La lenta marcia di Quaresima, nel deserto dell'oggi travagliato, è illuminata dalla Parola creatrice di Dio che, come al tempo di Mosé, rivela il suo santo Nome facendosi riconoscere per le sue azioni di salvezza. Avremo conosciuto Dio quando ci scopriremo capaci di amare, di usare misericordia, di donarci e di servire, proprio come Egli stesso ha fatto, offrendosi come dolce frutto di salvezza per noi, oggi.
Buona domenica di quaresima pb. Vito Valente.
Non maledirmi come il fico,
Anche se sono uguale all'albero sterile,
Per timore che il fogliame della fede
Venga essiccato con il frutto delle mie opere.
Ma fissami nel bene,
Come il tralcio sulla santa Vite,
Di cui si prende cura il tuo Padre celeste
E che, con la crescita, fa fruttificare lo Spirito.
E l'albero che io sono, sterile di frutti gustosi,
Ma fecondo di frutti amari,
Non sradicarlo dalla tua vigna,
Ma cambialo, scavando nel letame.
San Nersès Snorhali, patriarca armeno 1102-1173
Per timore che il fogliame della fede
Venga essiccato con il frutto delle mie opere.
Ma fissami nel bene,
Come il tralcio sulla santa Vite,
Di cui si prende cura il tuo Padre celeste
E che, con la crescita, fa fruttificare lo Spirito.
E l'albero che io sono, sterile di frutti gustosi,
Ma fecondo di frutti amari,
Non sradicarlo dalla tua vigna,
Ma cambialo, scavando nel letame.
San Nersès Snorhali, patriarca armeno 1102-1173
MESSALE
Antifona d'Ingresso Sal 24,15-16
I miei occhi sono sempre rivolti al Signore,
perché libera dal laccio i miei piedi.
Volgiti a me e abbi misericordia, Signore,
perché sono povero e solo.
I miei occhi sono sempre rivolti al Signore,
perché libera dal laccio i miei piedi.
Volgiti a me e abbi misericordia, Signore,
perché sono povero e solo.
Oppure: Ez 36,23-26
«Quando manifesterò in voi la mia santità,
vi raccoglierò da tutta la terra;
vi aspergerò con acqua pura
e sarete purificati da tutte le vostre sozzure
e io vi darò uno spirito nuovo», dice il Signore.
Colletta
Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Oppure:
Padre santo e misericordioso, che mai abbandoni i tuoi figli e riveli ad essi il tuo nome, infrangi la durezza della mente e del cuore, perché sappiamo cogliere con la semplicità dei fanciulli i tuoi insegnamenti, e portiamo frutti di vera e continua conversione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Es 3,1-8a.13-15
Io-Sono mi ha mandato a voi.
Dal libro dell'Èsodo
In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.
L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.
Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Salmo Responsoriale Dal Salmo 102
Il Signore ha pietà del suo popolo.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.
Il Signore compie cose giuste,
difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie,
le sue opere ai figli d’Israele.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
Seconda Lettura 1 Cor 10,1-6.10-12
La vita del popolo con Mosè nel deserto è stata scritta per nostro ammonimento.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto.
Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.
Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
Canto al Vangelo Mt 4,17
Gloria e lode a te, o Cristo!
Convertitevi, dice il Signore,
il regno dei cieli è vicino.
Gloria e lode a te, o Cristo!
Padre santo e misericordioso, che mai abbandoni i tuoi figli e riveli ad essi il tuo nome, infrangi la durezza della mente e del cuore, perché sappiamo cogliere con la semplicità dei fanciulli i tuoi insegnamenti, e portiamo frutti di vera e continua conversione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Es 3,1-8a.13-15
Io-Sono mi ha mandato a voi.
Dal libro dell'Èsodo
In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.
L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.
Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Salmo Responsoriale Dal Salmo 102
Il Signore ha pietà del suo popolo.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.
Il Signore compie cose giuste,
difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie,
le sue opere ai figli d’Israele.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
Seconda Lettura 1 Cor 10,1-6.10-12
La vita del popolo con Mosè nel deserto è stata scritta per nostro ammonimento.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto.
Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.
Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
Canto al Vangelo Mt 4,17
Gloria e lode a te, o Cristo!
Convertitevi, dice il Signore,
il regno dei cieli è vicino.
Gloria e lode a te, o Cristo!
Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». Parola del Signore.
Il commento
La sapienza consiste nel saper contare i propri giorni, ciascuno come un «kairos», un momento favorevole per «convertirsi». Come «questo preciso momento» in cui le notizie dal fronte della storia ci annunciano terremoti e crisi finanziarie nel mondo, gelosie, invidie e divisioni nei cuori. È vero, la «creazione geme e soffre» a causa del peccato, ma non è impazzita. La cronaca registra il dolore, ma è quello delle «doglie» che annunciano la vita per la quale Dio ha plasmato ogni cosa. Essa risplende come una primizia nei Figli di Dio «piantati» nella vigna del Signore. Nel seno della Chiesa, come pazienti «vignaioli», pastori e catechisti li hanno curati con «zappa» e «concime», la Parola che dissoda con la Verità, e i sacramenti che nutrono del Mistero Pasquale di Gesù. Una storia d’amore che ha accolto anche noi nel seno di una terra di misericordia e tenerezza, grazie e segni, correzioni e consolazioni. Il «terreno» fecondato dal seme benedetto del corpo del Signore, nel quale siamo stati chiamati a crescere e risuscitare con Lui, per presentare al mondo i «frutti» maturi della fede adulta, le opere che annunciano in noi la sua vittoria sulla morte.
Il mondo ha bisogno dei nostri «frutti», é questione di vita o di morte. Accanto a noi qualcuno sta per abortire, divorziare, gettare al vento la propria dignità. Le persone più care «soffrono e gemono» brancolando nel buio; troveranno oggi in noi il discernimento, la Parola di Verità, l’amore di cui hanno diritto? Forse no. Forse, come quei giudei, «abbiamo mangiato e ci siamo saziati» dei segni con i quali il Signore ha «moltiplicato» la nostra povera vita e abbiamo cominciato a «sfruttare» per noi stessi «il terreno» del Padrone. Forse ci stiamo approfittando del matrimonio, del ministero, dell’amicizia, di Dio stesso. E l’amore? Che ne abbiamo fatto di tutto l'amore seminato nella nostra vita? «Taglialo» dice il Signore. E’ una scure questa parola, ed è rivolta a noi. Come mai ancora non è giunta sulla nostra vita per portarsela via? Forse siamo migliori del collega morto all’improvviso o della ragazza rapita, violentata e uccisa? O forse Dio è un mostro e fa preferenze e vibra la scure scegliendo chi colpire come in una lotteria? «No, vi dico, ma se non vi convertite», la morte sarà per voi un’ingiustizia senza senso come lo è per il mondo. «No, vi dico, ma se non vi convertite», il mondo resterà senza speranza e ne chiederò conto a voi. «Convertirci» allora è ricordare che c’è un «taglialo» che ci aspetta e meritiamo; è fermo a mezz’aria per la pazienza magnanime di Dio che desidera che tutti si salvino. Per questo ci concede ancora quest’«anno» di misericordia, la Quaresima nella quale imparare a spendere la vitache abbiamo davanti come un giubileo, per lasciare il peccato e abbandonarci all’opera del «vignaiolo».
* * *
Commento della Congregazione per il Clero
La
terza domenica di quaresima ci presenta, nella prima lettura, uno dei
testi più profondi della Sacra Scrittura, riguardanti l’identità
di Dio e, nel brano evangelico, l’invito alla conversione. Due temi
profondamente intrecciati tra loro. “Convertirsi”, infatti, nel
linguaggio biblico, non ha immediatamente una connotazione morale
(passare dal male al bene), bensì una connotazione relazionale
(passare dall’io a Dio).
Nel
brano dell’Esodo Dio si presenta come Colui che ha liberato il suo
popolo dalla schiavitù d’Egitto, come il Dio di Abramo, Isacco e
Giacobbe, come “Colui che è”. Sono tre connotazioni che
identificano per sempre il Dio di Israele che, nella sua bontà e
sapienza, ha deciso di comunicare se stesso a tutti gli uomini.
Anzitutto non è un Dio lontano dalle vicende umane, ma un Dio che ha
osservato la miseria del suo popolo in Egitto, ha udito il suo grido
e ha conosciuto le sue sofferenze (cf. Es 3,7): è un Dio che viene
in nostro soccorso e non ci abbandona nei deserti del male, della
solitudine e della morte. Ancora: è il Dio di una lunga storia, è
il Dio dei nostri padri, è il Dio di una tradizione che viene da
lontano e che dunque ha la garanzia di essere vera, credibile, perché
sperimentata da tante generazioni. La fede in Dio non può essere
affare di un momento o l’esito di un sentimento e di un’emozione
passeggera, ma è immersione in una storia che ha ricevuto tante
visite di Dio. E infine Dio è “colui che è”: non lo possiamo
dipingere con i nostri colori, non lo possiamo fabbricare con le
nostre mani. Il Dio di Abramo e di Gesù, di Maria e degli apostoli,
non è uno degli idoli inventati dall’uomo, “che
hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono”
(dal salmo 113B). E’ un Dio altro
rispetto agli dèi che dominano nel mondo.
