
"L'egoismo umano a volte gioca brutti scherzi inconsci anche nel cuore più adorabile. Ma una volta che ci si rende conto di questo, una volta che Dio è messo sul trono, nel matrimonio entra un enorme potere, per cui gli errori e i peccati dei due che sono stati fatti uno, possono servire per la reciproca santificazione."
Gilbert Keith Chesterton (1874 - 1936)

"L'egoismo umano a volte gioca brutti scherzi inconsci anche nel cuore più adorabile. Ma una volta che ci si rende conto di questo, una volta che Dio è messo sul trono, nel matrimonio entra un enorme potere, per cui gli errori e i peccati dei due che sono stati fatti uno, possono servire per la reciproca santificazione."
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La lezione dell'assemblea conclusa in Vaticanodi Salvatore Mazza
Il Sinodo sulla famiglia – due settimane serrate di lavori – è stato quello che Papa Francesco voleva. Un confronto 'ampio' e 'franco', aperto all’ascolto, in cui ciascuno ha detto quello che sentiva con quella 'parresìa' – la totale libertà di espressione e di spirito – incoraggiata dal Pontefice nel giorno di apertura dell’assemblea, e senza la quale non c’è sinodalità: perché, come Francesco disse ancora quel 6 ottobre, «bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire, senza rispetto umano, senza pavidità, e al tempo stesso si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli». Il risultato è stato un Sinodo dei ritmi serrati, dove il carico di passione che i partecipanti hanno investito nel dibattito, se una volta di più ha inequivocabilmente affermato come il tema della famiglia sia cruciale per la Chiesa, ha dimostrato qualcosa di molto più importante: che cioè «nella Chiesa assistita dallo Spirito – come ha affermato il cardinale Angelo Scola – alla fine, come si potrà vedere, la comunione sempre prevale». «Tanti commentatori – ha osservato il Papa nel discorso conclusivo di sabato scorso – hanno immaginato una Chiesa in litigio», quando la «varietà di carismi» non è certo «motivo di confusione e di disagio», quanto piuttosto il contrario.
La Relatio Synodi, ovvero il documento che in 62 punti riassume il risultato di queste due settimane di lavoro, e che viene consegnato come documento di lavoro per la prossima Assemblea ordinaria in programma tra un anno, è il riflesso perfetto di quanto sottolineato da Francesco, il quale, non a caso, ha voluto che in calce al testo venissero riportati i risultati del voto ('placet', 'non placet') sui singoli punti. Un documento da leggere e valutare nel suo insieme, e dal quale ruolo, sfide e futuro della famiglia vengono inquadrati e proiettati in un grande affresco pastorale che, dentro la grande tradizione dottrinale degli ultimi cinquant’anni, sollecita tutta la comunità dei credenti a un’attitudine più coraggiosa, 'audace' nel senso proprio del termine.
È l’atteggiamento 'in uscita' tanto caro a Bergoglio, e a proposito del quale è illuminante l’auto-correzione del Papa alle sue stesse parole quando, sabato, ricordando che il primo dovere dei pastori è di accogliere le pecorelle smarrite, ha detto: «Ho sbagliato, qui. Ho detto accogliere: andare a trovarle». Perché questa è la Chiesa «che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone» e che «non ha paura di rimboccarsi le maniche». Visti in questa prospettiva, e nell’insieme del documento, gli stessi punti più controversi emersi dal dibattito – i paragrafi 52 e 53 sull’ammissione a Riconciliazione ed Eucaristia delle persone divorziate e risposate, e il 55 sulla pastorale verso le persone omosessuali, ovvero i tre punti della Relatio che non hanno ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi – non appaiono tanto punti di frattura (frettolosamente attribuiti a una mera 'contrapposizione' tra 'progressisti' e 'conservatori'), quanto piuttosto come la consapevolezza di una sfida ulteriore. Ulteriore e ineludibile, e per questo consegnata alla riflessione del prossimo Sinodo. Ha detto, splendidamente, il cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo sudafricano di Durban: «Penso che questo sia l’aspetto più importante del documento: il fatto di dover presentare in uno spirito onesto e aperto quello che è veramente stato detto dai membri del Sinodo, specialmente nei Circoli minori. Non è un compito facile quello di includere le idee di tutti, quando ci sono tutti gli orientamenti e si cerca di racchiuderli in uno solo. Ma penso che siamo riusciti abbastanza bene a evidenziare le cose principali».
È proprio questo, alla fine, il senso della sinodalità vera di cui questa Assemblea è stata splendida icona, anche nella vivacità del dibattito. Il Papa l’ha detto con quieta confidenza: «Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni, questo movimento degli spiriti, come lo chiamava sant’Ignazio, se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace». Sinodalità di una Chiesa con una chiara gerarchia, ma in cui non ci sono sudditi e il cui senso continua forse a sfuggire nel tentativo di leggerne le pieghe con gli occhiali e le categorie secolari, a cominciare dai concetti di 'democrazia' e 'parlamento'. Sinodalità in cui il progredire non è, appunto, un obiettivo da perseguire a colpi di maggioranza quanto piuttosto l’esito di un 'camminare insieme'; che può – ed è inevitabile – trovarsi di fronte a inciampi, ostacoli, difficoltà, ma è sempre e comunque un cammino di vera comunione, in cui si avanza insieme. Unico stile che, come ha detto il Papa, può salvare dalla doppia 'tentazione' in agguato: l’'irrigidimento ostile' di quelli che ha definito 'tradizionalisti e intellettualisti' e il 'buonismo distruttivo' dei 'progressisti e liberalisti'.
