"Tutta la mia speranza non è se non nella Tua grandissima misericordia!"
Agostino, Confessioni, 10, 29
Celebriamo oggi 17 marzo la V Domenica di Quaresima - Anno "C". Di seguito testi e commenti.
Ringraziando Dio Padre per il dono di Papa Francesco e pregando perchè abbia vita e salute per governare con misericordia la barca di Pietro.
Buona domenica!
Pb. Vito Valente
Tu certo devi averlo sentito
con ferro e fuoco scavare la pietra,
perché mai più sulla terra qualcuno
solo scalfire potesse quei segni.
No, non poteva che essere lui,
che ti erompeva da dentro il cuore.
David M. Turoldo
* * *
Nella quinta Domenica di Quaresima il Vangelo ci propone l’episodio della donna adultera, colta in flagrante, e il perdono che il Signore le concede. Gesù, davanti a quanti la vogliono lapidare, dice:
“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”.
Su questo brano evangelico, da Radio Vaticana, propongo il commento di don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:
In un tempo come il nostro in cui il divorzio è approvato e ricercato, se non esaltato, questa pagina del Vangelo può far sorridere, se non inorridire. Un teologo (Tommaso Federici) offre questa riflessione: “L’adulterio nel suo vergognoso restare segreto… è abominio, perché in un certo senso è ateismo in quanto si agisce ‘come se’ il Signore non esistesse e non vedesse... E’ menzogna, perché si nega il valore dell’alleanza nuziale fedele. E’ ipocrisia e inganno perché si seguita a tenere il coniuge tradito e la famiglia infangata. E’ iniquità e ingiustizia, perché lede i diritti esclusivi di uno dei due sposi. E’ violenza perché infrange il vincolo giurato e sigillato del rito accettato”. Inoltre in Israele, per il significato sponsale dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, di cui il matrimonio è segno e sigillo, l’adulterio è idolatria, atto che lede l’onore di Dio, lo Sposo fedele. Eppure – e senza negare tutto questo, anzi dandogli un valore ancora più alto, divino – il Signore chiede alla donna, rimasta sola: “Donna, dove sono? Nessuna ti ha condannata?” “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Lo Sposo divino, lo Sposo fedele si sta avvicinando ad ognuno di noi in questa Pasqua. Possiamo accogliere con fiducia il suo perdono, come questa donna adultera, ed entrare nella festa, o ipocritamente, con le pietre in mano, allontanarci da Lui, per continuare a nascondere il nostro peccato, la nostra pretesa di giustizia.
“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”.
Su questo brano evangelico, da Radio Vaticana, propongo il commento di don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:
In un tempo come il nostro in cui il divorzio è approvato e ricercato, se non esaltato, questa pagina del Vangelo può far sorridere, se non inorridire. Un teologo (Tommaso Federici) offre questa riflessione: “L’adulterio nel suo vergognoso restare segreto… è abominio, perché in un certo senso è ateismo in quanto si agisce ‘come se’ il Signore non esistesse e non vedesse... E’ menzogna, perché si nega il valore dell’alleanza nuziale fedele. E’ ipocrisia e inganno perché si seguita a tenere il coniuge tradito e la famiglia infangata. E’ iniquità e ingiustizia, perché lede i diritti esclusivi di uno dei due sposi. E’ violenza perché infrange il vincolo giurato e sigillato del rito accettato”. Inoltre in Israele, per il significato sponsale dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, di cui il matrimonio è segno e sigillo, l’adulterio è idolatria, atto che lede l’onore di Dio, lo Sposo fedele. Eppure – e senza negare tutto questo, anzi dandogli un valore ancora più alto, divino – il Signore chiede alla donna, rimasta sola: “Donna, dove sono? Nessuna ti ha condannata?” “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Lo Sposo divino, lo Sposo fedele si sta avvicinando ad ognuno di noi in questa Pasqua. Possiamo accogliere con fiducia il suo perdono, come questa donna adultera, ed entrare nella festa, o ipocritamente, con le pietre in mano, allontanarci da Lui, per continuare a nascondere il nostro peccato, la nostra pretesa di giustizia.
MESSALE
Antifona d'Ingresso Sal 42,1-2
Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa
contro gente senza pietà;
salvami dall'uomo ingiusto e malvagio,
perché tu sei il mio Dio e la mia difesa.
contro gente senza pietà;
salvami dall'uomo ingiusto e malvagio,
perché tu sei il mio Dio e la mia difesa.
Colletta
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi. Egli è Dio...
Oppure:
Dio di bontà, che rinnovi in Cristo tutte le cose, davanti a te sta la nostra miseria: tu che ci hai mandato il tuo Figlio unigenito non per condannare, ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa e fa' che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e della gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Is 43,16-21
Ecco, faccio una cosa nuova e darò acqua per dissetare il mio popolo.
Dal libro del profeta Isaìa
Dal libro del profeta Isaìa
Così dice il Signore,
che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,
si spensero come un lucignolo, sono estinti:
«Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito acqua al deserto,
fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi».
che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,
si spensero come un lucignolo, sono estinti:
«Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito acqua al deserto,
fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi».
Salmo Responsoriale Dal Salmo 125
Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.
Seconda Lettura Fil 3,8-14
A motivo di Cristo, ritengo che tutto sia una perdita, facendomi conforme alla sua morte.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Canto al Vangelo Gl 2,12-13
Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore,
perché io sono misericordioso e pietoso.Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!
perché io sono misericordioso e pietoso.Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!
Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.
Dal vangelo secondo Giovanni
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Parola del Signore.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Parola del Signore.
Il commento
Una donna. Un peccato. L'umanità. I suoi peccati. Adulterio e idolatria. Una vita gettata nei letti degli amanti, e solitudine acre, tanta passione e niente amore. Solitudine. Come ora, lì nel mezzo, gli occhi e le mani puntati su di lei, le pietre pronte a colpire. E noi e i nostri giorni dissolti tra gli idoli muti incapaci d'amore, il prestigio, il denaro, l'affetto. E sempre più soli, un pugno di mosche tra le mani, sbattuti in mezzo alla strada, tremanti, aspettando solo la morte. La condanna già emessa, dev'essere solo eseguita. Sì, così è la nostra vita, un battito di ciglia impaurito, rincorrere la gioia nella palude della solitudine. Siamo soli. Per quanto facciamo, pensiamo, desideriamo, siamo soli. Come questa donna. Nudi, come Adamo ed Eva. Il peccato appena consumato a piagare le spalle d'un peso insopportabile, ed una condanna sul capo, la morte in agguato. La fine di ogni residua speranza. Quanti giorni così, quante ore. Alienazioni vuote, peggiori d'una lapidazione. Illusioni, a ferirci più di una coltellata. E appare il suo sguardo. Era lì. Ad aspettare. La storia che sembra stracciarci gli ultimi istanti, ci trascina da Lui. Dove tutto sembra perduto, dove le conseguenze dei nostri peccati sembrano gettarci a terra senza speranza, dove la polvere secca di una vita esanime sembra soffocare l'ultimo gemito, Gesù è lì ad insegnare. Il suo trono di misericordia, la sua cattedra d'amore. Il suo perdono, ad aspettare i nostri peccati. Il suo sguardo, a sanare le nostre paure. Il suo dito pigiato sulla terra, le Parole d'amore segnate con la potenza dello Spirito sui nostri poveri cuori. Di terra siamo fatti, dalla terra veniamo, i nostri giorni come erba del campo, svaniscono in un baleno. Terra incapace d'amare. La legge scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il cammino della vita tradito da cuori di pietra. E il Figlio, la Parola fatta carne perché la carne possa compiere la Parola, il dito del Padre nel dito del Figlio, e lo Spirito Santo a cacciare il demonio, a riscattare le nostre vite, a scrivere la Legge nella nostre debolezze, a fare di un cuore di pietra un cuore di carne. L'inno "Veni, Creator Spiritus" invoca lo Spirito Santo come digitus paternae dexterae - dito della destra del Padre. Dov'è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia.
Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei. "Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia e apre le coscienze a una giustizia più grande, quella dell’amore, in cui consiste il pieno compimento di ogni precetto. È la giustizia che ha salvato anche Saulo di Tarso, trasformandolo in san Paolo" (Benedetto XVI, Angelus del 21 marzo 2010). Dove sono i nostri accusatori? Dove sono i nostri giustizieri? Dov'è il documento della nostra condanna? Tutto è svanito, ogni giudice si è dileguato all'apparire della verità. Siamo soli, ma, finalmente, di una benedetta solitudine. Quella che ci svela il volto di Dio nello sguardo di Cristo. Soli, per Lui. Senza speranza, per sperare solo in Lui. Senza gioia, per gioire solo di Lui. Senza nulla, per avere solo Lui. Noi e Lui, Noi in mezzo e Lui con noi. Dove tutti ci abbandonano, dove tutto, giustamente e ragionevolmente, ci condanna, il Suo amore è l'ultima Parola. Gesù, il comandamento del Padre scritto sulla terra della nostra esistenza, il cielo inciso sul nostro cuore, la misericordia nella nostra debolezza. Quando, ogni giorno, si erge il giudizio del marito verso la moglie, del figlio verso il padre, dell'amico verso l'amico, dell'impiegato verso il capoufficio; quando vibra nel cuore il giudizio inclemente verso se stessi; quando non abbiamo scampo perchè i peccati e le debolezze ci hanno consegnati al giudizio altrui, emerge il giudizio di Dio: la misericordia. E' Cristo crocifisso che, in questo momento come in ogni situazione della nostra vita, irrompe nella camera di consiglio affollata dei nostri accusatori e ferma tutto, annuncia la Grazia che ci riscatta e salva dalla morte. E' il suo giudizio di misericordia che, come uno scoglio, toglie vigore alle onde di giudizio e di vendetta che avvelena le nostre relazioni. Chi ha conosciuto la misericordia infinita di Dio vede infrangersi su di essa le parole, le accuse, i giudizi che ci piovono addosso. Chi ha incontrato l'amore gratuito di Cristo non pecca più, si sente perdonato e accetta anche i giudizi di condanna dell'altro lasciandosi ferire senza esserne sopraffatto. Così si spezza la catena maligna di sospetti e recriminazioni, gelsie ed invidie, giudizi e condanne; nella misericrdia di Dio ogni relazione è rigenerata, la certezza del perdono rende umili e disponibili ad accettare il giudizio altrui rendendo in cambio la misericordia paziente. Non ci stupisce il giudizio dell'altro perchè e solo figlio di un cuore che non ha conosciuto la misericordia. Una madre amata da Cristo, pur ferita dal giudizio della figlia, saprà accogliere il veleno e aspettare pazientemente che essa incontri, magari attraverso il suo amore, la misericordia di Dio. Così il Vangelo di oggi è immagine di ogni rapporto nel quale siamo coinvolti. Quando vi appare Cristo svanisce la condanna, perchè il giudizio si è fatto misericordia. "Gesù, assolvendo la donna dal suo peccato, la introduce in una nuova vita, orientata al bene: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». È la stessa grazia che farà dire all’Apostolo: «So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù». Dio desidera per noi soltanto il bene e la vita" (Benedetto XVI, Angelus del 21 marzo 2010).
ALTRI COMMENTI
Congregazione per il Clero
Il vangelo della quinta domenica di quaresima, tolto da Giovanni anziché da Luca (benché molti studiosi siano dell’opinione che tale brano faccia parte della tradizione lucana piuttosto che di quella giovannea), in qualche modo è, tematicamente, la continuazione e il completamento del vangelo di domenica scorsa.
L’episodio della donna adultera si apre con l’intenzione, da parte di scribi e faisei, di processare Gesù. Ci stiamo avvicinando alla Pasqua, e nei vangeli si moltiplicano, a Gerusalemme, le critiche a Gesù, al suo operato e al suo insegnamento: critiche che porteranno alla condanna e alla morte di Gesù.
Gesù si trova nel cortile del tempio, dunque nel luogo più significativo e sacro della religione ebraica, dove Dio aveva posto da secoli la sua presenza. Si direbbe che la santità del luogo rende ancor più acuta e drammatica la controversia fra Gesù e i suoi accusatori, una controversia che diventa sempre più teologica: da che parte sta Gesù? Dalla parte della legge di Mosè, dunque dalla parte del Dio di Israele? O dalla parte dei nemici e dei detrattori di Dio? La donna adultera, che viene portata da scribi e farisei davanti a Gesù che sta insegnando alla folla, diventa un pretesto: non tanto per confermare una condanna che, nel caso di un adulterio colto in flagrante, era scontata ed era punita con la pena capitale secondo la legge di Mosè, quanto per arrivare a condannare Gesù. A Lui scribi e farisei chiedono un parere circa l’interpretazione della legge mosaica. In realtà, tendono un tranello nel quale Gesù, come altre volte nei vangeli, decide di non entrare: non tanto per furbizia diplomatica, quanto piuttosto per andare alla radice della questione che gli era stata posta. In tal modo Gesù rivela la sua vera identità: è Lui, non gli scribi e i farisei, il vero interprete della legge di Dio; è Lui il vero tempio di Dio, la vera e nuova presenza di Dio in mezzo agli uomini; è Lui che ribalta e rinnova le situazioni umane. E lo fa con gesti e parole.
Anzitutto Gesù scrive col dito per terra, un gesto strano su cui si sono fatte molte congetture e che non è di facile interpretazione. Nel vangelo di Luca, troviamo l’espressione: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio” (11,20). Gesù qui appare come il dito di Dio, che aveva plasmato l’uomo con polvere del suolo e che ora agisce in Gesù, che perdonando i peccati e scacciando il male, rimette l’uomo nella piena figliolanza di Dio. In Es. 31,18 si dice che Dio ha dato a Mosè le due tavole della testimonianza, scritte su pietra con il dito di Dio. In Gesù la Legge di Dio non è più scritta su tavole di pietra, ma, come profetizzato da Ger 31,31-34, è scritta nel cuore dell’uomo come alleanza nuova e definitiva. Ancora, altri esegeti fanno riferimento a Ger 17,13 (“Quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva”), per sostenere – secondo una spiegazione tradizionale dei Padri, da Ambrogio ad Agostino e a Girolamo – che Gesù avrebbe scritto i peccati degli accusatori della donna e di tutti gli uomini. Quest’ultima spiegazione si adatta meglio al seguito del racconto, perché davanti a Dio tutti gli uomini sono colpevoli e gli accusatori della adultera erano messi nella condizione, aiutati da quel muto e ripetuto gesto di Gesù, letto alla luce profetica di Ger 17,13, di prendere coscienza del proprio peccato e di rimettersi al giudizio di Dio piuttosto che a quello degli uomini.
Le parole di Gesù tolgono ogni dubbio al senso dell’episodio, a partire dalla prima sentenza, che sfida i secoli e i millenni e che viene continuamente e amabilmente citata anche nei discorsi della vita quotidiana della nostra gente, perché ormai sedimentata nel popolo cristiano: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. La sentenza, insieme ad un'altra simile di Gesù in Mt 7,3.5 (“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello , e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”), non soltanto condanna ogni ipocrisia, ossia ogni presunta “giustizia” frutto di opera umana, ma impedisce a chiunque, in quanto peccatore, di arrogarsi il diritto di giudicare un altro peccatore, perché questo genere di giudizio spetta soltanto a Dio. Che Gesù colpisca nel segno risulta evidente dal fatto che tutti capiscono la lezione e tutti se ne vanno, “cominciando dai più anziani”, rileva con una dose di ironia l’evangelista.
A questo punto la controversia con gli scribi e i farisei si può considerare chiusa, ma la vicenda ha un’altra conclusione, preparata dall’appellativo, “Donna”, con cui Gesù si rivolge alla adultera, rimasta sola con Gesù (“relicti sunt duo, misera et misericordia”, commenta grandiosamente Agostino). E’ lo stesso appellativo con cui Gesù si rivolge a sua Madre a Cana e ai piedi della Croce. Gesù reintegra quella peccatrice e la riconduce alla sua dignità di “donna”, ossia di immagine di Dio, così come, domenica scorsa, il padre della parabola reintegra il figlio minore nella sua dignità filiale e gli corre incontro abbracciandolo. Gesù non le chiede nulla del suo passato, non fa inchieste accusatorie, ma pronuncia la sua sentenza di assoluzione: e la pronuncia con la sovranità di chi conosce e incarna la misericordia di Dio. Qualunque peccato quella donna abbia commesso, ora non conta più.