A
questo Dio, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente, Gesù ci
chiede di convertirci. Nel brano evangelico di Luca, Gesù viene
interpellato su alcuni fatti di cronaca: l’uccisione di alcuni
Galilei nel tempio per ordine di Ponzio Pilato e il crollo di una
torre che aveva ucciso alcuni passanti. Episodi di “cronaca nera”,
come ne sentiamo tutti i giorni, e che spesso vengono interpretati
come punizione divina. Gesù ci insegna a guardare ai fatti, anche
tragici, della vita con una prospettiva diversa. Con due affermazioni
rilevanti.
La
prima. Gesù anzitutto asserisce che quanti sono vittima di disgrazie
non sono affatto più peccatori degli altri. Le sventure della vita
non sono da leggersi necessariamente come una punizione di Dio. In
questo modo corregge quella errata concezione di Dio – circolante
non solo al suo tempo, ma in ogni tempo – che ne sfigura il volto.
Gesù ripristina l’autentica immagine di Dio, che non vuole la
morte del peccatore, ma che si converta e viva (cf. Ez 33,11). Gesù
mette in guardia dal pensare che le disgrazie siano la conseguenza
immediata delle colpe personali di chi ci capita dentro. Dio, certo,
non apprezza il peccato, ma ama perdutamente il peccatore e compie
ogni suo sforzo – come si vedrà nella breve parabola contenuta
nella seconda parte del vangelo odierno – per salvare il peccatore,
non per punirlo, come si legge in 2Pt 3,9: “Dio
non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di
pentirsi”.
La
seconda: “Se non vi convertite, perirete
tutti allo stesso modo”. In altri termini:
Gesù ci invita a leggere i fatti della vita nella prospettiva della
conversione. “Le sventure, gli eventi
luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di
presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere,
per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare
con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare la vita”
(Benedetto XVI, Angelus del 7 marzo 2012).
L’appello di Gesù è di convertirci a Dio, non a noi stessi. Va
dunque compresa bene la conversione cristiana. Essa non è anzitutto,
come si diceva all’inizio, una conversione
morale, un impegno, magari asceticamente
anche molto profondo, per cambiare noi stessi. Se così fosse, non
faremmo altro che amplificare la nostra incapacità di bene, perché
non sono certo i nostri sforzi in grado di cambiare noi stessi. Se
così fosse, renderemmo vana la croce di Cristo (cf. 1Cor 1,17) e
confermeremmo la nostra condanna. L’originalità della conversione
cristiana, rispetto a tutte le altre forme di conversione, sta
proprio nel fatto che, in certo senso, è Dio per primo che si è
“convertito” a noi. A noi spetta il compito di fare spazio a Dio
che vuole entrare nella nostra vita, come ci ricordava San Paolo il
mercoledì delle Ceneri: “Lasciatevi
riconciliare con Dio” (2Cor 5,20), ossia
permettete a Dio di essere Dio! La conversione cristiana è anzitutto
una conversione relazionale: dall’io
a Dio, come ci ricordava Papa Benedetto nell’Angelus di domenica 17
febbraio: “vogliamo seguire l’io o Dio?”
Del resto, è proprio questo il primo appello
di Gesù all’inizio della sua vita pubblica: “Convertitevi
e credete al Vangelo” (Mc 1,14), che suona
così: convertitevi credendo al Vangelo, convertitevi accogliendo la
buona notizia che Dio vi ama! E’ la nostra conversione a Dio che
rende possibile anche la nostra conversione morale, altrimenti non
realizzabile, perché l’uomo – ci ricorda la sana dottrina della
Chiesa – senza la grazia di Dio non riesce a vivere una vita buona.
Si
comprende in tal modo anche la breve parabola del fico sterile, nella
quale l’immagine di Dio è identificata nel vignaiolo, che invita
il padrone della vigna ad avere pazienza. La parabola si sofferma a
descrivere i gesti di cura di quel vignaiolo, che si incarica di
zappare attorno a quell’albero e di mettervi il concime, perché
finalmente faccia frutti. Nei gesti del contadino e nella richiesta
della pazienza è ben descritto l’agire di Dio verso di noi. La
parabola, oltre che mettere in risalto l’amore paziente di Dio
verso di noi, vuol sottolineare anche tutta l’urgenza della nostra
conversione. Dio ci dona cura e tempo, ma il tempo della nostra vita
– che riceve dal cammino quaresimale una scossa salutare - non è
per la sonnolenza e per l’accidia, ma è per accogliere Dio, per
volgere il nostro sguardo a Lui e a Colui che ci ha mandato, il
proprio Figlio Gesù. La vita ci è data perché, come l’albero
della parabola, porti frutti. Sullo sfondo rimane la possibilità che
l’albero venga tagliato, che la casa della nostra vita possa
crollare. La conversione diventa una gioiosa urgenza.
* * *
Commento di padre Raniero Cantalamessa
Il nostro Esodo pasquale
III Domenica di Quaresima
Uno dei temi dominanti delle letture di questa Domenica, come del resto di tutta la Quaresima, è quello dell’esodo. Nella prima lettura, Dio parla a Mosè dal roveto ardente, gli rivela il suo nome e gli conferisce la missione:
“Il Signore disse: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco, infatti, le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo…Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo”.
Io non conosco, di questo passo della Scrittura, una interpretazione più potente del canto negro spiritual intitolato Go down Moses. Il motivo è semplice. Questi canti sono nati tra un popolo che viveva la stessa situazione di schiavitù degli ebrei in Egitto. Ne conoscevano per esperienza l’amarezza e sperimentavano lo stesso anelito alla liberazione: “Va’, Mosè. Scendi in Egitto e di’ al vecchio faraone: Lascia partire il mio popolo”. Let my people go! Questo ritornello è cantato in tono così solenne e profondo da far quasi sentire la maestà e l’autorità di colui che parla.
Assistiamo qui alla nascita della Pasqua. La Pasqua non ha origine in terra, ma in cielo. Nasce dalla compassione di un Dio che ode il grido degli oppressi, vede le sofferenze e decide di intervenire. Pasqua è una parola che sentiamo ripetere continuamente in questo tempo dell’anno e che occupa un posto centrale nel linguaggio religioso dei cristiani. Vale dunque la pena spendere un po’ di tempo a ricostruirne la storia e i significati.
Pare che il rito pasquale affondi le sue radici in un costume anteriore a Mosè e che si perde nella notte dei tempi. L’antenato della Pasqua biblica era un rito che le tribù di pastori nomadi del Medio Oriente celebravano all’inizio della primavera, al momento della transumanza, cioè del passaggio dai pascoli invernali a quelli estivi. In questa occasione veniva ucciso un agnello, le cui carni erano poi consumate nel corso di un pasto con cui si riaffermavano i vincoli del clan.
In un anno compreso, pare, tra il 1250 e il 1230 avanti Cristo (l’epoca in cui si colloca l’uscita degli ebrei dall’Egitto), questo rito umano fu elevato a istituzione divina. Divenne cioè il memoriale di un decisivo intervento di Dio nella storia del suo popolo. Un rito legato, dunque, non più al ciclo naturale delle stagioni, ma alla storia della salvezza. Questo è il modo abituale di agire di Dio che si serve di realtà naturali, come il pane nell’Eucaristia, elevandoli a segni di realtà soprannaturali e divine.
Il capitolo 12 dell’Esodo descrive la prima Pasqua celebrata dagli ebrei in Egitto. Da questo momento la festa accompagnerà tutta la storia del popolo d’Israele, fino ai nostri giorni, riflettendone le alterne vicende.
Nella fase più antica, la Pasqua è la festa tipica di un popolo nomade di pastori. La vittima deve essere un agnello o un capretto, cioè un capo di bestiame minuto, l’unico di cui dispongono i pastori. Anche il modo di mangiarlo – arrostito al fuoco, con erbe amare, in piedi, i sandali ai piedi e il bastone in mano – riflette lo stesso ambiente di pastori. La cena pasquale si celebra casa per casa. Il sacerdote è lo stesso padre di famiglia; è lui che spiega ai figli il senso dei riti compiuti. Il termine “Pasqua” è inteso come il “passaggio di Dio”. Il termine ebraico pesach è molto vicino a un verbo, pasach, che significa “passare sopra”, nel senso di saltare o risparmiare. Per questo la parola Pasqua viene interpretata nel senso che Dio passa sopra le case degli ebrei segnate dal sangue dell’agnello, le risparmia, mentre colpisce le case degli egiziani.
Più tardi, dopo l’insediamento nella terra di Canaan, per esempio nel Deuteronomio, il rito assume tratti nuovi, propri di un popolo sedentario che conosce ormai anche l’agricoltura. La vittima può essere infatti anche un capo bovino. L’immolazione della vittima deve avvenire solo nel tempio centrale, ad opera del sacerdozio ufficiale. Il termine stesso Pasqua si arricchisce di un significato nuovo. Non indica tanto il passaggio di Dio, quanto il “passaggio del popolo” dalla schiavitù alla libertà, dall’Egitto alla Terra Promessa e, in senso spirituale, dai vizi alla virtù.
