Da "La Repubblica" di oggi, 20 marzo 2013
a firma di Enzo Bianchi
“Solo chi serve con amore sa custodire”. È all’insegna del servizio nella tenerezza che ha avuto inizio il “ministero petrino del vescovo di Roma Francesco”: già la dizione ufficiale voluta per la messa di apertura del pontificato è un segno estremamente eloquente che si pone in continuità con le parole e i gesti cui papa Francesco ci sta abituando rapidamente. E come intenda esercitare questo ministero, il papa lo ha indicato con tenera fermezza nella sua omelia e, prima ancora, in quella predicazione attraverso i segni e i simboli che è la liturgia. Una liturgia di sobria bellezza ed essenzialità che ha accompagnato la maestosa solennità dell’evento e che ha sottolineato la dimensione comunionale del collegio dei cardinali: solo questi ultimi, infatti, formalmente membri del clero di Roma, hanno concelebrato, così come sull’altare accanto al papa sono saliti tre cardinali non in base agli incarichi rivestiti ma alla loro anzianità nell’“ordine” di appartenenza – vescovi, presbiteri e diaconi – insieme a un patriarca delle chiese orientali.
Prima dell’inizio della liturgia c’era stato l’abbraccio ideale con la gente di piazza San Pietro, con la spontaneità di gesti che nemmeno l’inevitabile uso dell’automezzo senza le solite misure di sicurezza ha offuscato. Poi la preghiera silenziosa sulla tomba dell’apostolo Pietro di cui il papa è successore, e quindi la liturgia improntata alla sobrietà e alla semplicità evangelica nei canti e nei riti segnati dalla nobile povertà restaurata dal concilio Vaticano II. Ma è nell’omelia, ispirata ai testi biblici proclamati – quelli previsti per la festività liturgica di san Giuseppe, non altri scelti per l’occasione – che è emersa la visione di chiesa e del proprio ministero che Francesco porta nel cuore. Una chiesa che, sull’esempio di san Giuseppe, si fa custode e va al “centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato”.
La custodia autentica inizia proprio dal custodire il proprio cuore, da quel “vigilare su se stessi” che i padri della chiesa non cessavano di ricordare, e da lì, dal cuore sede del nostro volere e origine del nostro operare, la custodia diviene servizio reciproco, prendersi cura gli uni degli altri fino a pervenire alla missione affidata dal creatore ad Adamo: coltivare il giardino della creazione. Perché, come ha ricordato papa Francesco, “la vocazione del custodire non riguarda solamente i cristiani: ha una dimensione che precede, che è semplicemente umana, riguarda tutti”. È per questa capacità di andare al proprio di ogni essere umano, all’essenziale della vocazione umana che il nuovo vescovo di Roma si mostra capace di parlare a tutti e di essere ascoltato da tutti. Così l’appello umile – “per favore!” – rivolto a chi ha responsabilità nella società perché si prenda cura del “disegno di Dio iscritto nella natura” risuona di efficacia inedita e diviene foriero di un domani maggiormente a misura d’uomo e di una convivenza più bella, più buona, più beata...
Ma in che modo dobbiamo assumere questa custodia reciproca? Con bontà e tenerezza, virtù dei forti, dei coraggiosi, non dei pusillanimi. “Non dobbiamo avere timore della bontà, delle tenerezza” perché esse denotano fortezza d’animo e capacità di amare. Qui, in questa realtà di bontà amorosa, il vescovo di Roma pone il suo ministero e il potere che questo ministero comporta: “il vero potere è il servizio ... un servizio che ha il suo vertice luminoso sulla croce”, un servizio che è spendere la vita per gli altri fino al dono della vita stessa. Un compito che richiede di “accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie – e qui la voce pacata e sommessa di Francesco si alza risoluta, forte – specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli!”. Tutti, in piazza San Pietro come nell’immensa agorà del mondo, percepiscono che è lì che batte il cuore del nuovo papa, che è l’immagine evocata del “giudizio finale sull’amore” quello che illumina il suo presiedere nella carità. Oggi noi tutti decidiamo la nostra salvezza, che è sensatezza della vita quaggiù e vita oltre la morte, nell’atteggiamento di servizio o di rifiuto di chi ha fame, di chi è assetato, straniero, nudo, malato, carcerato. Francesco, che sente il peso della responsabilità del ministero cui ha dato inizio in modo così solenne, vuole farsi voce e custode di chi non ha voce, degli ultimi, delle vittime della storia.