Gesù rivela a ciascuno di noi chi veramente siamo: tu sei un figlio di Dio, tu sei più grande del tuo peccato. Questo è lo sguardo di Dio su di noi: “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16,7), e il cuore dell’uomo, pur impantanato nelle miserie e nei peccati della vita, è fatto per il mistero di Dio, per la bellezza, per l’amore e per la verità. Lo sguardo di Dio è uno sguardo di vita, non di morte; è uno sguardo verso il futuro, non verso il passato; è uno sguardo di misericordia, non di condanna.
Quella donna inizia un cammino nuovo. “Va, e non peccare più”, le dice Gesù. Commenta ancora S. Agostino: “Il Signore ha condannato il peccato, non la donna”. La misericordia di Dio è abbraccio al peccatore, perché si converta e viva, non è abbraccio al peccato, che porta alla morte. Sta qui l’originalità e la gioia del Vangelo, rispetto alla cultura odierna che continuamente oscilla tra libertinismo e giustizialismo, tra buonismo e rigorismo. Gesù non è né un relativista, per il quale bene e male sono la stessa cosa, né un moralista, che condanna e umilia. Gesù condanna senza tregua il peccato, ma ama senza tregua il peccatore.
Il cammino quaresimale rivela che la conversione dal nostro peccato risulta possibile solo a condizione che abbiamo a riscoprire e ad accogliere l’amore ostinato e fedele di Dio per noi.
P. Raniero Cantalamessa ofmcapp.
Il vangelo della V domenica di Quaresima è l'episodio della donna sorpresa in adulterio che Gesú salva dalla lapidazione. Gesù non intende con ciò dire che l'adulterio non è peccato, o che è cosa da poco. C'è una condanna esplicita di esso, anche se delicatissima, nelle parole rivolte alla fine alla donna: "Non peccare più". Gesù non intende dunque approvare l'operato della donna; intende piuttosto condannare l'atteggiamento di chi è sempre pronto a scoprire e denunciare il peccato altrui. Lo abbiamo visto la volta scorsa, analizzando l'atteggiamento di Gesú verso i peccatori in genere.
Ma adesso, come al solito, partendo da questo episodio, allarghiamo il nostro orizzonte, prendendo in esame l'atteggiamento di Cristo verso il matrimonio e la famiglia in tutto il vangelo. Tra le tante tesi strane avanzate su Gesú in anni recenti vi anche quella di un Gesù che avrebbe ripudiato la famiglia naturale e tutti i vincoli parentali, in nome dell'appartenenza a una comunità diversa, in cui Dio è il padre e i discepoli sono tutti fratelli e sorelle, e avrebbe proposto ai suoi una vita errante, come facevano a quel tempo, fuori di Israele, i filosofi cinici.
Effettivamente ci sono nei vangeli parole di Cristo sui legami familiari che a prima vista destano sconcerto. Gesú dice: " Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (Lc 14, 26). Parole dure, certamente, ma già l'evangelista Matteo si premura di spiegare il senso della parola odiare in questo caso: "Chi ama il padre e la madre…il figlio o la figlia più di me non è degno di me" (Mt 10, 37). Gesú non chiede dunque di odiare i genitori o i figli, ma di non amarli fino al punto da rinunciare per essi a seguirlo.
Altro episodio che suscita sconcerto. Un giorno Gesú disse a uno: "Seguimi. E costui rispose: Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre". Gesù replicò: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio" (Lc 9, 59 s.). Apriti cielo! Certi critici qui si scatenano. Questa è una richiesta scandalosa, una disobbedienza a Dio che ordina di prendersi cura dei genitori, una violazione lampante dei doveri filiali!
Lo scandalo di questi critici è per noi una prova preziosa. Certe parole di Cristo non si spiegano finché lo si considera un semplice uomo, per quanto eccezionale. Solo Dio può chiedere che lo si ami più del padre e che, per seguirlo, si rinunci anche ad assistere alla sua sepoltura. Del resto, in una prospettiva di fede come quella di Cristo, cosa giovava di più al padre defunto: che suo figlio fosse a casa in quel momento a seppellire il suo corpo, o che seguisse l'inviato di quel Dio al quale la sua anima ora doveva presentarsi?
Ma forse la spiegazione in questo caso è più semplice ancora. Si sa che l'espressione: "Lasciami andare a seppellire mio padre" veniva usata a volte (come lo è anche oggi) per dire: lasciami andare ad assistere mio padre finché è vivo; quando morrà, lo seppellirò e poi ti seguirò". Gesú chiederebbe quindi solo di non rimandare a tempo indeterminato di rispondere alla sua chiamata. Tanti di noi religiosi, sacerdoti e suore, ci siamo trovati a dover fare la stessa scelta e spesso i genitori sono stati i più felici di questa nostra obbedienza.
Lo sconcerto di fronte a queste richieste di Gesú nasce in gran parte dal non tener conto della differenza tra ciò che egli chiedeva a tutti indistintamente e ciò che chiedeva soltanto ad alcuni chiamati a condividere la sua vita interamente dedicata al regno, come avviene anche oggi nella Chiesa
Ci sono altri detti di Gesú che si potrebbero esaminare. Qualcuno potrebbe perfino accusare Gesú di essere il responsabile delle proverbiali difficoltà di suocera e nuora ad andare d'accordo, perché ha detto: " Sono venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera" (Mt 10,35). Ma non è lui che separerà; sarà l'atteggiamento diverso che ognuno in famiglia prenderà nei suoi confronti che determinerà questa divisione. Un fatto che si verifica dolorosamente anche oggi in molte famiglie.
Tutti i dubbi sull'atteggiamento di Gesú verso la famiglia e il matrimonio cadono se teniamo conto di tutto il vangelo e non soltanto dei passi che fanno comodo. Gesú è più rigoroso di tutti circa l'indissolubilità del matrimonio, ribadisce con forza il comandamento di onorare il padre e la madre, fino a condannare la pratica di sottrarsi, con pretesti religiosi, al dovere di assisterli (cf. Mc 7, 11-13). Quanti miracoli Gesú compie proprio per venire incontro al dolore di padri (Giairo, il padre dell'epilettico), di madri (la Cananea, la vedova di Nain!), o di congiunti (le sorelle di Lazzaro), quindi per onorare i vincoli di parentela. Egli addirittura in più d'una occasione condivide il dolore di parenti fino a piangere con loro.
In un momento come l'attuale in cui tutto sembra congiurare per indebolire i vincoli e i valori della famiglia, ci mancherebbe solo che mettessimo contro di essa anche Gesú e il vangelo! Ma questa è una delle tante stranezze su Cristo che dobbiamo conoscere per non lasciarci impressionare quando sentiamo parlare di nuove scoperte sui vangeli. Gesú è venuto riportare il matrimonio alla sua bellezza originaria (cf. Mt 19, 4-9), per rafforzarlo, non per indebolirlo.
Ma adesso, come al solito, partendo da questo episodio, allarghiamo il nostro orizzonte, prendendo in esame l'atteggiamento di Cristo verso il matrimonio e la famiglia in tutto il vangelo. Tra le tante tesi strane avanzate su Gesú in anni recenti vi anche quella di un Gesù che avrebbe ripudiato la famiglia naturale e tutti i vincoli parentali, in nome dell'appartenenza a una comunità diversa, in cui Dio è il padre e i discepoli sono tutti fratelli e sorelle, e avrebbe proposto ai suoi una vita errante, come facevano a quel tempo, fuori di Israele, i filosofi cinici.
Effettivamente ci sono nei vangeli parole di Cristo sui legami familiari che a prima vista destano sconcerto. Gesú dice: " Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (Lc 14, 26). Parole dure, certamente, ma già l'evangelista Matteo si premura di spiegare il senso della parola odiare in questo caso: "Chi ama il padre e la madre…il figlio o la figlia più di me non è degno di me" (Mt 10, 37). Gesú non chiede dunque di odiare i genitori o i figli, ma di non amarli fino al punto da rinunciare per essi a seguirlo.