Al tempo di Gesù la celebrazione della Pasqua comportava due momenti: l’immolazione della vittima che avveniva nel tempio di Gerusalemme e la cena pasquale che avveniva casa per casa. Nel corso della sua ultima cena pasquale, Gesù istituì l’Eucaristia, come memoriale del nuovo universale esodo di tutta l’umanità dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio che si sarebbe compiuto, di lì a poco, con la sua morte.
Ora passiamo alla seconda lettura, in cui Paolo applica ai cristiani le vicende dell’esodo degli ebrei. Scrivendo ai Corinzi, l’Apostolo nota che tutto il popolo d’Israele passò il Mar Rosso, tutti furono sotto la nuvola, tutti mangiarono la manna e bevvero l’acqua dalla roccia. Ma della maggioranza di essi il Signore non si compiacque, perché mormorarono e desiderarono cose cattive. E qui aggiunge un’affermazione importante:
“Ciò avvenne come esempio per noi…Tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro”.
Cosa vuole dire tutto ciò? Che non basta l’esodo fisico, occorre l’esodo spirituale; non basta passare da un luogo all’altro, occorre passare da uno stato all’altro, da un modo di vivere all’altro. A molti israeliti non giovò a nulla essere usciti dall’Egitto, perché non erano usciti da se stessi, dalla propria volontà. Così, vuol dire l’Apostolo, a poco serve anche a noi cristiani essere battezzati e perfino mangiare il corpo del Signore e bere il suo sangue (la manna e l’acqua) se poi, come succedeva a Corinto, non si abbandona il vecchio modo di vivere nella fornicazione e nell’idolatria.
Il testo di Paolo pone però un problema che non possiamo non accennare. Egli dice che gli eventi dell’esodo ebraico erano “figure” per noi. Potrebbe sembrare che così si svuota la storia del popolo ebraico, facendo degli eventi dell’Antico Testamento dei puri simboli e figure di quelli del Nuovo Testamento. In effetti, nel clima polemico che ha caratterizzato i rapporti tra Israele e la Chiesa, a volte si è finito per cadere in questo equivoco. Un vescovo del II secolo, Melitone di Sardi, per esempio, affermava che la Pasqua ebraica era un “bozzetto” di quella cristiana. Il bozzetto serve a preparare l’opera d’arte e, una volta realizzata questa, si distrugge, perché non ha più valore. Ma questo non è esatto. L’Antico Testamento non è un bozzetto, ma parte integrante della costruzione. Non serve solo a preparare il Nuovo, ma ne è il fondamento, perché Cristo non è venuto ad abolire la legge, ma a compierla. Alcuni anni fa il Vaticano ha emanato delle norme su come usare l’Antico Testamento, senza offendere la sensibilità dei fratelli ebrei, pur rimanendo fedeli alle nostre convinzioni cristiane secondo cui Cristo è il compimento della Legge e il senso ultimo di tutta la storia della salvezza.
E giungiamo così al brano evangelico. Un giorno viene recata a Gesù la notizia di alcuni Galilei fatti uccidere da Pilato. Gesù ne trae motivo per un insegnamento. Dice:
“Credete voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”.
Le disgrazie non sono, come alcuni pensano, segno di castigo divino nei confronti dei colpiti; sono semmai un ammonimento per chi resta. Questa è una chiave di lettura indispensabile, per non smarrirci e perdere magari la fede di fronte alle sciagure terribili che avvengono ogni giorno sulla terra. In questo modo, Gesù ci fa capire come dovremmo reagire quando, a sera, la televisione ci porta notizie di fatti luttuosi. Non con degli sterili “O poverini!”, ma traendone spunto per riflettere sulla precarietà della vita, sulla necessità di stare pronti, di non attaccarsi esageratamente a quello che da un giorno all’altro ci può venire a mancare.
Ma non è principalmente per questo che il testo è stato scelto come brano evangelico di una Domenica di Quaresima. Il motivo vero è che esso completa l’insegnamento sull’esodo. Ci dice qual è il nome nuovo dell’esodo: conversione. Conversione, nel linguaggio biblico, non indica il passaggio da un luogo a un altro, ma, appunto, da un modo di vivere a un altro.
La parola conversione, ascoltata nel contesto della Quaresima, ci ricorda una cosa fondamentale. Dio fa il novantanove virgola nove per cento della nostra salvezza. Ma c’è qualcosa che dobbiamo fare anche noi. Abbiamo visto che Pasqua significa due cose: Dio che passa, ma anche l’uomo che passa, cioè grazia e libertà. L’una non è sufficiente senza l’altra. Mi torna in mente una storia ambientata nel medioevo. Un uomo sta per essere impiccato sulla piazza della città perché non ha potuto pagato il suo debito. Passa di lì il corteo del re. Saputa la cosa, il re versa lui stesso la maggior parte del riscatto. Manca però ancora qualcosa e il carnefice fa per eseguire la condanna. La regina aggiunge la sua offerta e così fanno quelli del seguito. Manca alla fine una sola monetina. Il carnefice è inflessibile: si deve procedere. Il condannato allora si fruga disperatamente nelle tasche e trova che anche lui ha un soldino. È salvo! Il re, nella storia, rappresenta Cristo, la regina la Vergine e i cavalieri i santi (anche se Maria e i santi non fanno che offrire anch’essi i meriti di Cristo).
Un’ultima cosa bisogna dire. La conversione non è solo un dovere, è anche una possibilità per tutti. Direi quasi un diritto. Nessuno è escluso dalla possibilità di cambiare. Nessuno può essere dato per irrecuperabile. Vi sono a volte nella vita situazioni morali che sembrano senza via d’uscita: divorziati risposati, persone con figli che convivono senza essere sposati, situazione di rottura apparentemente definitiva tra marito e moglie, pesanti precedenti penali a carico, condizionamenti di ogni genere. Anche per questi c’è la possibilità di cambiamento. Quando Gesù disse che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, gli apostoli osservarono: “E chi allora si può salvare?”. Gesù rispose con una frase che vale anche per i casi che ho accennato: “Impossibile agli uomini, non a Dio”.
Richiamiamo alla mente, prima di concludere, le parole di Dio a Mosè: “Ho udito il grido del mio popolo, ho visto le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo”. Che sapore nuovo hanno queste parole lette oggi con occhi di cristiani! In Cristo, Dio è sceso per liberare davvero il suo popolo. Non è sceso solo intenzionalmente, con il pensiero, ma realmente, di persona. Non è sceso per liberare un popolo da un altro, ma per liberare tutti i popoli dal nemico comune che è il peccato e la morte. Cristo è davvero, come lo chiama l’Apostolo, “la nostra Pasqua” (1 Corinzi 5, 7).
* * *
Altro commento del padre Cantalamessa
Il nostro Esodo pasquale
III Domenica di Quaresima
Uno dei temi dominanti delle letture di questa Domenica, come del resto di tutta la Quaresima, è quello dell’esodo. Nella prima lettura, Dio parla a Mosè dal roveto ardente, gli rivela il suo nome e gli conferisce la missione:
“Il Signore disse: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco, infatti, le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo…Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo”.
Io non conosco, di questo passo della Scrittura, una interpretazione più potente del canto negro spiritual intitolato Go down Moses. Il motivo è semplice. Questi canti sono nati tra un popolo che viveva la stessa situazione di schiavitù degli ebrei in Egitto. Ne conoscevano per esperienza l’amarezza e sperimentavano lo stesso anelito alla liberazione: “Va’, Mosè. Scendi in Egitto e di’ al vecchio faraone: Lascia partire il mio popolo”. Let my people go! Questo ritornello è cantato in tono così solenne e profondo da far quasi sentire la maestà e l’autorità di colui che parla.
Assistiamo qui alla nascita della Pasqua. La Pasqua non ha origine in terra, ma in cielo. Nasce dalla compassione di un Dio che ode il grido degli oppressi, vede le sofferenze e decide di intervenire. Pasqua è una parola che sentiamo ripetere continuamente in questo tempo dell’anno e che occupa un posto centrale nel linguaggio religioso dei cristiani. Vale dunque la pena spendere un po’ di tempo a ricostruirne la storia e i significati.
Pare che il rito pasquale affondi le sue radici in un costume anteriore a Mosè e che si perde nella notte dei tempi. L’antenato della Pasqua biblica era un rito che le tribù di pastori nomadi del Medio Oriente celebravano all’inizio della primavera, al momento della transumanza, cioè del passaggio dai pascoli invernali a quelli estivi. In questa occasione veniva ucciso un agnello, le cui carni erano poi consumate nel corso di un pasto con cui si riaffermavano i vincoli del clan.