Il momento della scambio della pace sottolinea poi una novità assoluta per queste celebrazioni di inizio pontificato: il vescovo di Roma Francesco abbraccia il vescovo di Costantinopoli Bartholomeos, ed è la prima volta dalla divisione del 1054 che un patriarca ecumenico presenzia all’eucaristia di inaugurazione del ministero petrino. Non un gesto di cortesia ecumenica, non un atto dovuto, ma il segno che nelle chiese sorelle d’oriente i segni e le parole poste da Francesco in questa settimana di pontificato sono stati colti come opportunità inedite per proseguire risolutamente nel cammino verso l’unità visibile dei cristiani, un’unità che non è da reinventare ma soltanto da riscoprire, da riprendere là dove si era smarrita, da rivitalizzare attraverso quell’amore che è più forte di ogni divisione. Il patriarca ecumenico Bartholomeos e il papa Francesco sono due uomini, due cristiani, due pastori che credono all’amore, sanno sperare contro ogni speranza, vogliono esercitarsi nella fiducia e quindi infondere fiducia in tutti gli uomini. Ieri sera a Santa Marta, dopo aver incontrato il patriarca Bartholomeos ho potuto salutare papa Francesco che giungeva per la cena: nella sua semplicità, con quel volto umile, mite ma determinato, mi ha detto: “Pregate, pregate perché ne ho bisogno”. Davvero, “solo chi serve con amore sa custodire!” e chi ama veramente il Signore, fa la volontà del Signore che chiede servizio e amore degli altri.
* * *
Di seguito l’editoriale firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato oggi, 20 marzo, sul quotidiano Il Sole 24 Ore.
Quattro parole mi sembra rendano preziosa per tutti l’omelia che Papa Francesco ha tenuto durante la celebrazione eucaristica di inaugurazione del suo servizio di vescovo di Roma, successore di Pietro. Si tratta di quattro termini incastonati in un discorso dalla luminosa semplicità, pronunciato col tono di chi parla dal cuore al cuore, come pastore che cerca, ama e abbraccia quanti Dio ha voluto affidargli e chiunque volesse ascoltarlo.
La prima è la parola “custodia”. Il Papa l’ha spiegata riferendosi al ruolo di San Giuseppe in rapporto a Maria e Gesù: egli ne è il “custode” ed “esercita questa custodia con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”. Custodire vuol dire stare accanto agli altri con attenzione d’amore, prevedendo, provvedendo, rispettando e accogliendo l’altrui cammino nella profondità del cuore e della vita. “Custode” (“shoter” in ebraico) è, peraltro, il bellissimo termine che l’Antico Testamento usa più volte in riferimento al Dio della storia della salvezza: “Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra” (Salmo 121,4-5).
Analogamente a come l’Eterno custodisce il suo popolo, Giuseppe custodisce la santa famiglia, e il suo atteggiamento diventa modello di altre “custodie”, cui siamo tutti chiamati: la “custodia” del creato, quella del prossimo, quella del Dio venuto fra noi e per noi. “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!”. Lo sguardo di questo umanissimo Papa si allarga qui all’intera famiglia umana: “La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene”.
Proprio così l’idea del custodire rimanda a un secondo termine usato da Papa Francesco: la “tenerezza”. Questa significa non semplicemente l’atto del donare, ma il dare con gioia che suscita gioia. Chi dando crea dipendenze, non è libero e non rende liberi. Chi dona con gioia e rende l’altro felice del dono e consapevole che ogni dono è un reciproco scambio di bene, rende l’umanità più vera, più serena, più bella per tutti. “Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza… Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!...
Anche il Papa deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli”. Sono parole che hanno il sapore di quelle dette da Giovanni XXIII nell’indimenticabile “discorso della luna”, la sera dell’11 Ottobre 1962, giorno dell’inaugurazione del Concilio Vaticano II: proprio così, è il volto di una Chiesa amica degli uomini che si affaccia, non della cittadella fortificata preoccupata di difendere i bastioni, ma del lievito nella pasta, del sale della terra e della luce del mondo, donati per il bene dell’intera famiglia umana. S’illumina così anche il senso della terza parola dell’omelia di Papa Francesco che vorrei sottolineare: “servizio”.
“Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”. Servire è dare la vita per gli altri, come ha fatto Gesù. Servire è ritenere il bene di tutti più importante di ogni possibile interesse di parte, fino a dimenticarsi di sé. “Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza”. Servo dei servi di Dio, il Vescovo di Roma fa appello a tutti e a ciascuno, per condividere con tutti la responsabilità, la sfida, la promessa e la gioia del servizio. Non è un sovrano, ma un servo, un amico, qualcuno a cui guardare con fiducia, liberi da ogni paura, certi di essere rispettati e accolti sempre, comunque.
