di padre Giovanni Cavalcoli
Il dibattito emerso all’interno del sinodo dei vescovi sulla famiglia ha puntato l’attenzione, come è noto, seppure tra altri temi, anche sulla concezione cattolica del rapporto fra il sacramento del matrimonio e quello dell’eucaristia, non solo da un punto di vista dogmatico, la cui verità immutabile è fuori discussione ed è infallibilmente insegnata dalla Chiesa, ma anche e soprattutto da un punto di vista pastorale, giuridico e disciplinare, al fine di presentare ai fedeli di oggi il modo migliore per vivere e testimoniare questi sacramenti nel mondo di oggi e di dare una risposta saggia e prudente in alcuni casi difficili, forse migliore di quanto in precedenza era stato stabilito.
Infatti, mentre i princìpi dell’etica naturale, basata
sulla legge morale naturale, e le norme della morale cattolica, che confermano quei princìpi, li arricchiscono e li elevano a quella superiore e soprannaturale prospettiva che è quella evangelica dei figli di Dio e del regno dei cieli, quei princìpi sono immutabili, il modo, le forme e il grado di conoscenza di questi valori progrediscono nella storia, e l’applicazione pratica di quei valori assume forme e modalità diverse e mutevoli, non necessariamente sempre centrate ed infallibili, a seconda della diversità delle situazioni, delle circostanze, delle culture, delle esigenze e delle possibilità concrete delle singole persone o dei singoli gruppi o strati sociali.
Qui una soluzione apparentemente giusta può rivelarsi successivamente sbagliata, oppure può funzionare per un certo tempo e, per il sopraggiungere di nuove conoscenze o circostanze, può richiedere di essere abbandonata e sostituita da una soluzione migliore, proprio al fine di assicurare la fedeltà ai medesimi valori e princìpi.
In questo campo pratico complesso, spesso oscuro e difficilmente interpretabile, dove facilmente si può trascurare qualche circostanza, della quale invece si sarebbe dovuto tener conto, anche disponendo di ottimi princìpi, non è sempre facile vederci chiaro e stabilire con certezza e sicurezza la via da seguire.
Per questo è utile per non dire necessario il confronto delle idee e il dibattito delle opinioni, anche contrarie tra di loro, nel presupposto però che tutti i credenti accettino i valori universali di fondo naturali e soprannaturali, di ragione e di fede.
C’è da dire anche che l’attuazione di un ideale pratico, a causa dei limiti e dei difetti delle forze umane, anche tra i migliori tra di noi, quali sono i santi, ed anche quindi col soccorso della grazia, va soggetta a diversi gradi, in modo tale che, quanto più è elevato l’ideale, tanto più difficile è metterlo in pratica e tanto più rari sono i casi di una sua piena attuazione. Questo è eminentemente il caso del rapporto vissuto tra matrimonio cristiano ed eucaristia.
E’ chiaro che Cristo non ci ha comandato nulla di impossibile. La storia del rapporto matrimonio-eucaristia delle coppie cristiane nei secoli è segnato da un’infinità di esempi di costumi onesti e corretti, per non parlare dei moltissimi esempi di santità. E’ invece la disgrazia del nostro tempo, che si crede “progredito” e vorrei dire di questi ultimi decenni, l’impressionante decadenza morale in questo campo, mascherata dai più speciosi pretesti, anche tra cattolici, nonostante i numerosi insegnamenti del Magistero della Chiesa e la venuta di un Concilio, che, se si fosse messo in pratica, avrebbe dato ottimi frutti, anche in questo settore della vita cristiana.
In fatto di etica sessuale, come purtroppo anche in tutti i campi della dottrina e della morale, ci si è dimenticati dell’avvertimento che S.Paolo fa appunto circa la castità: “che nessuno offenda o inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose” (I Ts 4,6). Lo so che alcuni mi risponderebbero che Dio non castiga, ma è solo misericordioso. Ma allora costoro, anche se si dicono cattolici, si mettono contro la Parola di Dio, qui evidente come in moltissimi altri luoghi della Sacra Scrittura.