In un anno compreso, pare, tra il 1250 e il 1230 avanti Cristo (l’epoca in cui si colloca l’uscita degli ebrei dall’Egitto), questo rito umano fu elevato a istituzione divina. Divenne cioè il memoriale di un decisivo intervento di Dio nella storia del suo popolo. Un rito legato, dunque, non più al ciclo naturale delle stagioni, ma alla storia della salvezza. Questo è il modo abituale di agire di Dio che si serve di realtà naturali, come il pane nell’Eucaristia, elevandoli a segni di realtà soprannaturali e divine.
Il capitolo 12 dell’Esodo descrive la prima Pasqua celebrata dagli ebrei in Egitto. Da questo momento la festa accompagnerà tutta la storia del popolo d’Israele, fino ai nostri giorni, riflettendone le alterne vicende.
Nella fase più antica, la Pasqua è la festa tipica di un popolo nomade di pastori. La vittima deve essere un agnello o un capretto, cioè un capo di bestiame minuto, l’unico di cui dispongono i pastori. Anche il modo di mangiarlo – arrostito al fuoco, con erbe amare, in piedi, i sandali ai piedi e il bastone in mano – riflette lo stesso ambiente di pastori. La cena pasquale si celebra casa per casa. Il sacerdote è lo stesso padre di famiglia; è lui che spiega ai figli il senso dei riti compiuti. Il termine “Pasqua” è inteso come il “passaggio di Dio”. Il termine ebraico pesach è molto vicino a un verbo, pasach, che significa “passare sopra”, nel senso di saltare o risparmiare. Per questo la parola Pasqua viene interpretata nel senso che Dio passa sopra le case degli ebrei segnate dal sangue dell’agnello, le risparmia, mentre colpisce le case degli egiziani.
Più tardi, dopo l’insediamento nella terra di Canaan, per esempio nel Deuteronomio, il rito assume tratti nuovi, propri di un popolo sedentario che conosce ormai anche l’agricoltura. La vittima può essere infatti anche un capo bovino. L’immolazione della vittima deve avvenire solo nel tempio centrale, ad opera del sacerdozio ufficiale. Il termine stesso Pasqua si arricchisce di un significato nuovo. Non indica tanto il passaggio di Dio, quanto il “passaggio del popolo” dalla schiavitù alla libertà, dall’Egitto alla Terra Promessa e, in senso spirituale, dai vizi alla virtù.
Al tempo di Gesù la celebrazione della Pasqua comportava due momenti: l’immolazione della vittima che avveniva nel tempio di Gerusalemme e la cena pasquale che avveniva casa per casa. Nel corso della sua ultima cena pasquale, Gesù istituì l’Eucaristia, come memoriale del nuovo universale esodo di tutta l’umanità dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio che si sarebbe compiuto, di lì a poco, con la sua morte.
Ora passiamo alla seconda lettura, in cui Paolo applica ai cristiani le vicende dell’esodo degli ebrei. Scrivendo ai Corinzi, l’Apostolo nota che tutto il popolo d’Israele passò il Mar Rosso, tutti furono sotto la nuvola, tutti mangiarono la manna e bevvero l’acqua dalla roccia. Ma della maggioranza di essi il Signore non si compiacque, perché mormorarono e desiderarono cose cattive. E qui aggiunge un’affermazione importante:
“Ciò avvenne come esempio per noi…Tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro”.
Cosa vuole dire tutto ciò? Che non basta l’esodo fisico, occorre l’esodo spirituale; non basta passare da un luogo all’altro, occorre passare da uno stato all’altro, da un modo di vivere all’altro. A molti israeliti non giovò a nulla essere usciti dall’Egitto, perché non erano usciti da se stessi, dalla propria volontà. Così, vuol dire l’Apostolo, a poco serve anche a noi cristiani essere battezzati e perfino mangiare il corpo del Signore e bere il suo sangue (la manna e l’acqua) se poi, come succedeva a Corinto, non si abbandona il vecchio modo di vivere nella fornicazione e nell’idolatria.
Il testo di Paolo pone però un problema che non possiamo non accennare. Egli dice che gli eventi dell’esodo ebraico erano “figure” per noi. Potrebbe sembrare che così si svuota la storia del popolo ebraico, facendo degli eventi dell’Antico Testamento dei puri simboli e figure di quelli del Nuovo Testamento. In effetti, nel clima polemico che ha caratterizzato i rapporti tra Israele e la Chiesa, a volte si è finito per cadere in questo equivoco. Un vescovo del II secolo, Melitone di Sardi, per esempio, affermava che la Pasqua ebraica era un “bozzetto” di quella cristiana. Il bozzetto serve a preparare l’opera d’arte e, una volta realizzata questa, si distrugge, perché non ha più valore. Ma questo non è esatto. L’Antico Testamento non è un bozzetto, ma parte integrante della costruzione. Non serve solo a preparare il Nuovo, ma ne è il fondamento, perché Cristo non è venuto ad abolire la legge, ma a compierla. Alcuni anni fa il Vaticano ha emanato delle norme su come usare l’Antico Testamento, senza offendere la sensibilità dei fratelli ebrei, pur rimanendo fedeli alle nostre convinzioni cristiane secondo cui Cristo è il compimento della Legge e il senso ultimo di tutta la storia della salvezza.
E giungiamo così al brano evangelico. Un giorno viene recata a Gesù la notizia di alcuni Galilei fatti uccidere da Pilato. Gesù ne trae motivo per un insegnamento. Dice:
“Credete voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”.
Le disgrazie non sono, come alcuni pensano, segno di castigo divino nei confronti dei colpiti; sono semmai un ammonimento per chi resta. Questa è una chiave di lettura indispensabile, per non smarrirci e perdere magari la fede di fronte alle sciagure terribili che avvengono ogni giorno sulla terra. In questo modo, Gesù ci fa capire come dovremmo reagire quando, a sera, la televisione ci porta notizie di fatti luttuosi. Non con degli sterili “O poverini!”, ma traendone spunto per riflettere sulla precarietà della vita, sulla necessità di stare pronti, di non attaccarsi esageratamente a quello che da un giorno all’altro ci può venire a mancare.
Ma non è principalmente per questo che il testo è stato scelto come brano evangelico di una Domenica di Quaresima. Il motivo vero è che esso completa l’insegnamento sull’esodo. Ci dice qual è il nome nuovo dell’esodo: conversione. Conversione, nel linguaggio biblico, non indica il passaggio da un luogo a un altro, ma, appunto, da un modo di vivere a un altro.
La parola conversione, ascoltata nel contesto della Quaresima, ci ricorda una cosa fondamentale. Dio fa il novantanove virgola nove per cento della nostra salvezza. Ma c’è qualcosa che dobbiamo fare anche noi. Abbiamo visto che Pasqua significa due cose: Dio che passa, ma anche l’uomo che passa, cioè grazia e libertà. L’una non è sufficiente senza l’altra. Mi torna in mente una storia ambientata nel medioevo. Un uomo sta per essere impiccato sulla piazza della città perché non ha potuto pagato il suo debito. Passa di lì il corteo del re. Saputa la cosa, il re versa lui stesso la maggior parte del riscatto. Manca però ancora qualcosa e il carnefice fa per eseguire la condanna. La regina aggiunge la sua offerta e così fanno quelli del seguito. Manca alla fine una sola monetina. Il carnefice è inflessibile: si deve procedere. Il condannato allora si fruga disperatamente nelle tasche e trova che anche lui ha un soldino. È salvo! Il re, nella storia, rappresenta Cristo, la regina la Vergine e i cavalieri i santi (anche se Maria e i santi non fanno che offrire anch’essi i meriti di Cristo).
Un’ultima cosa bisogna dire. La conversione non è solo un dovere, è anche una possibilità per tutti. Direi quasi un diritto. Nessuno è escluso dalla possibilità di cambiare. Nessuno può essere dato per irrecuperabile. Vi sono a volte nella vita situazioni morali che sembrano senza via d’uscita: divorziati risposati, persone con figli che convivono senza essere sposati, situazione di rottura apparentemente definitiva tra marito e moglie, pesanti precedenti penali a carico, condizionamenti di ogni genere. Anche per questi c’è la possibilità di cambiamento. Quando Gesù disse che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, gli apostoli osservarono: “E chi allora si può salvare?”. Gesù rispose con una frase che vale anche per i casi che ho accennato: “Impossibile agli uomini, non a Dio”.
Richiamiamo alla mente, prima di concludere, le parole di Dio a Mosè: “Ho udito il grido del mio popolo, ho visto le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo”. Che sapore nuovo hanno queste parole lette oggi con occhi di cristiani! In Cristo, Dio è sceso per liberare davvero il suo popolo. Non è sceso solo intenzionalmente, con il pensiero, ma realmente, di persona. Non è sceso per liberare un popolo da un altro, ma per liberare tutti i popoli dal nemico comune che è il peccato e la morte. Cristo è davvero, come lo chiama l’Apostolo, “la nostra Pasqua” (1 Corinzi 5, 7).