Altro episodio che suscita sconcerto. Un giorno Gesú disse a uno: "Seguimi. E costui rispose: Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre". Gesù replicò: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio" (Lc 9, 59 s.). Apriti cielo! Certi critici qui si scatenano. Questa è una richiesta scandalosa, una disobbedienza a Dio che ordina di prendersi cura dei genitori, una violazione lampante dei doveri filiali!
Lo scandalo di questi critici è per noi una prova preziosa. Certe parole di Cristo non si spiegano finché lo si considera un semplice uomo, per quanto eccezionale. Solo Dio può chiedere che lo si ami più del padre e che, per seguirlo, si rinunci anche ad assistere alla sua sepoltura. Del resto, in una prospettiva di fede come quella di Cristo, cosa giovava di più al padre defunto: che suo figlio fosse a casa in quel momento a seppellire il suo corpo, o che seguisse l'inviato di quel Dio al quale la sua anima ora doveva presentarsi?
Ma forse la spiegazione in questo caso è più semplice ancora. Si sa che l'espressione: "Lasciami andare a seppellire mio padre" veniva usata a volte (come lo è anche oggi) per dire: lasciami andare ad assistere mio padre finché è vivo; quando morrà, lo seppellirò e poi ti seguirò". Gesú chiederebbe quindi solo di non rimandare a tempo indeterminato di rispondere alla sua chiamata. Tanti di noi religiosi, sacerdoti e suore, ci siamo trovati a dover fare la stessa scelta e spesso i genitori sono stati i più felici di questa nostra obbedienza.
Lo sconcerto di fronte a queste richieste di Gesú nasce in gran parte dal non tener conto della differenza tra ciò che egli chiedeva a tutti indistintamente e ciò che chiedeva soltanto ad alcuni chiamati a condividere la sua vita interamente dedicata al regno, come avviene anche oggi nella Chiesa
Ci sono altri detti di Gesú che si potrebbero esaminare. Qualcuno potrebbe perfino accusare Gesú di essere il responsabile delle proverbiali difficoltà di suocera e nuora ad andare d'accordo, perché ha detto: " Sono venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera" (Mt 10,35). Ma non è lui che separerà; sarà l'atteggiamento diverso che ognuno in famiglia prenderà nei suoi confronti che determinerà questa divisione. Un fatto che si verifica dolorosamente anche oggi in molte famiglie.
Tutti i dubbi sull'atteggiamento di Gesú verso la famiglia e il matrimonio cadono se teniamo conto di tutto il vangelo e non soltanto dei passi che fanno comodo. Gesú è più rigoroso di tutti circa l'indissolubilità del matrimonio, ribadisce con forza il comandamento di onorare il padre e la madre, fino a condannare la pratica di sottrarsi, con pretesti religiosi, al dovere di assisterli (cf. Mc 7, 11-13). Quanti miracoli Gesú compie proprio per venire incontro al dolore di padri (Giairo, il padre dell'epilettico), di madri (la Cananea, la vedova di Nain!), o di congiunti (le sorelle di Lazzaro), quindi per onorare i vincoli di parentela. Egli addirittura in più d'una occasione condivide il dolore di parenti fino a piangere con loro.
In un momento come l'attuale in cui tutto sembra congiurare per indebolire i vincoli e i valori della famiglia, ci mancherebbe solo che mettessimo contro di essa anche Gesú e il vangelo! Ma questa è una delle tante stranezze su Cristo che dobbiamo conoscere per non lasciarci impressionare quando sentiamo parlare di nuove scoperte sui vangeli. Gesú è venuto riportare il matrimonio alla sua bellezza originaria (cf. Mt 19, 4-9), per rafforzarlo, non per indebolirlo.
COMMENTI PATRISTICI
V Domenica del Tempo di Quaresima (Anno C).
S. Beda il Venerabile
Con tanto maggiore impegno dobbiamo considerare questa lettura del Vangelo, fratelli carissimi, e tenerla sempre a mente, quanto più grande ci presenta la grazia del nostro Creatore. Ecco infatti che quando gli empi accusatori gli portarono innanzi la donna peccatrice, egli non comandò di lapidarla secondo la Legge, ma disse che gli stessi accusatori prima esaminassero se stessi e poi esprimessero il giudizio sulla peccatrice, perché dalla considerazione della propria fragilità comprendessero di quanta misericordia dovessero avere degli altri. ... Ben a ragione dunque il testo dice che quando Gesù sedutosi insegnava, tutto il popolo venne a lui, perché dopo che con l’umiltà della sua incarnazione egli si avvicinò agli uomini, furono molti che accolsero volentieri le sue parole, ma furono di più a disprezzarle con empia superbia. Ascoltarono infatti i mansueti e si rallegrarono magnificando il Signore col salmista ed esaltando a gara il suo nome (cfr. Sal 33, 3-4). Ascoltarono gli invidiosi e furono confutati, ma non si pentirono, lo tentarono, lo derisero, stridettero contro di lui con i loro denti (cfr. Sal 34, 16). Infatti proprio per tentarlo portarono a lui la donna sorpresa in adulterio e gli chiesero che cosa comandasse di fare di lei, dato che Mosè aveva comandato di lapidare una tale: se anch’egli avesse detto di lapidarla, lo avrebbero deriso in quanto si dimenticava della misericordia che aveva sempre insegnato; se invece avesse vietato di lapidarla, si sarebbero scagliati contro di lui e lo avrebbero condannato giustamente, secondo loro, in quanto promotore di scelleratezza e avverso alla Legge. Ma non sia mai che la stoltezza terrena trovi che dire e la sapienza divina non abbia come rispondere; non sia mai che la cieca empietà impedisca al sole di giustizia di risplendere al mondo.
Gesù allora inchinatosi scriveva a terra col dito. L’inchinarsi di Gesù esprime l’umiltà; il dito, che è flessibile per le articolazioni, la sottigliezza del discernimento; la terra indica il cuore degli uomini che rende frutti sia di buone che di cattive azioni. Il Signore, richiesto di giudicare la peccatrice, non dà subito il giudizio, ma prima chinatosi scrive a terra col dito; finalmente, richiesto con insistenza, giudica proprio noi in quanto ci ammonisce simbolicamente che, quando vediamo qualcosa di sbagliato nel prossimo, non dobbiamo giudicarlo sfavorevolmente, se prima non abbiamo esaminato con umiltà e discolpato con accurata valutazione la nostra coscienza, se prima non abbiamo attentamente esaminato ciò che in essa piace o non piace al nostro Creatore, secondo le parole dell’apostolo: Fratelli, se l’uno viene sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali, correggetelo con spirito di dolcezza, e bada bene a te stesso perché anche tu puoi essere tentato (Gal 6, 1).
... Vuoi apprendere la misura della pietà? Chi di voi è senza peccato. Vuoi apprendere la giustizia del giudizio? Scagli la prima pietra. Se Mosè vi ha ordinato di lapidare una donna di tal genere, lo ha comandato ai giusti e non ai peccatori. Perciò realizzate prima voi la giustizia della Legge e poi con mani innocenti e cuore puro correte a lapidare la colpevole. Realizzate prima le opere spirituali della Legge, fede, misericordia e carità, e poi volgetevi a giudicare le cose della carne.
