mercoledì 4 aprile 2012

Mercoledi Santo

Di seguito il Vangelo di oggi, 4 aprile, mercoledi santo, con un commento
e qualche pagina di approfondimento.


Isacco domandò al padre: «Dov’è l’agnello per l’olocausto?»
Abramo rispose: «Il Signore provvederà».
Isacco tremò perché comprese l’intenzione del padre.
Tuttavia si fece forza e disse al padre suo:
«Se è vero che il Santo, benedetto Egli sia, 
mi ha scelto, allora la mia anima è donata a lui».
E Isacco stesso si legò volontariamente.

Midrash ai Salmi 116,6


Mt 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.





IL COMMENTO

Vi è un tempo per ogni cosa, ci ammonisce severa la sapienza del Qoelet. Un tempo favorevole per essere consegnato, compiere la missione, realizzare l'opera assegnata. Dare senso e pienezza alla vita. Il tradimento di Giuda segna l'arrivo del momento. E' prossimo, e Gesù lo sa. E si offre, liberamente, perchè è il suo momento. Quanti di noi nel tradimento dell'amico più caro riconoscono il proprio momento, il "top" della vita? Quanti intravvedono nella consegna di se stessi il meglio che poteva capitare, l'attimo propizio, eukairôs secondo l'originale grecoper realizzare completamente la propria esistenza? Il momento favorevole coincide con il luogo dove è preparata la pasqua! Il tempo di Gesù è anche il suo luogo, ed è il nostro. 

Può sembrare che qualcuno tradisca Gesù, lo consegni, lo uccida. E' l'aspetto visibile della vicenda. Nell'ombra, nascosta agli occhi della carne, scorre una trama che ha per protagonista Gesù stesso. "Quando, pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre. Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi. Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda come occasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo" (Benedetto XVI, Udienza generale del 18 ottobre 2006).

Giuda è come assorbito in un progetto più grande, il mistero che ha cambiato le sorti dell'umanità. A Pasqua ogni ebreo doveva offrire il sacrificio pasquale nel Tempio di Gerusalemme. Esso consisteva nel korban Pesach, il sacrificio di Pasqua. Korban significa sacrificio cruento, e, designa l'agnello pasquale, ma in origine, secondo l'etimologia della parola ebraica significa "avvicinare", "accostare".  "Il korban, è l’avvicinatore, colui che avvicina, e se Pesach significa il salto dalla schiavitù alla libertà, il korban è l’avvicinatore del salto, ciò che ci permette di farlo. Saltiamo dentro una condizione di libertà solo col sacrificio" (Roberto Della Rocca, Senza korban non c’è libertà). Il sacrificio dell'agnello era dunque la porta sulla celebrazione della Pasqua, come il visto indispensabile apposto sul passaporto per poter passare dalla schiavitù alla libertà. Il korban Pesach costituiva il momento più solenne della festa; la Torà prescrive che tutta la comunità di Israele deve sgozzare un agnello al tramonto della vigilia di Pesach. Ciascuna famiglia numerosa si era procurato in anticipo un agnello che doveva sorvegliare con dovizia durante molti giorni, perchè non gli accadesse un incidente che l'avrebbe reso inadatto al sacrifico. Esso "si svolgeva così: la moltitudine dei fedeli veniva divisa in tre gruppi, ammessi successivamente nel grande cortile del tempio.Dopo l'entrata del primo gruppo, le pesanti porte venivano chiuse. Tre suoni di tromba annunciavano l'inizio dei sacrifici. I sacerdoti, muniti di bacini d'oro e d'argento, si disponevano in diverse file che si dirigevano all'altare, i sacerdoti muniti di bacini d'oro in file distinte da quelle dei sacerdoti muniti di bacini d'argento. Immediatamente dopo lo scannamento dell'animale (shchitah), il sacerdote più vicino al sacrificio riceveva il sangue dall'israelita che aveva sacrificato accanto a lui e passava il bacino al sacerdote sul gradino superiore e così via fino all'altare sul quale veniva versato il sangue. I bacini avevano una forma particolare: erano stretti in basso, in modo che non potevano essere posati per terra senza rovesciarsi. I sacerdoti dovevano perciò passarli di mano in mano, senza versare una goccia di sangue. Bisognava fare presto per evitare il coagularsi del sangue. La destrezza e la velocità dei sacerdoti erano uno spettacolo stupendo. Dopo che il sangue veniva sparso sull'altare, alcune parti dei sacrifici (il grasso e le viscere) venivano bruciate sull'altare. Appena il primo gruppo aveva terminato, veniva ammesso per il sacrificio il secondo e, finalmente, il terzo. Durante i sacrifici, tutti i fedeli, diretti dai leviti, cantavano salmi di lode. Poi si arrostivano gli agnelli pasquali, come prescrive la Torah (TalmudB Pessachim 64a)" (Daniel Lifschitz, Sholem Aleichem, Mendele Mokher Sforim, Yitzchaq Leib Peretz, Le feste ebraiche - 3. Pessach - Pasqua).