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Altro commento del padre Cantalamessa
Il vangelo della III Domenica di Quaresima ci offre un esempio tipico di come predicava Gesù. Egli prende lo spunto da un fatto di cronaca (l'uccisione di alcuni galilei per ordine di Pilato e la caduta di una torre che aveva fatto diciotto vittime) per parlare della necessità di vigilare e di convertirsi. Secondo il suo stile rafforza quindi il suo insegnamento con una parabola: "Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna...". Seguendo il programma che ci siamo prefissi per questa Quaresima, noi partiamo da questo brano per allargare lo sguardo a tutta la predicazione di Gesù, cercando di capire cosa essa ci dice sul problema chi era Gesù.
Gesù iniziò a predicare con una solenne dichiarazione: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15). Noi ci siamo assuefatti al suono di queste parole e non ne percepiamo più la novità e il carattere rivoluzionario. Con esse Gesù veniva a dire: il tempo dell'attesa è finito; l'ora dell'intervento decisivo di Dio nella storia umana, annunziata dai profeti, è scoccata; quel tempo è ora! Ora si decide tutto, e si decide in base all'atteggiamento che ognuno prenderà davanti alle mie parole.
Questo senso di compimento, di traguardo finalmente raggiunto, si percepisce in diversi detti di Gesù di cui non si può mettere in dubbio l'autenticità storica. Un giorno, rivolgendosi ai discepoli in disparte, egli disse: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono" (Lc 10, 23-24).
Nel discorso della montagna Gesù dice tra l'altro: "Avete inteso che fu detto (da Mosè!)..., ma io vi dico". Immaginiamo che un predicatore sale sul pulpito e comincia a dire: "Avete inteso che Gesù vi ha detto..., ma io vi dico". L'impressione che dovevano fare le parole di Cristo ai suoi contemporanei non era molto diversa. Davanti ad affermazioni simili, non ci sono molte spiegazioni: o chi parla è un pazzo esaltato, o dice semplicemente la verità. Un pazzo però non vive e non muore come ha fatto lui e non continua a scuotere l'umanità a distanza di venti secoli dalla sua scomparsa.
La novità della persona e della predicazione di Gesù emerge in modo chiarissimo dal confronto con Giovanni Battista. Giovanni parlava sempre di qualcosa di futuro, un giudizio che stava per accadere; Gesù parla di qualcosa che è presente, un regno che è venuto e operante. Giovanni è l'uomo del "non ancora", Gesù è l'uomo del "già".
Gesù dice: "Tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui" (Lc 7, 28); e ancora: "La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi" (Lc 16, 16). Queste parole dicono che tra la missione di Giovanni e quella di Gesù c'è stato un salto qualitativo: il più piccolo nel nuovo ordine è in una posizione migliore che non il più grande del vecchio ordine. Furono queste ragioni che indussero i discepoli di Bultmann (Bornkamm, Konzelmann...) a staccarsi dal loro maestro, ponendo il grande spartiacque tra l'antico e il nuovo, tra ebraismo e cristianesimo, nella vita e nella predicazione di Cristo e non nella fede della Chiesa dopo la Pasqua.
Appare chiaro da ciò quanto sia storicamente insostenibile la tesi di alcuni che racchiudono Gesù all'interno del mondo ebraico contemporaneo, facendo di lui un ebreo come gli altri, che non ha inteso operare nessuna rottura con il passato, né portare nessuna novità sostanziale. È un far regredire la ricerca storica su Gesù a uno stadio da tempo superato.
Torniamo, come al solito, al brano evangelico della domenica, per trarne qualche insegnamento pratico. Alla notizia della strage operata da Pilato e del crollo della torre di Siloe, Gesù commenta: "Credete voi che le vittime di quelle disgrazie fossero più peccatori degli altri? No, vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo. Ne deduciamo un insegnamento importantissimo. Le disgrazie non sono, come alcuni pensano, segno di castigo divino nei confronti dei colpiti; sono semmai un ammonimento per chi resta.
Questa è una chiave di lettura indispensabile, per non perdere la fede di fronte alle sciagure terribili che avvengono ogni giorno sulla terra, spesso tra le popolazioni più povere e indifese. Gesù ci fa capire come dovremmo reagire quando, a sera, la televisione ci porta notizie di terremoti, inondazioni, o stragi come quella di Pilato. Non con degli sterili "O poverini!", ma traendone spunto per riflettere sulla precarietà della vita, sulla necessità di stare pronti e di non attaccarsi esageratamente a quello che da un giorno all'altro ci può venire a mancare.
Risuona nel brano evangelico la stessa parola con cui Gesù iniziò a predicare: conversione. Vorrei però far notare che convertirsi non è solo un dovere, è anche una possibilità per tutti, quasi un diritto. È una buona, non una cattiva, notizia! Nessuno è escluso dalla possibilità di cambiare. Nessuno può essere dato per irrecuperabile. Vi sono, nella vita, situazioni morali che sembrano senza via d'uscita: divorziati risposati, coppie con figli, che convivono senza essere sposati, pesanti precedenti penali a carico, condizionamenti di ogni genere.
Anche per questi c'è la possibilità di cambiamento. Quando Gesù disse che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, gli apostoli osservarono: "E chi allora si può salvare?". Gesù rispose con una frase che vale anche per i casi che ho accennato: "Impossibile agli uomini, non a Dio".
Gesù iniziò a predicare con una solenne dichiarazione: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15). Noi ci siamo assuefatti al suono di queste parole e non ne percepiamo più la novità e il carattere rivoluzionario. Con esse Gesù veniva a dire: il tempo dell'attesa è finito; l'ora dell'intervento decisivo di Dio nella storia umana, annunziata dai profeti, è scoccata; quel tempo è ora! Ora si decide tutto, e si decide in base all'atteggiamento che ognuno prenderà davanti alle mie parole.
Questo senso di compimento, di traguardo finalmente raggiunto, si percepisce in diversi detti di Gesù di cui non si può mettere in dubbio l'autenticità storica. Un giorno, rivolgendosi ai discepoli in disparte, egli disse: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono" (Lc 10, 23-24).
Nel discorso della montagna Gesù dice tra l'altro: "Avete inteso che fu detto (da Mosè!)..., ma io vi dico". Immaginiamo che un predicatore sale sul pulpito e comincia a dire: "Avete inteso che Gesù vi ha detto..., ma io vi dico". L'impressione che dovevano fare le parole di Cristo ai suoi contemporanei non era molto diversa. Davanti ad affermazioni simili, non ci sono molte spiegazioni: o chi parla è un pazzo esaltato, o dice semplicemente la verità. Un pazzo però non vive e non muore come ha fatto lui e non continua a scuotere l'umanità a distanza di venti secoli dalla sua scomparsa.
La novità della persona e della predicazione di Gesù emerge in modo chiarissimo dal confronto con Giovanni Battista. Giovanni parlava sempre di qualcosa di futuro, un giudizio che stava per accadere; Gesù parla di qualcosa che è presente, un regno che è venuto e operante. Giovanni è l'uomo del "non ancora", Gesù è l'uomo del "già".
Gesù dice: "Tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui" (Lc 7, 28); e ancora: "La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi" (Lc 16, 16). Queste parole dicono che tra la missione di Giovanni e quella di Gesù c'è stato un salto qualitativo: il più piccolo nel nuovo ordine è in una posizione migliore che non il più grande del vecchio ordine. Furono queste ragioni che indussero i discepoli di Bultmann (Bornkamm, Konzelmann...) a staccarsi dal loro maestro, ponendo il grande spartiacque tra l'antico e il nuovo, tra ebraismo e cristianesimo, nella vita e nella predicazione di Cristo e non nella fede della Chiesa dopo la Pasqua.
Appare chiaro da ciò quanto sia storicamente insostenibile la tesi di alcuni che racchiudono Gesù all'interno del mondo ebraico contemporaneo, facendo di lui un ebreo come gli altri, che non ha inteso operare nessuna rottura con il passato, né portare nessuna novità sostanziale. È un far regredire la ricerca storica su Gesù a uno stadio da tempo superato.
Torniamo, come al solito, al brano evangelico della domenica, per trarne qualche insegnamento pratico. Alla notizia della strage operata da Pilato e del crollo della torre di Siloe, Gesù commenta: "Credete voi che le vittime di quelle disgrazie fossero più peccatori degli altri? No, vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo. Ne deduciamo un insegnamento importantissimo. Le disgrazie non sono, come alcuni pensano, segno di castigo divino nei confronti dei colpiti; sono semmai un ammonimento per chi resta.
Questa è una chiave di lettura indispensabile, per non perdere la fede di fronte alle sciagure terribili che avvengono ogni giorno sulla terra, spesso tra le popolazioni più povere e indifese. Gesù ci fa capire come dovremmo reagire quando, a sera, la televisione ci porta notizie di terremoti, inondazioni, o stragi come quella di Pilato. Non con degli sterili "O poverini!", ma traendone spunto per riflettere sulla precarietà della vita, sulla necessità di stare pronti e di non attaccarsi esageratamente a quello che da un giorno all'altro ci può venire a mancare.
