venerdì 14 giugno 2013

Discorso di Papa Francesco alla Comunità degli Scrittori de “La Civiltà Cattolica”



Discorso di Papa Francesco alla Comunità degli Scrittori de “La Civiltà Cattolica”. “Quello che Paolo VI, ripreso da Benedetto XVI, disse della Compagnia di Gesù, vale in modo particolare per voi anche oggi: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell'uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti»”

Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza la Comunità degli Scrittori de “La Civiltà Cattolica”. Prima dell’Udienza il Papa s’intrattiene brevemente con il Direttore della rivista, Padre Antonio Spadaro. Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre rivolge ai presenti:
Cari amici nel Signore,
sono contento di incontrare voi Scrittori, la vostra comunità al completo, le Suore e gli Addetti all'amministrazione della Casa. I Gesuiti della Civiltà Cattolica, sin dal 1850, svolgono un lavoro che ha un particolare legame con il Papa e la Sede Apostolica. I miei Predecessori, incontrandovi in udienza, hanno riconosciuto più volte come questo vincolo sia un tratto essenziale della vostra rivista. Oggi vorrei suggerirvi tre parole che possono aiutarvi nel vostro impegno.
La prima è dialogo. Voi svolgete un importante servizio culturale. Inizialmente l'atteggiamento e lo stile della Civiltà Cattolica furono combattivi e spesso anche aspramente polemici, in sintonia con il clima generale dell'epoca. Ripercorrendo i 163 anni della rivista, si rileva una ricca varietà di posizioni, dovute sia al mutare delle circostanze storiche, sia alle personalità dei singoli scrittori. La vostra fedeltà alla Chiesa richiede ancora di essere duri contro le ipocrisie frutto di un cuore chiuso, malato. Duri contro questa malattia. Ma il vostro compito principale non è di costruire muri ma ponti; è quello di stabilire un dialogo con tutti gli uomini, anche con coloro che non condividono la fede cristiana, ma «hanno il culto di alti valori umani», e perfino «con coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in varie maniere» (Gaudium et spes, 92). Sono tante le questioni umane da discutere e condividere e nel dialogo è sempre possibile avvicinarsi alla verità, che è dono di Dio, e arricchirsi vicendevolmente. Dialogare significa essere convinti che l'altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alla sua opinione, alle sue proposte, senza cadere, ovviamente, nel relativismo. E per dialogare bisogna abbassare le difese e aprire le porte. Continuate il dialogo con le istituzioni culturali, sociali, politiche, anche per offrire il vostro contributo alla formazione di cittadini che abbiano a cuore il bene di tutti e lavorino per il bene comune. La «civiltà cattolica» è la civiltà dell'amore, della misericordia, della fede.
La seconda parola è discernimento. Il vostro compito è di raccogliere ed esprimere le attese, i desideri, le gioie e i drammi del nostro tempo, e di offrire gli elementi per una lettura della realtà alla luce del Vangelo. Le grandi domande spirituali oggi sono più vive che mai, ma c'è bisogno che qualcuno le interpreti e le capisca. Con intelligenza umile e aperta «cercate e trovate Dio in tutte le cose», come scriveva sant'Ignazio. Dio è all'opera nella vita di ogni uomo e nella cultura: lo Spirito soffia dove vuole. Cercate di scoprire ciò che Dio ha operato e come proseguirà la sua opera. Un tesoro dei Gesuiti è proprio il discernimento spirituale, che cerca di riconoscere la presenza dello Spirito di Dio nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Mi viene una cosa che diceva Rahner: il gesuita è uno specialista nel discernimento nel campo di Dio e anche nel campo del diavolo. Non bisogna aver paura di proseguire nel discernimento, per trovare la verità. Quando ho letto queste osservazioni di Rahner, mi hanno abbastanza colpito.
E per cercare Dio in tutte le cose, in tutti i campi del sapere, dell'arte, della scienza, della vita politica, sociale ed economica sono necessari studio, sensibilità, esperienza. Alcune delle materie che trattate possono anche non avere relazione esplicita con una prospettiva cristiana, ma sono importanti per cogliere il modo in cui le persone comprendono se stesse e il mondo che le circonda. La vostra osservazione informativa sia ampia, obiettiva e tempestiva. E’ necessario anche avere una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza di Dio, che vanno considerate sempre insieme, e sono preziosi alleati nell'impegno a difesa della dignità dell'uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica e nel custodire con cura il creato. Da questa attenzione nasce il giudizio sereno, sincero e forte circa gli avvenimenti, illuminato da Cristo. Grandi figure come Matteo Ricci ne sono un modello. Tutto questo richiede di mantenere aperti il cuore e la mente, evitando la malattia spirituale dell’autoreferenzialità. Anche la Chiesa quando diventa autoreferenziale, si ammala, invecchia. Il nostro sguardo, ben fisso su Cristo, sia profetico e dinamico verso il futuro: in questo modo, rimarrete sempre giovani e audaci nella lettura degli avvenimenti!
La terza parola è frontiera. La missione di una rivista di cultura come La Civiltà Cattolica entra nel dibattito culturale contemporaneo e propone, in modo serio e nello stesso tempo accessibile, la visione che viene dalla fede cristiana. La frattura tra Vangelo e cultura è senza dubbio un dramma (cfr Evangelii nuntiandi, 20). Voi siete chiamati a dare il vostro contributo per sanare questa frattura che passa anche attraverso il cuore di ciascuno di voi e dei vostri lettori. Questo ministero è tipico della missione della Compagnia di Gesù. Accompagnate, con le vostre riflessioni e i vostri approfondimenti, i processi culturali e sociali, e quanti stanno vivendo transizioni difficili, facendovi carico anche dei conflitti. Il vostro luogo proprio sono le frontiere. Questo è il posto dei gesuiti. Quello che Paolo VI, ripreso da Benedetto XVI, disse della Compagnia di Gesù, vale in modo particolare per voi anche oggi: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell'uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti». Per favore, siate uomini di frontiera, con quella capacità che viene da Dio (cfr 2Cor 3,6). Ma non cadete nella tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle. Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, è urgente un coraggioso impegno per educare a una fede convinta e matura, capace di dare senso alla vita e di offrire risposte convincenti a quanti sono alla ricerca di Dio. Si tratta di sostenere l'azione della Chiesa in tutti i campi della sua missione. La Civiltà Cattolica quest'anno si è rinnovata: ha assunto una nuova veste grafica, si può leggere anche in versione digitale e raggiunge i suoi lettori pure nelle reti sociali. Anche queste sono frontiere sulle quali siete chiamati a operare. Proseguite su questa strada!
Cari Padri, vedo tra voi giovani, meno giovani e anziani. La vostra è una rivista unica nel suo genere, che nasce da una comunità di vita e di studi; come in un coro affiatato, ciascuno deve avere la sua voce e porla in armonia con quella degli altri. Forza, cari fratelli! Sono sicuro di poter contare su di voi. Mentre vi affido alla Madonna della Strada, imparto a voi, redattori, collaboratori e suore, come anche a tutti i lettori della rivista, la mia Benedizione.

