La visione ecumenica di Papa Francesco.
(Kurt Koch, Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) «Da parte mia, desidero assicurare, sulla scia dei miei predecessori, la ferma volontà di proseguire nel cammino del dialogo ecumenico». Con queste parole pronunciate già durante il suo primo incontro con i rappresentanti delle Chiese e delle Comunità ecclesiali e delle altre religioni, il giorno dopo l’inizio del suo pontificato, Papa Francesco annunciava il suo impegno ecumenico. Al riguardo, colpisce innanzitutto la consapevolezza del Papa di trovarsi in una fondamentale continuità con i suoi predecessori. Allo stesso tempo, la sua visione ecumenica mostra quei tratti specifici che il Santo Padre ha illustrato in maniera più esplicita nel discorso tenuto durante la Divina Liturgia nella chiesa patriarcale di San Giorgio a Costantinopoli: «Incontrarci, guardare il volto l’uno dell’altro, scambiare l’abbraccio di pace, pregare l’uno per l’altro sono dimensioni essenziali di quel cammino verso il ristabilimento della piena comunione alla quale tendiamo. Tutto ciò precede e accompagna costantemente quell’altra dimensione essenziale di tale cammino che è il dialogo teologico». In queste parole programmatiche, sono riconoscibili le quattro dimensioni fondamentali della visione ecumenica di Papa Francesco.
Al primo posto, vi è l’ecumenismo della carità, della fratellanza e dell’amicizia. Papa Francesco, lui stesso uomo dell’incontro diretto, che non si stanca mai di promuovere una cultura credibile dell’incontro, punta tutto sull’incontro diretto tra i cristiani e tra le varie Chiese e Comunità ecclesiali e lo fa nella convinzione che, in tale incontro, non soltanto si trova l’unità, ma si incontra anche la verità. Difatti, «la verità è un incontro, un incontro tra persone. La verità non si fa in laboratorio, si fa nella vita, cercando Gesù per trovarlo». Questo incontro con Gesù Cristo conduce inevitabilmente all’incontro tra i fratelli e le sorelle cristiani.
Queste parole Papa Francesco le ha pronunciate a Caserta durante la sua visita privata al pastore pentecostale Giovanni Traettino, nel luglio 2014, e ciò rivela un’altra sfaccettatura, sorprendente quanto positiva, del suo fare ecumenismo. Papa Francesco si è rivolto con grande cordialità alle comunità ecclesiali evangelicali e pentecostali. Ricordando le persecuzioni contro i pentecostali compiute durante il fascismo in Italia — persecuzioni alle quali anche cattolici presero parte e durante le quali i membri delle chiese pentecostali furono stigmatizzati come “fanatici” e “pazzi” — Papa Francesco si è sentito in dovere di chiedere perdono con le seguenti parole: «Io sono il pastore dei cattolici: io vi chiedo perdono per questo! Io vi chiedo perdono per quei fratelli e sorelle cattolici che non hanno capito e che sono stati tentati dal diavolo e hanno fatto la stessa cosa dei fratelli di Giuseppe. Chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscere e di perdonare».
Un altro grande passo di riconciliazione è stato compiuto da Papa Francesco nel giugno 2015, quando il Pontefice si è recato a Torino per incontrare — primo tra i Papi — la comunità valdese nel tempio valdese locale. Anche in questa occasione, ha sentito l’obbligo di chiedere perdono. E si è espresso in modo toccante: «Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. Da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi».