Risuona nel brano evangelico la stessa parola con cui Gesù iniziò a predicare: conversione. Vorrei però far notare che convertirsi non è solo un dovere, è anche una possibilità per tutti, quasi un diritto. È una buona, non una cattiva, notizia! Nessuno è escluso dalla possibilità di cambiare. Nessuno può essere dato per irrecuperabile. Vi sono, nella vita, situazioni morali che sembrano senza via d'uscita: divorziati risposati, coppie con figli, che convivono senza essere sposati, pesanti precedenti penali a carico, condizionamenti di ogni genere.
Anche per questi c'è la possibilità di cambiamento. Quando Gesù disse che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, gli apostoli osservarono: "E chi allora si può salvare?". Gesù rispose con una frase che vale anche per i casi che ho accennato: "Impossibile agli uomini, non a Dio".
Commenti Patristici
S. Agostino
Durante il periodo della nostra miseria – o, come si esprime la Scrittura, nei giorni della nostra vanità – dobbiamo conoscere bene da quali cause deve procedere la nostra tristezza. La tristezza infatti può somigliarsi al letame: se sta in un posto dove non dovrebbe stare è una sporcizia; se sta in un luogo dove non dovrebbe stare, ad esempio, in casa, la rende sudicia. Se invece sta dove deve stare, metti in un campo, lo rende fruttuoso: sicché voi vedete i contadini sistemare il letame in un posto a ciò destinato. Ebbene, così dice l’Apostolo: Chi mai mi arrecherà gioia se non colui che da me è rattristato? (2 Cor 2, 2). E altrove: La tristezza che è secondo Dio produce un pentimento salutare non suscettibile di ripensamenti (2 Cor 7, 10). La persona che si rattrista secondo Dio si rattrista dei suoi peccati con il pentimento, per cui la tristezza causata dalla propria colpa produce la giustificazione. Ti dispiaccia quindi d’essere quello che sei, per poter essere quello che non sei. Dice: La tristezza che è secondo Dio produce un pentimento salutare non suscettibile di ripensamenti. Un pentimento salutare, dice. Perché salutare? Perché non suscettibile di ripensamenti? In che senso non suscettibile di ripensamenti? Nel senso che mai dovrai pentirtene. Abbiamo condotto una vita di cui è stato necessario pentircene, abbiamo condotto una vita suscettibile di pentimento; e alla vita esente da pentimento non possiamo arrivare se non attraverso il pentimento della vita cattiva. Forse che, o fratelli (per seguitare l’immagine usata all’inizio), forse che nel mucchio di grano vagliato si potrà trovare del letame? Tuttavia è con l’uso del letame che si arriva a quella pulitezza, a quel luccichio, a quella beltà. Il sudiciume è stato la via per giungere alla bellezza.
A proposito di una pianta sterile diceva con ragione il Signore nel Vangelo: Ecco, sono ormai tre anni che vengo da questa pianta e non vi trovo mai alcun frutto; la taglierò, quindi, perché non mi occupi inutilmente il terreno. Il contadino lo supplica: lo supplica quando la scure sta per cadere su quelle radici infruttuose ed è sul punto di reciderle. Quel contadino intercede come aveva fatto Mosè con Dio; intercede e dice: Signore, lasciala stare anche per quest’anno, io la zapperò all’intorno e verserò nella buca un cesto di letame. Se produrrà frutto, bene; altrimenti verrai e la taglierai. L’albero in parola è il genere umano. Il Signore venne a visitare quest’albero al tempo dei patriarchi, e questo si potrebbe considerare come primo anno; venne a visitarlo al tempo della legge e dei profeti, e questo potrebbe essere il secondo anno. Col Vangelo ecco spuntato il terzo anno: a questo punto lo si sarebbe dovuto quasi tagliare. Ma un uomo compassionevole intercede presso colui che è compassionevole. Difatti colui che voleva porre in risalto la sua misericordia si mette dinanzi quell’altro che fa da intercessore. Dice: Lo si lasci sopravvivere anche quest’anno; gli si zappi attorno – la buca è un richiamo all’umiltà -; gli si getti sulle radici un cesto di letame, e speriamo che rechi del frutto. Anzi, siccome per una parte darà frutto mentre per un’altra non ne darà, verrà il suo padrone e lo dividerà. Che significa: Lo dividerà? È in relazione al fatto che ci sono i buoni e i cattivi, i quali adesso sono tutti insieme, come costituiti in un unico corpo.
Come ho già detto, fratelli miei, il letame gettato in luogo adatto produce frutti, gettato in luogo non adatto sporca. Ecco un tale che si trova nella tristezza, m’imbatto in uno che vedo triste: è letame ciò che vedo e mi metto a indagare il posto: Amico, dimmi perché sei triste. Mi risponde: Perché ho perso del danaro. È un posto insudiciato: non verrà fuori alcun frutto. Ascolti l’Apostolo: La tristezza di questo mondo causa la morte. Non solo quindi, niente frutto, ma al contrario grande danno. E lo stesso si dica delle altre cose che producono gioie di carattere mondano: cose che sarebbe lungo elencare. ... Mi volsi poi verso un altro che parimenti gemeva, piangeva e pregava; e anche lì, vedendo del letame, volli ricercare il posto. Feci attenzione alla sua preghiera e sentii che diceva: Io ho detto: Signore, abbi pietà di me; guarisci la mia anima poiché ho peccato contro di te (Sal 40, 5). Geme deplorando il peccato. Vedo il terreno; aspetto il frutto. Grazie a Dio! Il letame si trova in un posto adatto: non resterà infruttuoso ma produrrà il frumento.
Adesso è veramente il tempo della tristezza: la quale sarà fruttuosa se il nostro dolore sarà motivato dalla condizione di mortalità in cui ci troviamo, dalle tentazioni che abbondano, dal peccato che s’infiltra dovunque, dalle passioni che oppongono resistenza, dall’attrattiva malsana che ci muove guerra e sta sempre in tumulto contro i buoni pensieri. Per tutti questi motivi dobbiamo essere nella tristezza.
Segno di questo tempo in cui si vive nella miseria e nel gemito – se c’è qualcuno che abbia una speranza degna di gemito – sono i quaranta giorni che precedono la Pasqua. Il tempo invece della gioia futura, della quiete, della felicità, della vita eterna del regno senza fine che ancora non c’è, è figurata nei cinquanta giorni in cui cantiamo lodi a Dio. Esiste infatti una simbologia che rappresenta i due periodi di tempo: il periodo prima della resurrezione del Signore e il periodo dopo la resurrezione; il periodo in cui viviamo adesso e l’altro in cui speriamo di vivere in avvenire. Il periodo dell’afflizione, raffigurato nel tempo quaresimale l’abbiamo e nel simbolo e nella realtà; viceversa il periodo della gioia, della quiete, del regno lo rappresentiamo col canto dell’Alleluia, ma queste lodi non le possediamo ancora: verso quest’Alleluia rivolgi ora i sospiri.
Intercede il contadino: viene differito il castigo perché venga applicato il rimedio. Intercede il contadino, cioè ogni fedele dentro la Chiesa prega per coloro che sono fuori della Chiesa. Che cosa chiede? Signore, lascialo ancora per quest’anno. Cioè: in questo tempo, che è sotto il regno della grazia, risparmia i peccatori, risparmia gli infedeli, risparmia gli sterili, risparmia coloro che non portano frutto. Scavo un solco intorno ad esso e ci metto una cesta di concime: se darà frutto, bene; altrimenti verrai e lo taglierai. Verrai: quando? Nel giudizio. Verrai: quando? Di lì verrà a giudicare i vivi e i morti (1 Pt 4, 5). Adesso frattanto viene accordato il perdono.
Ma che significa scavare un solco se non insegnare l’umiltà della penitenza? Il solco infatti è una parte bassa della terra.
La cesta di concime deve intendersi in senso buono. Esso è sporco, ma produce frutto. La sporcizia del contadino significa il dolore del peccatore. Chi fa penitenza, la fa nello squallore; naturalmente se la fa con intelligenza e con sincerità. A quest’albero dunque viene detto: Fate penitenza, poiché è vicino il regno dei cieli (Mt 3, 2).
Adamo ed Eva, i nostri famosi progenitori sia nella discendenza che nel peccato, i quali si ricoprirono delle foglie di quest’albero [di fico], meritarono di essere proscritti dal paradiso, quando, consci della loro trasgressione, cercavano di sfuggire alla presenza del Signore, il quale stava passeggiando; essi dovevano simboleggiare quanto doveva avvenire, che cioè negli ultimi tempi il popolo dei Giudei, ormai nell’imminenza della venuta del Signore della salvezza, il quale discese quaggiù per chiamarli, riconoscendosi nudo di ogni virtù per le tentazioni del diavolo e pieno di paura per le turpitudini scoperte della coscienza, avendo smarrito la strada della religione, si vergognò per la propria prevaricazione; egli doveva fuggire lontano da Dio, con le vergogne delle sue azioni coperte direi dal velo di parole inutili, come da altrettante foglie.
