
Il dialogo teologico con la Chiesa ortodossa. Tra sinodalità e primato
L'Osservatore Romano
(Andrea Palmieri, Sotto-segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) Nell’anno appena trascorso, il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa portato avanti dalla Commissione mista internazionale ha continuato a concentrarsi sullo studio della questione cruciale del rapporto tra primato e sinodalità nella vita della Chiesa.
La difficoltà di giungere alla pubblicazione di un nuovo documento comune che esprima una visione condivisa da cattolici e ortodossi sul modo in cui primato e sinodalità debbano concretamente articolarsi nella vita della Chiesa, soprattutto a livello universale, questione sollevata già dal documento approvato a Ravenna nel 2007, «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità», è legata principalmente a due fattori.
Innanzitutto, la tematica in oggetto è al cuore stesso del contenzioso storico tra cattolici e ortodossi, soprattutto per come si è sviluppato nel secondo millennio. Il lavoro della Commissione mista internazionale è in qualche modo condizionato da secoli di dispute e polemiche sulla questione del primato del vescovo di Roma, nel corso dei quali le posizioni si sono radicalizzate finendo con l’apparire quasi inconciliabili. Tali posizioni radicali sono spesso ancora vive nella coscienza di una parte di pastori e fedeli, che, per questo motivo, guardano con grande sospetto il lavoro della Commissione mista internazionale.
Un’ulteriore causa è di ordine metodologico. In un primo momento, la Commissione ha preso in esame il tema del rapporto tra primato e sinodalità al livello della Chiesa universale con un approccio di tipo storico, cercando di descrivere, attraverso l’attenta analisi delle fonti storiche, patristiche e canoniche, quale fosse il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa durante il primo millennio. L’impossibilità di giungere a un’interpretazione comune delle fonti analizzate ha spinto alcuni membri della Commissione a proporre di rinunciare a una metodologia storica e di ricorrere a un approccio più teologico speculativo per mostrare come la necessità del primato e della sinodalità a livello universale, così come della loro reciproca correlazione, sia fondata su solidi principi teologici ed ecclesiologici e non solo su di una mera opportunità pratica finalizzata al buon funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche. Una bozza di documento ispirata a questo tipo di approccio è stata criticata da alcuni membri della Commissione durante la sessione plenaria tenutasi ad Amman nel settembre 2014, in quanto essi ritenevano non corretto far dipendere lo sviluppo di tutte le istituzioni della vita della Chiesa a ogni suo livello direttamente da un modello teologico. In realtà, la contrapposizione tra metodologia storica e teologica è soltanto teorica. Se è vero che il primato appartiene all’essere della Chiesa così come è stata voluta da Dio, è altrettanto vero che lo sviluppo storico delle istituzioni ecclesiastiche non è privo di valore teologico. Poiché, per noi cristiani, il fatto che Dio si rivela nella storia è un dato di fede, dobbiamo saper cogliere i segni della sua presenza e della sua azione nella storia della Chiesa. Soltanto integrando i due approcci sarà possibile individuare, nella prassi secondo la quale il primato della Chiesa di Roma era esercitato nel primo millennio, alcuni elementi non solo ispirativi ma normativi sulla modalità di esercizio di un primato universale che possa essere accettato oggi sia dai cattolici che dagli ortodossi.
Consapevole di queste difficoltà, durante la sessione plenaria di Amman, la Commissione aveva deciso di redigere un nuovo documento. La bozza preparata in quella sede, tuttavia, fu ritenuta non ancora pronta per la pubblicazione in quanto priva di un sufficiente approfondimento teologico. Per questo motivo, i membri della Commissione mista internazionale affidarono al Comitato di coordinamento il mandato di rivedere e completare il testo elaborato ad Amman.
A tal fine, dal 25 al 27 giugno, ha avuto luogo a Roma una riunione di un Gruppo di redazione, composto da quattro membri cattolici e da altrettanti membri ortodossi (patriarcato ecumenico, patriarcato di Mosca, patriarcato di Romania, Chiesa di Cipro), il quale ha arricchito la bozza di documento, con i contributi precedentemente inviati ai due co-segretari dai membri della Commissione presenti alla suddetta plenaria.