Espresso il suo giudizio, il Signore chinatosi di nuovo scriveva sulla terra. ... Nel chinarsi a scrivere in terra prima e dopo la sentenza, egli ci fa capire che sia prima di punire uno che incorre nel peccato sia dopo averlo meritatamente punito, dobbiamo esaminare umilmente noi stessi se per avventura non fossimo incorsi nelle stesse malefatte che riprendiamo in quello o in altri. Accade più volte, per esempio, che quelli che giudicano un omicida colto in flagrante non hanno coscienza di essere essi stessi interiormente devastati dall’odio in modo ancora peggiore; quelli che accusano l’adultero non si accorgono della peste della superbia, per cui inorgogliscono della loro castità; quelli che condannano l’ubriaco non scorgono il veleno dell’invidia dal quale sono consunti. Ma allora per sfuggire a questi pericoli, che ci resta da fare se non, a vedere un altro che pecca, volgere lo sguardo in basso, cioè considerare umilmente quanto in basso siamo gettati dalla condizione della nostra fragilità, se non ci sorregge la divina pietà? ... Possiamo anche interpretare rettamente che il Signore, sul punto di concedere il perdono alla peccatrice, volle scrivere a terra, per far vedere che egli era colui che aveva scritto sulla pietra il decalogo della Legge col suo dito, cioè con l’opera dello Spirito Santo. E se a ragione era stata scritta sulla pietra la Legge, che era data per domare il cuore di un popolo duro e contumace, a ragione scrive in terra il Signore, sul punto di dare la grazia del perdono ai contriti e agli umili di cuore in modo che potessero portare frutto di salvezza. Ben a ragione chinatosi scrive a terra col dito egli che, apparso una volta in alto sul monte, aveva scritto sulla pietra, perché in virtù dell’umiliazione dell’umanità assunta infonde nel fertile cuore dei fedeli lo spirito della grazia egli che, apparendo in alto in figura di angelo, aveva dato duri precetti a quel popolo che allora era duro di cuore. Ben a ragione, dopo essersi chinato a scrivere in terra, pronuncia eretto parole di misericordia, egli che, per la partecipazione all’umana debolezza, ha promesso il dono della pietà agli uomini e lo ha elargito con l’efficacia della divina potenza.
Alzatosi Gesù le chiese: "Dove sono donna quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?". Ella rispose: "Nessuno, Signore". Nessuno osò condannare la peccatrice, poiché ognuno cominciò a riconoscere in sé ciò che meritava condanna anche maggiore. Ma colui che aveva messo in fuga la folla degli accusatori presentando il peso della giustizia, vediamo con quanta misericordia conforti l’accusata.
Segue: Gesù le disse: "Neppure io ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più". Si adempì così la parola del salmista, che a lode del Signore aveva cantato: Procedi con prosperità e regna con virtù, mansuetudine e giustizia e la tua destra ti guiderà mirabilmente (Sal 44, 5). Il Signore regna con verità perché, predicando alle folle dei credenti la gloria del suo regno, apre al mondo la via della verità. Regna con mansuetudine e giustizia perché molti si sottomettono al suo regno, conoscendolo mansueto nel liberare dai peccati quelli che si pentono e giusto nel condannare i contumaci nel peccato, mansueto nell’elargire la grazia della fede e delle virtù celesti, giusto nel rendere ricompensa perpetua per la lotta della fede e delle virtù celesti. Lo ha condotto mirabilmente la sua destra, perché Dio, abitando nell’uomo, lo ha fatto apparire mirabile in tutto quello che faceva e insegnava, tale che eludeva sempre le insidie che gli astuti nemici potevano escogitare.
Neppure io, disse, ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più. Poiché pio e misericordioso rimette i peccati passati, poiché è giusto e ha amato la giustizia, le vieta di peccare ancora.
Il Signore ha detto: Amate i vostri nemici. Vuoi essere saziato dei beni divini? Deve essere in te stesso saziata la misericordia. La misericordia veramente completa è la misericordia perfetta, quella che ama e vuol bene anche a chi nutre odio per essa. Che farò allora, tu dici? Se comincio ad amare il mio nemico, dovrò riceverne e sopportarne le ingiurie e rinuncerò a reclamare il mio diritto, anche ci sono le leggi? È giusto che tu abbia a reclamare, concedo che è giusto, ma bada che non ci sia qualcosa in te stesso che meriti di essere colpito, e poi reclama il tuo diritto. Tu infatti, nel chiederti: dovrò forse rinunciare al mio diritto? parli come se Dio condanni la giustizia del reclamo e non voglia piuttosto distruggere la superbia di chi lo promuove.
O forse la famosa adultera non meritava di essere lapidata? E se veniva lapidata sarebbe stata questa un’azione ingiusta? In questo caso sarebbe stato ingiusto il relativo comando. Ma era la legge, era Dio che aveva dato tale comando. Voi invece che volete vendicarvi, chiedetevi se non siate voi stessi peccatori! Fu condotta al Signore una donna adultera che secondo la legge doveva essere lapidata, fu condotta all’autore stesso della legge. E tu che l’hai condotta, infierisci contro di lei. Chiediti piuttosto chi sei tu che e contro chi infierisci; se peccatore ti avventi contro una peccatrice smetti di infierire e confessa prima il tuo peccato; se peccatore ti avventi contro una peccatrice, lasciala stare. Solo il Signore sa che pensare di lei, quale giudizio farne, come perdonarla, come risanarla! Tu infierisci appellandoti alla legge? Sa meglio di te cosa di lei debba fare l’autore di quella legge, alla quale ti appelli!
Il Signore, fin dal momento in cui gli fu presentata la donna, piegò il capo e si mise a scrivere per terra. Scrisse appunto per terra quando si piegò verso terra; ma prima di piegarsi verso terra, non scrisse sulla terra, bensì sulla pietra. E certo la terra avrebbe prodotto qualcosa di fruttuoso per le lettere in essa scritte dal Signore. Egli, come aveva scritto la legge sulla pietra per significare la durezza dei Giudei, così si mise a scrivere per terra per significare il buon frutto dei Cristiani. Vennero dunque gli accusatori da lui, portando l’adultera come flutti che si abbattono tempestosi contro la roccia, ma furono schiacciati dalla sua risposta. Egli infatti disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Poi di nuovo piegò il capo e riprese a scrivere per terra. E pian piano ognuno interrogando la propria coscienza, cominciò a sparire. Ad allontanare quegli uomini non fu la povera donna adultera, ma la loro adulterata coscienza. Essi volevano farne vendetta, ambivano di giudicarla: vennero alla Roccia e furono inghiottiti presso la roccia i loro giudizi.
Con tanto maggiore impegno dobbiamo considerare questa lettura del Vangelo, fratelli carissimi, e tenerla sempre a mente, quanto più grande ci presenta la grazia del nostro Creatore. Ecco infatti che quando gli empi accusatori gli portarono innanzi la donna peccatrice, egli non comandò di lapidarla secondo la Legge, ma disse che gli stessi accusatori prima esaminassero se stessi e poi esprimessero il giudizio sulla peccatrice, perché dalla considerazione della propria fragilità comprendessero di quanta misericordia dovessero avere degli altri. ... Ben a ragione dunque il testo dice che quando Gesù sedutosi insegnava, tutto il popolo venne a lui, perché dopo che con l’umiltà della sua incarnazione egli si avvicinò agli uomini, furono molti che accolsero volentieri le sue parole, ma furono di più a disprezzarle con empia superbia. Ascoltarono infatti i mansueti e si rallegrarono magnificando il Signore col salmista ed esaltando a gara il suo nome (cfr. Sal 33, 3-4). Ascoltarono gli invidiosi e furono confutati, ma non si pentirono, lo tentarono, lo derisero, stridettero contro di lui con i loro denti (cfr. Sal 34, 16). Infatti proprio per tentarlo portarono a lui la donna sorpresa in adulterio e gli chiesero che cosa comandasse di fare di lei, dato che Mosè aveva comandato di lapidare una tale: se anch’egli avesse detto di lapidarla, lo avrebbero deriso in quanto si dimenticava della misericordia che aveva sempre insegnato; se invece avesse vietato di lapidarla, si sarebbero scagliati contro di lui e lo avrebbero condannato giustamente, secondo loro, in quanto promotore di scelleratezza e avverso alla Legge. Ma non sia mai che la stoltezza terrena trovi che dire e la sapienza divina non abbia come rispondere; non sia mai che la cieca empietà impedisca al sole di giustizia di risplendere al mondo.