Ecco allora che essi, i quali avevano spiccato dal fico non frutti, ma foglie, furono radiati dal Regno di Dio; ed erano un’anima vivente. Venne il secondo Adamo, e andava non più in cerca di fogliame, ma di frutti; ed era spirito vivificante (1 Cor 15, 45). Ma nello spirito si consegue il frutto della virtù, e si adora il Signore. Eppure il Signore cercava il frutto, non perché ignorasse che l’albero di fico ne era privo, ma perché voleva far vedere in un simbolo che la Sinagoga doveva ormai produrre frutto. Del resto, in ciò che vien dopo, Egli dimostra di non esser giunto anzi tempo, perché venne per un periodo di tre anni: così infatti trovi: Ecco sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo dunque; perché sta a occupare la terra?Egli venne ad Abramo, venne a Mosè, venne a Maria, venne nel segno, venne nella Legge, venne nel corpo. Ne riconosciamo la venuta dai suoi benefici: in una vi è la purificazione, nell’altra la santificazione, nell’altra ancora la giustificazione. La circoncisione purificò, la Legge santificò, la grazia giustificò: Egli solo è tutte queste cose, e tutte queste cose sono una sola. Infatti nessuno può diventar mondo se non colui che teme il Signore. Nessuno merita di ricevere la Legge se non è stato purificato dalla colpa e nessuno si accosta alla grazia se non conosce la Legge. Perciò il popolo dei Giudei non poté essere purificato, perché ebbe la circoncisione del corpo, ma non quella dell’anima; né poté essere santificato, perché la potenza della Legge gli fu sconosciuta, dato che seguiva le prescrizioni carnali piuttosto che quelle spirituali – invece la Legge è spirituale – né poté essere giustificato, perché non si pentiva dei suoi peccati e perciò ignorava la grazia. Giustamente, dunque, non si è trovato alcun frutto nella sinagoga e si comanda di reciderla.
Ma il buon agricoltore, e direi colui nel quale è posto il fondamento della Chiesa, avendo il presentimento che un altro doveva essere inviato alle Genti, lui invece al popolo della circoncisione, si interpone chiedendo piamente che esso non sia tagliato, perché era sicuro in base alla propria vocazione che anche il popolo dei Giudei poteva essere salvato mediante la Chiesa; e per questo motivo dice: Lascialo anche quest’anno, perché gli zappi intorno e metta un cesto di concime.Come ha fatto presto a riconoscere che le cause della sterilità sono l’indurimento e la superbia dei Giudei! E perciò sa bene come coltivare perché sa bene come scoprire le deficienze. Egli assicura che le dure zolle del loro cuore debbono essere zappate con le marre degli apostoli, affinché la parola, acuminata da una parte e dall’altra, rovesci la terra incolta dello spirito, screpolata per il lungo abbandono, e aprendo il cuore ne stimoli la sensibilità ormai viva per lo spiraglio spirituale che si è aperto, affinché il peso enorme della terra non seppellisca e nasconda alla vista la radice della sapienza. Afferma pure che bisogna spargere un cesto di concime: ed è tanto grande la forza del concime, che rende feconde le piantagioni infeconde, verdeggianti quelle secche, fruttuose quelle sterili. Su di esso sedeva Giobbe quando fu tentato, e non poté esser vinto; e Paolo giudica il resto concime, al fine di guadagnare Cristo. In fin dei conti Giobbe prima aveva subito moltissime perdite, ma dopo che sedette sul concime, non ebbe più proprietà alcuna che il diavolo potesse portargli via. Dunque è una terra buona quella che vien zappata, efficace il concime che vi si sparge. Del resto, il Signore solleva dalla polvere l’indigente, rialza dal concime il povero (Sal 112, 7).
Pertanto, quel bravo agricoltore pensa che, mediante l’assiduo lavoro dell’intelletto spirituale e il sentimento dell’umiltà, anche i Giudei diventarono fecondi nei confronti del Vangelo di Cristo. ...
Ma da ciò che è detto dei Giudei io giudico che anche tutti debbano guardarsi, e specialmente noi, perché, vuoti di ogni merito, non ci accada di sfruttare il terreno fertile della Chiesa; mentre invece, benedetti come melograni, dobbiamo produrre frutti interiori, frutti di pudicizia, frutti di buona armonia, frutti di carità e d’amore, restando racchiusi entro l’unico grembo della madre Chiesa, affinché il vento non ci danneggi, la grandine non ci abbatta, l’arsura della passione non ci bruci, l’acqua delle tempeste non ci sconquassi.
Durante il periodo della nostra miseria – o, come si esprime la Scrittura, nei giorni della nostra vanità – dobbiamo conoscere bene da quali cause deve procedere la nostra tristezza. La tristezza infatti può somigliarsi al letame: se sta in un posto dove non dovrebbe stare è una sporcizia; se sta in un luogo dove non dovrebbe stare, ad esempio, in casa, la rende sudicia. Se invece sta dove deve stare, metti in un campo, lo rende fruttuoso: sicché voi vedete i contadini sistemare il letame in un posto a ciò destinato. Ebbene, così dice l’Apostolo: Chi mai mi arrecherà gioia se non colui che da me è rattristato? (2 Cor 2, 2). E altrove: La tristezza che è secondo Dio produce un pentimento salutare non suscettibile di ripensamenti (2 Cor 7, 10). La persona che si rattrista secondo Dio si rattrista dei suoi peccati con il pentimento, per cui la tristezza causata dalla propria colpa produce la giustificazione. Ti dispiaccia quindi d’essere quello che sei, per poter essere quello che non sei. Dice: La tristezza che è secondo Dio produce un pentimento salutare non suscettibile di ripensamenti. Un pentimento salutare, dice. Perché salutare? Perché non suscettibile di ripensamenti? In che senso non suscettibile di ripensamenti? Nel senso che mai dovrai pentirtene. Abbiamo condotto una vita di cui è stato necessario pentircene, abbiamo condotto una vita suscettibile di pentimento; e alla vita esente da pentimento non possiamo arrivare se non attraverso il pentimento della vita cattiva. Forse che, o fratelli (per seguitare l’immagine usata all’inizio), forse che nel mucchio di grano vagliato si potrà trovare del letame? Tuttavia è con l’uso del letame che si arriva a quella pulitezza, a quel luccichio, a quella beltà. Il sudiciume è stato la via per giungere alla bellezza.
A proposito di una pianta sterile diceva con ragione il Signore nel Vangelo: Ecco, sono ormai tre anni che vengo da questa pianta e non vi trovo mai alcun frutto; la taglierò, quindi, perché non mi occupi inutilmente il terreno. Il contadino lo supplica: lo supplica quando la scure sta per cadere su quelle radici infruttuose ed è sul punto di reciderle. Quel contadino intercede come aveva fatto Mosè con Dio; intercede e dice: Signore, lasciala stare anche per quest’anno, io la zapperò all’intorno e verserò nella buca un cesto di letame. Se produrrà frutto, bene; altrimenti verrai e la taglierai. L’albero in parola è il genere umano. Il Signore venne a visitare quest’albero al tempo dei patriarchi, e questo si potrebbe considerare come primo anno; venne a visitarlo al tempo della legge e dei profeti, e questo potrebbe essere il secondo anno. Col Vangelo ecco spuntato il terzo anno: a questo punto lo si sarebbe dovuto quasi tagliare. Ma un uomo compassionevole intercede presso colui che è compassionevole. Difatti colui che voleva porre in risalto la sua misericordia si mette dinanzi quell’altro che fa da intercessore. Dice: Lo si lasci sopravvivere anche quest’anno; gli si zappi attorno – la buca è un richiamo all’umiltà -; gli si getti sulle radici un cesto di letame, e speriamo che rechi del frutto. Anzi, siccome per una parte darà frutto mentre per un’altra non ne darà, verrà il suo padrone e lo dividerà. Che significa: Lo dividerà? È in relazione al fatto che ci sono i buoni e i cattivi, i quali adesso sono tutti insieme, come costituiti in un unico corpo.
Come ho già detto, fratelli miei, il letame gettato in luogo adatto produce frutti, gettato in luogo non adatto sporca. Ecco un tale che si trova nella tristezza, m’imbatto in uno che vedo triste: è letame ciò che vedo e mi metto a indagare il posto: Amico, dimmi perché sei triste. Mi risponde: Perché ho perso del danaro. È un posto insudiciato: non verrà fuori alcun frutto. Ascolti l’Apostolo: La tristezza di questo mondo causa la morte. Non solo quindi, niente frutto, ma al contrario grande danno. E lo stesso si dica delle altre cose che producono gioie di carattere mondano: cose che sarebbe lungo elencare. ... Mi volsi poi verso un altro che parimenti gemeva, piangeva e pregava; e anche lì, vedendo del letame, volli ricercare il posto. Feci attenzione alla sua preghiera e sentii che diceva: Io ho detto: Signore, abbi pietà di me; guarisci la mia anima poiché ho peccato contro di te (Sal 40, 5). Geme deplorando il peccato. Vedo il terreno; aspetto il frutto. Grazie a Dio! Il letame si trova in un posto adatto: non resterà infruttuoso ma produrrà il frumento.