E’ vero tuttavia che in caso di ignoranza e di debolezza morale, accompagnati dal pentimento del peccatore, occorre applicare il principio della tolleranza, della comprensione, dell’indulgenza e della misericordia. Questa è umanità, prima ancora che Vangelo. Anche gli antichi Romani e i Musulmani sanno che Dio è “clemente”.
Occorre dunque nel pastore, nel legislatore, nell’educatore e nel sacerdote un saggio equilibrio: da una parte, presentare il rapporto matrimonio-eucaristia in tutta la sua bellezza, istruendo con chiarezza e sana dottrina, mentre dall’altra correggere e richiamare con carità, esortando alla penitenza, alla fiducia ed alla speranza, tenendo conto senza ingenuità e connivenze, dei limiti concreti delle persone, secondo il vecchio adagio: Nemo ad impossibilia tenetur. La grazia, certo, soccorre, ma sempre all’interno di una natura ferita dal peccato originale.
L’esclusione, in linea di principio, dall’eucaristia e dalla confessione dei divorziati risposati non è un dogma, né un comandamento divino, ma una semplice norma pastorale, una legge della Chiesa, per quanto saggia e sensata. Ma ciò non vuol dire, come credono alcuni, che quelle coppie vivano “in stato di peccato mortale”, quasi fossero candidate all’inferno. Occorre evitare sia il giustizialismo che il perdonismo, per un saggio congiungimento di misericordia e giustizia. È questa la dote dei veri pastori.
Infatti, anche se è oggettivamente peccato mortale ed anzi, come avverte S.Paolo (I Cor 11,29), sacrilegio la profanazione dell’eucaristia, tuttavia non è detto che quelle coppie siano sempre soggettivamente in peccato mortale. Qui vale la famosa frase di Papa Francesco, tanto ingiustamente fraintesa: “Chi sono io per giudicare?”. E il fatto stesso di astenersi dall’eucaristia è per loro un riparo dal peccato mortale.
E se queste coppie non sono ammesse al sacramento della confessione, niente a loro impedisce, in caso di peccato mortale, di pentirsi e di essere perdonate direttamente da Dio, il Quale, come è noto, dà a tutti la possibilità di salvarsi.
Queste coppie, quindi, non sono affatto escluse dalla salvezza e quindi non sono escluse dalla Chiesa, arca della salvezza, benchè vi appartengano in forma giuridicamente incompleta. Esse possono quindi essere in grazia di Dio più di certi cattolici in posizione “regolare”, ma che hanno l’odio e la lussuria nel cuore.
Grave errore sarebbe invece, magari con la scusa della misericordia e dell’evolversi dei tempi, abbassare o relativizzare l’altezza dell’ideale. Questo mi sembra di constatare nei presupposti gnoseologici e metafisici di fondo, di marca hegeliana, luterana, modernista e rahneriana, che sottendono le proposte del card.Kasper e di coloro che lo seguono.
Il progresso morale non consiste nel mutare i princìpi, confondendo il dogma con la pastorale, ma nell’applicarli sempre meglio. Non si tratta di abbassare l’ideale alle nostre miserie, ma di elevare, per quanto è possibile, la nostra condotta, col soccorso della grazia, all’altezza dell’ideale. La legge morale non va regolata sul nostro io, ma è il nostro io che deve regolarsi sulla legge morale.
Va infine detto che i cardinali che si oppongono a Kasper in unione col Papa, Maestro della fede, non sono “conservatori”, non difendono un partito o un’idea vecchia e superata, ma hanno a cuore il bene della Chiesa, compresi i modernisti, e con ciò stesso la bellezza del rapporto matrimonio-eucaristia, la pace delle coscienze e il progresso della santità.
Perfida pertanto è stata la mossa di chi ha voluto presentare quei cardinali come contrari al Papa, mentre Kasper ne sarebbe il portavoce. E’ esattamente vero il contrario. E’ Kasper, con il suo criptomodernismo, ad essere contro il Papa, mentre i cardinali che gli si oppongono, grazie alla sanità della loro dottrina, sono i veri rappresentanti della Chiesa e del Papa.