Per tutto questo, a conclusione dell’assemblea Papa Bergoglio ha voluto che si celebrasse la cerimonia di beatificazione di Paolo VI, e ha citato le parole con le quali Montini istituì il Sinodo: «Scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi... alle accresciute necessità dei nostri giorni e alle mutate condizioni della società». Se si segue il lungo filo rosso che lega la storia della Chiesa dal Concilio in avanti, è questo l’impegno che il Sinodo straordinario sulla famiglia s’è assunto, con coraggio, mostrando al mondo la Chiesa così com’è.
Questo, alla fine, è il suo compito. Perché, come ha detto il Papa domenica scorsa, sperare in Dio non è «una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che gli appartiene». Ed «è per questo che il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita – con i piedi ben piantati sulla terra – e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove». Esattamente quel che è successo col Sinodo, con una Chiesa «chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza». «Abbiamo seminato e continueremo a seminare con pazienza e perseveranza». L’appuntamento, adesso, è a ottobre del 2015.
Avvenire
La chiesa in ascolto che nasce dal sinodo
Corriere della Sera
(Alberto Melloni) La vera notizia di questi giorni non è che in Sinodo ci sia stata una minoranza, o che si sia affermata senza cedimenti una maggioranza, di cui l’andamento del magistero episcopale previgente Francesco non faceva sospettare l’esistenza. Ma che Francesco abbia ricordato verbis et exemplis che maggioranza e minoranza hanno una responsabilità. In questo come in tutti i passaggi storici di tipo collegiale deve uscire un consenso che non è accordo fra capi ma, come ha detto ieri Francesco nell’omelia, consenso di «chiese» rappresentate nella loro soggettività teologica.
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Un Sinodo tutto da capire...
di A. Ambrogetti
di A. Ambrogetti
Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”
Ed ecco che gli spifferi che provengono dall’aula portano la notizia che le relazioni dei Circoli qualcuno non voleva fossero pubbliche. Perché? Alla fine la Relazione del Sinodo, al posto delle propositiones, viene pubblicata. E’ molto diversa, è più o meno come l’ Istrumentum laboris, eccetto tre paragrafi mediaticamente caldi. Quei temi ormai consunti che ciclicamente tornano sulle pagine dei giornali perché decisamente “mondani”, che cioè interessano il mondo, che seguono il mondo. Nessun consenso. Su questo i padri si dividono nettamente, anche se non si capisce bene come. La pubblicazione dei voto infatti non chiarisce le idee e le motivazioni. Senza testi il sinodo rimane di fatto muto.
Perché non si riesce a far passare cosa si è detto davvero sui tanti problemi che affliggono le famiglie. Quelle normali. Perché si, a dispetto di molti le famiglie normali cattoliche ci sono e sono la maggior parte. Sono attive, hanno a che fare con povertà, disabilità, educazione dei figli, anziani cui badare, infedeltà, evangelizzazione e tanto altro. Ma questo è emerso poco. Come sono emersi poco i problemi di grande parte del mondo, come l’ Africa.
Ecco i veri protagonisti, la “rivelazione” del sinodo forse sono stati gli africani. Che, nonostante siano stati giudicati inadatti da qualcuno, hanno dimostrato di essere cresciuti nella fede. E di non voler essere colonizzati dalle lobbies occidentali che hanno già minato Europa, America e in parte anche l’ Asia.Alla fine il dibattito si è ingolfato e il documento finale non è altro che un alibi per continuare a tentare un colpo di mano per far passare le idee pastoraliste di alcuni. Perchè, ad esempio, non abbiamo sentito parlare di confessione personale quando parliamo di accesso ai sacramenti? Pochi accenni che non hanno avuto risonanza quanto un errato sensus fidelium totalamente travisato.
Alla fine di tutto il discorso del Papa. Molto lungo, inconsueto per Bergoglio, ma evidentemente preparato con cura. Qualche bacchettata per rimettere in riga i riottosi dell’una e dell’altra idea, un grande apprezzamento per il lavoro e soprattutto una forte sottolineatura della funzione di Pietro, del Papa. Un discorso che insieme alle parole della omelia della beatificazione di Paolo VI nella messa che conclude il sinodo, lascia immaginare che il Papa non sia del tutto soddisfatto di come è andata. Non sappiamo davvero perché. Il Papa deve essere faro e guida e quindi non deve “prendere una parte”. Faro e non fiaccola, con buona pace di chi pensa che la luce della Chiesa sia “relativa” al cammino dell’uomo. Che ovviamente più essere anche molto sbagliato. Faro, anzi roccia come dice il Vangelo, come dice Gesù a Pietro.
Tra un anno ci sarà un altro sinodo. Tutto da preparare alla luce di questo. I Lineamenta, per volere del Papa, sono già pronti: la Realatio Synodi a questo serve. Per questo è stato pubblicato anche quello che non ha avuto il consenso della maggioranza. Sarà un anno difficile per chi ama la Chiesa.(Korazym)
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"L'elemento che mi ha colpito di più è stata la vivacità del Sinodo: non solo dal punto di vista esteriore ma come manifestazione di libertà e di un'interiorità profonda. Il segno che il tema era interessante e l'assemblea era coinvolta". Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della (...)
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Un problema o un valore?
L'Indice del Sinodo - Il Regno
(Guido Mocellin) La metafora del racconto del Sinodo come una febbre, su cui costruivo il mio post del 17 ottobre, era piaciuta in particolare a uno dei miei 25 lettori, l’ottimo John Thavis, che in un commento su Facebook si era chiesto quanto sarebbe nuovamente salita la «febbre» nel «sabato sera» delle votazioni finali. «È la febbre del sinodo sera» era anche la scritta che campeggiava su una vignetta di Massimo Bucchi comparsa domenica 19 su La Repubblica (...)