domenica 10 marzo 2013

Se l'eredità di Benedetto diventa agenda



Se l'eredità di Benedetto diventa agenda
di Bruno Forte
da “Il Sole 24 Ore” di oggi,  10 marzo 2013
Quale eredità Benedetto XVI lascia al suo Successore? La risposta a questa domanda passa
attraverso l'intero pontificato del Papa emerito, teologo profondo, credente innamorato, umile
operaio nella vigna del Signore e, soprattutto ora, pellegrino di Dio nel silenzio dell'adorazione e
nella preghiera di intercessione.
Quattro compiti prioritari mi sembrano delinearsi per il prossimo Vescovo di Roma, a partire dalle
stesse parole con cui il Pontefice ha motivato la sua rinuncia: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi
mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di
san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore
che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di
amministrare bene il ministero a me affidato». La prima delle urgenze che sta a cuore a Papa
Benedetto è, dunque, la vita di fede, rispetto alla quale il mondo attuale è agitato da questioni di
grande portata. Durante l'arco del suo ministero di Successore di Pietro egli ha insistito sul primato
di Dio e sull'obbedienza da dare a Lui in ogni cosa. Proprio così, il Pontefice emerito è stato un
riformatore spirituale, che con fermezza ha voluto rinnovare la Chiesa nell'amore a Cristo, nella
fede incondizionata in Lui e nella testimonianza generosa e appassionata della Sua bellezza agli
uomini. Convinto che la vera riforma non è anzitutto quella delle strutture o delle forme esteriori,
Benedetto XVI, anche a costo di pagare un prezzo altissimo nel rinunciare all'apparenza
giustificatrice per obbedire alla verità, ha ricordato alla Chiesa la necessità assoluta di piacere a Dio.
Il modo limpido e deciso con cui ha affrontato scandali e peccati compiuti da persone consacrate, la
richiesta di perdono a quanti da quei comportamenti erano stati offesi - compiuta facendosi carico
da innocente delle colpe dei figli infedeli della Chiesa-, la fermezza della lotta a ogni carrierismo da
parte di ecclesiastici, la serenità testimoniata anche di fronte a tradimenti e incomprensioni, non
solo dicono la statura spirituale di questo Papa, ma restano come un esempio e una traccia da
seguire per il futuro.
Connessa alla riforma spirituale della Chiesa, una seconda priorità è emersa con sempre maggiore
insistenza nel magistero di Benedetto XVI: la nuova evangelizzazione. Ad essa egli si è riferito nel
comunicare la sua rinuncia, parlando del vigore necessario «per annunciare il Vangelo». Quando nel
2010 ha istituito il pontificio consiglio ad essa dedicato, ha usato accenni autobiografici perfino
commoventi, quando ha detto di aver voluto dare così «uno sbocco operativo alla riflessione che
avevo condotto da lungo tempo sulla necessità di offrire una risposta particolare al momento di crisi
della vita cristiana, che si sta verificando in tanti Paesi, soprattutto di antica tradizione cristiana».
Si sente in queste parole l'amore profondo del Papa emerito a Cristo e la condizione di "amore
ferito", sperimentata nel vedere tanti allontanarsi dal tesoro del Vangelo o mostrarsi indifferenti ad
esso. Il nuovo Papa dovrà trovare forme e modi perché la bellezza della fede affascini nuovamente i
cuori e la speranza del Vangelo diventi per tanti luce nella notte di un tempo, in cui troppi sembrano
non soffrire più della mancanza di Dio. Una simile impresa non potrà certamente essere condotta da
una sola persona: si profila qui la terza delle priorità con cui dovrà misurarsi chi succederà a
Benedetto XVI, l'esercizio della collegialità episcopale. Ad essa si riferisce il bisogno di provvedere
adeguatamente al governo della Chiesa, cui il Pontefice accennava nella dichiarazione circa la sua
rinuncia. Era stato lo stesso Ratzinger a indicare questa priorità all'inizio del pontificato: "Chiedo a
tutti i fratelli nell'episcopato di essermi accanto con la preghiera e col consiglio... Il Successore di
Pietro e i Vescovi, successori degli Apostoli, - il Concilio lo ha con forza ribadito (cfr. Lumen
gentium, 22) -, devono essere tra loro strettamente uniti. Questa comunione collegiale, pur nella
diversità dei ruoli e delle funzioni del Romano Pontefice e dei Vescovi, è a servizio della Chiesa e
dell'unità nella fede, dalla quale dipende in notevole misura l'efficacia dell'azione evangelizzatrice
 nel mondo contemporaneo. Su questo sentiero, sul quale hanno avanzato i miei venerati


