Aldilà delle polemiche e degli episodi clamorosi del Sinodo in corso, che non sono stati inventati dai giornalisti come qualcuno vorrebbe far credere, si deve notare che dalle sintesi ufficiali si nota l'assenza dell'elemento decisivo del matrimonio cristiano: la chiamata alla santità. Sembra che lo scopo sia cercare di risolvere i problemi dell'umanità e non portare l'umanità a Cristo.
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Quella domanda a cui il Sinodo non risponde
Qualche strumentalizzazione e forzatura è ovvia, da mettere in conto, ma sostenere che il poco esaltante spettacolo offerto dal Sinodo nei giorni scorsi sia solo frutto dei media, è quantomeno assurdo. Benedetto XVI aveva parlato di un Concilio Vaticano II reale e un Concilio dei media, ma pensare di poter applicare quello schema al Sinodo in corso è completamente fuori luogo: si deve riconoscere che i giornali hanno riportato esattamente ciò che dai briefing quotidiani, dalle conferenze stampa e dalle interviste veniva effettivamente comunicato, inclusa la Relazione Erdö di fine prima parte.
Se poi, come fanno alcuni giornali, ci si ostina a volere far credere che il clima al Sinodo è disteso, che la Relazione Erdö rispecchia fedelmente quanto detto in aula e che c’è solo qualche dissenso marginale, allora si scade nel patetico: lo stesso cardinale Erdö in conferenza stampa sembra abbia voluto prendere le distanze almeno da alcune parti della relazione letta; e poi sono intervenuti il prefetto della Dottrina della Fede, i vescovi africani, il presidente dei vescovi polacchi, il cardinale Burke, e altri: tutti a contestare la corrispondenza di quanto scritto con quanto avvenuto nell’aula sinodale. E in più accuse esplicite alla direzione del Sinodo di voler manipolare la comunicazione per favorire una linea ben precisa.
È evidente che tutto ciò non è invenzione dei giornali. Piuttosto, sapendo come funziona il circuito della comunicazione e cosa si aspettano i media “laici”, se non si vogliono dare messaggi fuorvianti si deve piuttosto pensare a comunicare in modo diverso. A meno che invece, il titolo “La Chiesa apre alle unioni civili e ai gay” sulle prime pagine di tutto il mondo non fosse esattamente l’obiettivo che qualcuno si prefiggeva.
Se poi, come fanno alcuni giornali, ci si ostina a volere far credere che il clima al Sinodo è disteso, che la Relazione Erdö rispecchia fedelmente quanto detto in aula e che c’è solo qualche dissenso marginale, allora si scade nel patetico: lo stesso cardinale Erdö in conferenza stampa sembra abbia voluto prendere le distanze almeno da alcune parti della relazione letta; e poi sono intervenuti il prefetto della Dottrina della Fede, i vescovi africani, il presidente dei vescovi polacchi, il cardinale Burke, e altri: tutti a contestare la corrispondenza di quanto scritto con quanto avvenuto nell’aula sinodale. E in più accuse esplicite alla direzione del Sinodo di voler manipolare la comunicazione per favorire una linea ben precisa.
È evidente che tutto ciò non è invenzione dei giornali. Piuttosto, sapendo come funziona il circuito della comunicazione e cosa si aspettano i media “laici”, se non si vogliono dare messaggi fuorvianti si deve piuttosto pensare a comunicare in modo diverso. A meno che invece, il titolo “La Chiesa apre alle unioni civili e ai gay” sulle prime pagine di tutto il mondo non fosse esattamente l’obiettivo che qualcuno si prefiggeva.
Solo ipotesi ovviamente, ma leggere ancora che qualcuno si lamenta del “Sinodo dei media” e delle “invenzioni” dei giornalisti – dopo tutto quello che è stato detto e fatto – è francamente insopportabile.
Peraltro non deve neanche scandalizzare che ci siano scontri duri. Il fatto in sé non è nulla di nuovo, è stato così dall’origine e molte volte nel corso dei secoli ci sono state dispute feroci, teologiche e pastorali. A far pensare dovrebbe invece essere altro, ovvero ciò che sta dietro alle discussioni che hanno tenuto banco in questi giorni. Le questioni della comunione ai divorziati risposati e delle unioni omosessuali, in fondo, sono soltanto un effetto e non una causa.