Con queste due richieste di perdono per i peccati commessi nel passato, Papa Francesco ha mostrato che, spesso, segnali forti sono più eloquenti di molte parole. Tali gesti sono parte integrante del vocabolario ecumenico del Santo Padre e rendono visibile ciò che più profondamente gli sta a cuore. Il gesto compiuto da Papa Francesco durante la sua visita alla chiesa patriarcale del Fanar a Costantinopoli, quando si è chinato davanti al patriarca ecumenico Bartolomeo chiedendogli la benedizione per lui e per la Chiesa di Roma, rimarrà sicuramente impresso nella memoria. Questi gesti, che si iscrivono nella tradizione dei Pontefici precedenti, traducono nella vita concreta una delle convinzioni fondamentali del decreto conciliare Unitatis redintegratio, secondo cui «non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione», conversione che non è primariamente quella degli altri, ma è la propria, comportando la disponibilità di riconoscere in maniera autocritica le proprie debolezze e di ammettere con umiltà i propri peccati. Di tale ecumenismo della conversione Papa Francesco dimostra di essere un credibile protagonista.
Secondo la convinzione di Papa Francesco, le sopramenzionate dimensioni dello sforzo ecumenico devono precedere e allo stesso tempo accompagnare costantemente quell’altra dimensione essenziale del cammino ecumenico, definita ecumenismo della verità. Pertanto, il dialogo teologico viene soltanto al secondo posto nell’impegno ecumenico. Papa Francesco lo ha più volte ripetuto, relativizzando l’importanza che riveste il dialogo teologico nella ricerca dell’unità, a esempio quando ha affermato in maniera inequivocabile che l’unità dei cristiani «non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni. Verrà il Figlio dell’uomo e ci troverà ancora nelle discussioni» (Omelia durante i vespri nella solennità della Conversione di san Paolo apostolo, il 25 gennaio 2015).
D’altro canto, però, in Papa Francesco, si trovano anche chiari e continui riferimenti al ruolo necessario, all’interno delle relazioni ecumeniche, del dialogo teologico, che il Papa sostiene e considera come un importante contributo alla promozione dell’unità dei cristiani. Per lui fondamentale è il fatto che soltanto uno sguardo teologico nutrito dalla fede, dalla speranza e dall’amore riesca a generare una riflessione teologica autentica, che è «in realtà vera scientia Dei, partecipazione allo sguardo che Dio ha su se stesso e su di noi», e richieda una teologia «fatta in ginocchio» (Discorso alla delegazione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il 28 giugno 2014).
In questo stesso spirito, Papa Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo, nella loro dichiarazione comune, hanno ribadito, nel maggio 2014 a Gerusalemme, che «il dialogo teologico non cerca un minimo comune denominatore teologico sul quale raggiungere un compromesso», ma si basa piuttosto «sull’approfondimento della verità tutta intera, che Cristo ha donato alla sua Chiesa e che, mossi dallo Spirito Santo, non cessiamo mai di comprendere meglio».
Per definire ancora meglio la dimensione teologica del dialogo ecumenico, Papa Francesco ricorre volentieri all’espressione spesso utilizzata da Papa Giovanni Paolo II, quella dello «scambio di doni», che non è «un mero esercizio teorico», ma permette «di conoscere a fondo le reciproche tradizioni per comprenderle e, talora, anche per apprendere da esse» (Discorso alla delegazione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il 28 giugno 2013). Secondo Papa Francesco, nei dialoghi ecumenici, infatti, non si tratta solamente «di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio», come il Santo Padre argomenta ampiamente nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium. Si tratta piuttosto «di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi».
In riferimento allo scambio di doni, nel quale possiamo imparare molto dagli altri, il Santo Padre menziona un esempio eloquente e utile: «nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità» (Evangelii gaudium, 246). Questa opportunità di imparare qualcosa di più sulla sinodalità, che per Papa Francesco si collega anche a una sana «decentralizzazione» e a una «conversione del papato», ha naturalmente conseguenze anche sull’ecumenismo, come il Santo Padre ha ricordato in occasione della commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del sinodo dei vescovi.