Predecessori, intendo proseguire anch'io, unicamente preoccupato di proclamare al mondo intero la
presenza viva di Cristo" (20 Aprile 2005). Alcuni passi in questa direzione ci sono certamente stati,
ad esempio con la celebrazione dei Sinodi dei Vescovi. Tuttavia, un effettivo incremento del
governo collegiale della Chiesa non potrà non passare attraverso una riforma profonda della Curia
Romana e, in generale, attraverso stili ecclesiali di sobrietà sempre maggiore e di responsabilità
condivisa dei pastori. Su questo punto, Benedetto ha offerto principi, che spetterà al Successore di
tradurre in pratica fino in fondo.
Infine, l'annuncio rinnovato del Vangelo al mondo non potrà avvenire in maniera adeguata senza
che si realizzino due condizioni, che formano la quarta priorità lasciata in eredità dal Papa emerito a
chi gli succederà: il dialogo, con riferimento da una parte al rilancio dell'ecumenismo, dall'altra a un
atteggiamento sempre più incisivo di fiducia e amicizia verso l'intera famiglia umana. Le difficoltà
insorte in questi anni in campo ecumenico non sono certo dovute a Benedetto XVI, che anzi sin
dall'inizio ha inteso dare un forte impulso all'impegno per l'unità voluta dal Signore. Con gli
Ortodossi, dopo il significativo passo avanti compiuto col Documento di Ravenna del 2007 sul
ministero di unità a livello universale, che sembrava aprire la strada al riconoscimento comune del
primato del Vescovo di Roma, la resistenza da parte della base delle Chiese ortodosse è andata
montando in maniera preoccupante. Con gli eredi della Riforma, dopo il prezioso accordo sulla
dottrina della giustificazione del 1999, non sembra si siano fatti passi avanti significativi. Con gli
Anglicani, i gesti di attenzione e accoglienza di Benedetto XVI non sono stati da tutti compresi o
accettati. È necessario, insomma, uno slancio nuovo, che riesca a rimotivare nelle diverse
confessioni cristiane la passione per l'unità per cui Gesù ha pregato: al nuovo Papa, e al collegio dei
vescovi con lui, si presenta la sfida ineludibile di avanzare su questa strada, in continuità col
messaggio del Concilio Vaticano II.
Al tempo stesso, in un mondo sempre più globalizzato, in cui le identità locali avvertono il rischio e
la minaccia della stessa globalizzazione, il dialogo con le culture e in generale con il mondo
contemporaneo appare necessità prioritaria. Ci vorrà anche qui un nuovo slancio, che faccia tesoro
delle premesse poste da Benedetto XVI, ad esempio nel dialogo con i non credenti e i lontani, per
costruire ponti di simpatia e di amicizia, capaci di attrarre i cuori e di avviare dialoghi significativi e
collaborazioni efficaci. I cinquant'anni dall'apertura del Vaticano II richiamano alla memoria di tutti
lo stile di bontà e di fiducia di Giovanni XXIII, al quale dovrà congiungersi una conoscenza
profonda e articolata della complessità degli scenari del "villaggio globale". La sorpresa, che lo
Spirito invocato sul prossimo Conclave riserva alla Chiesa, dovrà offrire una risposta convincente
anche a quest'ultima, non facile urgenza.
L'autore è Arcivescovo di Chieti-Vasto