Un padre sinodale – ci informa la sintesi ufficiale – intervenendo dopo la Relazione Erdö ha notato che, tra le tante cose che non andavano nel testo, mancava un adeguato riferimento alla realtà del peccato. Giusto, ma anche questa è una conseguenza.
Ciò di cui in effetti non c’è traccia è la chiamata alla santità. La santità attraverso la forma particolare del matrimonio, nelle diverse circostanze in cui questo può svilupparsi; la consapevolezza chiara che la pastorale è anzitutto accompagnare le singole persone e le famiglie al compimento del proprio destino. Non sappiamo se nessuno dei vescovi lo abbia effettivamente ricordato, di sicuro non ve n’è traccia nelle sintesi quotidiane e nella Relazione Erdö. Ed è ciò che veramente sorprende. Eppure se non si ha chiaro questo punto tutto il resto diventa fatalmente ideologico.
È soltanto in un cammino di immedesimazione in Cristo che trovano adeguata ragione anche la fedeltà coniugale, l’apertura alla vita, rapporti affettivi ordinati e secondo natura. Se si perde di vista la chiamata alla santità, il ricapitolare tutte le cose in Cristo, si finisce fatalmente per discutere quanto è possibile cedere al mondo senza mettere in discussione la dottrina. E si fanno giravolte linguistiche per conciliare l’inconciliabile (vedi il caso delle unioni omosessuali, come spiega benissimo Roberto Marchesini). È questo il destino delle denominazioni protestanti.
Ciò di cui in effetti non c’è traccia è la chiamata alla santità. La santità attraverso la forma particolare del matrimonio, nelle diverse circostanze in cui questo può svilupparsi; la consapevolezza chiara che la pastorale è anzitutto accompagnare le singole persone e le famiglie al compimento del proprio destino. Non sappiamo se nessuno dei vescovi lo abbia effettivamente ricordato, di sicuro non ve n’è traccia nelle sintesi quotidiane e nella Relazione Erdö. Ed è ciò che veramente sorprende. Eppure se non si ha chiaro questo punto tutto il resto diventa fatalmente ideologico.
È soltanto in un cammino di immedesimazione in Cristo che trovano adeguata ragione anche la fedeltà coniugale, l’apertura alla vita, rapporti affettivi ordinati e secondo natura. Se si perde di vista la chiamata alla santità, il ricapitolare tutte le cose in Cristo, si finisce fatalmente per discutere quanto è possibile cedere al mondo senza mettere in discussione la dottrina. E si fanno giravolte linguistiche per conciliare l’inconciliabile (vedi il caso delle unioni omosessuali, come spiega benissimo Roberto Marchesini). È questo il destino delle denominazioni protestanti.
Se si perde il riferimento alla santità verso cui tendere, anche la missione cambia significato. Diventa soltanto una missione “orizzontale”, cioè Cristo si riduce alla spinta per andare a soccorrere chi ha bisogno: i poveri, gli emarginati, le famiglie in difficoltà, e così via. Lo scopo – come sottolineava padre Piero Gheddo in uno splendido articolo qualche giorno fa – diventa risolvere i problemi del mondo, fare stare meglio l’umanità. Così la domanda fondamentale attorno a cui è ruotato il Sinodo, sembra essere stata “Come risolviamo i problemi delle situazioni difficili?”. Nasce così l’idea che la Comunione sia usata come medicina, come un palliativo, più che altro psicologico (il sentirsi pienamente accettati nella situazione in cui si è), tende a perdere il significato sacramentale («segno efficace della Grazia, istituito da Gesù Cristo per santificarci», diceva il vecchio Catechismo). Così si spiega anche perché l’unica coppia che ha parlato abbia proposto un modo per superare l’imbarazzo di un figlio gay.
La missione a cui Gesù ci ha chiamato è invece quella di andare e annunciare il suo Vangelo, la liberazione dal peccato; certo condividendo il bisogno dell’altro, ma solo perché il bisogno immediato, fisico, è segno di una domanda più profonda che ha solo Cristo come risposta adeguata, come l’episodio della samaritana ci insegna. Si va in tutto il mondo, a tutti gli uomini perché tutti possano venire a Cristo, non per risolvere i loro problemi. Quando la lodavano per tutte le cose che faceva per i poveri, madre Teresa rispondeva: «Ma io non lo faccio per i poveri, lo faccio per Gesù Cristo». È il segreto di tutti i santi, è ciò che tutti noi abbiamo più bisogno di imparare, e ciò di cui più si sente la mancanza in questo Sinodo. Non sappiamo cosa la vita ci riserverà e come anche la nostra situazione matrimoniale potrà evolvere: alla fine tutto dipenderà dal dove posiamo lo sguardo e mettiamo il cuore, qualsiasi cosa accada. O guardiamo in basso, e cerchiamo di risolvere i problemi, o nell'affrontare i problemi guardiamo in alto, con il desiderio di santificarci. “Cercate prima il regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in più” (Mt 6,33).
