
Il sinodo concluso con la beatificazione di Paolo VI.
(Bruno Forte) Con la celebrazione durante la quale Papa Francesco ha proclamato beato il suo predecessore Paolo VI, si è concluso domenica scorsa il sinodo straordinario sulla famiglia, fra i più seguiti dall’attenzione mediatica dell’intero “villaggio globale”. Quest’interesse si spiega anzitutto con la simpatia che l’attuale vescovo di Roma è in grado di suscitare attraverso ognuna delle sue iniziative. Eppure, l’assemblea sinodale appena conclusa è stata legata alle figure di diversi Pontefici.
Il primo fra di essi è certamente Francesco: la sua impronta si è vista sin dall’inizio, quando ha invitato i vescovi a parlare in assoluta libertà, precisando che non dovesse esserci niente di cui si potesse dire «di questo non si può parlare». I padri sinodali hanno preso alla lettera l’invito del successore di Pietro, dando vita a un dibattito ricchissimo, dove sono risuonati accenti anche molto diversi fra loro, pur nella comune volontà di cercare il bene maggiore per le famiglie di tutto il mondo, al cui servizio la Chiesa si pone. In questo senso, l’assemblea ha rappresentato un esercizio alto della collegialità episcopale, della partecipazione cioè attiva e responsabile del collegio dei vescovi al governo pastorale del popolo di Dio con il Papa e sotto la sua guida. Ne è risultata l’esperienza di una Chiesa viva, adulta nell’assumere la complessità, accomunata dall’ascolto dello Spirito, in cammino nella ricerca delle vie nuove cui il Signore la chiama. Soprattutto per questo, quello appena concluso è stato il Sinodo di Papa Francesco, caratterizzato dalla grande fiducia che sin dall’inizio del suo servizio petrino egli ha voluto dare alla collegialità episcopale.L’altra figura di Pontefice che ha ispirato e accompagnato i lavori sinodali è stata quella di Benedetto XVI: sebbene sia stato fisicamente presente solo alla canonizzazione dell’amato Paolo VI, si può dire che la scelta di fondo di affrontare con onestà le sfide e i problemi della famiglia oggi corrisponda a quanto egli ha voluto decisamente per la Chiesa negli otto anni del suo pontificato riguardo a tutti gli aspetti della vita del popolo di Dio. Alcuni temi, poi, sono stati ispirati direttamente al suo magistero: così l’attenzione alla rilevanza della fede degli sposi nella celebrazione del matrimonio. Già da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, egli aveva affermato: «Ulteriori studi approfonditi esige la questione se cristiani non credenti — battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio — veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale». Il ragionamento è stringente: dal momento che la fede è parte dell’essenza del sacramento, «l’evidenza della non fede» ha come conseguenza che il sacramento non si realizzi. Gli effetti di una simile conclusione potrebbero essere ampi nel riconoscimento dell’invalidità di molti matrimoni, aprendo così la strada allo snellimento di non pochi processi matrimoniali canonici. Soprattutto, però, l’insistenza di Papa Benedetto sulla rilevanza della fede motiva l’esigenza di un’accurata preparazione alle nozze, intesa anzitutto come mistagogia, e dunque come cammino che porti gli sposi cristiani a riscoprire e vivere la grazia del loro battesimo e degli altri sacramenti nella costruzione della nuova famiglia e nell’assumere gli impegni relativi alla indissolubilità del vincolo e all’apertura alla procreazione: temi su cui il sinodo si è espresso con chiarezza dottrinale e attenzione pastorale.
Il terzo Papa di cui si è avvertita particolarmente la presenza ispiratrice al sinodo è stato il nuovo beato Paolo VI: questo non solo per la scelta di far coincidere la chiusura dell’assemblea sinodale con la sua beatificazione, ma anche e soprattutto per lo stile e lo spirito dei lavori. Papa della conclusione e dell’attuazione del concilio Vaticano II, Montini è stato il grande testimone del dialogo della Chiesa con la modernità, attento alla ricerca tutt’altro che facile e scontata delle mediazioni opportune fra la salvezza offerta in Cristo e la storia reale delle donne e degli uomini del nostro presente. In ascolto fedele dei segni dei tempi e nella rigorosa fedeltà all’identità della Chiesa e del suo patrimonio di fede, Paolo VI ha sovente vissuto in se stesso la tensione della ricerca, quella sofferenza del divenire in cui la luce dell’Eterno andava proposta fra le penombre e perfino nelle tenebre di un’ora carica di contraddizioni e di resistenze.