Il dialogo teologico della verità è soltanto uno dei contributi apportati al cammino verso l’unità visibile dei cristiani. Altrettanto importante agli occhi di Papa Francesco è quella forma di ecumenismo che è definita ecumenismo pratico, nel quale si tenta di fare tutto ciò che può essere fatto insieme: «pregare insieme, lavorare insieme per il gregge di Dio, cercare la pace, custodire il creato, tante cose che abbiamo in comune. E come fratelli dobbiamo andare avanti» (Udienza generale del 28 maggio 2014). La collaborazione ecumenica tra le varie Chiese e Comunità ecclesiali è urgente soprattutto alla luce delle grandi sfide del nostro tempo, come l’impegno a favore dei poveri e della salvaguardia del creato, la promozione della pace e della giustizia sociale, la difesa della libertà religiosa e la tutela delle istituzioni sociali del matrimonio e della famiglia. Anche e soprattutto la crescente globalizzazione deve essere per i cristiani un ulteriore motivo per consolidare e intensificare la collaborazione ecumenica al servizio del bene comune dell’umanità, come Papa Francesco ha scritto nel messaggio rivolto alla decima assemblea plenaria del Consiglio ecumenico delle Chiese tenutasi nel novembre 2013 a Busan, in Corea del Sud: «Il mondo globalizzato nel quale viviamo esige da noi che rendiamo insieme una testimonianza comune della dignità riconosciuta da Dio ad ogni essere umano, in favore di una promozione concreta delle condizioni culturali, sociali e giuridiche che permettano agli individui, come pure alle società, di crescere nella libertà».
Alla luce di queste sfide, lo scandalo delle divisioni che tuttora permangono in seno alla cristianità è assolutamente evidente. Poiché le divisioni nuocciono alla credibilità dell’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, esse sono «uno scandalo, un ostacolo all’annuncio del Vangelo della salvezza al mondo» (Discorso a Justin Welby, arcivescovo di Canterbury, il 16 giugno 2014). In particolare nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco insiste sul fatto che la credibilità dell’annuncio cristiano sarebbe molto più grande «se i cristiani superassero le loro divisioni», che minano la credibilità del Vangelo: «Data la gravità della controtestimonianza della divisione tra cristiani, particolarmente in Asia e Africa, la ricerca di percorsi di unità diventa urgente. I missionari in quei continenti menzionano ripetutamente le critiche, le lamentele e le derisioni che ricevono a causa dello scandalo dei cristiani divisi». Pertanto, agli occhi del Santo Padre, «l’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato, per trasformarsi in una via imprescindibile dell’evangelizzazione».
Fermo restando l’importanza dell’impegno ecumenico per l’unità dei cristiani e del cammino comune di tutti i cristiani e di tutte le Chiese, è evidente, per Papa Francesco, che noi uomini non possiamo fare l’unità con le nostre sole forze, ma che possiamo piuttosto riceverla in dono dallo Spirito Santo, che è la fonte divina e il motore trainante dell’unità. Papa Francesco ha espresso più volte questa convinzione, quando ha affermato che «l’unità non è primariamente frutto del nostro sforzo, ma dell’azione dello Spirito Santo al quale occorre aprire i nostri cuori con fiducia perché ci conduca sulle vie della riconciliazione e della comunione» (Discorso alla delegazione della Federazione luterana mondiale, il 21 ottobre 2013).
Il modo migliore per prepararsi ad accogliere l’unità come dono dello Spirito Santo è, per Papa Francesco, la preghiera per l’unità. Proprio perché i cristiani, nella loro fede, sanno che l’unità «è primariamente un dono di Dio per il quale dobbiamo incessantemente pregare», essi sono anche consapevoli della responsabilità che spetta loro «di preparare le condizioni, di coltivare il terreno del cuore, affinché questa straordinaria grazia venga accolta» (Discorso alla delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il 28 giugno 2013). Senza preghiera non può dunque esserci unità, come ha osservato il Santo Padre il 24 gennaio 2015, durante il suo incontro ecumenico con le comunità cristiane di vita consacrata: «L’impegno ecumenico risponde, in primo luogo, alla preghiera dello stesso Signore Gesù e si basa essenzialmente sulla preghiera».