Se ci poniamo in questa prospettiva allora si comincia a comprendere che il problema oggi della Chiesa non è come fare in modo di avvicinare alla comunione chi vive situazioni irregolari, ma capire anzitutto cos’è l’Eucarestia e cosa significa accostarsi alla comunione. Per tutti: basta osservare il modo sciatto e distratto in cui viene vissuto il momento della comunione nella stragrande maggioranza delle nostre chiese per capire che il problema sta qui.
E se la cosa più importante è imparare come si può crescere nell’amore di Dio e santificarci anche nelle situazioni più difficili, allora in questo Sinodo sono mancate testimonianze concrete, esempi visibili a cui tutte le coppie possono guardare, regolari e irregolari. E – almeno a quanto letto nelle sintesi – sono mancate indicazioni chiare sul come, nell’attuale situazione delle famiglie, percorrere con sicurezza la strada che porta al compimento del nostro destino. È questa la vera pastorale che vorremmo sentire.
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Omosessuali, i salti mortali del Sinodo
Il Sinodo continua ad alimentare discussioni, e spesso i chiarimenti non semplificano le cose, ma le complicano. Dopo la “Relazione Erdö” (Relatio post disceptationem) ci si interroga su presunte aperture dei vescovi alle “unioni civili”.
Eppure la Relazione non parla di “unioni civili”, ma di “unioni [lato sensu] omosessuali”: “Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners” (§ 52).
Leggere in queste righe una apertura alle “unioni civili” sembra dunque una forzatura, una strumentalizzazione. Qual era l'intenzione dell'estensore di queste parole?
Da alcuni resoconti giornalistici pare che, di fronte alle critiche suscitate da questo paragrafo, il cardinale Erdö si sia rivolto a monsignor Bruno Forte dicendogli: “Il brano l’hai redatto tu, rispondi tu”; interpellato, l'arcivescovo di Chieti e Vasto avrebbe risposto con queste parole: “Non si può escludere la codificazione di diritti per le coppie omosessuali, è un discorso di civiltà!” (clicca qui).
Dunque le cose starebbero così: il Sinodo straordinario sulla famiglia apre alle unioni civili (faccio presente che la Relazione Erdö non è un gossip o un leak, ma un documento ufficiale del Sinodo).
La questione è problematica, perché la Congregazione per la Dottrina della Fede ha definito l'argomento con un documento del 2003 intitolato Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale tra persone omosessuali (clicca qui), firmato dal cardinale Joseph Ratzinger e approvato dal papa Giovanni Paolo II (che ne ha ordinato la pubblicazione).
In questo documento si legge chiaramente: “In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali [...] è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza” (§ 5).
Come è evidente, questa interpretazione del § 52 della Relazione (corroborata dalle parole dell'estensore) secondo la quale il Sinodo aprirebbe alle unioni omosessuali civili è assolutamente antitetica al Magistero.
Prendiamo ora in considerazione l'ipotesi alternativa. Ammettiamo che il paragrafo in questione, poiché non cita espressamente le “unioni civili” bensì le “unioni omosessuali”, non si riferisca al riconoscimento pubblico di tali unioni, ma semplicemente alle relazioni affettive informali e private tra persone dello stesso sesso. Prendiamo quindi alla lettera la Relazione Erdö, ignorando le parole di monsignor Forte.
Bisogna ammettere che, di per sé, l'affermazione in questione resta piuttosto problematica. Che significato ha prendere atto che “vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners” se comunque non si vogliono negare “le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali” (e quindi permane l'attuale giudizio negativo sulle unioni omosessuali)? Se non cambia il giudizio nei confronti delle unioni omosessuali, l'affermazione per cui le persone possono darsi reciprocamente una mano è di una banalità sconcertante: che bisogno c'era di scriverla?