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Riporto da "La Stampa"di oggi,  10 marzo 2013
a firma di Enzo Bianchi
 Ormai la data del conclave è stata decisa dai cardinali: martedì 12 marzo una celebrazione eucaristica radunerà tutti i cardinali per chiedere a Dio ispirazione e discernimento nell’indicazione di colui che tra di loro sarà il vescovo di Roma e, come tale, il papa che presiede la chiesa cattolica con un servizio di comunione. Ci sono norme fissate e riedite nei secoli, rinnovate dagli ultimi papi, ricche di sapienza, che dovrebbero aiutare i cardinali nella scelta da operare: tra di esse appare decisiva la richiesta di un esame ampio, approfondito e libero della vita della chiesa e delle sue prospettive in quest’ora di grande mutamento culturale e antropologico in tutto il mondo. Nella stessa messa «pro eligendo Pontifice» l’orazione fatta dal cardinale decano è una traccia che potrebbe essere di aiuto ai cardinali.
Sarebbe importante però anche la consapevolezza nella chiesa che il conclave non è un evento isolato, che riguarda solo il collegio degli elettori, ma è un’azione di tutta la chiesa, la quale certamente prega, ma dovrebbe assumere proprio in questa occasione una coscienza più profonda del ministero di comunione del vescovo di Roma, della forma del suo esempio, dei mutamenti che di fatto l’imprevista e inedita rinuncia fatta da Benedetto XVI vi ha apportato. Per i cattolici il ministero petrino è stato voluto da Gesù Cristo stesso che ha posto tra i dodici discepoli Simone, il pescatore di Galilea, come roccia, pietra, dandogli il nome di Pietro, appunto, perché la chiesa, che resta chiesa di Cristo, avesse un riferimento visibile, un servo della comunione.
I giorni precedenti il conclave sono certamente serviti a una conoscenza reciproca, a un confronto sulla situazione della chiesa e sul suo futuro, ma nulla vieta che anche in conclave, nel gruppo ristretto dei soli elettori, si operi un approfondimento critico e dialettico con cui delineare anche il programma del nuovo papa secondo il senato cardinalizio, l’unico organo nel quale è possibile oggi la sinodalità, questo «metodo cristiano» di comunicazione, di confronto, di esame comune, di ascolto reciproco nel prendere decisioni. E qui occorre ricordare un grave rischio: i cardinali riuniti in conclave non si conoscono tutti tra loro o si conoscono poco, però devono leggere le reali difficoltà e opportunità delle chiese, non quelle presunte, magari enfatizzate o fatte rimbalzare dai media.
  
Siccome non mi sembra serio fare previsioni o indicare gruppi o schieramenti, cosa possiamo esprimere come «vota», desideri suscitati dall’ascolto delle diverse chiese e non solo le comunità cattoliche, ma anche gli altri cristiani e persino gli uomini e le donne che, pur non appartenendo ad alcuna chiesa, sono capaci di convergenza e solidarietà con il cammino di umanizzazione che il cristianesimo propone? Questo dovremmo chiederci invece di inseguire schematismi di contrapposizione tra cardinali con incarichi curiali e pastori di diocesi: esercitare il ministero petrino sulla chiesa universale non è come fare il vescovo di una diocesi, pur grande: è un altro tipo di governo, per cui si possono avere pastori di diocesi con carismi insufficienti per il servizio papale e vescovi senza un’esperienza pastorale che possono svolgerlo in modo egregio.
Innanzitutto, sono molti i cristiani che chiedono un mutamento nel «vivere la chiesa». Veniamo da anni di grande conflittualità all’interno della chiesa, a tal punto che i nostri vescovi non riescono più a servire la comunione di cui sono responsabili. Nella chiesa si sono legittimati comportamenti di gruppi oggettivamente contraddittori al senso della fede e della chiesa, gruppi che cercano di contrapporre vescovi e papa, che sequestrano il papa a loro appoggio con atteggiamenti ricattatori nei confronti dei vescovi delle chiese locali. C’è stanchezza, estenuazione, incertezza, e questo non aiuta a vivere «insieme» la fede in Gesù Cristo. Occorre dunque rimettere pace e fiducia nelle comunità cristiane e riconoscere ai pastori quell’autorevolezza che viene dall’essere posti dallo Spirito santo come vescovi nella chiesa.