Per dire che Kasper è col Papa, si deve dimostrare che è ortodosso, cioè nella retta fede; e per dire che Caffarra è contro il Papa, si deve dimostrare che è eterodosso. Questa è la sfida che lancio ai modernisti.
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P. Spadaro e il curioso caso della Relatio
di Lorenzo Bertocchi
E’ ormai chiaro che alcuni passi della famigerata Relatio post disceptationem, quella che i circoli minori hanno di fatto massacrato di emendamenti, sono farina del sacco di Mons. Bruno Forte, prova ne è stata la clamorosa presa di distanza del Card. Erdo in conferenza stampa. In particolare si tratta del paragrafo sull’apertura alle persone omosessuali; a precisa domanda sul tema il cardinale ungherese si è rivolto a Forte per dirgli, in soldoni, “questa l’hai scritta tu, rispondi tu”.
Che Mons. Forte abbia tirato la corda oltre il lecito è abbastanza chiaro, basta rileggersi le osservazioni taglienti che il cardinale africano Napier ha rilasciato in conferenza stampa lo scorso martedì. L’aggravante, come ha scritto il sempre attento Sando Magister, è che quel paragrafo non manifesta per nulla quanto emerso dalla discussione in aula, prova ne sono anche le relatio dei vari circoli minori di tutte le lingue (leggere per credere). Nella discussione, scrive Magister, solo due padri hanno parlato di questo tema con una certa “apertura”, uno di questi è proprio il cyberteologo, nonché direttore della Civiltà Cattolica, P. Antonio Spadaro.
Lo stesso cyberteologo ha pubblicato il suo intervento al Sinodo sul suo blog (vedi QUI) e si può leggere con chiarezza il passaggio di cui ha parlato Magister.
“La stessa questione omosessuale – ha detto in aula il direttore della Civiltà Cattolica – inoltre, ci interpella a una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva evangelica. La Chiesa forse non ha affrontato fino ad oggi la questione con il dovuto ascolto e discernimento, considerandola solamente un residuale elemento di disordine.”
Non c’è che dire, a P. Spadaro bisogna riconoscere che ha vermente parlato con “parresia”. Anche se questa posizione apre, più o meno esplicitamente, a una rottura netta con la dottrina cattolica in materia. Ma è “parresia”.
Tuttavia è di una certa curiosità leggere quanto scritto nella Relatio post disceptationem da mons. Forte a proposito dell’accoglienza delle persone omosessuali. Attenzione alle parole, perchè in effetti sembra una specie di copia-incolla con l’intervento di P. Spadaro.
“La questione omosessuale – si legge al n°51 della Relatio post discertatationem – ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica”
Ricapitoliamo. Secondo Magister solo due (su duecento) padri sinodali hanno affrontato il tema in questione con un certa “apertura”, di questi uno è, appunto, P. Spadaro. Allora viene abbastanza spontaneo pensare che Mons. Bruno Forte e P. Spadaro, incluso direttamente dal papa tra i padri sinodali, abbiano pensato bene di fare un bel copia-incolla secondo il loro personalissimo sentire, infischiandosene di come sono andate effettivamente le cose in aula.
Perchè? Beh, difficile a dirsi. A pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca. Non sarà che i due fossero impegnati a far passare un’idea ben precisa? Magari già condivisa prima del Sinodo? Oppure, tutto è una semplice e fatale coincidenza. Lasciamo al lettore l’ardua sentenza.
Ovvio che dalle parole di P.Spadaro e da quelle di mons. Forte tutto può essere, si può anche dire che nulla è stato fatto in rottura con la dottrina, però l’episodio resta curioso. Incredibili effetti della pastorale.
Curiosa è anche l’assenza di ogni riferimento alle relatio dei circoli minori sulla pagina facebook del cyberteologo, perchè non ne parla? Anche questa sarebbe una forma di “parresia”. Tra l’altro nella conferenza stampa di questa mattina il card. Damasceno ha detto che “la Relatio Synodi recepisce tutti gli emendamenti dei circuli minores”. E tra questi non ce n’è uno che in materia abbia i toni (e i contenuti) tratteggiati da Spadaro-Forte.
Spigolature e misteri della Relatio post disceptationem…