È possibile però leggere questo paragrafo alla luce di un'altra affermazione contenuta nella Relazione, quella in cui non si esclude “la possibilità di riconoscere elementi positivi anche nelle forme imperfette che si trovano al di fuori [dalla] realtà nuziale” (§ 18).
Questa affermazione ricalca molto da vicino quanto affermato dal cardinale Kasper in una intervista (clicca qui) del 18 settembre scorso. In questa occasione il cardinale tedesco proponeva di estendere l'ermeneutica che la Lumen Gentium applica alle altre religioni (“Questa è l'unica Chiesa di Cristo [...] ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità”, § 8) alle unioni non matrimoniali (“In certi casi, non si potrebbero riconoscere anche in un matrimonio civile degli elementi del matrimonio sacramentale? Per esempio l'impegno definitivo, l'amore e la cura reciproca, la vita cristiana, l'impegno pubblico che non c'è nelle coppie di fatto?”).
In effetti, più volte alcuni padri sinodali hanno abbracciato questo slogan, affermando che anche le unioni omosessuali conterrebbero “elementi di santificazione”. In questo caso il Sinodo, pur non aprendo alle unioni civili omosessuali, rivaluterebbe le unioni omosessuali informali e private trovando in essi elementi positivi (“un appoggio prezioso per la vita dei partners”) se non addirittura “elementi di santificazione”.
Ma anche in questo caso ci sarebbe una fortissima contraddizione con quanto affermato dalleConsiderazioni circa i progetti di riconoscimento legale tra persone omosessuali, nelle quali troviamo scritto: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale” (§ 4).
Qualche giorno fa padre Lombardi ha spiegato come al Sinodo siano presenti due linee: “C'è una linea che parla con molta decisione dell'annuncio del Vangelo del matrimonio che esige di affermare che, se c'è un legame valido esistente, non è possibile l'ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati. E c'è un'altra linea che, non negando in alcun modo l'indissolubilità del matrimonio com'è nella proposta del Signore Gesù, però vuole vedere, nella chiave della misericordia, le situazioni vissute e fare un discernimento su come affrontarle nelle varie situazioni che sono a volte molto specifiche; vedere se, senza negare la dottrina fondamentale, si può venire incontro alla misericordia, in un approccio pastorale sulle varie situazioni che si vogliono affrontare”.
Sembra sempre più difficile credere che questa seconda linea (che appare prevalente nella Relatio post disceptationem) riesca a utilizzare la chiave della misericordia “senza negare la dottrina fondamentale".
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Falsa quiete dopo tempesta
di Matteo Matzuzzi (Il Foglio)
Tutto va per il meglio, nell’Aula nuova del Sinodo, si dice nel briefing quotidiano organizzato in Sala stampa. Nessuna discussione, nessuna contestazione formale della Relatio post disceptationem firmata lunedì dal cardinale ungherese Péter Erdö. Toni rispettosi e cordiali, clima fruttuoso, clima di “comunione, fraternità e pastoralità”, chiarisce il cardinale arcivescovo di Barcellona, Lluís Martínez Sistach. Delle polemiche violente del giorno prima, quando il cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier – che ha assestato colpi alla Relatio anche nel corso della discussione in assemblea – compariva davanti ai giornalisti per gettare idealmente nel tritacarte il documento cui tante energie ha dedicato mons. Bruno Forte, nessuna traccia. Apparentemente almeno. Anche perché subito dopo aver segnalato l’ambiente di profonda concordia che si respira nei circoli minori, viene fatto notare che gli emendamenti al testo di lavoro “che non cambierà la dottrina” – s’affrettano a ribadire in Vaticano – saranno tanti. Mons. Joseph Kurtz, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, dopo aver lodato il confronto in corso, aver definito la relatio “un meraviglioso documento di lavoro”, aver spiegato che “lo Spirito del Concilio non è altro che lo Spirito Santo e che nel Sinodo si avverte”, entra nei temi del contendere e spiega che la posizione del suo gruppo sulla questione della riammissione alla comunione dei divorziati risposati è che “servirà un ulteriore studio”, benché qualcuno (“a small group”, dice) sia pronto a dar loro il benvenuto. Il cardinale Sistach, pochi minuti dopo aver sottolineato l’importanza che ha la coscienza personale sull’uso dei metodi anticoncezionali, ha rivelato che il suo circolo ha proposto modifiche “a tutte le parti della Relatio”. Nessuna esclusa. I circoli lavorano a pieno ritmo, visto che questa mattina saranno presentate le conclusioni, che saranno illustrate al mondo, in conferenza stampa, dal cardinale Schönborn. Si tratterà d’un momento importante prima della votazione sulla Relatio Synodi. Almeno due dei dieci circoli hanno lavorato a una parziale riscrittura di tutta la relazione intermedia, giudicata dalla maggioranza dei membri di quei gruppi “irricevibile”.
