mercoledì 6 marzo 2013

Il filo interrotto




Le complicate relazioni tra Vaticano e stampa internazionale dagli anni del concilio al pontificato di Benedetto XVI

Il filo interrotto. Pubblico integralmente l’introduzione scritta dal nostro direttore per il libro, da lui curato, Il filo interrotto. Le difficili relazioni tra il Vaticano e la stampa internazionale (Milano, Mondadori, 2012, pagine 145, euro 17,50). Il volume raccoglie gli interventi della giornata di studio che «L’Osservatore Romano» ha organizzato in Vaticano il 10 novembre 2011 in occasione del centocinquantesimo anniversario della sua fondazione.
A chi interessa davvero ciò che la Chiesa pensa?
(Gian Maria Vian) L’idea di questo libro nasce da un incontro che «L’Osservatore Romano», in occasione del suo centocinquantesimo anniversario, ha organizzato in Vaticano il 10 novembre 2011. Per affrontare — ed è stata la prima volta in assoluto — il rapporto, complicato e difficile, tra Chiesa cattolica e media. Con un titolo, Incomprensioni, certo efficace, ma che a prima vista poteva sembrare riduttivo. E invece la giornata è sfuggita a tale rischio, come dimostrano queste pagine, scritte da figure di primo piano nell’ambito degli studi e della comunicazione: due docenti di storia contemporanea, cinque giornalisti non italiani e un cardinale. Voci diverse tra loro ma unite dalla volontà di capire senza tesi precostituite un nodo cruciale che, pur non limitato agli ultimi anni, comprende argomenti di stretta attualità.
Un tema difficile, quello trattato qui. A impostarlo con originalità fu nel 1994 un teologo americano: in un articolo sulle difficoltà tra Chiesa e media, Avery Dulles introdusse la questione con una divertente storiella, che se non è vera sicuramente è ben trovata. A un vescovo europeo appena arrivato negli Stati Uniti un giornalista chiede aggressivamente se visiterà dei night club. L’interrogato pensa di cavarsela ricorrendo all’ironia e replica: «Ma qui ce ne sono?». Con il risultato che il giorno dopo il prelato si ritrova sbattuto sul giornale sotto il titolo, formalmente ineccepibile: La prima domanda del vescovo: ci sono night club a New York?.
Proprio nella metropoli statunitense, Paolo VI nel 1965 davanti alle Nazioni Unite — dove un Papa parlava per la prima volta — aveva definito la Chiesa «esperta in umanità». Ecco, parafrasando questa espressione si può dire, senza alcuna enfasi, che la tradizione cristiana sia altrettanto esperta in comunicazione. Lo dimostrano venti secoli di storia, dalla vivacissima circolazione di testi che caratterizza già le prime generazioni cristiane sino al ruolo d’avanguardia assunto in questo ambito dalla Santa Sede nel corso dell’ultimo secolo e mezzo.
Nel 1861 inizia a essere pubblicato «L’Osservatore Romano» mentre la Radio Vaticana, progettata da Guglielmo Marconi, comincia a trasmettere settanta anni dopo, nel 1931. Il protagonismo mediatico della Chiesa inizia a farsi più evidente proprio negli anni Trenta e poi sino alla fine degli anni Cinquanta, durante i pontificati di Achille Ratti (Pio XI) ed Eugenio Pacelli (Pio XII), con il ruolo crescente di un loro futuro successore, Giovanni Battista Montini (Paolo VI). Oltre alla creazione della stazione radio, Ratti imprime infatti un forte impulso a diverse iniziative in ambito informativo e, durante la sede vacante aperta dalla sua morte nel 1939, viene costituito presso «L’Osservatore Romano» un ufficio che rappresenta di fatto l’antenato dell’attuale Sala Stampa della Santa Sede. Dal conclave, brevissimo, di quell’anno esce eletto Pacelli, che fa sempre più uso della radio, esordisce al cinema e compare sugli schermi in bianco e nero della neonata televisione.
Nel 1950 proprio Montini, da tredici anni ai vertici della Segreteria di Stato come “sostituto”, durante il primo incontro con Jean Guitton, confida all’intellettuale francese una preoccupazione che sarà poi centrale negli anni del concilio Vaticano II (1962-1965) e soprattutto in quelli del suo pontificato (1963-1978): «Bisogna sapere essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?».
Come mai allora queste incomprensioni con i media per un’istituzione esperta in comunicazione? Il problema storico s’intreccia innanzitutto con i nodi ambivalenti della secolarizzazione e della modernità, non facili da capire e da sciogliere in una tradizione di lunghissimo periodo come quella cristiana dove la continuità presenta due facce, come una medaglia: forza vitale e lentezza. 
Qualche suggestione può venire in proposito dalle interviste ai Papi, una vicenda anch’essa più che secolare.
La prima infatti è quella di Leone XIII sull’antisemitismo, pubblicata in prima pagina su «Le Figaro» del 4 agosto 1892 da Séverine, pseudonimo di Caroline Rémy. Firma celebre, la giornalista si era presentata al cardinale segretario di Stato, Mariano Rampolla del Tindaro, in una lettera del 9 luglio, come «una donna che era stata cristiana e se ne ricorda, per amare i piccoli e difendere i deboli» e come «una socialista che, se non è in stato di grazia, ha serbato intatto, nel suo cuore ferito, il rispetto profondo della fede, la venerazione delle vecchiaie auguste e delle sovranità prigioniere». La richiesta venne rapidamente accolta e l’intervista ebbe luogo domenica 31 luglio. Rivista dal segretario di Stato che l’aveva favorita, non soddisfece però la Santa Sede e sollevò una tempesta mediatica.
