martedì 19 marzo 2013

Voglia di tenerezza



 

Papa Francesco ha celebrato la messa per l’inizio del suo servizio come successore di Pietro e vescovo di Roma nella festa di san Giuseppe, lo sposo della Vergine che è venerato come patrono della Chiesa universale e il cui simbolo (il fiore di nardo, secondo la tradizione ispanica) figura nello stemma papale accanto a quello di Gesù e di sua madre Maria. Una coincidenza molto significativa, dunque, rafforzata dal fatto di essere anche l’onomastico di Benedetto XVI. A lui «siamo vicini — ha detto con delicatezza il suo successore — con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza».
E proprio la figura di Giuseppe è servita al Pontefice per descrivere la disponibilità nei confronti di Dio. Così l’uomo giusto che ha esercitato la custodia di Maria e del piccolo Gesù con umiltà e nel silenzio, ma soprattutto aperto ai misteriosi segni divini, diviene un modello per tutti: «Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato» ha detto il vescovo di Roma, aggiungendo subito dopo che questa chiamata alla custodia è, prima ancora che cristiana, semplicemente umana. Riguarda dunque tutti, e significa «avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo».
Parole semplici e che vogliono arrivare al cuore di tutti, credenti e non credenti, secondo un’intenzione da sempre caratteristica della sede romana ma che è riconoscibile soprattutto dagli anni del concilio Vaticano II. «Preghiera ed amore universali. Iniziativa sempre vigilante al bene altrui: politica papale», come ha scritto in un appunto Paolo VI, del quale il suo attuale successore porta l’anello. E proprio il rivolgersi con rispetto a tutti spiega l’attenzione e la simpatia che Papa Francesco ha subito suscitato.
«Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive» ha detto il vescovo di Roma, che ha poi esclamato: «Non dobbiamo avere timore della bontà, anzi neanche della tenerezza!». Tenerezza con la quale il Papa vuole custodire il popolo di Dio e accogliere ogni essere umano. (G. M. Vian)