Gli elementi della tradizione ebraica contemporanea di Gesù illuminano il senso profondo del vangelo di oggi. Sappiamo che Gesù, dopo aver risuscitato Lazzaro, nell'immediata vigilia della sua ultima Pasqua si ritira dapprima sulle rive del Giordano, e poi a Betania, a casa dei suoi amici più fidati, perchè non era ancora giunta la sua ora. E' Lui infatti l'autentico Korban Pesach e per questo doveva giungere al sacrificio di pasqua senza impedimenti. Giuda si reca dai sacerdoti, e vende Gesù per trenta denari: l'agnello è ormai pronto, si tratta solo di attendere il momento propizio. Erano infatti i sacerdoti ad immolare l'agnello, come poi, di lì a qualche ora, si realizzerà concretamente. Si tratta di immagini e realtà che si sovrappongono, ma rendono l'idea di quanto importante e decisiva sia stata la figura di Giuda. E' lui infatti che, ancor prima degli altri discepoli, si incarica di preparare la Pasqua provvedendo l'agnello e consegnandolo ai sacerdoti.

I discepoli poi continuano a preparare la pasqua presso la sala dove, come ogni famiglia o gruppo di famiglie, dopo il sacrificio comune dell'agnello al Tempio, si sarebbero recati per celebrare il Seder. "Rabbi Yitzchaq Luria, il grande mistico e qabbalista 7, dice: "Quando la Pasqua è preparata e celebrata come si deve le forze spirituali che si manifestarono durante la prima Pasqua agiscono nuovamente. Per questo il Talmud dice: "In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall'Egitto". Ecco perché la preparazione della Pasqua è una condizione essenziale per poter riviverla" (Daniel Lifschitz...). Sappiamo in che cosa consisteva questa preparazione. "Molte settimane prima di Pasqua tutta la famiglia comincia a pulire ogni angolo e fessura della casa da qualsiasi residuo di lievito; lo conserva in uno spazio sempre più ristretto, il giorno prima di Pesach in una piccola stanza. Poi, durante la notte che precede Pesach, tutta la famiglia percorre, a lume di candela, ogni angolo della casa, per eliminare ogni minima traccia di chametz. Questo viene poi bruciato al mattino, mentre tutta la famiglia danza attorno al fuoco. Ma che cosa significa tutta questa preparazione e precauzione? Alcuni rabbini hanno osservato che la differenza tra la parola Chametz (= lievito) e matzah (= il pane azzimo) sta nella differenza tra la lettera He e la lettera Cheth. Le altre lettere contenute nelle due parole sono uguali. E perché He e Cheth siano uguali manca solo un puntino. Quando Israele uscì dall'Egitto era così degenerato per la dura schiavitù che solo un puntino lo separava dalla morte eterna, dallo stato in cui Dio, secondo i saggi, non può più salvare l'uomo, perché ha varcato il limite della degradazione e ha perso ogni sensibilità spirituale. Se Dio non fosse intervenuto in tutta fretta a liberarlo, Israele sarebbe rimasto in Egitto.... Il lievito è simbolo e segno dell'istinto malvagio che abita nell'uomo. Il desiderio di annientare ogni traccia di lievito e di cibo lievitato prepara l'ebreo per la festa di Pessach, nella quale deve essere annientato ogni istinto malvagio in noi. Il rabbi chassidico Baruch di Medzibosh diceva, mentre pronunciava la benedizione sull'annullamento dello chametz: " Ogni lievito ", cioè tutti gli istinti d'egoismo, " che è ancora in mia proprietà, certamente ne esistono dentro la mia anima, quello che ho visto e quello che non ho visto, penso di averli visti, ma purtroppo non li ho visti, che ho distrutto e che non ho distrutto, penso di averli distrutti, ma purtroppo non li ho distrutti, siano considerati nulla. Sii tu, Signore, a nullificarli e a distruggerli". Lo chametz significa l'istinto malvagio, l'arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la durezza del cuore e del volto e la menzogna. La matzah invece significa l'istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell'operare il bene, la prudenza, l'umiltà e la verità. È un precetto distruggere completamente questo chametz e perciò lo si deve cercare negli angoli e nelle fessure e in ogni luogo dove si sarebbe potuto nascondere. L'ebreo deve scoprire i nascondigli dell'istinto malvagio, le sue proprietà corrosive e le sue opere cattive, per poterli distruggere e annientare. Desiderando liberarsi dal dominio dell'istinto malvagio potrà accedere alla libertà spirituale e considererà se stesso come un redento che esce dalle impurità dell'Egitto. Dice il Talmud: " Nella notte del quattordici Nissan si cerchi con diligenza ogni sostanza con lievito alla luce di una candela". Si capisce così il vero senso di tutta questa preparazione: prima di sedersi alla mensa del Seder per lasciarsi penetrare dallo spirito di Pessach, bisogna rimuovere ogni briciola di chametz dalla propria casa come segno che si desidera rimuovere dalla propria vita e da sé quello che significa lo chametz. Il Talmud fa derivare l'obbligo di cercare lo chametz di notte alla luce di una candela da questo versetto del libro dei Proverbi: "L'anima dell'uomo è come una luce del Signore, che scruta tutte le stanze del cuore". E' ovvio che c'è un significato molto profondo che viene espresso attraverso la ricerca dello chametz: è la ricerca nel proprio io. Rabbi Pinchas di Koretz così spiegava l'affermazione del secondo libro dei Re: "Difatti una Pasqua simile non era mai stata celebrata dal tempo dei Giudici per tutto il periodo dei re di Israele e dei re di Giuda": questo allude alla distruzione degli altari pagani e di ogni luogo di idolatria, operata da Giosia dopo questa Pasqua. Egli eliminò veramente tutto il lievito. "Portare alla luce il nostro chametz, cioè ogni idolatria che abita in noi, perché il Signore in questa santa notte passi, ci trascini con sé e così ci dia la forza di rinunciarvi: questo è il significato profondo della preparazione pasquale" (Daniel Lifschitz...).