Per far questo occorre dissipare ogni incertezza e diffidenza sul concilio Vaticano II che ha rappresentato la fatica e ha prodotto le acquisizioni più decisive per la chiesa di oggi. Altrimenti il disordine aumenterà, dando origine non più a contestazioni vistose o polemiche altisonanti, ma a una cinica dimissione dalla vita ecclesiale. Occorre anche che la realtà degli scismatici lefebvriani riprenda il dialogo in vista di un ritorno alla comunione cattolica. L’errore di aver comminato loro la scomunica è stato in parte riparato, ma nella chiesa occorre makrothymia, «pensare in grande»: nessuna incertezza sul concilio nelle sue acquisizioni più ecclesiali, ma anche uno stile di pazienza e di attesa senza indurimenti o intolleranze.
Occorre infine che il nuovo papa, senza lasciarsi dettare l’agenda dalla società né perseguire una chiesa mondana, edifichi tuttavia una chiesa «aggiornata» all’oggi di Dio: occorre un papa capace di continuare il dialogo con la modernità e di comprendere l’indifferenza della società secolarizzata alla religione istituzionale e a un’immagine di Dio, un’indifferenza che però non è tale nei confronti di Gesù Cristo e del vangelo. Benedetto XVI è stato criticato nel mondo cristiano occidentale, soprattutto in Europa, ma è anche rispettato per la sua capacità di dialogare con la cultura europea.
Se non si vuole che il cristianesimo sia ridotto a una cultura periferica, sarà necessario che il nuovo papa renda presente ed eloquente il cristianesimo proprio a questo livello, sia capace di dire una parola universale sulla umanizzazione e la ricerca di senso che accomuna tutti gli uomini.

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WOJTYLA E RATZINGER CONSIGLIANO AI CARDINALI IN CONCLAVE: GUARDATE MICHELANGELO!

Di Antonio Socci
Da “Libero”di oggi, 10 marzo 2013
Infine è deciso. Martedì 12 marzo i cardinali varcheranno la soglia della Cappella Sistina per l’elezione del nuovo Papa.
L’evento è così importante da scatenare l’attenzione dei media di tutto il mondo che hanno convogliato a Roma migliaia di inviati. Perché i cristiani del pianeta sono più di due miliardi, il cattolicesimo è la confessione più numerosa del globo (un miliardo e duecento milioni di fedeli) e il Papato è il cuore della Chiesa.
“Il Sommo Pontefice e Vicario di Cristo”, scriveva san Bonaventura, “anche se fosse solo e tutto nella Chiesa fosse distrutto, potrebbe restaurare tutto”.
Del resto il Papato (che ha fatto la storia dell’Europa e dell’Occidente) ha una grande autorità morale per tutti, anche per i non credenti o i fedeli delle altre religioni. Anche questo spiega l’enorme attenzione del mondo.

DISSE STALIN

Un giorno Stalin beffardo se ne uscì con una battuta che diventò subito celebre: “quante divisioni ha il Papa?”. La cinica ironia del tiranno voleva dire che sono il potere e la forza (ovvero la violenza, fino al terrore) a fare la storia, quindi il pontefice romano non conta niente.
Ma quando – pochissimi anni dopo – arrivò la notizia della sua morte, nel 1953, Pio XII poté rispondergli: “adesso vedrà quante divisioni ha il papa”.
In effetti la Chiesa in duemila anni ha sepolto una miriade di persecutori e tiranni che, potentissimi e feroci, s’illudevano di essere i padroni del mondo e nel giro di pochi anni erano solo un mucchietto di polvere.
Invece al Vicario di Cristo – “il dolce Cristo in terra”, come diceva santa Caterina da Siena – è affidato un potere vero e infinitamente superiore a quello di qualsiasi governante, re, imperatore, perché si tratta addirittura delle chiavi del Regno di Dio, le chiavi dell’eternità. Ciò che egli scioglie o lega sulla Terra sarà legato o sciolto anche in Cielo.