Gesù allora inchinatosi scriveva a terra col dito. L’inchinarsi di Gesù esprime l’umiltà; il dito, che è flessibile per le articolazioni, la sottigliezza del discernimento; la terra indica il cuore degli uomini che rende frutti sia di buone che di cattive azioni. Il Signore, richiesto di giudicare la peccatrice, non dà subito il giudizio, ma prima chinatosi scrive a terra col dito; finalmente, richiesto con insistenza, giudica proprio noi in quanto ci ammonisce simbolicamente che, quando vediamo qualcosa di sbagliato nel prossimo, non dobbiamo giudicarlo sfavorevolmente, se prima non abbiamo esaminato con umiltà e discolpato con accurata valutazione la nostra coscienza, se prima non abbiamo attentamente esaminato ciò che in essa piace o non piace al nostro Creatore, secondo le parole dell’apostolo: Fratelli, se l’uno viene sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali, correggetelo con spirito di dolcezza, e bada bene a te stesso perché anche tu puoi essere tentato (Gal 6, 1).
... Vuoi apprendere la misura della pietà? Chi di voi è senza peccato. Vuoi apprendere la giustizia del giudizio? Scagli la prima pietra. Se Mosè vi ha ordinato di lapidare una donna di tal genere, lo ha comandato ai giusti e non ai peccatori. Perciò realizzate prima voi la giustizia della Legge e poi con mani innocenti e cuore puro correte a lapidare la colpevole. Realizzate prima le opere spirituali della Legge, fede, misericordia e carità, e poi volgetevi a giudicare le cose della carne.
Espresso il suo giudizio, il Signore chinatosi di nuovo scriveva sulla terra. ... Nel chinarsi a scrivere in terra prima e dopo la sentenza, egli ci fa capire che sia prima di punire uno che incorre nel peccato sia dopo averlo meritatamente punito, dobbiamo esaminare umilmente noi stessi se per avventura non fossimo incorsi nelle stesse malefatte che riprendiamo in quello o in altri. Accade più volte, per esempio, che quelli che giudicano un omicida colto in flagrante non hanno coscienza di essere essi stessi interiormente devastati dall’odio in modo ancora peggiore; quelli che accusano l’adultero non si accorgono della peste della superbia, per cui inorgogliscono della loro castità; quelli che condannano l’ubriaco non scorgono il veleno dell’invidia dal quale sono consunti. Ma allora per sfuggire a questi pericoli, che ci resta da fare se non, a vedere un altro che pecca, volgere lo sguardo in basso, cioè considerare umilmente quanto in basso siamo gettati dalla condizione della nostra fragilità, se non ci sorregge la divina pietà? ... Possiamo anche interpretare rettamente che il Signore, sul punto di concedere il perdono alla peccatrice, volle scrivere a terra, per far vedere che egli era colui che aveva scritto sulla pietra il decalogo della Legge col suo dito, cioè con l’opera dello Spirito Santo. E se a ragione era stata scritta sulla pietra la Legge, che era data per domare il cuore di un popolo duro e contumace, a ragione scrive in terra il Signore, sul punto di dare la grazia del perdono ai contriti e agli umili di cuore in modo che potessero portare frutto di salvezza. Ben a ragione chinatosi scrive a terra col dito egli che, apparso una volta in alto sul monte, aveva scritto sulla pietra, perché in virtù dell’umiliazione dell’umanità assunta infonde nel fertile cuore dei fedeli lo spirito della grazia egli che, apparendo in alto in figura di angelo, aveva dato duri precetti a quel popolo che allora era duro di cuore. Ben a ragione, dopo essersi chinato a scrivere in terra, pronuncia eretto parole di misericordia, egli che, per la partecipazione all’umana debolezza, ha promesso il dono della pietà agli uomini e lo ha elargito con l’efficacia della divina potenza.
Alzatosi Gesù le chiese: "Dove sono donna quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?". Ella rispose: "Nessuno, Signore". Nessuno osò condannare la peccatrice, poiché ognuno cominciò a riconoscere in sé ciò che meritava condanna anche maggiore. Ma colui che aveva messo in fuga la folla degli accusatori presentando il peso della giustizia, vediamo con quanta misericordia conforti l’accusata.
Segue: Gesù le disse: "Neppure io ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più". Si adempì così la parola del salmista, che a lode del Signore aveva cantato: Procedi con prosperità e regna con virtù, mansuetudine e giustizia e la tua destra ti guiderà mirabilmente (Sal 44, 5). Il Signore regna con verità perché, predicando alle folle dei credenti la gloria del suo regno, apre al mondo la via della verità. Regna con mansuetudine e giustizia perché molti si sottomettono al suo regno, conoscendolo mansueto nel liberare dai peccati quelli che si pentono e giusto nel condannare i contumaci nel peccato, mansueto nell’elargire la grazia della fede e delle virtù celesti, giusto nel rendere ricompensa perpetua per la lotta della fede e delle virtù celesti. Lo ha condotto mirabilmente la sua destra, perché Dio, abitando nell’uomo, lo ha fatto apparire mirabile in tutto quello che faceva e insegnava, tale che eludeva sempre le insidie che gli astuti nemici potevano escogitare.
Neppure io, disse, ti condannerò; va’ e d’ora in poi non peccare più. Poiché pio e misericordioso rimette i peccati passati, poiché è giusto e ha amato la giustizia, le vieta di peccare ancora.
(Dall’Omelia I, 25)
S. AgostinoIl Signore ha detto: Amate i vostri nemici. Vuoi essere saziato dei beni divini? Deve essere in te stesso saziata la misericordia. La misericordia veramente completa è la misericordia perfetta, quella che ama e vuol bene anche a chi nutre odio per essa. Che farò allora, tu dici? Se comincio ad amare il mio nemico, dovrò riceverne e sopportarne le ingiurie e rinuncerò a reclamare il mio diritto, anche ci sono le leggi? È giusto che tu abbia a reclamare, concedo che è giusto, ma bada che non ci sia qualcosa in te stesso che meriti di essere colpito, e poi reclama il tuo diritto. Tu infatti, nel chiederti: dovrò forse rinunciare al mio diritto? parli come se Dio condanni la giustizia del reclamo e non voglia piuttosto distruggere la superbia di chi lo promuove.
O forse la famosa adultera non meritava di essere lapidata? E se veniva lapidata sarebbe stata questa un’azione ingiusta? In questo caso sarebbe stato ingiusto il relativo comando. Ma era la legge, era Dio che aveva dato tale comando. Voi invece che volete vendicarvi, chiedetevi se non siate voi stessi peccatori! Fu condotta al Signore una donna adultera che secondo la legge doveva essere lapidata, fu condotta all’autore stesso della legge. E tu che l’hai condotta, infierisci contro di lei. Chiediti piuttosto chi sei tu che e contro chi infierisci; se peccatore ti avventi contro una peccatrice smetti di infierire e confessa prima il tuo peccato; se peccatore ti avventi contro una peccatrice, lasciala stare. Solo il Signore sa che pensare di lei, quale giudizio farne, come perdonarla, come risanarla! Tu infierisci appellandoti alla legge? Sa meglio di te cosa di lei debba fare l’autore di quella legge, alla quale ti appelli!
Il Signore, fin dal momento in cui gli fu presentata la donna, piegò il capo e si mise a scrivere per terra. Scrisse appunto per terra quando si piegò verso terra; ma prima di piegarsi verso terra, non scrisse sulla terra, bensì sulla pietra. E certo la terra avrebbe prodotto qualcosa di fruttuoso per le lettere in essa scritte dal Signore. Egli, come aveva scritto la legge sulla pietra per significare la durezza dei Giudei, così si mise a scrivere per terra per significare il buon frutto dei Cristiani. Vennero dunque gli accusatori da lui, portando l’adultera come flutti che si abbattono tempestosi contro la roccia, ma furono schiacciati dalla sua risposta. Egli infatti disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Poi di nuovo piegò il capo e riprese a scrivere per terra. E pian piano ognuno interrogando la propria coscienza, cominciò a sparire. Ad allontanare quegli uomini non fu la povera donna adultera, ma la loro adulterata coscienza. Essi volevano farne vendetta, ambivano di giudicarla: vennero alla Roccia e furono inghiottiti presso la roccia i loro giudizi.
(Dall’Esposizione sul Salmo 102, 10)
S. Agostino. La donna adultera.
OMELIA 33
Il Signore ha condannato il peccato, non l'uomo. Bisogna tenerne conto per non separare, nel Signore, la verità dalla bontà. Il Signore è buono e retto. Amalo perché è buono, temilo perché è retto.