Preparare la Pasqua significava dunque innanzi tutto prepararsi alla liberazione, disponendo il cuore ad accogliere l'unico Sposo, eliminando, desiderando dal profondo del cuore di eliminare ogni idolatria. Una sala, per quanto bella e ben preparata, se nasconde ancora in qualche angolo il lievito vecchio, rende inutile il passaggio liberatore di Dio. Non si può partire per l'esodo di una vita nuova rimanendo aggrappati agli idoli dell'Egitto. E' un problema di cuore, dei suoi angoli più oscuri, laddove si annidano gli istinti malvagi, le idolatrie che ci schiavizzano. Si può partire in carovana forse, ma se il cuore rimane lontano, dissipato, anche la notte più santa si traduce nell'ennesima ipocrisia che rende sterile la nostra vita. "Perché Pesach sia un'esperienza significativa piena di efficacia e non un semplice ricordo, essa richiede un'azione concreta: l'obbedienza ai precetti pasquali. I saggi di Israele sottolineano che i padri furono redenti dall'Egitto in virtù della loro obbedienza ai comandamenti dati da Mosè per la Pasqua. Non furono liberati per merito di una grande fede - infatti stavano per varcare la quarantanovesima e ultima porta della degradazione, dopo la quale neanche Dio poteva più intervenire - e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e "stupida " obbedienza alla parola di un altro, Mosè, che parlava a nome di Dio. Il Midrash racconta che furono soltanto i più poveri, così abbrutiti da non avere altra speranza di questa notte promessa, che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto" (Daniel Lifschitz...). La povertà, la debolezza, riconoscere il bisogno di liberazione, gli "azzimi di sincerità" con i quali ammonisce San Paolo di celebrare la Pasqua; senza questa attitudine del cuore non si può uscire dall'Egitto.

