mercoledì 20 marzo 2013

Croci e diottrie



di Costanza Miriano
Essere cieche come talpe conferisce dei vantaggi alle fanciulle e anche alle ex fanciulle come me. Si assume un’aria spaesata e poco reattiva che di solito ispira sentimenti di tenerezza, o almeno di condiscendenza. Se poi una è particolarmente gnocca come Marilyn e legge anche i libri tenendoli rovesciati, il connubio diventa esplosivo, e tutti gli uomini abbassano le difese, ma solo se di taglia di reggiseno si porta dalla quarta in poi.
Io, anche se purtroppo porto la priva (lo sanno tutti, c’era anche sull’Avvenire), per la stanchezza e le ore di sonno mancate – a causa di una serie di impegni accumulati ultimamente – credo di avere perso diversi gradi di vista; di solito li recupero, ma non è detta. In compenso spero di ispirare maggiore simpatia almeno in mio marito quando gli do prova della mia inefficienza particolarmente spiccata in questi giorni, tipo quando dimentico dove ho parcheggiato la macchina – cosa che peraltro offre l’occasione per avvincenti giri turistici del quartiere – o atterro in scivolata sulla cera che ho dimenticato di avere passato, o lavo in lavatrice il lettore mp3 (tutto vero).
Ma c’è un’altra cosa che la stanchezza porta in dono, oltre alla simpatica aria da talpa. La profonda, nettissima, lampante dimostrazione della propria impotenza.
Quando non solo non si riesce più a far tutto, ma quando le cose non fatte superano di gran lunga quelle adempiute, la vita ci sta offrendo una grande occasione: si può cominciare a mollare le redini, e si può decidere di metterle in mano a Dio. Un po’ quello che può succedere quando si ha un bambino piccolo, che almeno all’inizio ti prende tutte le energie e la vita non ti appartiene più. Per questo spesso i figli convertono: è uno di quei momenti in cui si può smettere di cercare di conservare qualcosa per se stessi.
A me sembra che questo sia un principio molto importante per la vita di fede. Oserei dire per la vita in Cristo. Diminuire noi, e lasciar crescere Lui in noi è il senso della nostra vita qui su questa terra, e tutto quello che ci aiuta a mettere una pietra sui nostri desideri, progetti, pensieri, ci può aiutare a far crescere Cristo. In questa opera imprescindibile di scartavetramento la croce è lo strumento più potente, ma anche la stanchezza, questo morire a fettine, può essere molto utile. Bisogna però fare buon uso degli ostacoli e degli impedimenti.
Tutti noi, noi che abbiamo vite normali divise tra lavoro, famiglia e tutto il resto, siamo chiamati a fare tanti sacrifici, chi più chi meno, in un periodo più in un periodo meno. Ma la differenza vera la fa il senso che siamo capaci di dare a questa naturale ascesi che di solito la vita ci impone.
Si può cercare di svicolare, di trovare vie di uscita, di fermarsi all’autogrill lungo la strada più spesso possibile, a fare una pausa caffè che allevii la fatica. Si può provare a nascondersi dietro a un cartello, senza dare nell’occhio, a riposarsi o a fare uno spuntino clandestino. Si può provare a barare, andando nella corsia di emergenza: finché non ti ferma la Polizia, che prima o poi ti becca, è un bel vantaggio. Si può andare a caso e continuare a girare per le strade senza decidere la meta. Si fatica lo stesso, ma senza dare un senso.
Oppure si decide la meta (la vita eterna), e si va avanti, senza barare, senza cercare scorciatoie, autogrill, corsie di emergenza, cartelli dietro cui nascondersi. Si prende quello che viene per la strada, fatica compresa, senza risparmiare né cercare di tenersi niente per sé. Si aderisce a Cristo, cercando di somigliargli. Si prende la croce che viene, senza cercarla, ma senza neanche schivarla, sapendo che non siamo noi che facciamo niente, ma che possiamo lasciar agire Dio.
Allora, dicono, si entra nella perfetta letizia di cui parla san Francesco quando spiega a Frate Leone che la gioia più grande, anche per un consacrato, non è predicare bene, guarire, fare miracoli, avere proseliti. E’ accogliere a braccia aperte quello che viene, anche un fratello che non ti apre la porta e ti lascia aspettare al freddo senza cena.
Ecco, io vorrei consegnarmi come ha saputo fare lui, ma non so se ci riesco. Magari dopo la pausa caffè e poi riparto. Forse.