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Oggi Papa Francesco ha incontrato prima l'arcivescovo di Canterbury e capo della Comunione Anglicana Justin Welby, quindi i Gesuiti del Collegio degli scrittori del periodico «La Civiltà Cattolica». I due incontri sono stati occasione per richiamare con fermezza come lo stile cordiale del dialogo con tutti deve necessariamente andare insieme a una chiarezza e a una fermezza della dottrina, e a un discernimento delle forze all'opera nel mondo tra le quali non si può dimenticare - il Papa lo ripete quasi tutti i giorni - l'azione del diavolo.

Al primate anglicano il Papa ha detto con chiarezza che la conversazione fra Roma e la sua comunità continua, ma che «nel dialogo teologico, sono emerse difficoltà maggiori di quelle che ci si potesse immaginare all’inizio del cammino».

Si tratta, come è noto, delle scelte che la Comunione Anglicana ha ritenuto di fare aprendo il suo sacerdozio alle donne e a omosessuali dichiarati. Tra i risultati di queste scelte c'è stato l'esodo di un certo numero di anglicani verso la Chiesa Cattolica, ricordato da Papa Francesco quando ha ringraziato Welby «per il sincero sforzo che la Chiesa d’Inghilterra ha mostrato per comprendere le ragioni che hanno portato il mio Predecessore, Benedetto XVI, ad offrire una struttura canonica in grado di rispondere alle domande di quei gruppi di anglicani che hanno chiesto di essere ricevuti, anche corporativamente, nella Chiesa cattolica».

Più che di teologia, continuando una linea di Benedetto XVI, Papa Francesco ha parlato al primate anglicano di questioni morali, in un momento in cui in Gran Bretagna la Chiesa Cattolica è impegnata a contrastare il passaggio dalle unioni civili al matrimonio omosessuale, l'obbligo che si vuole imporre agli orfanotrofi religiosi di consegnare i bambini per l'adozione alle coppie omosessuali, e i tentativi di limitare l'obiezione di coscienza in tema di aborto. Cattolici e anglicani, ha detto il Papa, dovrebbero dare insieme «la testimonianza del riferimento a Dio e della promozione dei valori cristiani, di fronte ad una società che sembra talora mettere in discussione alcune delle basi stesse della convivenza, quali il rispetto verso la sacralità della vita umana, o la solidità dell’istituto della famiglia fondata sul matrimonio». 