Per questo la figura di Giuda è così importante. Smaschera la reale intenzione del cuore, come una lama il suo tradimento svela il lievito vecchio; lui stesso, lievito malvagio, illumina dove si nasconda il suo gemello che è in noi. Rispondiamo a Giuda con il suo stesso atteggiamento, al male con il male? Oppure, al suo apparire sulla scena della nostra vita, l'agnello mansueto, il Korban Pesah, il Servo di Yahwè è incarnato in noi e non resiste al male? Come per Gesù è lui che ci fa presente lo scoccare della nostra ora. La preparazione, quella decisiva, è compiuta, l'agnello è pronto. Risuonano qui le parole di Isacco sull'erta del Moria: "«Dov’è l’agnello per l’olocausto?» Abramo rispose: «Il Signore provvederà». Isacco tremò perché comprese l’intenzione del padre. Tuttavia si fece forza e disse al padre suo: «Se è vero che il Santo, benedetto Egli sia, mi ha scelto, allora la mia anima è donata a lui». E Isacco stesso si legò volontariamente" (Midrash ai Salmi 116,6). Ecco il cuore di ogni autentica preparazione che illumina il compimento. L'anima, pur tremante, donata, legata volontariamente alla volontà di Dio. Quel che accadrà poi sarà il frutto di questa consegna, di questo legarsi intriso d'amore. Giuda è il laccio, Giuda apre la porta, Giuda si getta nel buio della morte indicando il cammino da intraprendere; Giuda prepara la Pasqua. La storia che ogni giorno incarna Giuda per noi ci prepara all'evento decisivo, al momento propizio. Fallirlo significa restare in Egitto, e con noi, quanti a noi Dio ha legato nel suo misterioso disegno. La vita è qualcosa di tremendamente serio, i giorni, le ore, e forse i mesi, gli anni, non sono che una lunga preparazione per la nostra Pasqua. Il matrimonio difficile, il figlio caduto nella spirale della droga, la figlia separata, la malattia, il lavoro che ci umilia, quell'insulto giunto all'improvviso e che non ti aspettavi. Tutto ci prepara, come in un catecumenato spirituale, alla Pasqua, alla libertà autentica, alla vita che è Cristo risorto.

Nella Passione è Gesù che conduce gli eventi. Il suo amore lo porta ad attirare a sè, a far intingere nel proprio piatto la mano del proprio assassino. E' l'amore, sine glossa. Esso sboccia, maturo, nella pienezza del tempo, nel momento favorevole stabilito dal Padre. E diventa salvezza per ciascuno di noi. Ecco la vita di Gesù, la stessa preparata per noi che a Lui apparteniamo. Camminare nei giorni in attesa del momento favorevole per essere consegnato. Per consegnare noi stessi a chi ci è vicino, a chi reclama la nostra vita. Marito, moglie, figli, amici. A Giuda, ai sacerdoti, alla morte. Proprio quelli che intingono la loro mano nel nostro piatto, i nostri intimi, i nostri amati.

Questo è il senso della nostra vita. Un momento favorevole nel quale donare la nostra anima a Cristo, ed in Lui offrire tutto noi stessi ad ogni uomo. Per amore. Come Gesù ha fatto per noi. In Lui trasformati, in Lui consegnati. E' la vita vera e piena, è la bellezza e la gioia, è l'eterno amore in noi che ci fa Pasqua viva per ogni uomo. La nostra vita sgorga dalla profonda commozione di Gesù dinnanzi ad ogni tradimento. Tradendo la propria vocazione, la propria umanità, si tradisce Cristo. Ogni istante buttato lontano da Lui significa tradirlo, e, in ogni istante buttato o immerso nel peccato, vi è sempre la commozione di Gesù. Una vita commossa, ecco la vita di Gesù. Le sue lacrime inondano il mondo, e noi ne siamo le gocce sparse per amore.


APPROFONDIMENTI

Mons. Javier Echevarría. Mercoledì santo: Giuda tradisce il Signore



Il Mercoledì Santo ricordiamo la triste storia di uno che è stato Apostolo di Cristo: Giuda. Così ne parla S. Matteo nel suo Vangelo: Uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

Perché la Chiesa ricorda questa vicenda? Perché possiamo renderci conto che tutti noi potremmo comportarci come Giuda. Perché possiamo chiedere al Signore che da parte nostra non lo tradiremo, non ci allontaneremo da lui, non lo abbandoneremo. E non soltanto per le conseguenze negative che questo potrebbe comportare per le nostre vite personali, che sarebbe già molto; ma perché potremmo trascinare altri, che hanno bisogno di essere aiutati dal nostro buon esempio, dal nostro incoraggiamento e dalla nostra amicizia.