1. La vostra Carità ricorda che nel precedente discorso, prendendo spunto dal brano evangelico, vi abbiamo parlato dello Spirito Santo. Il Signore aveva invitato i credenti in lui a bere lo Spirito Santo, parlando in mezzo a coloro che avevano intenzione di prenderlo e volevano ucciderlo, ma non ci riuscivano perché egli ancora non voleva. Appena ebbe detto queste cose, nacque tra la folla un forte dissenso intorno a lui. Alcuni sostenevano che egli era il Cristo, mentre altri facevano osservare che il Cristo non poteva venire dalla Galilea. Coloro poi che erano stati mandati ad arrestarlo, ritornarono con le mani pulite e pieni di ammirazione per lui. Resero, anzi, testimonianza alla sua divina dottrina, quando alla domanda di quelli che li avevano mandati: Perché non lo avete condotto?, essi risposero: Nessun uomo ha mai parlato come parla costui. Egli infatti aveva parlato così perché era Dio e uomo. Tuttavia i farisei, rifiutando la testimonianza delle guardie, replicarono: Anche voi siete stati sedotti? Vediamo infatti che vi siete deliziati dei suoi discorsi. C'è forse alcuno dei capi o dei farisei che gli abbia creduto? Ma questa gentaglia, che non conosce la legge, è maledetta! (Gv 7, 45-49). Quelli che non conoscevano la legge, credevano in colui che aveva dato la legge; egli invece veniva disprezzato da quelli che insegnavano la legge, affinché si adempisse ciò che il Signore stesso aveva detto: Io sono venuto perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9, 39). Ciechi infatti son diventati i dottori farisei, mentre sono stati illuminati i popoli che non conoscevano la legge, ma che hanno creduto nell'autore della legge.
2. Tuttavia uno dei farisei, Nicodemo - quello che si era recato da Gesù di notte, e che probabilmente non era incredulo ma soltanto timido, e perciò si era avvicinato alla luce di notte, perché voleva essere illuminato pur avendo paura di essere riconosciuto -,rispose ai Giudei: La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa? Perversi com'erano, volevano condannarlo prima di conoscerlo. Nicodemo infatti sapeva, o almeno era persuaso, che se essi avessero avuto soltanto la pazienza di ascoltarlo, probabilmente avrebbero fatto come quelli che, mandati per arrestarlo, avevano preferito credere in lui. Gli risposero, seguendo i pregiudizi del loro animo: Saresti anche tu galileo? Cioè, anche tu sei stato sedotto dal Galileo? Il Signore infatti era chiamato Galileo, perché i suoi genitori erano di Nazaret. Ho detto genitori riferendomi a Maria, non al padre: Gesù ha cercato in terra solo una madre, poiché aveva già in cielo il Padre. La sua nascita infatti fu mirabile in ambedue i sensi: divina senza madre e umana senza padre. E cosa dissero quei sedicenti dottori della legge a Nicodemo? Studia le Scritture, e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea. Ma il Signore dei profeti era sorto proprio dalla Galilea. E ciascuno - nota l'evangelista - tornò a casa sua(Gv 7, 50-53).
3. Gesù, poi, se ne andò al monte degli Ulivi, al monte dei frutti, al monte dell'olio, al monte dell'unzione. Poteva trovare, il Cristo, per insegnare, luogo più adatto del monte degli Ulivi? Il nome Cristo infatti viene dalla parola greca chrisma, che tradotto significa "unzione". Egli infatti ci ha unti per fare di noi dei lottatori contro il diavolo. All'alba, però, era di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, seduto, insegnava ad essi (Gv 8, 1-2). E nessuno poteva prenderlo perché non era ancora giunta l'ora della sua passione.
[Verità, bontà e giustizia.]
4. Osservate ora fino a che punto i suoi nemici misero alla prova la mansuetudine del Signore. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidarle queste tali. Tu che cosa dici? Questo dicevano per metterlo alla prova, onde avere di che accusarlo (Gv 8, 3-6). Accusarlo di che? Forse che avevano sorpreso pure lui in qualche delitto, oppure si poteva dire che quella donna aveva avuto a che fare con lui? In che senso allora essi volevano metterlo alla prova, per avere di che accusarlo? Abbiamo modo di ammirare, o fratelli, la straordinaria mansuetudine del Signore. Anche i suoi avversari fecero esperienza della sua grande mitezza, della sua mirabile mansuetudine, secondo quanto di lui era stato predetto: Cingiti la spada al fianco, potentissimo; e maestoso t'avanza, cavalca, per la causa della verità e della mansuetudine e della giustizia (Sal 44, 4-5). Egli ci ha apportato la verità come dottore, la mansuetudine come liberatore, la giustizia come giudice. Per questo il profeta aveva predetto che il suo regno sarebbe stato totalmente sotto l'influsso dello Spirito Santo. Quando parlava, trionfava la verità; quando non reagiva agli attacchi dei nemici, risaltava la mansuetudine. E siccome i suoi nemici, per invidia e per rabbia, non riuscivano a perdonargli né la verità né la mansuetudine, inscenarono uno scandalo per la terza cosa, cioè per la giustizia. Che cosa fecero? Siccome la legge ordinava che gli adulteri fossero lapidati, e ovviamente la legge non poteva ordinare una cosa ingiusta, chiunque sostenesse una cosa diversa da ciò che la legge ordinava, si doveva considerare ingiusto. Si dissero dunque: Egli si è considerato amico della verità e passa per mansueto; dobbiamo imbastirgli uno scandalo sulla giustizia; presentiamogli una donna sorpresa in adulterio, ricordiamogli cosa stabilisce in simili casi la legge. Se egli ordinerà che venga lapidata, non darà prova di mansuetudine; se deciderà che venga rilasciata, non salverà la giustizia. Ma per non smentire la fama di mansuetudine che si è creata in mezzo al popolo, certamente - essi pensavano - dirà che dobbiamo lasciarla andare. Così noi avremo di che accusarlo, e, dichiarandolo colpevole di aver violato la legge, potremo dirgli: sei nemico della legge, devi rispondere di fronte a Mosè, anzi, di fronte a colui che per mezzo di Mosè ci ha dato la legge; sei reo di morte e devi essere lapidato anche tu assieme a quella. Con tali parole e proposito, s'infiammava l'invidia, ardeva il desiderio di accusarlo, si eccitava la voglia di condannarlo. Ma tutto questo contro chi? Era la perversità che tramava contro la rettitudine, la falsità contro la verità, il cuore corrotto contro il cuore retto, la stoltezza contro la sapienza. Ma come gli avrebbero potuto preparare dei lacci in cui non sarebbero essi stessi caduti per primi? Il Signore, infatti, risponde in modo tale da salvare la giustizia senza smentire la mansuetudine. Non cade nella trappola che gli è stata tesa, ci cadono invece quegli stessi che l'hanno tesa: gli è che non credevano in colui che li avrebbe potuti liberare da ogni laccio.
[La miseria e la misericordia.]
