martedì 12 marzo 2013

La solitudine dei cardinali



 
di Joaquin Navarro-Valls
in “la Repubblica” di oggi,  12 marzo 2013.
Oggi alle ore 17 comincia il Conclave. Tutte le prerogative espresse durante le Congregazioni
generali passeranno inevitabilmente in secondo piano nel preciso momento in cui gli elettori si
troveranno chiusi, da soli, nella propria coscienza con la responsabilità di “trovare” la figura del
nuovo Capo della Chiesa. Il verbo utilizzato, in effetti, è molto importante per capire che cosa
realmente il Conclave deve fare davvero. La Chiesa, senza il Papa, non è, infatti, un’istituzione
completa. Manca non solo del vertice ma del fondamento stesso che la sorregge e la fa esistere sulla
Terra.
Tuttavia, sebbene questo presupposto sia sempre realmente decisivo, il compito dei cardinali non è
di creare un accordo o disegnare il profilo di chi potrà al meglio interpretare la funzione di
Pontefice. Per capirsi, non si metteranno a valutare insieme i
curricula
di se stessi. Sarebbe ridicolo.
È importantissimo tener presente quale sia la forza sicura della Chiesa nel trovare il suo Papa, nei
giorni che separano l’entrata in clausura degli elettori dall’uscita con la nuova guida della
Cristianità. Quella risorsa segreta che l’ha fatta sopravvivere due millenni, superando le traversie
che si sono di volta in volta presentate nella storia. Sarà, infatti, esattamente questa potenza che i
cardinali ricercheranno affannosamente nelle prossime ore.
Più esplicitamente, il nodo risolutivo, non verrà fuori appieno dalla personalità del nuovo Papa.
Tanto meno la buona riuscita della Chiesa dipenderà dal consenso che egli da solo riuscirà ad
ottenere prima o poi davanti ai media del mondo. In effetti, non è stato mai così. Mi ricordo, ad
esempio, durante il primo viaggio negli Stati Uniti di Giovanni Paolo II, nell’autunno del 1979,
davanti all’esuberante riscontro popolare della travolgente personalità di Karol Wojtyla, alcuni
giornali scrissero in modo errato: “
They love the singer, not the song
”.
Salvo poi rettificare successivamente l’affermazione, riconoscendo che era la musica a essere
vincente e a conquistare i cuori delle persone. Naturalmente, una straordinaria melodia eseguita non
senza un geniale musicista.
Questo significa, tornando al nostro oggi e uscendo dalla metafora, che non solo gli elettori, ma la
Chiesa nel suo insieme è impegnata con i cardinali a individuare la personalità che sarà reputata più
adeguata a custodire e a gestire la Barca di Pietro, innanzitutto comunicando bene al mondo il
Vangelo, che è la prima, insostituibile ricchezza di cui la Chiesa è detentrice. Tale patrimonio si
traduce nell’unità organica della dottrina cattolica, risultato della retta comprensione del messaggio
rivelato, all’interno di una lunga tradizione e consuetudine di conoscenza.
Se volessimo trovare una formula sintetica, potremmo dire che la Chiesa non è qualcosa di specifico
se non perché ha dentro di sé, in sua custodia, un universo di valori umani e cristiani veramente
impareggiabile. Con ciò, ovviamente, non s’intende squalificare ma valorizzare l’importanza
comunicativa che quel testimone per eccellenza del Cristianesimo – che è appunto il Papa – deve
possedere, soprattutto oggi. Tanto per cominciare attraverso il possesso di più lingue e un’età che
sia abbastanza vigorosa per affrontare al meglio i ritmi di questo nostro tempo.
Qui non si tratta, dunque, di un aspetto marginale, ma esattamente del compito supremo che i
cardinali devono assolvere. Individuare quello tra di loro che ha il possesso maggiore di quelle
caratteristiche personali indispensabili per convincere umanamente il mondo intero del fatto che un
figlio di falegname ebreo e giovane, morto come un delinquente duemila anni fa, non era soltanto
un uomo buono e neanche un grande saggio, ma Dio stesso fatto uomo. Un obiettivo, insomma, con
un grado di difficoltà umanamente quasi inafferrabile.
Vista, perciò, nell’ottica corretta, non siamo davanti alla versione resa teologica di un consesso
secolare, paragonabile, ad esempio, al modo in cui un consiglio di amministrazione di una
multinazionale elegge l’amministratore delegato, valutando appunto la statura strettamente
personale delle sue capacità in vista del successo che egli dovrà garantire, con il suo operato, ai
 
soci. Neanche siamo davanti ad un piccolo parlamento che compie la rituale seduta fiume per
negoziare l’elezione del capo di un nuovo governo.
Il Collegio degli elettori si riunisce, invece, qui per un altro scopo che è quello di verificare quale
sia la personalità che meglio possa rappresentare attualmente al mondo la verità eterna della Chiesa
universale che è Gesù Cristo. E resteranno raccolti davanti al Giudizio Universale da soli, isolati, di
fronte a quei poderosi corpi affrescati, alla ricerca di chi tra loro è il Vicario di Cristo.
Che cosa faranno durante le votazioni? Si guarderanno intorno? Alzeranno la testa? Oppure
resteranno chini su se stessi senza il coraggio di incrociare lo sguardo con quella figurazione
terrificante dell’ira di Dio dipinta da Michelangelo che trascina in un vortice tremendo le anime
verso il Paradiso o verso la dannazione?
Nessuno lo sa.
È chiaro, ad ogni modo, quanto assurdo sia ritenere che il Conclave seguirà logiche politiche o
alchemiche combinazioni d’interessi. Di fatto, l’assenza di tutto in quella situazione sarà sufficiente
ad atterrire qualsiasi strano pensiero individuale e a far ricercare, piuttosto, colui che,
consapevolmente o meno, sia già stato nominato da più alto favore a ricoprire quell’incarico tanto
oneroso.
Diventare Papa, infatti, è morire all’istante a se stessi. È accettare di non essere più il portatore dei
propri progetti personali, divenendo colui che sorregge l’intera Chiesa per sempre e deve incarnare
definitivamente la volontà di Dio. Per tornare al precedente paragone, in questo caso
l’amministratore delegato l’ha già scelto il Presidente, costringendolo ad essere servo di tutti per il
bene di tutti. Il consiglio deve solo capire chi è, e ratificarne la preferenza, sperando che sia accolta.
Un compito forse perfino più semplice di quanto non si pensi, almeno a cose fatte, ma impossibile
da gestire con logica solo umana, nel mentre che avviene.
Conviene, nondimeno, essere certi che la soluzione arriverà in poco tempo, al massimo in pochi
giorni. Non tanto perché è avvenuto così nei tempi moderni, ma perché, come ha spiegato molto
bene Joseph Ratzinger, «la logica della fede ha una precedenza sulla parola umana, essendo il suo
tratto essenziale di giungere all’essere umano dall’esterno».
Talvolta ascoltare può essere, in effetti, molto difficile. Ma, in questo caso, vi è la sicurezza
incrollabile che la voce di Dio alla fine si farà sentire forte e chiara agli orecchi attenti dei cardinali
elettori. Non lasciando dubbi e questioni in sospeso veramente per nessuno.