Solo partendo dalla vita e dalla famiglia le comunità cristiane saranno credibili anche quando richiamano i principi della dottrina sociale per l'ordine interno e internazionale della nazioni, danno «voce al grido dei poveri, affinché non siano abbandonati alle leggi di un’economia che sembra talora considerare l’uomo solo in quanto consumatore» e collaborano per la soluzione di terribili conflitti come quello, ricordato dal Pontefice, in corso in Siria.

Il tema della fermezza sui principi, accompagnata da una capacità di dialogare con tutti, è tornato nell'incontro con gli scrittori della «Civiltà Cattolica», che il Papa ha organizzato - secondo uno schema che gli è consueto - intorno a tre parole: dialogo, discernimento e frontiera. Francesco ha ricordato che nel XIX e nel primo XX secolo «l'atteggiamento e lo stile della Civiltà Cattolica furono combattivi e spesso anche aspramente polemici». Il Papa ha rilevato, senza critiche o condanne, che questo era «in sintonia con il clima generale dell'epoca», e che del resto anche oggi «la fedeltà alla Chiesa richiede ancora di essere duri contro le ipocrisie frutto di un cuore chiuso, malato. Duri contro questa malattia».

E tuttavia nello stesso tempo si tratta di cercare il dialogo, perfino - ha detto il Papa citando la costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Vaticano II -  «con coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in varie maniere».  Certo, la parola «dialogo» va sempre maneggiata con cura. Bisogna sì «aprire le porte» ma «senza cadere, ovviamente, nel relativismo» e ricordando sempre che scopo ultimo del dialogo è «avvicinarsi alla verità, che è dono di Dio».

Quanto alla seconda parola, «discernimento», dovrebbe essere proprio della «Civiltà Cattolica»raccogliere tutte le domande «del nostro tempo» offrendo a ciascuna risposte «alla luce del Vangelo». «Le grandi domande spirituali oggi sono più vive che mai, ma c'è bisogno che qualcuno le interpreti e le capisca». Il discernimento, ha detto il Papa, è il tesoro di sant'Ignazio di Loyola (1491-1556) e dei Gesuiti, e «cerca di riconoscere la presenza dello Spirito di Dio nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali». Se però si effettua il discernimento come sant'Ignazio lo insegna negli «Esercizi Spirituali» si trovano all'opera nel mondo sia Dio sia il diavolo. Qui Papa Francesco ha citato un teologo gesuita controverso, Karl Rahner (1904-1984), ma per prenderne a prestito un'espressione molto in sintonia con pensieri che va ripetendo in queste settimane a proposito del diavolo. «Mi viene in mente - ha detto il Pontefice - una cosa che diceva Rahner: il gesuita è uno specialista nel discernimento nel campo di Dio e anche nel campo del diavolo. Non bisogna aver paura di proseguire nel discernimento, per trovare la verità. Quando ho letto queste osservazioni di Rahner, mi hanno abbastanza colpito». E naturalmente l'invito a un discernimento che tenga conto della presenza nella storia sia dello Spirito Santo sia del diavolo non vale solo per i Gesuiti.

Nella formazione culturale, il Papa ha raccomandato «una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza di Dio, che vanno considerate sempre insieme». Solo così si evita - Francesco ripete questo grido di allarme tutte le settimane - «la malattia spirituale dell’autoreferenzialità. Anche la Chiesa quando diventa autoreferenziale, si ammala, invecchia».

Infine la terza parola, «frontiera». Papa Francesco ha richiamato l'espressione del servo di Dio Paolo VI  (1897-1978), secondo cui la frattura tra Vangelo e cultura è il dramma della nostra epoca. E lo stesso Paolo VI, con parole più tardi citate da Benedetto XVI, chiedeva ai Gesuiti di operare per sanare questa frattura : «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell'uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti». 

Come a proposito del dialogo, anche sul tema delle frontiere è però facile cadere in equivoci. Si tratta di evangelizzare le frontiere della cultura contemporanea, non di farsi sedurre da loro e portare lontani dalla fede. Ai Gesuiti Papa Francesco ha detto: «non cadete nella tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle. Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, è urgente un coraggioso impegno per educare a una fede convinta e matura, capace di dare senso alla vita e di offrire risposte convincenti a quanti sono alla ricerca di Dio». Oggi l'evangelizzazione, ha concluso il Papa, passa anche per la rete e per i social network. Ma è importante che, fra tanta diversità, ultimamente parli con «una voce sola», la voce della Chiesa. (M. Introvigne)