Il relatore generale, cardinale Erdö, guarda già alla Relatio: “Speriamo di arrivare a una relazione finale che possa essere accettata dalla grande maggioranza”, dice a Radio Vaticana, riconoscendo che nel documento da lui letto lunedì mattina c’è ben poca chiarezza: “I fedeli hanno bisogno di una voce chiara, di un incoraggiamento, di un insegnamento”. Insomma, “di una voce chiara di orientamento. Quindi speriamo che il testo finale sia un testo chiaro e soddisfacente per tutti”. A ogni modo, chiarisce l’arcivescovo di Budapest, “non ci dobbiamo aspettare risposte concrete”. Quelle arriveranno tra un anno, e a darle sarà solo e soltanto il Papa. Nel frattempo, i circoli passano al setaccio la relazione intermedia, soppesano le parole una a una, perché “se c’è scritto che una cosa l’hanno detta numerosi padri e invece erano solo alcuni, la cosa è ben diversa”, dice mons. Rino Fisichella, relatore di uno dei gruppi di lingua italiana.
La strada per un cambiamento radicale della prassi pastorale è stretta, la contestazione di lunedì ha lasciato scorie pesanti, se è vero che il cardinale belga Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles e da decenni capofila del fronte riformista europeo, ha ammesso in un’intervista a un sito cattolico del suo paese che “qualcuno rimarrà deluso” dalle conseguenze del Sinodo, visto che “non tutto è possibile, in particolare circa la questione dei divorziati risposati”. Su questa, ha osservato Danneels, “non c’è per il momento unità di vedute in assemblea. L’Asia, l’America latina e l’Africa hanno punti di vista diversi rispetto a quelli dell’Europa occidentale. So che questo Sinodo – il più importante cui abbia mai partecipato – terminerà, ma non sono in grado di dire come”, ha chiosato. Ben più ottimista, invece, è il cardinale Walter Kasper, che vede “crescere la maggioranza” a sostegno della sua proposta finalizzata a dare il via libera al riaccostamento ai sacramenti dei divorziati risposati in nome della misericordia. “Tutto è molto tranquillo”, dice il presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e le uniche turbolenze sono state motivate dai giornali, che da un capo all’altro del globo hanno interpretato male la Relatio aperturista dalla quale lo stesso estensore ufficiale ha preso le distanze. Più che altro, spiega Kasper a Zenit, non bisognerebbe dare troppo spazio alle tesi dei padri africani, provenienti da un continente dove “di omosessualità non si può neppure parlare perché trattasi di un tabù”. E visto che loro di queste cose non parlano, “non dovrebbero neppure dirci troppo ciò che noi dobbiamo fare”.
In serata ha parlato l’arcivescovo maggiore di Kiev, Shevchuk: “Ci sono molte critiche alla Relatio, bisogna dare un messaggio molto più chiaro ed equilibrato. Bisogna dare un messaggio molto più chiaro ai fedeli e al Papa. Vogliamo ribadire la dottrina della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. Bisogna essere molto più chiari. Come si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli”
fonte: IlFoglio.it
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Circuli minores chiedono stralci
I giorni volano e siamo ormai quasi alla conclusione del Sinodo sulla famiglia, tappa (certo importante) di un percorso che verrà approfondito localmente durante l’anno che ci separa dal secondo Sinodo previsto sull’argomento nell’ottobre del 2015. Quello che stiamo vivendo è il Sinodo dell’approfondimento delle tematiche emerse durante il tempo della preparazione, che è stato caratterizzato anche dalla diffusione del famoso questionario e dall’esame delle risposte pervenute. Quello che verrà sarà invece il Sinodo delle proposte calate nella realtà concreta e delle decisioni connesse.