In seguito, dal 14 al 19 settembre, sempre a Roma si è tenuta la riunione del Comitato misto di coordinamento composto da nove membri cattolici e da altrettanti ortodossi sotto la presidenza del cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e del metropolita di Pergamo, Ioannis Zizioulas, del patriarcato ecumenico. Il Comitato di coordinamento ha completato lo studio della bozza di documento da sottoporre alla plenaria della Commissione mista internazionale, che si riunirà il prossimo settembre per valutare se le difficoltà precedentemente citate sono state superate e si potrà finalmente procedere alla pubblicazione del testo.
Papa Francesco ha espresso il suo sostegno al lavoro della Commissione mista internazionale in un discorso pronunciato lo scorso 27 giugno, in occasione della tradizionale visita a Roma di una delegazione del patriarcato ecumenico per la festa dei santi Pietro e Paolo: «I problemi che si possono incontrare nel corso del dialogo teologico non devono indurre a scoraggiamento o rassegnazione. L’attento esame di come si articolano nella vita della Chiesa il principio della sinodalità ed il servizio di colui che presiede offrirà un contributo significativo al progresso delle relazioni tra le nostre Chiese».
Il Santo Padre è quindi tornato a parlare del rapporto tra sinodalità e primato, intervenendo alla commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del sinodo dei vescovi, lo scorso 17 ottobre, con alcune pregnanti considerazioni: «Sono persuaso che, in una Chiesa sinodale, anche l’esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il collegio episcopale come vescovo tra i vescovi, chiamato al contempo — come Successore dell’apostolo Pietro — a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese».
Il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa ha trovato un ulteriore motivo di incoraggiamento nella commemorazione del cinquantesimo anniversario della rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze delle scomuniche scambiate reciprocamente dalla Chiesa di Roma e dalla Chiesa di Costantinopoli nel 1054, anniversario che ricorreva il 7 dicembre. Questo significativo evento, che può essere giustamente considerato come una pietra miliare del cosiddetto dialogo della carità, è stato ricordato nei messaggi di Papa Francesco e del patriarca ecumenico Bartolomeo durante la visita al Fanar della delegazione della Santa Sede per la festa di sant’Andrea, patrono della Chiesa di Costantinopoli, il 30 novembre.
Facendo memoria del coraggioso gesto compiuto dal beato Paolo VI e dal patriarca Atenagora, con il quale la logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche, è stata sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza, rappresentata dal nostro abbraccio fraterno, il Santo Padre affermava che «avendo ristabilito una relazione di amore e fratellanza, in uno spirito di fiducia reciproca, di rispetto e di carità, non c’è più alcun impedimento alla comunione eucaristica che non possa essere superato attraverso la preghiera, la purificazione dei cuori, il dialogo e l’affermazione della verità».
Da parte sua, il patriarca Bartolomeo, dopo aver sottolineato l’importanza del dialogo dell’amore sempre più intenso tra cattolici e ortodossi, così si esprimeva a riguardo del dialogo della verità: «Riconosciamo e ammettiamo le difficoltà che questo dialogo sta attraversando, specialmente nella sua fase attuale, in cui vengono esaminate questioni spinose come il primato nella Chiesa; tuttavia, siamo incoraggiati dal costatare che sono state già gettate fondamenta solide e adeguate per risolvere la questione con lo straordinario testo congiunto di Ravenna, che crea il contesto e le condizioni per l’esercizio del primato nella Chiesa, che è un primato di servizio, radicato nella natura stessa della Chiesa, ed estremamente necessario per lo svolgimento del suo ministero nel mondo».
Mentre il dialogo teologico prosegue il suo lavoro, è motivo di grande speranza il fatto che cattolici e ortodossi camminino già insieme nell’offrire una comune testimonianza di impegno a favore della cura del creato. Da questo punto di vista, ha una straordinaria importanza ecumenica il fatto che, nell’enciclicaLaudato si’, Papa Francesco abbia voluto ricordare, come esemplare, l’impegno del patriarca ecumenico Bartolomeo per la cura del creato (cfr. Laudato si’, n. 8-9). Inoltre, il Santo Padre, con una lettera indirizzata, oltre che al cardinale Koch, al cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, il 6 agosto, ha istituito la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato da celebrarsi ogni anno il 1° settembre, come avviene nel patriarcato ecumenico già da molti anni.