In alcuni luoghi dell’America le immagini di Cristo crocifisso mostrano una piaga profonda sulla guancia sinistra del Signore. Si dice che rappresenta il bacio di Giuda. Tanto grande è il dolore che i nostri peccati provocano in Gesù! Diciamogli che vogliamo essergli fedeli: che non vogliamo venderlo – come Giuda – per trenta monete, per delle meschinità, quali sono i nostri peccati: la superbia, l’invidia, l’impurità, l’odio, il risentimento... Quando una tentazione minaccia di farci cadere, pensiamo che non vale la pena cambiare la felicità dei figli di Dio – tali noi siamo – con un piacere che finisce subito e lascia in bocca il gusto amaro della sconfitta e dell’infedeltà.

Dobbiamo sentire il peso della Chiesa e di tutta l’umanità. Non è stupendo sapere che ognuno di noi può influire sul mondo intero? Nel posto dove ci troviamo, facendo bene il nostro lavoro, avendo cura della famiglia, servendo gli amici, possiamo aiutare tanta gente a essere felice. San Josemaría Escrivá scrive che nel compiere i nostri doveri di cristiani, dobbiamo essere come la pietra caduta nel lago. – Produci, con il tuo esempio e con la tua parola, un primo cerchio... e questo un altro... e un altro, e un altro... Fino ad arrivare nei luoghi più remoti.

Chiediamo al Signore di non tradirlo più e di saper respingere, con la sua grazia, le tentazioni che il demonio, ingannandoci, ci dovesse presentare. Dobbiamo dire di no, decisamente, a tutto ciò che ci allontana da Dio. Così nella nostra vita non si ripeterà l’infelice storia di Giuda.

Se ci sentiamo deboli, ricorriamo al Santo Sacramento della Penitenza! Lì ci aspetta il Signore, come il padre della parabola del figliol prodigo, per abbracciarci e offrirci la sua amicizia. Viene continuamente incontro a noi, anche quando siamo caduti in basso, molto in basso. È sempre il momento di ritornare a Dio! Non reagiamo con lo scoraggiamento, né col pessimismo. Non pensiamo: che cosa mai potrò fare io, che sono un mucchio di miserie? La misericordia di Dio è più grande! Che cosa mai potrò fare io, se ogni volta cado per la mia debolezza? Il potere di Dio, che ci fa rialzare dalle nostre cadute, è ancora più grande!

Grandi furono i peccati di Giuda e di Pietro. Entrambi tradirono il Maestro: l’uno consegnandolo nelle mani dei persecutori, l’altro rinnegandolo per tre volte. Eppure, quale diversa reazione ebbero! Per entrambi il Signore aveva in serbo torrenti di misericordia. Pietro si pentì, pianse per il suo peccato, chiese perdono e fu confermato da Cristo nella fede e nell’amore; col tempo, saprà dare la vita per il Signore. Giuda, invece, non si affidò alla misericordia di Cristo. Fino all’ultimo momento gli furono lasciate aperte le porte del perdono di Dio, ma non volle oltrepassarle con la penitenza.

Nella sua prima enciclica Giovanni Paolo II parla del diritto di Cristo a incontrarsi con ciascuno di noi in quel momento-chiave della vita dell’anima, che è quello della conversione e del perdono (Redemptor hominis, 20). Non priviamo Gesù di questo diritto! Non togliamo a Dio Padre la gioia di darci l’abbraccio di benvenuto! Non rattristiamo lo Spirito Santo, che desidera restituire alle anime la vita soprannaturale!

Chiediamo a Santa Maria, Speranza dei cristiani, di non permettere che ci scoraggiamo per i nostri errori e per i nostri peccati, anche se ripetuti. Ella ci ottenga da suo Figlio la grazia della conversione, il desiderio efficace di ricorrere umili e contriti alla Confessione, il sacramento della misericordia divina, cominciando e ricominciando ogni volta che è necessario.