In questi giorni, parallelamente alla discussione nei Circuli minores divisi in gruppi linguistici, stanno procedendo sia l’elaborazione del tradizionale ‘Messaggio’ al popolo di Dio che la redazione della Relatio Synodi, che conterrà una sintesi delle prime considerazioni e, forse, ipotesi di soluzione delle questioni più brucianti cui saranno pervenuti i padri sinodali.
E’ noto che la Relatio post disceptationem di lunedì – nominalmente attribuita al relatore generale cardinale Erdoe (che poi se n’è distanziato pubblicamente in conferenza-stampa, almeno in parte e in punti delicatissimi) – ha suscitato una forte reazione in molti padri sinodali. Tanto che il giorno dopo la Segreteria del Sinodo è dovuta intervenire cercando di ridimensionare (un fatto inaudito) la stessa Relatio. Ed è pure noto che, dopo i primi interventi liberi nell’Assemblea, già in diversi casi duramente critici, le discussioni nei Circuli minores hanno portato alla luce una forte opposizione di fondo ai contenuti più ‘audaci’ (qualcun altro dirà ‘profetici’) della Relatio. Questo è un fatto, non un’opinione. Eppure ci tocca ancora leggere frasi come le seguenti di un fiato schieratissimo (dal marzo 2013): “Appare comunque chiaro che la direzione è ormai tracciata”. Anche: “E non allarmano né turbano le critiche manifestate (le stesse che si conoscevano già prima del Sinodo) da pochi padri su 191 votanti”. Può darsi naturalmente che ai fiati schieratissimi della fanfara che accompagna la ‘gioiosa macchina da guerra’ non sia noto che in più Circuli minores la maggioranza dei padri ha letteralmente stralciato dalla Relatio le parti sulla ‘gradualità’ dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, della ‘santificazione’ presente nelle unioni diverse dal matrimonio religioso, per non parlare dei paragrafi sulle convivenze omosessuali. Non è finita. C’è chi tra i fiati storicamente schieratissimi scrive ancora, dopo aver notato che “il card. Mueller, capofila dei rigoristi, è uscito dall’Aula con una faccia da funerale” (Ndr: poteva il terribile guardiano dell’ortodossia- ah, quei bavaresi… non cambiano mai! – uscire dall’Aula con una faccia sorridente?): “A contribuire a mutare, e anzi a capovolgere il clima esasperato e ideologico della vigilia, è stato ovviamente ( Ndr: notare l’avverbio ‘ovviamente’) papa Francesco, che segue i lavori con una regía attentissima (Ndr: notare la parola ‘regía’). Correttamente, Bergoglio non interviene in Aula, ma ad essa non cessa di riferirsi in tutte le occasioni possibili”.
Si sa che, nella nostra società massmediatica e dell’apparenza, liquida quant’altre mai, la percezione di un avvenimento spesso diventa per l’opinione pubblica una vera e propria verità, se possibile più vera dell’accadere del fatto stesso. In tal senso i documenti che usciranno da questo Sinodo saranno vagliati, com’è giusto, con grande attenzione dai media, che li trasmetteranno poi nei loro contenuti principali (o tali considerati) all’opinione pubblica. E’ certo perciò che dai padri sinodali si pretende oggi una particolare attenzione ai sostantivi utilizzati, anche agli aggettivi, ai verbi, agli avverbi, perfino alle virgole. Perché ogni termine potrebbe, specie se estrapolato scorrettamente, servire per dare all’opinione pubblica una percezione del Sinodo non rispondente alla verità dei fatti. Da questo punto di vista la Relatio post disceptationem (che, è bene ribadirlo, non è affatto stata redatta nei punti più delicati dal relatore generale, card. Erdoe) presenta a tratti, ma spesso là dove la questione è delicata, un linguaggio fumoso, ambiguo, con molte domande che suonano non raramente retoriche e melense, ricordando assai l’ecclesialese post-sessantottino.
I padri che nei Circuli minores richiedono lo stralcio di tali parti sono coscienti della pericolosità di dare in pasto ai media e, dunque, all’opinione pubblica, frasi e mezze frasi che dicono e non dicono, giustificando qualsiasi interpretazione e creando gran confusione e grossi malintesi. C’è solo da sperare che l’intera Assemblea si renda conto del problema, così da fare in modo (almeno per quanto è possibile) che la percezione del Sinodo da parte dell’opinione pubblica corrisponda sostanzialmente a quello che il Sinodo sarà stato. Stato, non immaginato e desiderato.
fonte: www.rossoporpora.org