Malgrado le difficoltà sopra descritte, resta, dunque, viva la speranza che questo dialogo porterà, a suo tempo e con le sue modalità, frutti abbondanti sul cammino verso la piena e visibile unità di tutti i cristiani.
L'Osservatore Romano
La difficoltà di giungere alla pubblicazione di un nuovo documento comune che esprima una visione condivisa da cattolici e ortodossi sul modo in cui primato e sinodalità debbano concretamente articolarsi nella vita della Chiesa, soprattutto a livello universale, questione sollevata già dal documento approvato a Ravenna nel 2007, «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità», è legata principalmente a due fattori.
Innanzitutto, la tematica in oggetto è al cuore stesso del contenzioso storico tra cattolici e ortodossi, soprattutto per come si è sviluppato nel secondo millennio. Il lavoro della Commissione mista internazionale è in qualche modo condizionato da secoli di dispute e polemiche sulla questione del primato del vescovo di Roma, nel corso dei quali le posizioni si sono radicalizzate finendo con l’apparire quasi inconciliabili. Tali posizioni radicali sono spesso ancora vive nella coscienza di una parte di pastori e fedeli, che, per questo motivo, guardano con grande sospetto il lavoro della Commissione mista internazionale.
Un’ulteriore causa è di ordine metodologico. In un primo momento, la Commissione ha preso in esame il tema del rapporto tra primato e sinodalità al livello della Chiesa universale con un approccio di tipo storico, cercando di descrivere, attraverso l’attenta analisi delle fonti storiche, patristiche e canoniche, quale fosse il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa durante il primo millennio. L’impossibilità di giungere a un’interpretazione comune delle fonti analizzate ha spinto alcuni membri della Commissione a proporre di rinunciare a una metodologia storica e di ricorrere a un approccio più teologico speculativo per mostrare come la necessità del primato e della sinodalità a livello universale, così come della loro reciproca correlazione, sia fondata su solidi principi teologici ed ecclesiologici e non solo su di una mera opportunità pratica finalizzata al buon funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche. Una bozza di documento ispirata a questo tipo di approccio è stata criticata da alcuni membri della Commissione durante la sessione plenaria tenutasi ad Amman nel settembre 2014, in quanto essi ritenevano non corretto far dipendere lo sviluppo di tutte le istituzioni della vita della Chiesa a ogni suo livello direttamente da un modello teologico. In realtà, la contrapposizione tra metodologia storica e teologica è soltanto teorica. Se è vero che il primato appartiene all’essere della Chiesa così come è stata voluta da Dio, è altrettanto vero che lo sviluppo storico delle istituzioni ecclesiastiche non è privo di valore teologico. Poiché, per noi cristiani, il fatto che Dio si rivela nella storia è un dato di fede, dobbiamo saper cogliere i segni della sua presenza e della sua azione nella storia della Chiesa. Soltanto integrando i due approcci sarà possibile individuare, nella prassi secondo la quale il primato della Chiesa di Roma era esercitato nel primo millennio, alcuni elementi non solo ispirativi ma normativi sulla modalità di esercizio di un primato universale che possa essere accettato oggi sia dai cattolici che dagli ortodossi.
Consapevole di queste difficoltà, durante la sessione plenaria di Amman, la Commissione aveva deciso di redigere un nuovo documento. La bozza preparata in quella sede, tuttavia, fu ritenuta non ancora pronta per la pubblicazione in quanto priva di un sufficiente approfondimento teologico. Per questo motivo, i membri della Commissione mista internazionale affidarono al Comitato di coordinamento il mandato di rivedere e completare il testo elaborato ad Amman.
A tal fine, dal 25 al 27 giugno, ha avuto luogo a Roma una riunione di un Gruppo di redazione, composto da quattro membri cattolici e da altrettanti membri ortodossi (patriarcato ecumenico, patriarcato di Mosca, patriarcato di Romania, Chiesa di Cipro), il quale ha arricchito la bozza di documento, con i contributi precedentemente inviati ai due co-segretari dai membri della Commissione presenti alla suddetta plenaria.
In seguito, dal 14 al 19 settembre, sempre a Roma si è tenuta la riunione del Comitato misto di coordinamento composto da nove membri cattolici e da altrettanti ortodossi sotto la presidenza del cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e del metropolita di Pergamo, Ioannis Zizioulas, del patriarcato ecumenico. Il Comitato di coordinamento ha completato lo studio della bozza di documento da sottoporre alla plenaria della Commissione mista internazionale, che si riunirà il prossimo settembre per valutare se le difficoltà precedentemente citate sono state superate e si potrà finalmente procedere alla pubblicazione del testo.