Oltre settanta anni dopo, il 24 settembre 1965, ben diverso fu l’incontro di Paolo VI con Alberto Cavallari, che pubblicò il colloquio sul «Corriere della Sera» del 3 ottobre, aprendo l’inchiesta raccolta l’anno dopo nel libro Il Vaticano che cambia. Scrisse il giornalista: «Vedevo un uomo disteso, spontaneo, poco somigliante al papa scarno, teso, oppure introverso, oppure nervoso, oppure diplomatico, che solitamente si descrive. “Ci fa piacere, sa, parlare del Vaticano” ha detto subito il papa affabilmente, con espressione arguta. “Oggi molti cercano di capirci e di studiarci. Ci sono tanti libri sulla Santa Sede e il Concilio. E alcuni sono anche ben fatti, vede. Ma molti assicurano che la Chiesa pensa certe cose senza aver mai chiesto alla Chiesa cosa pensa. Mentre, dopotutto, anche il nostro parere dovrebbe contare qualcosa in tema di religione”. Qui il papa ha fatto una pausa, una parentesi divertita. Poi ha continuato spegnendo il sorriso: “Ma ci rendiamo conto che non è facile intendere ciò che viene fatto e viene discusso nel mondo della Chiesa. Anche il papa, sa, certe volte fatica per capire il mondo d’oggi”. Dopo questo preambolo senza formalità, così francamente umano, Paolo VI ha toccato gli argomenti più importanti del suo pontificato».
Dopo quella che si può considerare la storia antica dell’informazione vaticana, scandita da firme davvero di primissimo ordine — basti per tutti, in Italia, quella di Silvio Negro, anche se non va dimenticata l’attività giornalistica di Ernesto Buonaiuti — era venuto il tempo, per così dire, della festa di nozze e della luna di miele. Gli anni cioè, all’inizio dei Golden Sixties, di Giovanni XXIII, subito presentato dai media come “il papa buono”, e della nuova stagione conciliare, con il boom informativo e mediatico della Santa Sede; un tempo che tuttavia si rabbuiò già nella seconda metà di quel decennio, traumaticamente segnato nel 1968 dalla bufera levatasi contro l’enciclica Humanae vitae e contro Papa Montini. 
Inizialmente salutato dal favore mediatico, Paolo VI sperimentò da allora opposizioni accanite, come sarebbe accaduto, e per quasi tutto il pontificato, al suo secondo successore, Giovanni Paolo II (1978-2005), primo Papa non italiano dopo quasi mezzo millennio.
Per tentare di parlare al mondo contemporaneo, il genere tipicamente giornalistico del libro-intervista è stato ripetutamente utilizzato sia dal Pontefice polacco — con André Frossard poco dopo l’attentato del 1981 e nel 1993 in due occasioni, dapprima con Vittorio Messori e quindi con Józef Tischner e Krzysztof Michalski — sia da Joseph Ratzinger per ben quattro volte: come cardinale, nel 1984 con lo stesso Messori e poi con Peter Seewald nel 1996, nel 2000 e, come Papa, nel 2010. Una progressione che indica come questa nuova forma sia ormai entrata a pieno titolo tra le scelte di comunicazione del Papa e di importanti esponenti della Chiesa.
Durante il concilio Vaticano II, per scrivere sui giornali di argomenti mai affrontati prima dai media, vennero reclutati molti “esperti”: dunque ecclesiastici, o più spesso ex ecclesiastici, naturalmente molto coinvolti su questi temi, con l’assenza totale o quasi di donne. La stessa presenza di tali “esperti” costituisce un primo problema interpretativo e storico, che segna alle origini e nei decenni successivi l’informazione religiosa, a fronte del problema attuale, quando il fenomeno è meno importante, e alla base di molte incomprensioni ci sono invece la secolarizzazione e soprattutto il declino culturale e lo scadimento dell’informazione, in particolare di quella religiosa.
L’impressione, sottile ma inevitabile, è tuttavia che oggi ci sia anche minore volontà di capire davvero rispetto agli anni del concilio Vaticano II e al decennio successivo. E ciò accade per tanti motivi, che in parte emergono dalle voci raccolte in questo libro, al contrario nato per cercare proprio di capire: affrontando un tema che non a caso, dopo i pontificati della seconda metà del Novecento, con quello di Joseph Ratzinger sembra porsi con maggiore chiarezza. Con interrogativi come quelli espressi con intelligenza da due giornalisti francesi: Bernard Lecomte, il biografo di Giovanni Paolo II, che Marc Leboucher ha interrogato in un libro-intervista intitolato appunto Perché il papa ha cattiva stampa, e Isabelle de Gaulmyn — una donna, finalmente — che ha tracciato un profilo di Benedetto XVI definito già nel titolo “incompreso”.
Non a caso ci si interroga ora su questi temi. Nell’ultima intervista a Peter Seewald, infatti, il Papa — che è sensibilissimo ai temi della comunicazione, proprio perché raffinato conoscitore della tradizione cristiana, e con il suo linguaggio limpido e non autoreferenziale vuole e sa farsi capire da tutti, non solo dai cattolici — ha detto: «Io penso che Dio, scegliendo come Papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo momento dell’approfondimento e dello sforzo per l’unione tra fede e ragione».
Senza evitare, come scrisse Cavallari di Paolo VI, anche i temi più difficili e più critici, «da uomo del nostro tempo, che non intende eludere nulla, scopertamente deciso a una sincerità che rifiuta i rapporti facili». Con un unico scopo, che ha ben chiaro davanti a sé: parlare di Dio, l’unica realtà davvero necessaria. (g.m.v.)
L'Osservatore Romano, 7 marzo 2013.