QUALE POTERE

Questo per chi crede, si obietterà. Certo. Tuttavia, per capire di cosa parliamo, inviterei gli scettici ad andare a vedere, un giorno, un rito di esorcismo. Lì accadono cose inaudite, si manifesta un’entità oscura, molto più potente degli uomini.
Eppure un semplice sacerdote che abbia avuto l’investitura del vescovo, a sua volta in comunione col Papa, a nome della Chiesa, ha il potere – evidentissimo – di annientare quell’entità malvagia.
Il “potere” che Gesù ha dato alla Chiesa e al suo Vicario è un potere sul Male, quel male che – come tutti vediamo – dispiega sempre sul mondo i suoi orrendi e tragici effetti. Se c’è una cosa evidente a tutti infatti è che – come diceva Hegel – la storia umana è una macelleria. E solo la Misericordia di Dio vince tutto questo male. Attraverso la Chiesa di Cristo. Su di essa “le forze degli inferi non prevarranno” mai.
Eppure quello del Papa è un “potere” del tutto opposto al potere mondano, infatti il Papa è definito “servo”, per la precisione “Servus servorum Dei”, servo dei servi di Dio.
In obbedienza a quanto Gesù prescrisse ai suoi apostoli che, non avendo ancora capito nulla, si contendevano le poltrone:
“Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: ‘Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuoi essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti’ ” (Mc 10, 35 42-45). 
In effetti Gesù ha voluto che il suo trono fosse una croce e la sua corona fosse quella di spine. E nei primi trecento anni la sede di Pietro è stata in pratica un patibolo, perché da lì si andava diretti al martirio. Benedetto XVI ha ripetuto e sottolineato molte volte che il ministero di Pietro in sé è misteriosamente legato al martirio.
Dunque uno strano potere, quello del Vicario di Cristo. A lui è garantita l’assistenza straordinaria e infallibile dello Spirito Santo. Inerme e senza eserciti terreni, testimone dell’Amore, è il depositario delle Chiavi del Regno.
Ma questo potere spirituale – che non va confuso con un potere politico e mondano – ha anche i suoi effetti nella storia umana.
Il simbolo della tiara o triregno, cioè la corona che veniva posta sulla testa dei pontefici fino a Paolo VI, rappresentava un triplice potere del Papa: “Padre dei principi e dei re, Rettore del mondo e Vicario di Cristo in Terra”.

QUEL GESTO DI WOJTYLA

Oggi è stata giustamente abbandonata, ma il suo significato spirituale rimane: qualunque cosa il Papa scioglierà o legherà in terra, sarà sciolta o legata anche in Cielo.
E se n’è avuto un misterioso esempio con le apparizioni di Fatima, grande profezia sul Novecento dei genocidi.
A Fatima la Madonna ha chiesto al Pontefice di consacrare la Russia al suo Cuore immacolato per scongiurare le immani tragedie che si sarebbero dipanate dall’irrompere del comunismo in Russia nel 1917.
Giovanni Paolo II esaudì quella richiesta (nei modi in cui poté) con la solenne cerimonia del 25 marzo 1984 e, misteriosamente, da quel momento, iniziò l’inimmaginabile crollo pacifico del moloch comunista, che si dissolse nell’arco di cinque anni.
Sono letture di teologia della storia che ovviamente i soliti scettici liquideranno con un sorrisetto, ma nessuno di costoro ha ancora saputo spiegare come e perché in quel giardino di Dio che è la Chiesa (e solo lì) da duemila anni continuano ad accadere miracoli che oggi vengono sanciti e riconosciuti anche dalla scienza moderna, con tutti i suoi raffinati sistemi di analisi. I miracoli sono di tanti tipi. Non solo guarigioni.
Del resto a Fatima, la Madonna – che ha fatto quella richiesta al Papa – ha anche domandato ai tre bambini di pregare e sacrificarsi per la fine della Prima guerra mondiale, evidenziando così che ogni semplice cristiano (a cominciare dai più piccoli) grazie alla preghiera e all’offerta di sé ha un “potere” sulle cose del mondo superiore a quello dei governi.
Perciò quando parliamo della Chiesa e del Papa bisognerebbe sempre ricordare che gli occhiali politici o mondani non fanno capire la sua essenza profonda.