Giungiamo così all’ultima delle quattro parole che ho voluto ricordare della bellissima confessione di Papa Francesco (“omelia” significa confessare la fede che arde, illumina e nutre il cuore di chi crede e con la parola e la vita annuncia la gioia della sua fede): la “speranza”. Il servizio del vescovo di Roma, a cui tutti sono invitati a partecipare nella misura del dono dato a ciascuno da Dio, tende precisamente a questo: “far risplendere la stella della speranza”. È convinzione dell’attuale Successore di Pietro che potrà riuscirci chiunque saprà custodire “con amore ciò che Dio ci ha donato!”. La barca di Pietro ha un timoniere umile e forte, tenero e fermo: a tutti l’invito a navigare con lui sui mari della vita e della storia, anche quando essi si annunciano tempestosi, non solo sperando, ma anche organizzando la speranza, e organizzandola insieme per la forza di un servizio fatto di tenerezza e di custodia, rivolto a ciascuno, accogliente per tutti.
* * *
Il commento che segue è di Andrea Tornielli
Chi si aspettava una grande omelia programmatica del pontificato sarà rimasto sorpreso. Papa Francesco ha parlato della fede, della forza e della tenerezza di un santo a cui è devotissimo e che la Chiesa ieri ha festeggiato: Giuseppe. È lui il modello al quale il nuovo vescovo di Roma vuole ispirarsi.
«Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli… Solo chi serve con amore sa custodire!».
Ecco il programma del pontificato: «servire» umilmente, tornando all’essenziale, per comunicare il messaggio della misericordia di un Dio che si è sacrificato sulla croce. Servire concretamente. E poi «custodire» aprendo le braccia, accogliendo con tenerezza tutta l’umanità, in particolare i poveri, i piccoli, i deboli.
Dopo aver rivolto un pensiero al predecessore Joseph Ratzinger, che festeggiava l’onomastico, e dopo aver salutato le delegazioni presenti citando esplicitamente i rappresentanti della comunità ebraica, il nuovo Papa nell’omelia ha tratteggiato la figura di san Giuseppe. Predicando in piedi, senza la mitria sul capo, ha sottolineato che la missione affidata da Dio al carpentiere di Nazaret è quella di essere «custode».
Giuseppe, ha vissuto la sua vocazione di custode «nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio». Si è lasciato guidare «dalla volontà di Dio, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge».
I cristiani, come Giuseppe, custodiscono Cristo nella loro vita «per custodire gli altri, per custodire il creato». Ma Francesco ha ricordato che la «vocazione del custodire» riguarda tutti, non solo i cristiani. «È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato… è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore».
È anche, ha continuato il Papa, «l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti».
Quando viene «l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire», allora «trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce». In ogni epoca della storia, ha detto il Papa «ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna». Francesco ha quindi chiesto «a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale» come pure a tutti gli uomini di essere «”custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!»
Ma per essere capaci di custodire, ha spiegato Francesco, bisogna evitare «che l’odio, l’invidia, la superbia» sporchino la vita. Il Papa ha citato per sei volte la parola tenerezza. Custodire e prendersi cura «chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza». E la tenerezza, ha concluso, «non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro». Per questo «non dobbiamo avere timore» della bontà e della tenerezza.
«Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi».
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Di seguito l’editoriale firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato oggi, 20 marzo, sul quotidiano Il Sole 24 Ore.
Quattro parole mi sembra rendano preziosa per tutti l’omelia che Papa Francesco ha tenuto durante la celebrazione eucaristica di inaugurazione del suo servizio di vescovo di Roma, successore di Pietro. Si tratta di quattro termini incastonati in un discorso dalla luminosa semplicità, pronunciato col tono di chi parla dal cuore al cuore, come pastore che cerca, ama e abbraccia quanti Dio ha voluto affidargli e chiunque volesse ascoltarlo.
La prima è la parola “custodia”. Il Papa l’ha spiegata riferendosi al ruolo di San Giuseppe in rapporto a Maria e Gesù: egli ne è il “custode” ed “esercita questa custodia con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”. Custodire vuol dire stare accanto agli altri con attenzione d’amore, prevedendo, provvedendo, rispettando e accogliendo l’altrui cammino nella profondità del cuore e della vita. “Custode” (“shoter” in ebraico) è, peraltro, il bellissimo termine che l’Antico Testamento usa più volte in riferimento al Dio della storia della salvezza: “Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra” (Salmo 121,4-5).
Analogamente a come l’Eterno custodisce il suo popolo, Giuseppe custodisce la santa famiglia, e il suo atteggiamento diventa modello di altre “custodie”, cui siamo tutti chiamati: la “custodia” del creato, quella del prossimo, quella del Dio venuto fra noi e per noi. “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!”. Lo sguardo di questo umanissimo Papa si allarga qui all’intera famiglia umana: “La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene”.
