sabato 15 giugno 2013

Il giornalista che salvò ebrei e perseguitati

A Carpi il cardinale Amato beatifica il martire Odoardo Focherini. 

«Esemplare testimone del Vangelo», che «non esitò ad anteporre il bene dei fratelli all’offerta della propria vita». Così Papa Francesco sintetizza la vita e l’opera del martire Odoardo Focherini (1907-1944) beatificato sabato mattina, 15 giugno, a Carpi, nella lettera apostolica per l’occasione. Il rito è stato presieduto dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza del Pontefice.
Nell’omelia il porporato ha ripercorso i momenti principali della vita del Focherini, a cominciare dalla sua ardente carità, manifestata soprattutto nell’impegno «nel mettere in salvo dalla persecuzione nazista famiglie perseguitate», nell’«operosità nell’Azione Cattolica», nell’attività giornalistica presso «L’Avvenire d’Italia», nella «fedeltà alla sua identità battesimale», e nell’«adesione piena alla volontà divina fino ad accettare l’umiliazione e la sofferenza dei campi di concentramento». Il suo martirio, infatti, fu «la conclusione tragica di una vita virtuosa, fondata sul trinomio preghiera, sacrificio, azione, che erano i cardini della spiritualità laicale dell’Azione Cattolica».
Focherini «amava Dio e amava il prossimo fino all’olocausto della sua vita. Faceva il possibile per venire incontro a chi era in difficoltà, a suo rischio assumeva per lavoro persone politicamente perseguitate, aiutò i feriti dopo il bombardamento di Bologna, veniva incontro a don Zeno Saltini per i suoi ragazzi. Aveva scelto di indossare l’abito della carità verso tutti e non si risparmiava». Tra i suoi contemporanei si era sparsa la voce che chi ricorreva a lui trovava sempre piena accoglienza e disponibilità. «Anche nei campi di prigionia — ha detto il cardinale — diffondeva ottimismo e speranza. Quando gli perveniva del cibo lo divideva con gli altri. Una signora ebrea di Ferrara, che aveva perduto quattordici parenti, confessa di aver avuto la forza di sopravvivere, per le parole che le disse un giorno il nostro beato: “Avrei già fatto il mio dovere se pensassi solo ai miei sette figlioli, ma sento che non posso abbandonarvi, che Dio non me lo permette”».
Un secondo aspetto del nuovo beato è quello della sua «coerenza alla fede battesimale e al fondamentale codice umano-divino del decalogo». Ricordando l’impegno sociale del Focherini, il porporato ha fatto riferimento all’Italia che, «nel confuso stradario contemporaneo, ha bisogno di ritrovare la via retta del vivere fraterno, operoso, solidale. È da san Paolo che ci proviene questo invito a ritrovare i giusti atteggiamenti, che hanno guidato l’esistenza del beato Focherini».
Nell’agosto del 1942, ha ricordato, mette in salvo alcuni ebrei polacchi, giunti in Italia in divisa da soldati e da crocerossine, e inviati dall’arcivescovo di Genova a Raimondo Manzini a Bologna. «Nell’ottobre-novembre 1944 — ha aggiunto — si adopera per aiutare altre famiglie ebree, permettendo loro di riparare in Svizzera». Per questa sua attività umanitaria «i nazisti lo arrestarono (11 marzo 1944) e lo trasferirono prima nelle carceri di San Giovanni in Monte presso Bologna, poi nel campo di concentramento di Fossoli, in provincia di Modena, e successivamente nei campi di Gries (sobborgo di Bolzano), di Flossenburg e di Hersbruck, in Germania, dove morì, il 27 dicembre 1944, per setticemia nell’infermeria del campo». Come dice la lingua canonica della Chiesa: propter aerumnas carceris. «La causa della sua morte furono le torture e i tormenti subiti in carcere. Fece, cioè, la morte di un martire».
Purtroppo, ha fatto notare il cardinale, i cristiani, «anche oggi, soffrono persecuzione, non solo culturale, ma anche fisica. In alcune nazioni europee spesso vivono in un clima di intolleranza, subendo insulti, minacce, discriminazioni sul lavoro e nei luoghi pubblici. È quanto rivela l’Osservatorio europeo di Vienna sull’intolleranza e la discriminazione verso i cristiani». È del 4 giugno scorso, ha ricordato, «la notizia sconvolgente di un cristiano indiano, che, rifiutandosi di convertirsi all’induismo, è stato attirato in una trappola e decapitato dal suocero. Il suo nome era Tapas Bin e il fatto di sangue è avvenuto nel villaggio di Teliamura (West Tripura), nella zona nordorientale dell’India». Ancora oggi, ha sottolineato, «in moltissime regioni del mondo i cristiani non solo non sono protetti ma mancano di libertà religiosa, di libertà di coscienza e spesso vengono costretti con la forza a rinnegare la propria fede».
Queste poche indicazioni, ha aggiunto, «ci fanno comprendere meglio il valore della testimonianza cristiana del nostro beato, difensore dei fratelli perseguitati e quindi difensore della vera umanità, che ha nel suo codice genetico di creatura di Dio l’amore alla verità, alla bontà e alla fraternità». In questo anno della Fede, ha ricordato il porporato, la Chiesa ha glorificato alcuni di questi testimoni generosi e fedeli al loro battesimo. Tra questi, gli ottocento martiri d’Otranto, «uccisi in odio alla fede nel 1480 perché non vollero rinnegare il loro battesimo e canonizzati da Papa Francesco il 12 maggio scorso». Ma anche don Pino Puglisi, sacerdote «anch’egli ucciso per difendere il suo apostolato di educazione dei giovani alla vita buona del Vangelo. Il prossimo ottobre vedrà la beatificazione di un gruppo di martiri spagnoli, uccisi durante la persecuzione religiosa degli anni Trenta del secolo scorso. Ancora in ottobre ci sarà la beatificazione, a Modena, del giovanissimo seminarista Rolando Rivi, di quattordici anni, ucciso in modo brutale solo perché voleva diventare sacerdote e apostolo del Vangelo. Con la loro bontà, i martiri cristiani sono il più efficace antidoto alla metastasi del male».
Il beato offre a tutti noi anche un’ultima lezione: il suo martirio, infatti, «ricorda che la nostra esistenza terrena è solo un pellegrinaggio verso la patria eterna. Costretto, per la cattiveria umana a lasciare la sposa e i suoi sette figli, il nostro beato ci invita ad alzare gli occhi verso l’alto, verso il paradiso, che non è una realtà vuota, arida e triste, ma la patria della felicità e della gioia divina dei beati». Abbandonando questa terra piena di desolazione e di odio fraterno, ha concluso, «Odoardo ha avuto la nostalgia del cielo, dove abitano in eterno verità, giustizia, bontà e gioia senza fine. Forgiato dalla Parola di Dio, egli sapeva che, dalla prima all’ultima pagina, la Bibbia contiene il canto a più voci dei beati. Le corde del Salterio non si stancano di innalzare inni di lode al Signore. La Parola di Dio si conclude con la rivelazione della Gerusalemme celeste, il cielo e la terra nuova, dove confessori e martiri cantano a Dio l’inno della gioia eterna». 

L'Osservatore Romano