MICHELANGELO

In “Trittico romano” Karol Wojtyla, meditando sulla corsa della vicenda umana, dalla creazione al giudizio universale, focalizzò il suo sguardo sull’immenso affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, che racchiude tutta la storia umana dall’inizio alla fine.
Un giorno il cardinale Ratzinger commentò così quelle pagine wojtyliane:
“La contemplazione del Giudizio Universale, nell’epilogo della seconda tavola, è forse la parte del Trittico che commuove di più il lettore. Dagli occhi interiori del Papa emerge nuovamente il ricordo dei Conclave dell’agosto e dell’ottobre 1978.
Poiché anch’io ero presente, so bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano; come insinuavano nella nostra anima la grandezza della responsabilità.
Il Papa parla ai Cardinali del futuro Conclave ‘dopo la mia morte’ e dice che a loro parli la visione di Michelangelo.
La parola Con-clave gli impone il pensiero delle chiavi, dell’eredità delle chiavi lasciate a Pietro. Porre queste chiavi nelle mani giuste: è questa l’immensa responsabilità in quei giorni.
Si ricordano così le parole di Gesù, il ‘guai’ che ha rivolto ai dottori della legge: ‘avete tolto la chiave della scienza’ (Lc 11, 52). Non togliere la chiave, ma usarla per aprire affinché si possa entrare per la porta: a questo esorta Michelangelo”.
Quell’immenso affresco michelangiolesco dominerà anche questo Conclave e le coscienze dei cardinali, forse memori delle parole di Wojtyla:
“Ecco, si vedono tra il Principio e la Fine,
tra il Giorno della Creazione e il Giorno del Giudizio…
Bisogna che, in occasione del conclave, Michelangelo insegni al popolo –
Non dimenticate: Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius.
Tu che penetri tutto – indica!
Lui additerà…”.
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Dall’Opus Dei ai Legionari la sfida all'ultimo voto delle Sacre Armate
della Sistina
di Marco Ansaldo e Paolo Rodari
da “la Repubblica” del 10 marzo 2013
I Cardinali che entrano in Conclave non rappresentano anzitutto se stessi. Né i Paesi o le Chiese
locali da cui provengono.
Sodalizi per lingue di appartenenza ci possono essere, ma non è lì che si decidono i giochi per
l’elezione. Molto fanno i gruppi di potere, le lobby spesso trasversali alle appartenenze geografiche
che formano quel mondo variegato e complesso che è la Chiesa cattolica. Lobby che lavorano,
sotterraneamente o alla luce del sole, per fare prevalere la propria sensibilità sulle altre, fino a
cercare di far arrivare un proprio candidato al Soglio.
CAVALIERI DI COLOMBO
Difficile eleggere un Papa senza il loro consenso. Capaci di convogliare ingenti quantità di offerte,
contano 1,8 milioni di aderenti nel mondo. Nati negli Stati Uniti negli anni Venti fondando
principalmente centri ricreativi (come i nostri oratori), hanno guadagnato consenso in Vaticano a
furia di finanziamenti, come quello poderoso messo in campo per la ristrutturazione della facciata
della Basilica di San Pietro: «Erano 350 anni che nessuno la ristrutturava», scrivono nel loro sito.
Godono di appoggi potenti. Anzitutto il loro leader, quel Carl Anderson che siede nel board dello
Ior. È bastato un suo “sì” perché la scorsa primavera venisse licenziato in tronco il presidente Ettore
Gotti Tedeschi. C’è voluto un suo assenso perché il nuovo presidente Ernst Von Freyberg venisse
eletto. Conservatori, impegnati in modo deciso sul fronte pro-life, sono i Cavalieri a spingere da
dietro le quinte la linea dura dell’episcopato americano contro la politica sanitaria di Barack
Obama. Gestiscono un immenso patrimonio assicurativo negli Stati Uniti che ha ricevuto nel 2011,
per il diciannovesimo anno consecutivo, la tripla A dall’agenzia di rating Standard & Poor’s. Grazie
alle loro donazioni sono riusciti più volte a risanare i bilanci esangui della Santa Sede. L’appoggio
ai vescovi americani è un endorsement a una certa idea di Chiesa: combattiva, ancorata alla
Tradizione. L’ascesa dell’arcivescovo Timothy Dolan di New York alla guida dell’episcopato
statunitense è figlia anche del loro appoggio. Per loro Dolan sarebbe un Papa perfetto. Ma anche
Sean O’-Malley, il cappuccino di Boston.
SANT’EGIDIO
Abbandonato per ora il rassemblement di centro che ha visto molti suoi aderenti schierarsi con
Mario Monti alle scorse elezioni italiane, la Comunità di Sant’Egidio e il suo leader Andrea
Riccardi si sono concentrati sul Conclave. Voci molto ascoltate — vengono definiti una «segreteria
di Stato parallela» — si muovono con più prudenza rispetto al Conclave del 2005 quando
appoggiarono, senza successo, l’allora arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, che perse con un
discorso molto debole nella Cappella Sistina. Una discreta influenza ha oggi Riccardi su Georg
Gänswein, segretario particolare di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia, che in questi anni ha
visto in Sant’Egidio un appoggio esterno all’attività diplomatica ufficiale del Vaticano non sempre
impeccabile. Sintomatico di questo feeling è stata la visita di Ratzinger a un centro per anziani a
Roma gestito dalla comunità poco prima di Natale: non poca cosa. Monsignor Vincenzo Paglia,
escluso dal Conclave da un ultimo concistoro che per esplicito volere di Benedetto XVI ha concesso
la berretta rossa a soli cardinali stranieri, guida il Pontificio Consiglio per la Famiglia e si segnala in
questa fase molto attivo. I loro candidati di peso sono due figure molto vicine alla comunità:
Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia ed ex segretario di Wojtyla, e il cardinale Crescenzio
Sepe, arcivescovo di Napoli.
LEGIONARI DI CRISTO
Caduta definitivamente la mannaia della damnatio memoriae per il padre fondatore Marcial Maciel
Degollado, prete dalla doppia e anche tripla personalità, pedofilo e insieme padre di famiglia, i
Legionari restano una potenza quasi inarrivabile nel vasto mondo degli istituti e dei movimenti