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Mercoledì Santo. Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino

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Tratt. 84, 1-2, in CCL 36, 536-538

Il Signore, o fratelli carissimi, ha definito la pienezza dell'amore con cui dobbiamo amarci gli uni gli altri con queste parole: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la via per i propri amici» (Gv 15, 13). Ne consegue ciò che il medesimo evangelista Giovanni dice nella sua lettera: Cristo «ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli», (1 Gv 3, 16) amandoci davvero gli uni gli altri, come egli ci ha amato, fino a dare la sua vita per noi.
Questo appunto si legge nei Proverbi di Salomone: Quando siedi a mensa col potente, considera bene che cosa hai davanti; e poni mano a far le medesime cose che fa lui (cfr. Pro 23, 1-2).
Ora qual è la mensa del grande e del potente, se non quella in cui si riceve il corpo e il sangue di colui che ha dato la vita per noi? E che significa assidersi a questa mensa, se non accostarvisi con umiltà? E che vuol dire considerare bene che cosa si ha davanti, se non riflettere, come si conviene, a una grazia sì grande? E che cosa è questo porre mano a far le medesime cose se non ciò che ho detto sopra e cioè: come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo essere disposti a dare la nostra vita per i fratelli? E` quello che dice anche l'apostolo Pietro: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2, 21). Questo significa fare le medesime cose. Così hanno fatto con ardente amore i santi martiri e, se non vogliamo celebrare inutilmente la loro memoria, se non vogliamo accostarci infruttuosamente alla mensa del Signore, a quel banchetto in cui anch'essi si sono saziati, bisogna che anche noi, come loro, siamo pronti a ricambiare il dono ricevuto.
A questa mensa del Signore, perciò, noi non commemoriamo i martiri come facciamo con gli altri che riposano in pace, cioè non preghiamo per loro, ma chiediamo piuttosto che essi preghino per noi, per ottenerci di seguire le loro orme. Essi, infatti, hanno toccato il vertice di quell'amore che il Signore ha definito come il più grande possibile. Hanno presentato ai loro fratelli quella stessa testimonianza di amore, che essi medesimi avevano ricevuto alla mensa del Signore.
Non vogliamo dire con questo di poter essere pari a Cristo Signore, qualora giungessimo a rendergli testimonianza fino allo spargimento del sangue. Egli aveva il potere di dare la sua vita e di riprenderla, mentre noi non possiamo vivere finché vogliamo, e dobbiamo morire anche contro nostra voglia. Egli, morendo, uccise subito in sé la morte, mentre noi veniamo liberati dalla morte solo mediante la sua morte. La sua carne non conobbe la corruzione, mentre la nostra, solo dopo aver subito la corruzione, rivestirà per mezzo di lui l'incorruttibilità alla fine del mondo. Egli non ebbe bisogno di noi per salvarci, ma noi, senza di lui, non possiamo far nulla. Egli si è mostrato come vite a noi che siamo i tralci, a noi che, senza di lui, non possiamo avere la vita.
In fine, anche se i fratelli arrivano a dare la vita per i fratelli, il sangue di un martire non viene sparso per la remissione dei peccati dei fratelli, cosa che invece egli ha fatto per noi. E con questo ci ha dato non un esempio da imitare, ma un dono di cui essergli grati.
I martiri dunque, in quanto versarono il loro sangue per i fratelli, hanno ricambiato solo quanto hanno ricevuto dalla mensa del Signore. Manteniamoci sulla loro scia e amiamoci gli uni gli altri, come Cristo ha amato noi, dando se stesso per noi.

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Mercoledì Santo. Da “Lo specchio della carità” di Elredo di Rievaulx.

Speculum caritatis, III, 5, in PL 195, 582.

Non c’è niente che ci spinga ad amare i nemici – ciò che è la perfezione dell’amore fraterno – quanto la dolce considerazione di quella ammirabile pazienza per cui egli, il più bello tra i figli dell’uomo offrì il suo bel viso agli sputi dei malvagi.

Lasciò velare dai malfattori quegli occhi, al cui cenno ogni cosa ubbidisce. Espose i suoi fianchi ai flagelli. Sottopose il capo, che fa tremare i Principati e le Potestà, alle punte acuminate delle spine.

Abbandonò se stesso all’obbrobrio e agli insulti. Infine sopportò pazientemente la croce i chiodi la lancia il fiele e l’aceto, lui in tutto dolce mite e clemente.