Questo è però anche il compito che i credenti di oggi si trovano ad affrontare in rapporto alle culture del “villaggio globale”, spesso omologate a modelli forti e insieme diversificate in relazione alla varietà e complessità delle sfide contestuali. Non pochi padri hanno testimoniato di avvertire un clima di lavoro per tanti aspetti simile alle atmosfere conciliari, prolungate nella grande opera di servizio al popolo di Dio e all’umanità di Papa Montini. Anche così il sinodo è stata un’avventura bella, che ha aperto la porta a nuovi cammini ed esigerà coraggio e impegno da parte di tutti i credenti per corrispondere a quanto lo Spirito sta dicendo alla Chiesa. Appare dunque veramente ricco di spirito montiniano l’appello finale di Papa Francesco a essere una Chiesa di uomini e per gli uomini, decisa a non abdicare mai al suo compito di essere voce del Dio vivo, che ha parlato alla storia in Gesù Cristo: la Chiesa che un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, il “Papa della famiglia”, come lo ha definito Francesco, ha impersonato in maniera singolare, proprio così ispirando cammini al tempo stesso fedeli e nuovi, come quelli percorsi e aperti da questa assemblea sinodale.
L'Osservatore RomanoIl primo fra di essi è certamente Francesco: la sua impronta si è vista sin dall’inizio, quando ha invitato i vescovi a parlare in assoluta libertà, precisando che non dovesse esserci niente di cui si potesse dire «di questo non si può parlare». I padri sinodali hanno preso alla lettera l’invito del successore di Pietro, dando vita a un dibattito ricchissimo, dove sono risuonati accenti anche molto diversi fra loro, pur nella comune volontà di cercare il bene maggiore per le famiglie di tutto il mondo, al cui servizio la Chiesa si pone. In questo senso, l’assemblea ha rappresentato un esercizio alto della collegialità episcopale, della partecipazione cioè attiva e responsabile del collegio dei vescovi al governo pastorale del popolo di Dio con il Papa e sotto la sua guida. Ne è risultata l’esperienza di una Chiesa viva, adulta nell’assumere la complessità, accomunata dall’ascolto dello Spirito, in cammino nella ricerca delle vie nuove cui il Signore la chiama. Soprattutto per questo, quello appena concluso è stato il Sinodo di Papa Francesco, caratterizzato dalla grande fiducia che sin dall’inizio del suo servizio petrino egli ha voluto dare alla collegialità episcopale.L’altra figura di Pontefice che ha ispirato e accompagnato i lavori sinodali è stata quella di Benedetto XVI: sebbene sia stato fisicamente presente solo alla canonizzazione dell’amato Paolo VI, si può dire che la scelta di fondo di affrontare con onestà le sfide e i problemi della famiglia oggi corrisponda a quanto egli ha voluto decisamente per la Chiesa negli otto anni del suo pontificato riguardo a tutti gli aspetti della vita del popolo di Dio. Alcuni temi, poi, sono stati ispirati direttamente al suo magistero: così l’attenzione alla rilevanza della fede degli sposi nella celebrazione del matrimonio. Già da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, egli aveva affermato: «Ulteriori studi approfonditi esige la questione se cristiani non credenti — battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio — veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale». Il ragionamento è stringente: dal momento che la fede è parte dell’essenza del sacramento, «l’evidenza della non fede» ha come conseguenza che il sacramento non si realizzi. Gli effetti di una simile conclusione potrebbero essere ampi nel riconoscimento dell’invalidità di molti matrimoni, aprendo così la strada allo snellimento di non pochi processi matrimoniali canonici. Soprattutto, però, l’insistenza di Papa Benedetto sulla rilevanza della fede motiva l’esigenza di un’accurata preparazione alle nozze, intesa anzitutto come mistagogia, e dunque come cammino che porti gli sposi cristiani a riscoprire e vivere la grazia del loro battesimo e degli altri sacramenti nella costruzione della nuova famiglia e nell’assumere gli impegni relativi alla indissolubilità del vincolo e all’apertura alla procreazione: temi su cui il sinodo si è espresso con chiarezza dottrinale e attenzione pastorale.
Il terzo Papa di cui si è avvertita particolarmente la presenza ispiratrice al sinodo è stato il nuovo beato Paolo VI: questo non solo per la scelta di far coincidere la chiusura dell’assemblea sinodale con la sua beatificazione, ma anche e soprattutto per lo stile e lo spirito dei lavori. Papa della conclusione e dell’attuazione del concilio Vaticano II, Montini è stato il grande testimone del dialogo della Chiesa con la modernità, attento alla ricerca tutt’altro che facile e scontata delle mediazioni opportune fra la salvezza offerta in Cristo e la storia reale delle donne e degli uomini del nostro presente. In ascolto fedele dei segni dei tempi e nella rigorosa fedeltà all’identità della Chiesa e del suo patrimonio di fede, Paolo VI ha sovente vissuto in se stesso la tensione della ricerca, quella sofferenza del divenire in cui la luce dell’Eterno andava proposta fra le penombre e perfino nelle tenebre di un’ora carica di contraddizioni e di resistenze.