religiosi. Arrivati in alto durante il pontificato wojtyliano perché sulla carta impegnati a combattere
contro il comunismo, la teologia della liberazione, la New Age, oggi restano una potenza economica
notevole. Oltre a Roma, sono i loro numeri nel mondo a fare impressione. Si tratta di una
multinazionale della formazione: 15 università, 43 istituti di studi superiori, 175 collegi, 125 case
religiose e centri di formazione, 200 centri educativi, 1.200 oratori, 34 scuole Mano Amica, che si
occupano di ragazzi senza risorse. Il legame col decano del Collegio cardinalizio Angelo Sodano è
sempre forte ed è negli addentellati della curia romana di wojtyliana memoria che ancora contano e
si faranno sentire in questi giorni di Conclave.
I FOCOLARINI
Nell’era del cardinale salesiano Tarcisio Bertone sono saliti in posizioni che contano in Vaticano i
focolarini, del cui movimento fanno parte sia il cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del
Pontificio consiglio per la Famiglia, sia monsignor Vincenzo Zani, dal 2002 sottosegretario della
Congregazione per l’Educazione cattolica. Sono focolarini anche il cardinale brasiliano Joao Braz
de Aviz, che nel 2011 è stato nominato prefetto della Congregazione per i Religiosi e l’arcivescovo
Angelo Becciu che nel 2011 è stato scelto come nuovo Sostituto della Segreteria di Stato. Becciu
appartiene alla diplomazia pontificia ed è stato nunzio a Cuba, come molti suoi confratelli oggi nel
mondo, tutti ambasciatori sperimentati. Si dice che Bertone, che non disdegnerebbe l’ascesa al
soglio del cardinale Gianfranco Ravasi, potrebbe anche fare corsa a sé. Se così fosse, è su di lui che
i focolarini sono pronti a scommettere.
COMUNIONE E LIBERAZIONE
Candidato di peso è il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, seppure da Cl abbia cercato
di distanziarsi negli anni. Guzman Carriquiri, uruguaiano vicino al movimento, è la più alta carica
laicale della Santa Sede, come segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina. Ma
ciellini sono anche Carlo Caffarra, arcivescovo metropolita di Bologna; Paolo Pezzi, arcivescovo
metropolita di Mosca; Francisco Javier Martínez Fernández, arcivescovo metropolita di Granada, in
Spagna; Filippo Santoro, arcivescovo metropolita di Taranto; Luigi Negri, arcivescovo di FerraraComacchio; Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale; Massimo Camisasca, vescovo di Reggio
Emilia-Guastalla. Cercheranno di fare quadrato su Scola o su un candidato dal profilo forte come è
il curiale Marc Ouellet, capace di riformare daccapo la Curia romana e di usare il bastone laddove la
Chiesa tradisce la dottrina.
OPUS DEI
Non è un movimento, è un prelatura, ma sa come influenzare. Un peso enorme ha il cardinale Juliàn
Herranz, capo del dossier segreto redatto per il Papa su Vatileaks. Al recente Sinodo dei vescovi
erano presenti il secondo successore di san Josemaría Escrivá, il vescovo spagnolo Javier
Echevarría Rodríguez, nonché l’arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gómez e l’arcivescovo
di Guayaquil, Antonio Arregui Yarza. Dell’Opus è anche il cardinale arcivescovo di Lima Juan Luis
Cipriani Thorne. Vicini a Scola e Ouellet, vedono come scelta da non sottovalutare anche il primate
d’Ungheria, Peter Erdo.