bosco e dall’incontro con tanti suoi figli spirituali. A cominciare dall’amicizia che il giovane sacerdote Montini allacciò all’indomani dell’ordinazione — avvenuta nel maggio 1920 — con don Antonio Cojazzi, uno dei salesiani allora più noti in Italia. E poi nel 1923, durante la breve parentesi polacca, quando Montini, come addetto alla nunziatura di Varsavia, ebbe modo di conoscere da vicino il lavoro dei salesiani in quella terra, che, diceva, erano «preti di stampo nostro». Un tratto distintivo, segnato da una «acuta sensibilità ai problemi pedagogici e culturali», a cui sempre Montini avrà modo di attingere con profitto nel corso del suo servizio di assistente ecclesiastico dei giovani della Fuci, in anni sicuramente tormentati, ma anche allietati dalla beatificazione (1929) e poi dalla canonizzazione (1934) di don Bosco.
Fu, tuttavia, nel periodo dell’immediato dopoguerra che monsignor Montini, divenuto sostituto alla Segreteria di Stato, si trovò a collaborare con i salesiani e con le Figlie di Maria Ausiliatrice che davano soccorso e assistenza agli “sciuscià”, l’esercito di orfani e ragazzi abbandonati che popolavano le borgate. Nacque così l’idea di dare vita a Roma, a ridosso del Forte Prenestino, al «Borgo ragazzi don Bosco». E «monsignor sostituto» — viene ricordato — divenne «la mano provvidenziale di Sua Santità Pio XII».
La stessa attenzione al mondo della gioventù più difficile ed emarginata Montini l’ha riservata anche nel suo ministero episcopale sulla cattedra di Ambrogio. Una per tutti, la decisione di affidare alla cura dei salesiani il riformatorio «Cesare Beccaria» di Arese.
Anche da Papa, ovviamente, sono tante le occasioni di incontro: dai viaggi apostolici, in cui Paolo VI ha modo di misurare la dimensione mondiale dell’opera salesiana, allo stesso Vaticano, con la comunità della Poliglotta. Soprattutto, però, viene evidenziato, il Papa «orienta e sostiene il delicato lavoro di rinnovamento che la congregazione affronta specialmente nei due capitoli generali del 1971 e 1977; incita a osare imprese più ardue, ma esorta a mantenere fedeltà piena alla tradizione educativa e spirituale salesiana, mettendo severamente in guardia da possibili deviazioni». E conferma la fiducia della Chiesa nella «formula di don Bosco». Così, da auspicare che la Chiesa sia sempre quella di don Bosco: una «Chiesa viva».
***
Per ritrovare Montini
«Risarcimento» è una brutta parola, ma rende bene una verità troppo a lungo misconosciuta, scrive Gian Franco Svidercoschi, giornalista di lungo corso e già vicedirettore dell’Osservatore Romano, nel piccolo libro Un Papa “sconosciuto”? Paolo VI raccontato da un testimone (Todi, Tau Editrice, 2014, pagine 84, euro 9). La beatificazione è l’occasione per riscoprire un Papa spesso incompreso, «il Papa che per primo — continua l’autore — è salito su un jet, ha percorso qualcosa come centotrentacinquemila chilometri, è arrivato fino alle porte della Cina di Mao. Il Papa che si è battuto su tutti i fronti diplomatici per salvaguardare la pace, per difendere i diritti dell’uomo ovunque fossero calpestati. Il Papa che ha cambiato letteralmente il volto della vecchia Curia romana. Il Papa della Populorum progressio».
Ai quindici anni del suo ministero petrino è dedicato anche il libro Ho visto, ho creduto. Gli anni del pontificato (1963-1978), firmato dal francescano conventuale Gianfranco Grieco, capoufficio del Pontificio Consiglio per la famiglia, per trentasette anni redattore e inviato dell’Osservatore Romano (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2014, pagine 272, euro 22). «Paolo VI crescerà, crescerà nella memoria della Chiesa» scrive il cardinale Paul Poupard nell’introduzione al libro, citando un commento di Yves-Marie Congar che si sarebbe rivelato profetico.
Sono molti, però, i luoghi comuni da sfatare. È stato detto che Montini non sapeva comunicare; in realtà alcune sue espressioni sono rimaste proverbiali e oggi sarebbero dei tweet perfetti scrive l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, nel libro Ho incontrato Paolo VI (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2014, pagine 123, euro 14).
L'Osservatore Romano