Adesso è veramente il tempo della tristezza: la quale sarà fruttuosa se il nostro dolore sarà motivato dalla condizione di mortalità in cui ci troviamo, dalle tentazioni che abbondano, dal peccato che s’infiltra dovunque, dalle passioni che oppongono resistenza, dall’attrattiva malsana che ci muove guerra e sta sempre in tumulto contro i buoni pensieri. Per tutti questi motivi dobbiamo essere nella tristezza.
Segno di questo tempo in cui si vive nella miseria e nel gemito – se c’è qualcuno che abbia una speranza degna di gemito – sono i quaranta giorni che precedono la Pasqua. Il tempo invece della gioia futura, della quiete, della felicità, della vita eterna del regno senza fine che ancora non c’è, è figurata nei cinquanta giorni in cui cantiamo lodi a Dio. Esiste infatti una simbologia che rappresenta i due periodi di tempo: il periodo prima della resurrezione del Signore e il periodo dopo la resurrezione; il periodo in cui viviamo adesso e l’altro in cui speriamo di vivere in avvenire. Il periodo dell’afflizione, raffigurato nel tempo quaresimale l’abbiamo e nel simbolo e nella realtà; viceversa il periodo della gioia, della quiete, del regno lo rappresentiamo col canto dell’Alleluia, ma queste lodi non le possediamo ancora: verso quest’Alleluia rivolgi ora i sospiri.
(Dal Discorso 254, 2-4)
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L’albero di fico simboleggia il genere umano, mentre i tre anni raffigurano le tre epoche: la prima precedente la legge, la seconda sotto la legge, la terza sotto la grazia. Quanto all’albero di fico, non è fuor di luogo vedervi il genere umano. In effetti il primo uomo, quando peccò, coprì con foglie di fico le parti vergognose, quelle parti per cui siamo nati, quelle membra che, degne d’onore prima del peccato, divennero dopo il peccato parti vergognose. Insomma: Erano nudi e non ne sentivano vergogna (Gn 2, 25); non avevano motivo d’arrossire, perché non era stato ancora commesso il peccato e quindi non potevano vergognarsi delle opere del Creatore in quanto non avevano mescolato ancora nessuna azione cattiva alle opere buone del Creatore. Da lì dunque nacque il genere umano: uomini da un uomo, colpevoli da un debitore, mortali da un mortale, peccatori da un peccatore. Mediante dunque quest’albero egli indica coloro che per tutto il tempo non vollero dar frutto: e sulle radici di quest’albero infruttuoso era sospesa la scure.Intercede il contadino: viene differito il castigo perché venga applicato il rimedio. Intercede il contadino, cioè ogni fedele dentro la Chiesa prega per coloro che sono fuori della Chiesa. Che cosa chiede? Signore, lascialo ancora per quest’anno. Cioè: in questo tempo, che è sotto il regno della grazia, risparmia i peccatori, risparmia gli infedeli, risparmia gli sterili, risparmia coloro che non portano frutto. Scavo un solco intorno ad esso e ci metto una cesta di concime: se darà frutto, bene; altrimenti verrai e lo taglierai. Verrai: quando? Nel giudizio. Verrai: quando? Di lì verrà a giudicare i vivi e i morti (1 Pt 4, 5). Adesso frattanto viene accordato il perdono.
Ma che significa scavare un solco se non insegnare l’umiltà della penitenza? Il solco infatti è una parte bassa della terra.
La cesta di concime deve intendersi in senso buono. Esso è sporco, ma produce frutto. La sporcizia del contadino significa il dolore del peccatore. Chi fa penitenza, la fa nello squallore; naturalmente se la fa con intelligenza e con sincerità. A quest’albero dunque viene detto: Fate penitenza, poiché è vicino il regno dei cieli (Mt 3, 2).
(Dal Discorso 110, 1)
S. AmbrogioAdamo ed Eva, i nostri famosi progenitori sia nella discendenza che nel peccato, i quali si ricoprirono delle foglie di quest’albero [di fico], meritarono di essere proscritti dal paradiso, quando, consci della loro trasgressione, cercavano di sfuggire alla presenza del Signore, il quale stava passeggiando; essi dovevano simboleggiare quanto doveva avvenire, che cioè negli ultimi tempi il popolo dei Giudei, ormai nell’imminenza della venuta del Signore della salvezza, il quale discese quaggiù per chiamarli, riconoscendosi nudo di ogni virtù per le tentazioni del diavolo e pieno di paura per le turpitudini scoperte della coscienza, avendo smarrito la strada della religione, si vergognò per la propria prevaricazione; egli doveva fuggire lontano da Dio, con le vergogne delle sue azioni coperte direi dal velo di parole inutili, come da altrettante foglie.
Ecco allora che essi, i quali avevano spiccato dal fico non frutti, ma foglie, furono radiati dal Regno di Dio; ed erano un’anima vivente. Venne il secondo Adamo, e andava non più in cerca di fogliame, ma di frutti; ed era spirito vivificante (1 Cor 15, 45). Ma nello spirito si consegue il frutto della virtù, e si adora il Signore. Eppure il Signore cercava il frutto, non perché ignorasse che l’albero di fico ne era privo, ma perché voleva far vedere in un simbolo che la Sinagoga doveva ormai produrre frutto. Del resto, in ciò che vien dopo, Egli dimostra di non esser giunto anzi tempo, perché venne per un periodo di tre anni: così infatti trovi: Ecco sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo dunque; perché sta a occupare la terra?Egli venne ad Abramo, venne a Mosè, venne a Maria, venne nel segno, venne nella Legge, venne nel corpo. Ne riconosciamo la venuta dai suoi benefici: in una vi è la purificazione, nell’altra la santificazione, nell’altra ancora la giustificazione. La circoncisione purificò, la Legge santificò, la grazia giustificò: Egli solo è tutte queste cose, e tutte queste cose sono una sola. Infatti nessuno può diventar mondo se non colui che teme il Signore. Nessuno merita di ricevere la Legge se non è stato purificato dalla colpa e nessuno si accosta alla grazia se non conosce la Legge. Perciò il popolo dei Giudei non poté essere purificato, perché ebbe la circoncisione del corpo, ma non quella dell’anima; né poté essere santificato, perché la potenza della Legge gli fu sconosciuta, dato che seguiva le prescrizioni carnali piuttosto che quelle spirituali – invece la Legge è spirituale – né poté essere giustificato, perché non si pentiva dei suoi peccati e perciò ignorava la grazia. Giustamente, dunque, non si è trovato alcun frutto nella sinagoga e si comanda di reciderla.
Ma il buon agricoltore, e direi colui nel quale è posto il fondamento della Chiesa, avendo il presentimento che un altro doveva essere inviato alle Genti, lui invece al popolo della circoncisione, si interpone chiedendo piamente che esso non sia tagliato, perché era sicuro in base alla propria vocazione che anche il popolo dei Giudei poteva essere salvato mediante la Chiesa; e per questo motivo dice: Lascialo anche quest’anno, perché gli zappi intorno e metta un cesto di concime.Come ha fatto presto a riconoscere che le cause della sterilità sono l’indurimento e la superbia dei Giudei! E perciò sa bene come coltivare perché sa bene come scoprire le deficienze. Egli assicura che le dure zolle del loro cuore debbono essere zappate con le marre degli apostoli, affinché la parola, acuminata da una parte e dall’altra, rovesci la terra incolta dello spirito, screpolata per il lungo abbandono, e aprendo il cuore ne stimoli la sensibilità ormai viva per lo spiraglio spirituale che si è aperto, affinché il peso enorme della terra non seppellisca e nasconda alla vista la radice della sapienza. Afferma pure che bisogna spargere un cesto di concime: ed è tanto grande la forza del concime, che rende feconde le piantagioni infeconde, verdeggianti quelle secche, fruttuose quelle sterili. Su di esso sedeva Giobbe quando fu tentato, e non poté esser vinto; e Paolo giudica il resto concime, al fine di guadagnare Cristo. In fin dei conti Giobbe prima aveva subito moltissime perdite, ma dopo che sedette sul concime, non ebbe più proprietà alcuna che il diavolo potesse portargli via. Dunque è una terra buona quella che vien zappata, efficace il concime che vi si sparge. Del resto, il Signore solleva dalla polvere l’indigente, rialza dal concime il povero (Sal 112, 7).
Pertanto, quel bravo agricoltore pensa che, mediante l’assiduo lavoro dell’intelletto spirituale e il sentimento dell’umiltà, anche i Giudei diventarono fecondi nei confronti del Vangelo di Cristo. ...
Ma da ciò che è detto dei Giudei io giudico che anche tutti debbano guardarsi, e specialmente noi, perché, vuoti di ogni merito, non ci accada di sfruttare il terreno fertile della Chiesa; mentre invece, benedetti come melograni, dobbiamo produrre frutti interiori, frutti di pudicizia, frutti di buona armonia, frutti di carità e d’amore, restando racchiusi entro l’unico grembo della madre Chiesa, affinché il vento non ci danneggi, la grandine non ci abbatta, l’arsura della passione non ci bruci, l’acqua delle tempeste non ci sconquassi.
(Dall’Esposizione del Vangelo secondo Luca, VII, 164-171 passim)