Alla fine fu condotto via come una pecora al macello, e come un agnello se ne stette silenzioso davanti al tosatore e non aprì la bocca. Orgogliosa impazienza dell’uomo osserva colui che ha sofferto tutto ciò e considera il modo con cui l’ha sopportato. Ci sarebbe più da meditare che da scrivere! Chi al sentire quella voce meravigliosa piena di dolcezza, piena di carità, piena di inalterabile pacatezza: Padre, perdonali, non abbraccerebbe subito i suoi nemici con tutto l’affetto? Padre, perdonali. Che cosa si poteva aggiungere di dolcezza e di carità a una siffatta preghiera? Tuttavia, il Signore aggiunse qualcosa.

Gli sembrò poco pregare, volle anche scusare. Padre, disse, perdonali, perché non sanno quello che fanno.

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Mercoledì Santo. S.Alfonso Maria de Liguori; l'Amore delle Anime

"Chi potrà poi amare altr'oggetto che Gesù, vedendolo morire fra tanti dolori e disprezzi, affine di cattivarsi il nostro amore? Un divoto solitario pregava Dio ad insegnargli che cosa potesse fare per amarlo perfettamente; gli rivelò il Signore che per giungere al suo perfetto amore non vi era esercizio più atto che meditare spesso la sua Passione.

Piangeva S. Teresa e si lagnava d'alcuni libri che le avevano insegnato a lasciar di meditare la Passione di Gesù Cristo, perché poteva ciò esser d'impedimento alla contemplazione della Divinità; onde poi la santa esclamava: “O Signore dell'anima mia, o Ben mio Gesù crocifisso, non mi ricordo mai di questa opinione, che non mi sembri d'aver fatto un gran tradimento. Ed è possibile che voi, Signore, mi aveste ad essere impedimento a maggior bene? E donde mi vennero tutti i beni, se non da voi?” E poi soggiunge: “Ho veduto che per contentare Dio, e perché ci faccia grazie grandi, egli vuole che passi ciò per le mani di questa umanità sacratissima, nella quale disse sua divina maestà di compiacersi.”

Quindi diceva il P. Baldassarre Alvarez che l'ignoranza de' tesori che abbiamo in Gesù, era la rovina dei Cristiani; onde la meditazione della Passione di Gesù Cristo era la sua più diletta ed usata, meditando in Gesù specialmente tre suoi patimenti, la povertà, il dispregio, e 'l dolore; ed esortava i suoi penitenti a meditare spesso la Passione del Redentore, dicendo che non pensassero d'aver fatta cosa alcuna, se non arrivassero a tener sempre fisso nel cuore Gesù crocifisso.

Chi vuole, insegna S. Bonaventura, crescere sempre da virtù in virtù, da grazia in grazia, mediti sempre Gesù appassionato: Se vuoi, o uomo, progredire di virtù in virtù in virtù e di grazia in grazia dovrai meditare quotidianamente la Passione del Signore. Ed aggiunge che non vi è esercizio più utile per rendere un'anima santa, che considerare spesso le pene di Gesù Cristo".

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Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa La preghiera della Chiesa, 19-20



« Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua ? »

Sappiamo dai racconti degli evangelisti che Cristo ha pregato come ogni ebreo credente e fedele alla Legge... Pronunciò le antiche orazioni di benedizione, che ancora oggi sono recitate, per il pane, il vino e i frutti della terra, come ne testimoniano i racconti dell'ultima Cena, tutta consacrata all'adempimento di uno dei obblighi religiosi più santi : il solenne pasto della Pasqua, il quale commemorava la liberazione dalla schiavitù d'Egitto. Forse in questo momento ci è data la visione più profonda della preghiera di Cristo, e come una chiave che ci introduce nella preghiera di tutta la Chiesa... La benedizione e la condivisione del pane e del vino facevano parte del rito del pasto pasquale. Ma l'una e l'altra ricevono qui un senso interamente nuovo. In questo momento nasce la vita della Chiesa. Certo, essa nasce in quanto comunità spirituale e visibile soltanto alla Pentecoste. Ma alla Cena, si compie l'innesto del tralcio sul ceppo, che rende possibile l'effusione dello Spirito. Le antiche orazioni di benedizione sono divenute nella bocca di Cristo, parole creatrici di vita. I frutti della terra sono divenuti la sua carne e il suo sangue, pieni della sua vita... La Pasqua dell'antica Alleanza è divenuta la Pasqua dell'Alleanza nuova.