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(Gianluca Biccini) Primo bagno di folla per Papa Francesco nell’assolata mattina di marzo in cui inizia il ministero petrino. Martedì 19 marzo per alcune ore piazza San Pietro torna a essere il cuore del mondo:
nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale, il Pontefice celebra la prima solenne liturgia eucaristica davanti a una marea umana, che si estende dal sagrato della basilica Vaticana fino a via della Conciliazione. Donne e uomini venuti da ogni latitudine per vivere una giornata che ha già lasciato le pagine della cronaca per essere consegnata alla storia.
Il sepolcro di San Pietro sotto l’altare della Confessione, e l’emiciclo berniniano, nel luogo dove l’apostolo subì il martirio, sono i prosceni di un unico rito che, protrattosi per circa due ore, pur nella solennità della liturgia si è contraddistinto per quella semplicità che appare la cifra caratterizzante del pontificato di Francesco.
Un boato saluta il Papa quando appare sulla jeep bianca scoperta, per il giro tra i vari reparti della piazza. Lui risponde sorridendo e benedicendo, mentre sventolano bandiere, soprattutto con i colori bianco-azzurri dell’Argentina ma anche di altre nazioni, a testimoniare l’universalità della Chiesa. Alcuni dei presenti intonano canti, altri applaudono, in un tripudio di luci e di colori, di entusiasmo alle stelle. Una selva di macchinette scatta fotografie, così come smartphone, tablet e telecamerine riprendono il passaggio della vettura papale per immortalare il momento in cui Papa Francesco accarezza e bacia qualche bambino o quando alza il pollice nell’inconfondibile segno di «ok».
Un nuovo boato si leva quando fa fermare la papamobile per scendere a baciare sulla fronte un disabile in barella. L’uomo, un marchigiano assistito dall’Unitalsi, nel 1982 incontrò da vicino anche Giovanni Paolo II.
«Da lontano sei arrivato e con la semplicità ci hai conquistato» recita uno dei tanti cartelli innalzati insieme agli striscioni. Molti sono nella lingua di Papa Bergoglio, lo spagnolo; altri ne richiamano lo stile francescano, come quello con su scritto: «Assisi ti aspetta».
Rientrato in basilica e rivestiti semplici paramenti liturgici nella cappella della Pietà, Papa Francesco avvia la celebrazione, mentre i fedeli ne seguono i passi attraverso i maxischermi: i quattro che da settimane sono collocati su piazza San Pietro e il quinto aggiunto in piazza Pio XII per quanti non riescono ad accedere all’interno del colonnato.
Il Pontefice scende al sepolcro di San Pietro nelle Grotte Vaticane per sostarvi inginocchiato in preghiera. Lo accompagnano i capi delle Chiese orientali cattoliche, patriarchi e arcivescovi maggiori, nelle vesti liturgiche di varia foggia a seconda della tradizione di appartenenza. E mentre il Papa incensa il Trophaeum apostolico, due diaconi prendono la capsella — il reliquiario contenente il pallio papale e l’anello piscatorio — e l’evangeliario, per recarli processionalmente e deporli sull’altare della celebrazione allestito sul sagrato.
Subito dietro, il Papa risale in basilica e si unisce alla lunga teoria degli oltre 160 concelebranti: i patriarchi orientali e, in casula dorata, i cardinali suoi elettori e gli altri membri del Collegio che non hanno partecipato al conclave perché ultraottantenni; l’arcivescovo Lorenzo Baldisseri, segretario della Congregazione per i Vescovi e del Collegio cardinalizio, i padri José Rodríguez Carballo, ministro generale dell’ordine francescano dei frati minori, e Alfonso Nicolás Pachón, preposito generale della Compagnia di Gesù, rispettivamente presidente e vice presidente dell’Unione superiori generali. Mentre al canto delle Laudes regiae i concelebranti raggiungono il sagrato, ai lati di Papa Francesco ci sono i monsignori Guido Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, e Guillermo Javier Karcher, cerimoniere pontificio.
Per disposizione del predecessore Benedetto XVI, che oggi celebra la festa onomastica, l’imposizione del pallio e la consegna dell’anello avvengono prima della messa. È il cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran a salire alla sede per imporre il pallio di lana bianca con le croci rosse sulle spalle del nuovo Papa, seduto con la mitra sul capo; segue la preghiera del primo dei cardinali presbiteri, Godfried Danneels. Quindi il cardinale decano Angelo Sodano consegna l’anello del pescatore. Realizzato in argento dorato, su calco in cera di una realizzazione di Enrico Manfrini per Paolo VI, rappresenta San Pietro con le chiavi. Infine sei porporati, due per ciascuno dei tre ordini cardinalizi prestano il giuramento di obbedienza: Tarcisio Bertone, segretario di Stato, e Giovanni Battista Re, che ha presieduto il conclave, per i vescovi; Joachim Meisner e Jozef Tomko, per i preti; Renato Raffaele Martino e Francesco Marchisano per i diaconi. Durante il rito la Cappella Sistina, diretta da monsignor Massimo Palombella, esegue il Tu es Petrus. Poi inizia la messa in latino, diretta dall’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, con il servizio svolto dai frati minori del santuario della Verna e dai francescani conventuali del Seraphicum.
Il clima di festa lascia allora spazio al silenzioso raccoglimento. Le letture sono proclamate in inglese la prima — tratta dal libro del profeta Samuele — e in spagnolo la seconda, presa dalla Lettera di San Paolo ai Romani. Il salmo 88 è cantato da un bambino, mentre il vangelo secondo Matteo è intonato in greco dal diacono. Quindi Papa Francesco, deposta la mitra, si alza in piedi e con l’evangeliario in mano, dopo averlo baciato, li benedice in silenzio. Poi legge l’omelia in italiano, scandita dai ripetuti applausi dell’assemblea nei passaggi più significativi.
Al canto del Credo, seguono le intenzioni dei fedeli: in lingua russa si prega per la Chiesa, in francese per il Papa Francesco, in arabo per i governanti, in swahili (lingua africana) per i poveri e i sofferenti, in cinese per la famiglia di Dio riunita nella celebrazione.
Alla preghiera eucaristica, accanto al Pontefice salgono i cardinali Sodano, Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti, Danneels e Tauran. Al momento della pace Papa Francesco scambia abbracci con i cardinali che ha accanto; poi gli si fanno incontro il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo i, per la prima volta presente alla messa d’inizio del ministero del vescovo di Roma, e il patriarca armeno Karekin ii, in rappresentanza delle Chiese orientali ortodosse. Sono oltre trenta le delegazioni di Chiese e confessioni cristiane presenti al rito, insieme con i vertici del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani.
Dopo la comunione — distribuita da cinquecento sacerdoti — il vescovo di Roma imparte la benedizione. Dalla piazza si leva il grido «Viva il Papa, viva Francesco» ed echeggiano lunghi applausi. Si scioglie il clima di raccoglimento, riprende la festa, mentre il canto mariano del Salve Regina — con il Papa che sosta in preghiera davanti alla statua lignea della Vergine collocata sul sagrato — conclude la solenne celebrazione.
Vi hanno partecipato, in posti riservati, gli arcivescovi Pozzo, elemosiniere di Sua Santità, e Gänswein, prefetto della Casa Pontificia; i monsignori Sapienza, reggente della Prefettura, e Xuereb, accanto al Pontefice anche sulla papamobile; e il medico Polisca. Poco distanti, alcune persone venute dall’Argentina su invito del Papa: Sergio Sánchez, rappresentante dei cartoneros di Buenos Aires, José María del Corral, direttore di programmi educativi nella capitale, e suor Ana Rosa Sivori, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, sua familiare. Con loro, l’ausiliare e vicario generale del cardinale Bergoglio a Buenos Aires, il vescovo Joaquín Mariano Sucunza.
Con le oltre 130 delegazioni ufficiali nazionali e gli oltre trenta capi di Stato, ci sono gli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. Le due delegazioni principali sono quelle dell’Argentina e dell’Italia, guidate dai rispettivi presidenti della Repubblica, Cristina Fernández de Kirchner, e Giorgio Napolitano, con la consorte signora Clio, il presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, con la consorte Elsa, i presidenti del senato Pietro Grasso e della camera dei deputati Laura Boldrini, il presidente della corte costituzionale Franco Gallo. Alcune delegazioni sono guidate da sovrani o da principi ereditari, undici da capi di Governo. Con loro anche esponenti di primo piano delle istituzioni europee e di organizzazioni internazionali.
Sul sagrato sinistro, alcuni anziani cardinali che non hanno potuto concelebrare e numerosi presuli e prelati della Curia Romana. Sotto la statua di San Pietro si riconoscono rappresentanti delle altre religioni: ebrei, musulmani, buddisti, sikh, jainisti e indù, tutti intervenuti con delegazioni di alto livello.
Sotto la statua di San Paolo, con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede sono i monsignori Wells, assessore della Segreteria di Stato; Camilleri, sotto-segretario per i rapporti con gli Stati, e Bettencourt, capo del Protocollo. Tra le numerose autorità e personalità anche alcuni ministri del Governo italiano, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, fondatori e presidenti di movimenti e associazioni cattoliche, e il direttore del nostro giornale.
Mentre l’asssemblea si scioglie e viene intonato il Te Deum, Papa Francesco torna nella cappella della Pietà per deporre i paramenti e salutare alcuni concelebranti e un gruppo di argentini presenti, tra cui il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri.
Infine, davanti all’altare della confessione, insieme ai vertici della Segreteria di Stato, il Pontefice incontra i capi delle delegazioni ufficiali nazionali, alcuni dei quali recavano un dono. Oltre un’ora e mezza durante la quale Papa Francesco ha per ciascuno espressioni di gratitudine e di augurio, accompagnando le parole con quei gesti diretti di affetto che lo stanno rendendo sempre più familiare al mondo.
L'Osservatore Romano 20 marzo 2013

