
di Costanza Miriano
I tratti di somiglianza con mia figlia Livia si fanno sempre più evidenti. Durante la via Crucis del venerdì santo, per esempio, quando ha sentito che una lettura era tratta dal Libro delle Lamentazioni, si è girata verso di me spalancandomi la bocca sdentata, e il suo sorriso complice mi ha detto che era fiera di sapere che la nostra arte lamentatoria, la disciplina nella quale io e lei eccelliamo (ma anche Lavinia non scherza) era stata elevata al rango di libro biblico. Le somiglianze tra di noi sono davvero tante, e non vorrei tediarvi, credo siano interessanti solo per me, al massimo forse la nonna potrebbe trovarle avvincenti, o fingere di interessarsi al fatto che se facciamo i test sui libri delle principesse rispondiamo alle stesse domande nello stesso identico modo anche da due stanze separate.
C’è una cosa però che va oltre la superficie, che è un po’ più fondativa del nostro colore preferito (che per la cronaca è il blu): la cosa che interessa di più tutte e due è la domanda che sempre ci facciamo di fronte a ogni persona, a ogni situazione. Ma lui, ma lei, è felice? Che sia una persona incontrata in treno, che sia la storia di un antico popolo, o un film o il personaggio di una serie tv o una lontana zia rivista dopo anni. Quella è sempre la prima domanda che ci viene. E dopo molte altre – è sposata? È innamorato? Ha figli? Ne vuole? Ama il suo lavoro? Perché sembra triste? Avrà paura? Le piace la cioccolata? Tifa la Roma? – l’ultima, la decisiva, è: si sente amato?
Questo è ciò su cui si gioca la nostra vita, sempre. Scava scava, dietro il desiderio di guadagno o di potere o di affermazione, al fondo di tutti i desideri umani, c’è la ricerca di essere amati. Ed è qui che si gioca anche il nostro cammino di fede. Nel giardino dell’Eden la grande fregatura che ci siamo presi è quella, ed è sempre quella in cui cadiamo ogni volta che pecchiamo. Crediamo alla parola di chi ci dice che in fondo non è possibile che Dio ci ami, tanto meno di un amore infinito, totale, incondizionato, e per sempre. Seee. A me? Ma lui lo sa come sono fatta, le sa le mie schifezze. Figuriamoci se davvero mi ama. A me. Così come sono. Crediamo che quella fatica quotidiana sia una sfortuna, e non una benedizione che Dio ci ha mandato o ha permesso per salvarci la vita.
È lì che si gioca tutto. Perché se una volta riusciamo a intuire di che amore siamo amati, è fatta. Non lo molliamo più, questo Unico che ci ama così come il nostro cuore desidera, pretende. E pieni di questo amore impariamo anche a ricevere l’amore di quelli che ci sono stati regalati, e a riceverlo senza più le pretese di chi è in debito di ossigeno, di chi si aggrappa a una scialuppa a pelo d’acqua perché gli manca l’aria. Colmati di Dio impariamo a ricevere amore e magari anche a darne, poi.
La Madonna a Medjugorje da trenta anni continua a parlare anche per “quelli che non hanno conosciuto l’amore di Dio”: non usa mai l’espressione “non credenti”. Chi intuisce, sfiora, annusa l’amore di Dio non ha più bisogno di credere a nulla. È sorpreso dall’evidenza di una persona. Io non credo che mio marito esista. Lo so. È solo che Guido lo vedo con gli occhi, Dio con altri sensi, reali anch’essi esattamente come la vista.
La preghiera è la via per questa certezza. “Pregate finché la preghiera per voi diventi gioia”, dice sempre la Gospa. Questo dicono i grandi mistici: orientali, occidentali, di tutto il mondo. Lo Spirito Santo agisce, è lui che ci fa questo regalo, è solo a lui che dobbiamo la comprensione e l’adesione a Dio, ma quello che possiamo fare noi, da parte nostra, è aprire le porte a questo vento che può cambiare l’aria della nostra vita. L’azione è di Dio, ma lui ha bisogno della nostra libertà, del nostro sì per agire. Ha voluto così. Ha voluto aver bisogno di noi. E il nostro sì è la preghiera.
La preghiera apre le porte, cambia il respiro, i pensieri, chiarisce, spazza, pulisce gli occhi e rende chiara la vista. È vero, è sperimentabile, e i risultati si toccano con mano. Pregare per credere.