Questo è però anche il compito che i credenti di oggi si trovano ad affrontare in rapporto alle culture del “villaggio globale”, spesso omologate a modelli forti e insieme diversificate in relazione alla varietà e complessità delle sfide contestuali. Non pochi padri hanno testimoniato di avvertire un clima di lavoro per tanti aspetti simile alle atmosfere conciliari, prolungate nella grande opera di servizio al popolo di Dio e all’umanità di Papa Montini. Anche così il sinodo è stata un’avventura bella, che ha aperto la porta a nuovi cammini ed esigerà coraggio e impegno da parte di tutti i credenti per corrispondere a quanto lo Spirito sta dicendo alla Chiesa. Appare dunque veramente ricco di spirito montiniano l’appello finale di Papa Francesco a essere una Chiesa di uomini e per gli uomini, decisa a non abdicare mai al suo compito di essere voce del Dio vivo, che ha parlato alla storia in Gesù Cristo: la Chiesa che un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, il “Papa della famiglia”, come lo ha definito Francesco, ha impersonato in maniera singolare, proprio così ispirando cammini al tempo stesso fedeli e nuovi, come quelli percorsi e aperti da questa assemblea sinodale.
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Tettamanzi: «Paolo VI ci chiese di avere sempre il cuore spalancato a tutti»
La beatificazione di Paolo VI, che fu arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963, quando venne chiamato a succedere a Giovanni XXIII a Concilio aperto, «è per tutti – e in un modo speciale per gli ambrosiani – un invito a far tesoro oggi dell’eredità spirituale e pastorale di Montini che ci viene affidata in ordine a far crescere la Chiesa secondo il disegno del suo Signore e a far maturare una società umana, più giusta, libera e solidale».
Ne è convinto il cardinale Dionigi Tettamanzi, terzo successore di Montini sulla cattedra di Ambrogio, appena rientrato da Roma, dove ha vissuto la gioia grande e contagiosa della beatificazione di Paolo VI. Dai Vespri di sabato nella Basilica dei Santi Apostoli, al rito di domenica in piazza San Pietro, alla Messa di ringraziamento presieduta dal cardinale Scola ieri in San Paolo fuori le Mura, l’arcivescovo emerito di Milano ha condiviso il cammino dei pellegrini ambrosiani. E ora condivide con Avvenire la propria testimonianza e riflessione. Con lo sguardo rivolto in particolare agli anni milanesi di Montini.
Eminenza, lei ricevette l’ordinazione sacerdotale il 28 giugno 1957 dalle mani dell’arcivescovo Montini, il futuro Paolo VI. Che cosa ricorda di quel giorno e dei primi incontri con Montini? Cosa ricorda della sua figura, della sua personalità umana e spirituale?
Ricordo, insieme al grande dono d’essere stato ordinato sacerdote. l’appello vibrante dell’arcivescovo a vivere un amore tipicamente pastorale, ad avere un "cuore missionario" sempre spalancato ad accogliere tutti, nessuno escluso, per donare la gioia del Vangelo. Quanto ai primi incontri da sacerdote con Montini li ricordo segnati tutti da una singolare affabilità, espressione di una delicata paternità. Il senso della sua "grandezza", lungi dall’allontanare l’arcivescovo, me lo avvicinava.
Quale traccia ha lasciato l’arcivescovo Montini nella vita, nella spiritualità, nello stile pastorale del giovane sacerdote Tettamanzi?
Il Seminario mi ha educato a vivere il sacerdozio con un profondo senso ecclesiale. E così i miei anni di "giovane sacerdote" hanno conosciuto una preziosa freschezza e un entusiasmo forte nel seguire le linee di pensiero e di azione dell’arcivescovo, che venivano rivelando una spiritualità incentrata sul «Cristo è tutto per noi» (sant’Ambrogio) e proponendo una pastoralità d’apertura fiduciosa e amicale nei riguardi di un mondo chiamato a ritrovare nella fede la sorgente e l’energia per l’affermarsi di un’umanità autentica e coraggiosa.
Montini fu chiamato «l’arcivescovo dei lavoratori». Come possiamo declinare oggi il suo insegnamento nella Milano attanagliata dalla crisi economica e occupazionale?