Papa Francesco ha espresso il suo sostegno al lavoro della Commissione mista internazionale in un discorso pronunciato lo scorso 27 giugno, in occasione della tradizionale visita a Roma di una delegazione del patriarcato ecumenico per la festa dei santi Pietro e Paolo: «I problemi che si possono incontrare nel corso del dialogo teologico non devono indurre a scoraggiamento o rassegnazione. L’attento esame di come si articolano nella vita della Chiesa il principio della sinodalità ed il servizio di colui che presiede offrirà un contributo significativo al progresso delle relazioni tra le nostre Chiese».
Il Santo Padre è quindi tornato a parlare del rapporto tra sinodalità e primato, intervenendo alla commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del sinodo dei vescovi, lo scorso 17 ottobre, con alcune pregnanti considerazioni: «Sono persuaso che, in una Chiesa sinodale, anche l’esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il collegio episcopale come vescovo tra i vescovi, chiamato al contempo — come Successore dell’apostolo Pietro — a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese».
Il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa ha trovato un ulteriore motivo di incoraggiamento nella commemorazione del cinquantesimo anniversario della rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze delle scomuniche scambiate reciprocamente dalla Chiesa di Roma e dalla Chiesa di Costantinopoli nel 1054, anniversario che ricorreva il 7 dicembre. Questo significativo evento, che può essere giustamente considerato come una pietra miliare del cosiddetto dialogo della carità, è stato ricordato nei messaggi di Papa Francesco e del patriarca ecumenico Bartolomeo durante la visita al Fanar della delegazione della Santa Sede per la festa di sant’Andrea, patrono della Chiesa di Costantinopoli, il 30 novembre.
Facendo memoria del coraggioso gesto compiuto dal beato Paolo VI e dal patriarca Atenagora, con il quale la logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche, è stata sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza, rappresentata dal nostro abbraccio fraterno, il Santo Padre affermava che «avendo ristabilito una relazione di amore e fratellanza, in uno spirito di fiducia reciproca, di rispetto e di carità, non c’è più alcun impedimento alla comunione eucaristica che non possa essere superato attraverso la preghiera, la purificazione dei cuori, il dialogo e l’affermazione della verità».
Da parte sua, il patriarca Bartolomeo, dopo aver sottolineato l’importanza del dialogo dell’amore sempre più intenso tra cattolici e ortodossi, così si esprimeva a riguardo del dialogo della verità: «Riconosciamo e ammettiamo le difficoltà che questo dialogo sta attraversando, specialmente nella sua fase attuale, in cui vengono esaminate questioni spinose come il primato nella Chiesa; tuttavia, siamo incoraggiati dal costatare che sono state già gettate fondamenta solide e adeguate per risolvere la questione con lo straordinario testo congiunto di Ravenna, che crea il contesto e le condizioni per l’esercizio del primato nella Chiesa, che è un primato di servizio, radicato nella natura stessa della Chiesa, ed estremamente necessario per lo svolgimento del suo ministero nel mondo».
Mentre il dialogo teologico prosegue il suo lavoro, è motivo di grande speranza il fatto che cattolici e ortodossi camminino già insieme nell’offrire una comune testimonianza di impegno a favore della cura del creato. Da questo punto di vista, ha una straordinaria importanza ecumenica il fatto che, nell’enciclicaLaudato si’, Papa Francesco abbia voluto ricordare, come esemplare, l’impegno del patriarca ecumenico Bartolomeo per la cura del creato (cfr. Laudato si’, n. 8-9). Inoltre, il Santo Padre, con una lettera indirizzata, oltre che al cardinale Koch, al cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, il 6 agosto, ha istituito la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato da celebrarsi ogni anno il 1° settembre, come avviene nel patriarcato ecumenico già da molti anni.
Malgrado le difficoltà sopra descritte, resta, dunque, viva la speranza che questo dialogo porterà, a suo tempo e con le sue modalità, frutti abbondanti sul cammino verso la piena e visibile unità di tutti i cristiani.
L'Osservatore Romano