5. Cosa rispose dunque il Signore Gesù? Cosa rispose la verità? Cosa rispose la sapienza? Cosa rispose la stessa giustizia contro la quale era diretta la calunnia? Non disse: Non sia lapidata! Si sarebbe messo contro la legge. Ma si guarda bene anche dal dire: Sia lapidata! Egli era venuto, non a perdere ciò che aveva trovato, ma a cercare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10). Cosa rispose dunque? Guardate che risposta piena di giustizia, e insieme piena di mansuetudine e di verità! Chi di voi è senza peccato - dice - scagli per primo una pietra contro di lei (Gv 8, 7). O risposta della Sapienza! Come li costrinse a rientrare subito in se stessi! Essi stavano fuori intenti a calunniare gli altri, invece di scrutare profondamente se stessi. Si interessavano dell'adultera, e intanto perdevano di vista se stessi. Prevaricatori della legge, esigevano l'osservanza della legge ricorrendo alla calunnia, non sinceramente, come fa chi condanna l'adulterio con l'esempio della castità. Avete sentito, o Giudei, avete sentito, farisei e voi, dottori della legge, avete sentito tutti la risposta del custode della legge, ma non avete ancora capito che egli è il legislatore. Che altro vuol farvi capire, scrivendo in terra col dito? La legge, infatti, fu scritta col dito di Dio, e fu scritta sulla pietra per significare la durezza dei loro cuori (cf. Es 31, 18). Ed ora il Signore scriveva in terra, perché cercava il frutto. Avete dunque sentito il verdetto? Ebbene, si applichi la legge, si lapidi l'adultera! E' giusto, però, che la legge della lapidazione venga eseguita da chi dev'essere a sua volta colpito? Ciascuno di voi esamini se stesso, rientri in se stesso, si presenti al tribunale della sua anima, si costituisca davanti alla propria coscienza, costringa se stesso alla confessione. Egli sa chi è, poiché nessun uomo conosce le cose proprie dell'uomo, fuorché lo spirito dell'uomo che è in lui (cf 1 Cor 2, 11). Ciascuno, rivolgendo in sé lo sguardo, si scopre peccatore. Proprio così. Quindi, o voi lasciate andare questa donna, o insieme con lei subite la pena della legge. Se dicesse: Non lapidate l'adultera! verrebbe accusato come ingiusto; se dicesse: Lapidatela! non si mostrerebbe mansueto. Ascoltiamo la sentenza di colui che è mansueto ed è giusto: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei. Questa è la voce della giustizia: Si punisca la peccatrice, ma non ad opera dei peccatori; si adempia la legge, ma non ad opera dei prevaricatori della legge. Decisamente, questa è la voce della giustizia. E quelli, colpiti da essa come da una freccia poderosa, guardandosi e trovandosi colpevoli, uno dopo l'altro, tutti si ritirarono (Gv 8, 9). Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia. E il Signore, dopo averli colpiti con la freccia della giustizia, non si fermò a vederli cadere, ma, distolto lo sguardo da essi, si rimise a scrivere in terra col dito (Gv 8, 8).
6. Quella donna era dunque rimasta sola, poiché tutti se ne erano andati. Gesù levò gli occhi verso di lei. Abbiamo sentito la voce della giustizia, sentiamo ora la voce della mansuetudine. Credo che più degli altri fosse rimasta colpita e atterrita da quelle parole che aveva sentito dal Signore: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei. Quelli, badando ai fatti loro e con la loro stessa partenza confessandosi rei, avevano abbandonato la donna col suo grande peccato a colui che era senza peccato. E poiché essa aveva sentito quelle parole: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei, si aspettava di essere colpita da colui nel quale non si poteva trovar peccato. Ma egli, che aveva respinto gli avversari di lei con la voce della giustizia, alzando verso di lei gli occhi della mansuetudine, le chiese: Nessuno ti ha condannato? Ella rispose: Nessuno, Signore.Ed egli: Neppure io ti condanno, neppure io, dal quale forse hai temuto di esser condannata, non avendo trovato in me alcun peccato. Neppure io ti condanno. Come, Signore? Tu favorisci dunque il peccato? Assolutamente no. Ascoltate ciò che segue: Va' e d'ora innanzi non peccare più (Gv 8, 10-11). Il Signore, quindi, condanna il peccato, ma non l'uomo. Poiché se egli fosse fautore del peccato, direbbe: neppure io ti condanno; va', vivi come ti pare, sulla mia assoluzione potrai sempre contare; qualunque sia il tuo peccato, io ti libererò da ogni pena della geenna e dalle torture dell'inferno. Ma non disse così.
7. Ne tengano conto coloro che amano nel Signore la mansuetudine, e temano la verità. Infatti dolce e retto è il Signore (Sal 24, 8). Se lo ami perché è dolce, devi temerlo perché è retto. In quanto è mansueto dice: Ho taciuto; ma in quanto è giusto aggiunge:Forse che sempre tacerò? (Is 42, 14 sec. LXX). Il Signore è misericordioso e benigno. Certamente. Aggiungi: longanime, e ancora:molto misericordioso, ma tieni conto anche di ciò che è detto alla fine del testo scritturale, cioè verace (Sal 85, 15). Allora infatti giudicherà quanti l'avranno disprezzato, egli che adesso sopporta i peccatori. Forse che disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza, della sua longanimità, non comprendendo che questa bontà di Dio ti spinge solo al pentimento? Con la tua ostinatezza e con il tuo cuore impenitente accumuli sul tuo capo l'ira per il giorno dell'ira, quando si manifesterà il giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere (Rm 2, 4-6). Il Signore è mansueto, il Signore è longanime, è misericordioso; ma è anche giusto, è anche verace. Ti dà il tempo di correggerti; ma tu fai assegnamento su questa dilazione, senza impegnarti a correggerti. Ieri sei stato cattivo? oggi sii buono. Anche oggi sei caduto nel male? almeno domani cambia. Tu invece rimandi sempre e ti riprometti moltissimo dalla misericordia di Dio, come se colui che ti ha promesso il perdono in cambio del pentimento, ti avesse anche promesso una vita molto lunga. Che ne sai cosa ti porterà il domani? Giustamente dici in cuor tuo: quando mi correggerò, Dio mi perdonerà tutti i peccati. Non possiamo certo negare che Dio ha promesso il perdono a chi si corregge e si converte; è vero, puoi citarmi una profezia secondo cui Dio ha promesso il perdono a chi si corregge; non puoi, però, citarmi una profezia secondo cui Dio ti ha promesso una vita lunga.
[Tra la speranza e la disperazione.]
8. Gli uomini corrono due pericoli contrari, ai quali corrispondono due opposti sentimenti: quello della speranza e quello della disperazione. Chi è che s'inganna sperando? chi dice: Dio è buono e misericordioso, perciò posso fare ciò che mi pare e piace, posso lasciare le briglie sciolte alle mie cupidigie, posso soddisfare tutti i miei desideri; e questo perché? perché Dio è misericordioso, buono e mansueto. Costoro sono in pericolo per abuso di speranza. Per disperazione, invece, sono in pericolo quelli che essendo caduti in gravi peccati, pensano che non potranno più essere perdonati anche se pentiti, e, considerandosi ormai destinati alla dannazione, dicono tra sé: ormai siamo dannati, perché non facciamo quel che ci pare? E' la psicologia dei gladiatori destinati alla morte. Ecco perché i disperati sono pericolosi: non hanno più niente da perdere, e perciò debbono essere vigilati. La disperazione li uccide, così come la presunzione uccide gli altri. L'animo fluttua tra la presunzione e la disperazione. Devi temere di essere ucciso dalla presunzione: devi temere, cioè, che contando unicamente sulla misericordia di Dio, tu non abbia ad incorrere nella condanna; altrettanto devi temere che non ti uccida la disperazione; che temendo, cioè, di non poter ottenere il perdono delle gravi colpe commesse, non ti penti e così incorri nel giudizio della Sapienza che dice: anch'io, a mia volta, godrò della vostra sventura (Prv 1, 26). Come si comporta il Signore con quelli che sono minacciati dall'uno o dall'altro male? A quanti rischiano di cadere nella falsa speranza dice: Non tardare a convertirti al Signore, né differire di giorno in giorno; perché d'un tratto scoppia la collera di lui, e nel giorno del castigo tu sei spacciato (Sir 5, 8-9). A quanti sono tentati di cadere nella disperazione cosa dice? In qualunque momento l'iniquo si convertirà, dimenticherò tutte le sue iniquità (cf. Ez 18, 21-22 27). A coloro dunque che sono in pericolo per disperazione, egli offre il porto del perdono; per coloro che sono insidiati dalla falsa speranza e si illudono con i rinvii, rende incerto il giorno della morte. Tu non sai quale sarà l'ultimo giorno; sei un ingrato; perché non utilizzi il giorno che oggi Dio ti dà per convertirti? E' in questo senso che il Signore dice alla donna: Neppure io ti condanno: non preoccuparti del passato, pensa al futuro. Neppure io ti condanno: ho distrutto ciò che hai fatto, osserva quanto ti ho comandato, così da ottenere quanto ti ho promesso.
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