Proprio così l’idea del custodire rimanda a un secondo termine usato da Papa Francesco: la “tenerezza”. Questa significa non semplicemente l’atto del donare, ma il dare con gioia che suscita gioia. Chi dando crea dipendenze, non è libero e non rende liberi. Chi dona con gioia e rende l’altro felice del dono e consapevole che ogni dono è un reciproco scambio di bene, rende l’umanità più vera, più serena, più bella per tutti. “Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza… Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!...
Anche il Papa deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli”. Sono parole che hanno il sapore di quelle dette da Giovanni XXIII nell’indimenticabile “discorso della luna”, la sera dell’11 Ottobre 1962, giorno dell’inaugurazione del Concilio Vaticano II: proprio così, è il volto di una Chiesa amica degli uomini che si affaccia, non della cittadella fortificata preoccupata di difendere i bastioni, ma del lievito nella pasta, del sale della terra e della luce del mondo, donati per il bene dell’intera famiglia umana. S’illumina così anche il senso della terza parola dell’omelia di Papa Francesco che vorrei sottolineare: “servizio”.
“Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”. Servire è dare la vita per gli altri, come ha fatto Gesù. Servire è ritenere il bene di tutti più importante di ogni possibile interesse di parte, fino a dimenticarsi di sé. “Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza”. Servo dei servi di Dio, il Vescovo di Roma fa appello a tutti e a ciascuno, per condividere con tutti la responsabilità, la sfida, la promessa e la gioia del servizio. Non è un sovrano, ma un servo, un amico, qualcuno a cui guardare con fiducia, liberi da ogni paura, certi di essere rispettati e accolti sempre, comunque.
Giungiamo così all’ultima delle quattro parole che ho voluto ricordare della bellissima confessione di Papa Francesco (“omelia” significa confessare la fede che arde, illumina e nutre il cuore di chi crede e con la parola e la vita annuncia la gioia della sua fede): la “speranza”. Il servizio del vescovo di Roma, a cui tutti sono invitati a partecipare nella misura del dono dato a ciascuno da Dio, tende precisamente a questo: “far risplendere la stella della speranza”. È convinzione dell’attuale Successore di Pietro che potrà riuscirci chiunque saprà custodire “con amore ciò che Dio ci ha donato!”. La barca di Pietro ha un timoniere umile e forte, tenero e fermo: a tutti l’invito a navigare con lui sui mari della vita e della storia, anche quando essi si annunciano tempestosi, non solo sperando, ma anche organizzando la speranza, e organizzandola insieme per la forza di un servizio fatto di tenerezza e di custodia, rivolto a ciascuno, accogliente per tutti.
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Il commento che segue è di Andrea Tornielli
Chi si aspettava una grande omelia programmatica del pontificato sarà rimasto sorpreso. Papa Francesco ha parlato della fede, della forza e della tenerezza di un santo a cui è devotissimo e che la Chiesa ieri ha festeggiato: Giuseppe. È lui il modello al quale il nuovo vescovo di Roma vuole ispirarsi.
«Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli… Solo chi serve con amore sa custodire!».
Ecco il programma del pontificato: «servire» umilmente, tornando all’essenziale, per comunicare il messaggio della misericordia di un Dio che si è sacrificato sulla croce. Servire concretamente. E poi «custodire» aprendo le braccia, accogliendo con tenerezza tutta l’umanità, in particolare i poveri, i piccoli, i deboli.
Dopo aver rivolto un pensiero al predecessore Joseph Ratzinger, che festeggiava l’onomastico, e dopo aver salutato le delegazioni presenti citando esplicitamente i rappresentanti della comunità ebraica, il nuovo Papa nell’omelia ha tratteggiato la figura di san Giuseppe. Predicando in piedi, senza la mitria sul capo, ha sottolineato che la missione affidata da Dio al carpentiere di Nazaret è quella di essere «custode».
Giuseppe, ha vissuto la sua vocazione di custode «nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio». Si è lasciato guidare «dalla volontà di Dio, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge».
I cristiani, come Giuseppe, custodiscono Cristo nella loro vita «per custodire gli altri, per custodire il creato». Ma Francesco ha ricordato che la «vocazione del custodire» riguarda tutti, non solo i cristiani. «È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato… è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore».
È anche, ha continuato il Papa, «l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti».
Quando viene «l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire», allora «trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce». In ogni epoca della storia, ha detto il Papa «ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna». Francesco ha quindi chiesto «a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale» come pure a tutti gli uomini di essere «”custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!»
Ma per essere capaci di custodire, ha spiegato Francesco, bisogna evitare «che l’odio, l’invidia, la superbia» sporchino la vita. Il Papa ha citato per sei volte la parola tenerezza. Custodire e prendersi cura «chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza». E la tenerezza, ha concluso, «non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro». Per questo «non dobbiamo avere timore» della bontà e della tenerezza.
«Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi».