sabato 8 giugno 2013

"A noi, madri vedove senza speranza e futuro, Cristo dice: Non piangere!"

Nella decima Domenica “per annum” la liturgia, per bocca dell’evangelista Luca, ci annuncia la presenza tra di noi della “compassione divina”: il Signore Gesù ha potere sulla morte dell’uomo:

«Ragazzo, dico a te: alzati!».

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIOAnno C

MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 26,1-2
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò timore?
Proprio coloro che mi fanno del male
inciampano e cadono.
 
Colletta

O Dio, sorgente di ogni bene, ispiraci propositi giusti e santi e donaci il tuo aiuto, perché possiamo attuarli nella nostra vita. Per il nostro Signore...
 
Oppure:
O Dio, consolatore degli afflitti, tu illumini il mistero del dolore e della morte con al speranza che splende sul volto del Cristo; f
a' che nelle prove del nostro cammino restiamo intimamente uniti alla passione del tuo Figlio, perché si riveli in noi la potenza della sua risurrezione. Egli è Dio...

LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura
  1 Re 17, 17-24
Tuo figlio vive.

Dal primo libro dei Re
In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?».
Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo».
Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 29
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre
.
Seconda Lettura   Gal 1, 11-19Si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti. 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore
.
Canto al Vangelo    Lc 7,16
Alleluia, alleluia.

Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo
.
Alleluia.

   
 
   
Vangelo   
Lc 7, 11-17Ragazzo, dico a te, alzati!
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante
.

*

Su questo brano evangelico una riflessione di Don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:

Il Vangelo si apre oggi con un corteo funebre: “Veniva portato alla tomba un morto, figlio unico di madre vedova”. Siamo posti davanti al mistero della morte, alla ineluttabilità della morte: tutti moriamo. Davanti a questa divoratrice insaziabile sembra che Dio stesso debba come ritrarsi e darle passo. Ma oggi, di fronte ad essa, s’innalzano tre gesti divini (che si rinnovano nei sacramenti della Chiesa):

– la commozione di Gesù: il Figlio di Dio, venuto con potere divino proprio sulla morte, si commuove davanti alla sofferenza dell’uomo. Il verbo greco richiama direttamente le viscere materne, la tenerezza di Dio che dà la vita e difende la vita. “Gloria di Dio – esclama S. Ireneo – è l’uomo che vive”. “Non piangere”, dice Gesù alla madre. “Non piangere”, ripete Gesù ad ogni uomo: non è la morte l’ultima parola.

– Gesù si avvicina alla bara e la tocca: la legge ebraica dichiara impuro chiunque si avvicini ad un morto, chiunque abbia contatto con esso. Cristo, Signore della vita, non ha timore di attirare su di sé la contaminazione della morte, di tutte le morti: entrerà lui stesso nella morte per annientarla definitivamente.

–“Ragazzo, dico a te, alzati”: è la parola potente di Gesù che ridà vita al giovane. È la stessa parola creatrice di Dio. E il giovane viene restituito vivo alla madre attonita, che nulla ha chiesto, ma che si ritrova riempita della tenerezza materna di Dio. Questa vittoria di Cristo sulla morte è la buona notizia che la Chiesa porta al mondo – e Dio sa quanto bisogno c’è di essa! – è ciò che l’Eucaristia annuncia, celebra e dona ad ognuno di noi oggi. Accogliamola! Radio Vaticana 

*

don Antonello Iapicca

E' ovvio, ma forse non ci abbiamo mai riflettuto: a un funerale piangono i vivi e non i morti. Così, nel Vangelo di questa domenica, piuttosto che sul “figlio”, siamo chiamati a fissare l’attenzione sulla “madre”. E’ su di lei che Luca si sofferma dicendoci che “era rimasta vedova”; con lei era “molta gente della città”; è lei che Gesù “vede”; “per lei” è “preso da compassione”; a lei, per prima, si rivolge.
Quel figlio è parte della madre, il senso della sua vita, l’origine delle sue lacrime. Il figlio morto appartiene alla madre viva, come ogni opera delle nostre mani, pur destinata alla corruzione, ci appartiene in un intreccio misterioso nel quale è racchiusa l’esperienza dell’umanità: “La morte sovrasta l'esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un'imminenza che sovrasta. La morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. L'esser-gettato nella morte si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell'angoscia” (M. Heidegger, Essere e tempo).
Si tratta dell’emozione del corteo funebre giunto sulla porta di Nain, che significa “delizie”. Essa è, infatti, immagine dell’Eden, la città che Dio ha creato perché l’uomo gustasse le sue delizie. Ma “la morte vi è entrata per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap. 2,24). Così Nain è divenuta città dell’angoscia, conosciuta bene dagli ebrei: Egitto in ebraico significa proprio “angoscia, luogo dove l'uomo è definitivamente incastrato”.
Qui Israele aveva vissuto incastrato tra i mattoni che doveva fabbricare per il mausoleo al faraone. L’angoscia è la città di delizie trasformata nell’Egitto che viviamo ogni giorno: la famiglia, la scuola, il posto di lavoro, talvolta anche la parrocchia, ogni luogo ci riserva l’angoscia per “un’imminenza che sovrasta”. Viviamo nella paura della morte, e, per non accelerarne il corso, i pensieri, le parole e i gesti sono come distillati e “chattati” sulla tastiera di uno smartphone.
Viviamo come la madre che ha perso il suo “unico figlio”, accompagnando al cimitero l’unica vita ricevuta, dove regna il disordine morale, affettivo e sociale; qui abbiamo spesso gettato le nostre opere asservite al faraone - che in ebraico significa anche disordine - immagine del demonio. Tutto, nella città, ci è donato come primizia della Terra, per gustare le delizie dell’amore che sperimenteremo in Cielo. Ma il demonio ci ha ingannato, inducendoci a disobbedire per appropriarci dei doni di Dio. E ci siamo ritrovati nudi, nascondendoci impauriti, incapaci di amare, con la vita strappata dalle mani, come il figlio da quelle della madre.
Ma verso l’angoscia dove siamo immersi, cammina anche oggi Gesù, insieme ai “suoi discepoli” - la Chiesa - e “la grande folla” stupita e bisognosa - coloro che in Lui hanno visto qualcosa e lo seguono verso il Regno. Anche oggi Gesù si “reca” a Nain: ha un appuntamento con ciascuno di noi; forse, come "la madre", non aspettiamo o chiediamo nulla, abituati ormai anche alle lacrime. Ma Gesù, il “grande profeta”, prende l’iniziativa e viene a “visitare il suo popolo”, quella parte di noi orfana di Padre, schiava e incompiuta perché senza identità, e l’eredità dilapidata; ci “vede” come una madre che ha concepito ogni cosa nel peccato e “piange” le sue opere  precipitate nella morte.
E sulla “porta” che ci separa dagli inferi, dove non possiamo più nulla, “il Signore”, Dio stesso, “è preso da grande compassione per noi”. Di fronte al nostro fallimento, le viscere che ci hanno generato per l’amore e la vita eterna, esplodono sino a com-patire, a prendere su di sé la nostra morte. Da questo momento quel “figlio unico” è ormai una sola cosa con l’Unigenito Figlio di Dio.
A noi, madri vedove senza diritti, speranza e futuro, dice di “non piangere!”, invitandoci ad uscire da noi stessi, dall’uomo vecchio che, come la Maddalena, dinanzi al sepolcro, non può altro che piangere. No, sono possibili un altro discernimento e un altro atteggiamento. Di fronte al male, al peccato e alla morte c’è. Qualcuno che ha un gesto e una Parola che non conosciamo: Dio, il Santo e il Puro, è l’unico che può “avvicinarsi” e “toccare” la barella dove giace la nostra vita impura. Sulla Croce Gesù hacom-patito ogni nostro dolore sino a farsi peccato, “toccando” il nostro matrimonio, le parole e la sessualità, il fidanzamento, le amicizie, “avvicinandosi” come lo Sposo del Cantico dei Cantici ad ogni relazione con persone e cose, preparandole ad ascoltare la sua voce che annuncio la misericordia: “Ragazzo, dico a te, Alzati!”.
Sono piccole, povere, immature e fragili le nostre opere e, come il “ragazzo”, facili prede della morte. Ma proprio perché “giovani” e deboli, le opere della sposa raggiunte dalla Parola di Gesù possono accoglierne il potere fecondo e rigenerante: esso le “restituisce a sua madre” come frutti deliziosi della risurrezione di Cristo, trasformate in opere di vita eterna, perché dall’essere un corteo verso la morte, la nostra esistenza sia trasformata in un passaggio dalla schiavitù alla libertà, dal sepolcro alla vita.

*

Commento di Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

1) Un Dio presente e compassionevole
Dio non solamente è, ma è presente, è il Dio con noi, che si fa incontro e che, commosso dal dolore di una madre, la vedova di Naim, le ridona il figlio risuscitandolo.
Dio è sì l’“eccelso” (Sal 112/113, 4), che “siede nell’alto” (ibid.,5) e che deve chinarsi perché “più alta dei cieli è la sua gloria” (ibid., 4), ma si abbassa con premura verso di noi e “solleva dall’indigenza della polvere” (ibid., 6). Anche oggi il vangelo ci mostra che l’Emmanuele, il Dio con noi, si china sulla sofferenza di una donna vedova, umiliata dall’antica società, perché senza marito e senza figlio era considerata come ramo inutile e secco.
Con questo miracolo di compassione Gesù manifesta ancora una volta di essere venuto a portare nel mondo Dio, la gioia e la pace. Inoltre compie un gesto che è “segno” che permette di riconoscere in Lui il vero inviato di Dio. Soltanto Dio, padrone della vita e della morte, può richiamare i morti alla vita, e se Gesù lo compie con la propria autorità, dimostra di essere di “natura divina”: Lui, il Figlio, agisce in piena comunione con il Padre.
In questo gesto di Gesù si può anche vedere la profezia del momento in cui la Vergine Maria, vedova di Giuseppe, piangerà sulla morte di Gesù, suo unico Figlio, che la compassione del Padre le restituirà risuscitandolo il giorno di Pasqua.
Anche la Chiesa è una madre afflitta, che spesso piange per le colpe dei suoi figli morti per il peccato, e per questo è necessario che i fedeli preghino continuamente perché i peccatori si pentano, si convertano e risorgano a nuova vita.
Dio, ricco di misericordia, ha compassione di tutti e non disprezza noi sue creature peccatrici, l’importante che il nostro essere polvere si lasci irrorare dalle lacrime di Cristo e nelle mani creative di Dio saremo rifatti creature nuove: figli.
La compassione di Dio e, dunque la nostra, non è riducibile ad un’emozione: è un giudizio, è una partecipazione al destino delle persona che soffre per almeno alleviare la sua sofferenza.
L’amore di Dio si muove nella logica della compassione. Cosa vuol dire che l’amore di Dio è un amore di compassione? Che Dio ci vede in una condizione nella quale non ci aveva creati, ma nella quale ci siamo messi con il nostro peccato: quella di persone condannate alla morte. Fortunatamente chinandosi nel suo cuore di Dio comincia una profonda commozione, una profonda partecipazione al nostro destino. Questa compassione di Dio si chiama misericordia. Ma come può Dio compatire (patire insieme con)? Egli com-patisce, prendendo la nostra stessa natura umana, in questa condizione di morte e di miseria. Egli com-patisce consolando, guarendo e, oggi, risuscitando il figlio unico della madre vedova. Così il corteo dolente di Naim, sorpreso dalla gioia, si unisce al corteo festoso di Gesù.
E’ un fatto stupefacente che Dio assuma la nostra povera e mortale natura umana. Ed è umanamente comprensibile l’impressionante brano scritto da Celso (filosofo pagano del III secolo d.C.). Questo pensatore aveva sentito parlare della partecipazione di Dio al nostro destino, e commenta così questa per lui strana, incredibile notizia: “Se alcuni (i Cristiani) sostengono che un Dio o un figlio di Dio è disceso sulla terra, questa è, fra tutte le pretese, la più vergognosa, e non c’è bisogno di un lungo discorso per respingerla. Ma quale senso può avere per un Dio un viaggio come questo? Dovrebbe forse servire a lui per sapere cosa accade fra gli uomini? Ma Dio non sa tutto? E’ dunque incapace, presupposta la sua potenza divina, di indagare gli uomini senza spedire corporalmente qualcuno? Senza venire egli in mezzo a noi? Se, come affermano i Cristiani, egli è venuto per aiutare gli uomini ad entrare nella vita, allora veramente dicono qualcosa che non può essere sostenuto se non da persone pazze. Non dico nulla di nuovo, ma cose risapute da tempo. Dio è buono, è bello, è felice, si trova in una situazione ottima e bellissima, ma se egli, come dite voi Cristiani, scende verso gli uomini, significa che si assoggetta ad un cambiamento, e questo cambiamento, per lui, sarà fatalmente da buono a cattivo, da bello a brutto, da felice ad infelice. Ma chi vorrebbe un cambiamento simile? E’ impossibile che questo sia accaduto!”. 

Umanamente parlando questo amore di Dio che viene a condividere il nostro destino: “mi ha amato e ha dato se stesso per me” è uno scandalo. Ed è umanamente inconcepibile che una Vergine concepisca per opera dello Spirito Santo il Figlio di Dio da chiamare Gesù (= Dio salva): “egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (cfr Vangelo ambrosiano di oggi). Ed è altrettanto umanamente inconcepibile che l’apostolo Paolo scriva: 
“Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché Cristo è morto per noi”.
Ma l’incarnazione, la passione, morte e resurrezione di Cristo non sono un pensiero, sono dei fatti realmente accaduti. La vita di Cristo è un evento dentro la nostra storia, un avvenimento straordinario: la compassione di Dio per ciascuno di noi e per tutta l’umanità. La compassione divina significa commozione per il nostro destino, partecipazione al nostro destino, condivisione del nostro destino attraverso l’assunzione della nostra natura umana e, quindi, della nostra stessa morte.
2) Il cristiano non sceglie la sofferenza, sceglie l’amore.
Per intercessione della Madonna, Gesù ci doni la forza di saperLo seguire sulla strada della Croce, che è la legge di ogni vita, che è la legge di ogni vero amore, che è – ora – soprattutto la legge della vera amicizia con Cristo.
Gesù, che ha consolato la Vedova di Naim dicendole teneramente “Non piangere”, ci dia la forza di soffrire in pace; di piangere in pace; di sentirci maltrattati in pace; di morire in pace.
Nella sua visione dell’Apocalisse S. Giovanni vide davanti al trono dell’Agnello, cioè di Cristo, un’immensa moltitudine di persone biancovestite, con una palma tra le mani. Domandò chi fossero: “Essi sono coloro che vennero dalla tribolazione e hanno reso bianche le loro vesti nel sangue dell’Agnello [cioè nella croce e nel dolore]. Perciò ora sono davanti al trono di Dio. Essi non avranno più né fame né sete, né il sole mai tramonterà per essi. E l’Agnello li condurrà per sempre alla sorgente della vita, della felicità, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi” (Ap7,14-17). Quando siamo nel dolore, facciamo memoriadi questa visione di S. Giovanni, e confortiamoci al pensiero che “Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi” (Ap 21,4).
Un modo non cruento di vivere il martirio è la verginità. Secondo Sant’Ambrogio di Milano la verginità consacrata nasce da Cristo vergine e da Maria vergine, che si donarono completamente al Padre con il martirio del croce l’uno e dell’anima trafitta dal dolore l’altra.
La Verginità consacrata è una risposta libera a Cristo. Egli chiama alcune donne al dono completo di se stese a Lui e, quale ricompensa, dona a queste donne non tanto la stima sociale, ma l’esperienza di vera intimità con Lui nella fede.
La loro consacrazione è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio (cfr n 36 del Rito di Consacrazione delle Vergini, altra formula di benedizione finale) : “ Dio ha fatto nascere et crescere in vostri cuori la decisione di consacrarli la vostra vita. La sua grazia vi aiuti a rispondere giorno dopo giorno alle esigenze della vostra vocazione. Vi renda segno e testimonianza del suo amore. Vi conceda di vivere in pienezza, nel cielo, questa alleanza inaugurata sulla terra con Cristo”.
*
LETTURA PATRISTICA, SEGUITA DA UNA POESIA
S. Gregorio Magno
COMMENTO A GIOBBE,  19,68-69; 21,30
Talvolta la mano è più pronta a dare che il cuore a compatire”
Sebbene la vera compassione stia nell’usare le proprie ricchezze per le sofferenze del prossimo, talvolta però, quando uno ha grande disponibilità di mezzi, può avvenire che la mano sia più pronta a dare che il cuore a compatire. In realtà chi vuol dare perfettamente, oltre al porgere aiuto all’afflitto, fa suo anche il suo stato d’animo, e prima prende su di sé la sofferenza del paziente e poi somministra il rimedio al suo dolore. Poiché spesso i soccorsi provengono solo dal fatto dell’abbondanza di mezzi e non da virtuosa compassione. Infatti chi perfettamente compatisce l’afflitto spesso soccorre l’indigente mettendo se stesso nelle difficoltà. Allora é piena la compassione del nostro cuore quando per amor del prossimo non temiamo di accettare la povertà per liberarlo dalla sua sofferenza. 
Cristo, modello di condivisione e compassione
Questo modello di pietà ce l’ha dato il Mediatore fra Dio e gli uomini. Egli poteva salvarci anche senza morire, ma preferì soccorrerci morendo, perché ci avrebbe amato di meno se non avesse preso su di sé le nostre ferite; né ci avrebbe dimostrato l’intensità del suo amore se Egli non avesse sostenuto quel male che voleva togliere a noi. Ci trovò passibili e mortali, ma lui che ci aveva creati
dal nulla, avrebbe potuto liberarci dai patimenti anche senza morire. Invece, per mostrare quanto era
grande la forza della sua compassione, si degnò di diventare lui quello che non voleva fossimo noi, e sostenne in sé la morte temporale per espellere da noi la morte eterna. Forse che restando invisibile a noi, con le ricchezze della sua divinità, non avrebbe potuto arricchirci colle sue meravigliose risorse? Ma per far riavere all’uomo le ricchezze interiori, Dio si degnò di apparire povero all’esterno. Perciò il grande predicatore Paolo, per accenderci in cuore una generosa compassione disse: “Si fece povero per noi, sebbene fosse ricco...”. Talvolta diciamo che vale di più la compassione del cuore che il dono materiale perché chi perfettamente compatisce l’indigente, da meno importanza a tutto quello che da.
E meno povero chi è senza vestito che chi è senza umiltà” 
Chi nel soccorrere il prossimo si da aria d’importanza, commette internamente un peccato di superbia che vince in proporzione il merito della buona opera esteriore, e resta lui nudo al di dentro, mentre disprezza il nudo che riveste al di fuori, e diventa peggiore di prima col credersi migliore del prossimo indigente. Infatti é meno povero chi é senza vestito, che chi é senza umiltà. Perciò quando vediamo la miseria esteriore dei nostri fratelli, dobbiamo riflettere quanto sia grande la nostra miseria interiore, e allora non ci verrà da insuperbire su di loro, vedendo chiaro che al di dentro noi siamo realmente più miserabili di loro. 
***
Propongo anche una bellissima poesia di Clemente Rebora, che ci narra la compassione di Dio descrivendo il momento supremo di questa compassione, cioè la morte di Cristo:
Gesù manda il gran grido.
Rende lo spirito al Padre.
Immenso silenzio improvviso;
via fugge, snidata, la morte;
addensate sul giorno
le tenebre, il sole le squarcia;
si squarcia il velo del tempio.
Immobile è tutto,
un istante che è eterno:
il Sangue solo si muove,
l’inesausto amor del Signore,
che pende regale
aperte le braccia ai fratelli
verso la Madre nel parto.
Ora ascende, ascende il Calvario,
paradiso pieno di dolore:
in un gemer tutto il creato,
la terra sussulta,
si spezzan le pietre,
nelle tombe esultano i santi;
rincasa la gente, battendosi il petto,
poca rimane, rapita nel pianto;
i crocifissi languenti
stan come assorti.
E nell’immane momento
il centurione, di fronte alla croce,
sgomento, dice, gloriando, coi suoi: 
Veramente era il Figlio di Dio”.