Spiritualità e realismo, lettura di fede e conoscenza profonda degli aspetti umani anche i più nuovi e complessi sono stati il metodo seguito da Montini nell’affrontare, con un approccio ad un tempo evangelico e razionale, i più disparati problemi della vita sociale, economica, culturale del tempo. Un metodo, questo, ancor più necessario e insieme decisamente fecondo nel dare risposte vere e concrete ai problemi sollevati dalle varie crisi che la storia nel suo sviluppo conosce. Il riferimento di Montini ai lavoratori è stato non solo un momento concreto della sua azione pastorale, ma soprattutto un segno eloquente di un dialogo e di una amicizia ch’egli ha voluto ritrovare e promuovere tra la Chiesa e il mondo. Nella linea peraltro della Dottrina sociale della Chiesa.
Montini fu anche il pastore di una città che cambiava profondamente, fra immigrazione dal Sud Italia, espansione urbanistica, nuove periferie, modernizzazione. Nella Milano che oggi richiama e accoglie immigrati dal Sud del mondo, metropoli «plurale», religiosa e secolarizzata insieme, è ancora attuale la lezione di Montini?
I cambiamenti registrati allora nell’ambito economico-finanziario, sociale, culturale e religioso sono stati di singolare velocità e profondità e hanno sottoposto la città ad un’evoluzione quanto mai rapida e ampia. In questo contesto dobbiamo riconoscere alla laboriosità tipica di Milano e all’anima profondamente cristiana della Chiesa ambrosiana l’essersi impegnate senza nostalgia nella costruzione di una società "nuova", davvero all’altezza dei tempi. Da qui l’esplosione di un’energia culturale e spirituale che ha portato da un lato a risposte positive e dall’altro lato allo sviluppo di situazioni gravate da non pochi "squilibri". Si tratta di non piccole disuguaglianze nell’ambito economico-finanziario tra "ricchi" e "poveri", in quello urbanistico tra "centro" e "periferie", a livello culturale fra "tradizione" e "novità", nell’ambito religioso tra cristiani e credenti di altre religioni e non credenti. Ne è derivata una situazione fortemente pluralistica e ambivalente che sollecitava la città ad uno sguardo sempre più ampio e ad una presenza sempre più capace di cogliere e realizzare gli aspetti positivi e promettenti che proprio nelle crisi si dispiegano delineando così un nuovo volto della città. Dalla stagione della staticità si è passati a quella del dinamismo, del bisogno di tutto rinnovare. Ma come? È qui che emerge il genio pastorale di Montini, l’arcivescovo dall’acuto senso della storia nei suoi aspetti dinamici e futuri. E dunque l’affermarsi di una tensione escatologica, frutto dell’ascolto di ciò che lo Spirito chiede alle Chiese attraverso i «segni dei tempi».
Nell’episcopato milanese del cardinal Montini vi sono scelte, iniziative, gesti, che in qualche modo anticipano scelte, iniziative, gesti del pontificato?
La risposta viene immediata dal confronto tra il ministero episcopale a Milano e quello petrino da Pontefice. Il servizio pastorale vissuto nella Chiesa ambrosiana presenta tutta una serie di scelte, gesti e iniziative impregnati di autentico "profetismo": sono il frutto di un’opera che scaturiva dall’ispirazione che viene da Dio e che si compiva nel segno del coraggio evangelico, sino al dono totale e sacrificale di sé. Sto pensando allo slancio della Missio ad gentes in Africa, all’orizzonte mondiale delle sue visite alle Chiese, all’apertura all’intera umanità nel segno dell’accoglienza e della condivisione, alla spiritualità come fondamento e dinamismo di un costume morale che prende forza dal Vangelo e dalla grazia di Dio. Come non ricordare nel magistero di Montini l’alleanza inscindibile tra verità e misericordia, tra fermezza sui valori e tenerezza paterna verso le persone secondo la legge della gradualità?
Montini cercò in ogni modo di "entrare in sintonia" con la città e la diocesi che Pio XII gli aveva affidato. Ma Milano – la Milano ecclesiale, ma anche la Milano politica, civile, culturale – seppe entrare in sintonia col suo arcivescovo? Seppe capirne la grandezza, la profondità, la modernità, le "profezie"?
La Milano civile ed ecclesiale di allora non solo ha ammirato la figura e l’opera dell’arcivescovo Montini, ma ne ha seguite le indicazioni e le provocazioni. Certo, secondo la diversità propria delle libertà umane. L’evento però della beatificazione di Paolo VI è per tutti – e in un modo speciale per gli ambrosiani – un invito a far tesoro oggi dell’eredità spirituale e pastorale di Montini che ci viene affidata in ordine a far crescere la Chiesa secondo il disegno del suo Signore e a far maturare una società umana, più giusta, libera e solidale.
Avvenire