Papa Francesco attribuisce, da un lato, una grande importanza alla preghiera comune, nella quale possiamo vivere fin da ora l’unità. Per questo, le visite dei capi di altre Chiese in Vaticano sono sempre una proficua occasione per pregare in comunione con il Papa. Dall’altro lato, il Santo Padre ricorda costantemente che i cristiani e le Comunità ecclesiali devono pregare gli uni per gli altri: «possa lo Spirito Santo illuminarci e guidarci verso il giorno tanto desiderato in cui potremo condividere la mensa eucaristica» (Discorso a Karekin II, patriarca supremo e catholicos di tutti gli Armeni, l’8 maggio 2014). Mettendo in evidenza la preghiera per l’unità, Papa Francesco riconosce un’importanza speciale all’ecumenismo spirituale, definito dal decreto sull’ecumenismo del concilio Vaticano II «anima di tutto il movimento ecumenico» (Unitatis redintegratio, n. 8).
Una forma particolare di ecumenismo spirituale è quella chiamata dal Papa «ecumenismo del sangue». Con tale definizione, egli si riferisce alla tragica realtà presentataci dal mondo odierno, in cui moltissimi cristiani sono vittima di massicce persecuzioni e le comunità cristiane sono diventate Chiese di martiri, al punto che oggi hanno luogo più persecuzioni contro i cristiani rispetto ai primi secoli e non c’è Chiesa o Comunità ecclesiale cristiana che non abbia i suoi martiri. Oggi i cristiani sono perseguitati non perché cattolici o ortodossi, protestanti o pentecostali, ma perché cristiani. Il martirio è ecumenico. Si può parlare di un vero e proprio ecumenismo dei martiri o di un ecumenismo del sangue, che rappresenta attualmente una grande sfida, riassunta da Papa Francesco con le seguenti, pregnanti parole: «Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?» (Discorso al Movimento del Rinnovamento nello Spirito, il 3 luglio 2015).
Nell’ecumenismo del sangue Papa Francesco vede il fulcro centrale di ogni sforzo ecumenico teso alla ricomposizione dell’unità della Chiesa. Poiché la sofferenza di così tanti cristiani nel mondo costituisce un’esperienza comune più forte delle differenze che ancora dividono le Chiese cristiane, il martirio comune dei cristiani è oggi «il segno più convincente» dell’ecumenismo (Discorso al Global Christian Forum, il 1 novembre 2015). Come la Chiesa primitiva era convinta che il sangue dei martiri fosse seme di nuovi cristiani, così noi oggi dobbiamo essere animati dalla speranza che il sangue di così tanti martiri del nostro tempo si riveli un giorno seme di piena unità ecumenica del Corpo di Cristo. E dobbiamo credere addirittura che nel sangue dei martiri siamo già una cosa sola.
Se gettiamo uno sguardo alle varie dimensioni della visione ecumenica di Papa Francesco, visione incentrata soprattutto sulla realtà dell’«ecumenismo in cammino», costatiamo che, effettivamente, l’impegno ecumenico fa parte delle priorità del Santo Padre, come egli aveva annunciato e promesso all’inizio del suo pontificato. Se, oltre a ciò, ripercorriamo le sue disparate iniziative e i suoi numerosi incontri ecumenici, giungiamo alla conclusione che Papa Francesco, in continuità con i suoi predecessori nel ministero petrino, esercita sin da ora un primato ecumenico e lo fa nella convinzione che la dimensione del dialogo ecumenico sia un aspetto essenziale nel ministero del Vescovo di Roma, «tanto che oggi non si comprenderebbe pienamente il servizio petrino senza includervi questa apertura al dialogo con tutti i credenti in Cristo» (Omelia durante i vespri nella solennità della Conversione di san Paolo apostolo, il 25 gennaio 2014). Di questo primato ecumenico che promuove l’unità dei cristiani dobbiamo essere profondamente grati.
L'Osservatore Romano