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Una presenza voluta dal Papa. I poveri accanto ai potenti

Avevano un posto riservato accanto ai potenti della terra. Anzi erano ancora più vicini all'altare, più vicini a Papa Francesco, che li ha voluti accanto a sé nel giorno in cui è iniziato il suo ministero petrino. 
Sergio Sánchez, cartonero, vestito con la tuta blu e verde che utilizza per raccogliere i materiali da riciclare abbandonati dalla gente per le strade di Buenos Aires; José María del Corral, direttore del programma Escuela de vecinos e Buenos Aires ciudad educativa promossi a Buenos Aires durante l’episcopato di Bergoglio; e suor Ana Rosa Sivori, religiosa, Figlia di Maria Ausiliatrice, che da 46 anni è missionaria in Thailandia, dove aiuta i bambini a crescere e a formarsi come bravi cristiani e cittadini: tre persone semplici, comuni, che hanno vissuto questa giornata come una gioia grande, una delle poche — dirà Sánchez — di un’esistenza di stenti.
Non indossavano gli abiti della domenica, ma quelli che usano tutti i giorni, nell’ordinarietà della loro esperienza di vita. Tra la suora e il Pontefice, in particolare, c’è un legame di parentela: sono cugini di secondo grado. Il nonno materno di Jorge Mario Bergoglio e il nonno paterno della religiosa erano fratelli. «Vivo da 46 anni in Thailandia — ci spiega suor Ana Rosa — come missionaria. Fino al 1966 ho vissuto a Buenos Aires. Il mio cognome è Sivori, quello della mamma del Papa. I miei genitori sono argentini, ma di origine italiana». 
Ha svolto la sua missione nel nord est del Paese asiatico, dopo essere stata anche nella capitale Bangkok. Fra due anni festeggerà il cinquantesimo di professione religiosa. «Il Papa non mi ha telefonato di persona — ha detto — ma sa che sono qui. Sicuramente, mi chiederà cosa ci faccio. È sempre così con lui». 
Direttamente da Buenos Aires è arrivato Sergio Sánchez, rappresentante dei cartoneros riuniti nel Movimiento trabajadores excluidos (Mte). La sua conoscenza con il Pontefice risale a circa cinque anni fa, quando più dura era la lotta per il riconoscimento della dignità dei lavoratori. «L’unico che ci ritrovammo a fianco — ci ha detto — fu padre Bergoglio. Anche lui lottava contro le diverse forme di schiavitù cui erano sottoposti i lavoratori, contro la tratta degli esseri umani usati come macchine da produzione».
«Personalmente — ha aggiunto — ho avuto l’onore di incontrarlo in occasione della messa che celebrava proprio per i lavoratori, anche per i cartoneros. Una volta ci è venuto a trovare proprio nel bel mezzo della nostra protesta. Ci ha portato conforto e si è impegnato perché non ci fossero più esclusioni e schiavitù tra la gente che lavora. Da lui abbiamo imparato a lottare per il nostro modo di vita, per migliorarlo e perché venisse riconosciuta la sua dignità». Da quel giorno è nato un rapporto molto stretto tra il Papa e i cartoneros. Ogni anno, quando l’arcivescovo celebrava la messa in Plaza de Constitución per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità di creare una società senza schiavi e senza esclusi, Sergio Sánchez portava all’altare le offerte raccolte tra i suoi colleghi da destinare alla carità. 
Ha l’aspetto di un uomo che ha dovuto faticare molto nella vita, ma dalle sue parole si notano fierezza e dignità. I cartoneros sono persone che raccolgono per le strade di Buenos Aires tutto quanto è possibile riciclare: ferro, carta, plastica. «Il nostro lavoro — ci ha spiegato — è altamente ecologico: evitiamo che si inquinino le falde acquifere, che si taglino migliaia di alberi». 
José María del Corral, invece, è legato a Papa Francesco mediante due iniziative — delle quali è direttore — dedicate all’educazione dei giovani della capitale argentina. Ci ha spiegato che l’Escuela de vecinos è nata dodici anni fa, per impulso del cardinale Bergoglio, il quale «riteneva che i giovani non fossero indifferenti a quello che succedeva intorno a loro, anzi dovessero parteciparvi come vicini, cioè come cittadini». Così è stato organizzato «il primo gruppo interreligioso, composto da ragazzi provenienti da scuole secondarie cattoliche, evangeliche ed ebraiche. Discutevano di problemi comuni, come droga, violenza, illegalità, insicurezza e hanno imparato a capire che insieme avrebbero potuto fare qualcosa di utile». La loro diversa appartenenza religiosa non li spaventava; anzi scoprirono che proprio «la diversità era la cosa più attraente». Ebrei, musulmani ed evangelici hanno iniziato così a dialogare tra loro e hanno ispirato la legislazione sull’educazione dei giovani a Buenos Aires. «Con quelle norme — ci ha detto José María — venne fissato il principio per cui l’educazione non passa solo dall’aula della scuola, ma deve trovare riscontro in ogni ambiente. Siamo tutti educatori: la polizia, i papà, i cartoneros, in pratica tutti gli abitanti della città».
Non ha avuto bisogno di essere invitato per venire alla celebrazione, perché prima ancora che il cardinale Bergoglio partisse per il conclave, gli aveva assicurato di aver pronta la valigia per raggiungerlo a Roma. «Ero sicuro — ci ha detto — che lo avrei rivisto da Papa».
L'Osservatore Romano, 20 marzo 2013.

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 Ventre paterno, di fr. R. Pasolini
L’uomo non è grembo. All’umanità maschile è negata la maternità. La possibilità di accogliere dentro di sé la vita e di farla crescere è stata affidata alla donna. Le Scritture sacre dispongono di una ricca terminologia per indicare questo femminile incavo, dove scaturisce il fiotto della vita, dove carne e sangue entrano in perfetta alleanza: rehem, beten, me‘eh, piccolo arsenale linguistico per indicare la complessità degli organi interni che nella nostra lingua traduciamo con: grembo, seno, utero, ventre.
L’uomo è piuttosto seme, promessa di vita chiamata a consegnarsi e a uscire da sé. Nella sua natura è iscritta la condanna a un esodo per poter giungere a pienezza. I muscoli espulsori che alla donna servono quando il frutto dell’amore è maturo, all’uomo sono necessari all’inizio, quando la scommessa della vita è affidata al coraggio e al «sogno» (Mt 1,20).
Eppure la lingua ebraica si permette di indicare un grembo anche nello spazio dell’umanità al maschile. Dice il Signore a Davide: «Io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno» (2Sam 7,12). È la parola me‘eh l’azzardo lessicale che documenta questa porzione di anatomia, invisibile a qualunque esame radiografico. Possiamo assumerla come rivelazione di un tratto sublime dell’umanità sognata da Dio, che risplende in forma meravigliosa nella vita di Giuseppe, sposo della vergine Maria, uomo giusto e santo. Il Cristo è nato anche dalle viscere di quest’uomo autentico, di cui oggi facciamo memoria. La sua divinità ha preso forma umana, grazie all’ospitalità di questo ventre maschile e paterno, che Giuseppe non ha rinunciato a offrire «davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4,17).
Avrebbe potuto «licenziarla in segreto» (Mt 1,19) quella donna promessa sposa e divenuta madre senza di lui. Sarebbe stato un suo diritto. Avrebbe persino significato rimanere «giusto» (1,19). Giuseppe invece se la tiene così Maria, piena di un altro. Infatti piena di Altro è la vita: questo è il mistero che un padre comprende e custodisce per sempre. L’uomo è chiamato a cogliere in anticipo questa eccedenza che la vita possiede, questo irriducibile disavanzo che la realtà registra sempre rispetto ai nostri sogni e ai nostri progetti. La donna se ne accorge più tardi, quando la vita è migrata fuori dal suo recinto di crescita. La donna prima riceve, poi restituisce. All’uomo è chiesta invece una caparra iniziale. L’uomo deve svuotare la ricchezza d’amore delle sue viscere per diventare ciò che non è per natura ma soltanto per grazia: grembo.
Questo misteriosa disponibilità anticipata, che il cielo esige da Giuseppe, nel pensiero biblico si chiama fede. Più grande di un sentimento, più tenace di un’emozione, la fede è una virtù che si esprime sempre come profondo atto di libertà, feconda e potente come un seme espulso dal me‘eh, maturato nel cuore e nel silenzio della notte. Giuseppe mostra le qualità di questa fede perché sa che la vita è un’eredità che si riceve «per grazia», una promessa «sicura» (Rm 4,16) perché è Dio a farla, quel Dio che fa le cose «per sempre» (2Sam 7,16). Per questo accetta di diventare custode di una vita ricevuta come se fosse sua, frutto certo del suo seme. Assume l’intenzione di quella nascita, rinunciando a considerarla sua opera. Si raccoglie nel suo ventre paterno, presso quella energia d’amore capace di espellere lontano da sé il seme della vita. E così diventa padre: prendendo con sé, accogliendo senza obiezioni o domande, accettando di morire a se stesso e alle proprie comprensioni per consentire a qualcosa di più grande di venire al mondo.
Si dice che manchino padri nella nostra società. Certamente è venuta meno quella paternità che sgorga felicemente dal me‘eh, quella virilità umile e silenziosa capace di mettersi a disposizione della vita con fedeltà. Di questo nobile, umanissimo compito Giuseppe è testimone ed esempio. A lui oggi guardiamo, pensando che forse non è poi così vero che la paternità sia in definitiva crisi nel nostro mondo.
Di padri ne sono sempre esistiti, ne esistono e sempre ce ne saranno. La Chiesa — indubbiamente guidata dallo Spirito Santo — ne ha appena eletto uno, il papa Francesco, che in pochi giorni già mostra quel temperamento dolce e fiero di cui i figli hanno bisogno per poter camminare nella luce della verità. E non dobbiamo stupirci di questo, perché Dio è il favoloso Padre di tutte le cose e ancora non sembra stanco di (ri)crearci a sua immagine e somiglianza. Forse l’unica verità è che adesso tocca a noi comprendere e accogliere questa vocazione, iscritta nella nostra carne e affidata alla nostra libertà. È il nostro turno di ricominciare ad accogliere responsabilmente tutta la vita consegnata alla nostra premurosa custodia.

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Grandissima emozione e tanto stupore a Plaza de Mayo, a Buenos Aires, tra le migliaia di fedeli riuniti davanti alla Cattedrale per seguire tramite collegamento video la Messa di inizio Pontificato, quando questa mattina molto presto si è sentita la voce di Papa Francesco che in una telefonata trasmessa in diretta ha rivolto un saluto ai presenti: "Cari figli, so che state nella piazza. So che state pregando...ne ho molto bisogno". Papa Francesco li ha ringraziati per questo e gli ha chiesto "un favore": "Vi chiedo di camminare tutti insiemi, abbiate cura gli uni degli altri" e "non fatevi del male". "Prendetevi cura della vostra famiglia - ha proseguito - custodite la natura, proteggete i bambini, accudite i vecchi; che non ci sia odio, che non ci siano litigi, lasciate da parte l’invidia, non ferite nessuno. Dialogate, che tra di voi sia vivo il desiderio di proteggervi". Quindi il suo auspicio ad avvicinarsi a Dio. "Dio è buono, sempre perdona, comprende, non abbiate paura; è Padre, avvicinatevi a Lui. Che la Vergine vi benedica molto, non dimenticatevi di questo vescovo che è lontano, ma che vi vuole tanto bene. Pregate per me". Debora Donnini ha raggiunto telefonicamente il Rettore della Cattedrale di Buenos Aires, padre Alejandro Russo, la persona a cui Papa Francesco ha telefonato questa mattina:

R. – A la tres y media de Buenos Aires...
Alle tre e mezzo, ora di Buenos Aires, e alle sette e mezzo ora di Roma, sento la voce del Santo Padre che mi dice: “Ciao Alejandro, sono io”. Ed io ho risposto: “Padre Santo…dire sono io è dire sono Pietro!”. Mi dice: “Mi fai comunicare con la piazza?”. E rispondo: “Se mi dai un minuto” e subito abbiamo fatto il collegamento.

D. – E cosa ha detto alla Piazza?

R. – En primer lugar...
Prima di tutto di pregare. Era contento che stavano pregando per lui e ha detto che la preghiera era il nutrimento di tutta la vita cristiana. Ha chiesto di lavorare per l’unità e di essere testimonianza cristiana nella realtà dove ciascuno vive. Poi ho fatto una piccola presentazione: 15 persone adulte sono venute per chiedere il Battesimo, per cominciare il cammino battesimale; ci sono state confessioni, benedizioni; c’è tutto il clero di Buenos Aires e la cattedrale è piena, adorando il Santissimo Sacramento.

D. – Questo è accaduto stanotte?

R. – Esta noche...
Sì, questa notte. Il Santo Padre ci ha ringraziato e poi soprattutto ha esortato alla preghiera e all’unità.

D. – E lei che cosa ha provato quando ha sentito la voce del Santo Padre al telefono?

R. – Un sentimiento incomprensibile...
Ho provato qualcosa di incomprensibile, di gigantesco. E’ una cosa talmente strana sentire la voce di colui che era arcivescovo e che all’improvviso è quella del Santo Padre! La distanza tra Buenos Aires e Roma fa sì che se il Santo Padre si avvicina tramite i mezzi di comunicazione, ci appare come una figura quasi angelicale, invece a Roma, avendolo così vicino, si vede di più la persona concreta.

D. – In questo momento com’è la situazione in Plaza de Mayo? Ci sono molte persone?

R. – Yo no se calcular el numero...
Io non so calcolare il numero, però la piazza è piena e così anche la Avenida de Mayo. La gente in questo momento sta arrivando e ci sono sempre più persone. (Radio Vaticana)