Se la Chiesa non è un’organizzazione non governativa, come più volte ha ricordato Papa Francesco, allora non ha bisogno di sacerdoti «top manager, dalle strabilianti capacità organizzative o dalla particolare — e spesso troppo soggettiva — creatività». E neppure di preti che si lasciano andare a «piroette pastorali nella quali si mimetizzano con il mondo, animando ogni tipo di iniziativa, che nulla, o poco ha a che fare con l’autentico annuncio del Vangelo».Per il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, il senso della vocazione sacerdotale è chiaro: non si tratta di «una delle possibili “professioni” da svolgere» ma di «una vita da vivere, un amore da accogliere e da ricambiare, un tutto da ricevere e un tutto da donare, a Dio e ai fratelli».
Durante la sua visita in Slovacchia in occasione della Giornata mondiale di santificazione del clero e delle celebrazioni giubilari dei santi Cirillo e Metodio, il porporato ha incontrato i vescovi del Paese, i sacerdoti, i seminaristi e i responsabili della formazione di quanti si preparano al sacerdozio. E proprio a questi ultimi, nel corso della conferenza tenuta venerdì 7 giugno a Banská Bystrica, ha ricordato che i preti devono essere «degli autentici pastori, degli uomini di fede capaci di essere padri della fede del popolo, dei collaboratori del ministero apostolico, realmente immedesimati con la Chiesa, sposati con essa e appassionatamente fedeli alla propria sposa». Perché — ha spiegato — «ciò che gli uomini apprezzano è la radicalità della vita evangelica, la letizia dell’incontro salvifico con Cristo, del quale si è fatta reale esperienza, la capacità di mediare questo incontro, attraverso un contatto umano sereno, accogliente, dal tratto caritatevole e umanamente significativo e, perciò, significante».
Si tratta dunque «di formare uomini uniti a Cristo, alla Chiesa e al Papa, che guardino con amore al Cuore di Gesù come fonte vitale della propria esistenza e del proprio ministero». Un traguardo da raggiungere riscoprendo soprattutto il primato della vita spirituale. Che non è «fuga» dalla realtà o «arbitraria estraneità da essa» — ha spiegato il cardinale — ma sintesi tra «una robusta umanità, una buona formazione dottrinale, la giusta creatività e lo zelo pastorale». Cammino non facile, al quale i formatori hanno il dovere di dedicare «energie e tempo», senza perdersi a «istruire scrutini di ammissione» eccessivamente esigenti, quanto piuttosto incontrando i candidati al sacerdozio «nella loro concreta condizione esistenziale», per «assumere, con fraterna capacità di condivisione, i loro punti di partenza, i loro limiti, le loro storie». Ben sapendo, in fondo, «che nessuno parte da troppo lontano, tanto da non poter arrivare, e che nessuna storia è così ferita da non poter essere risanata da Cristo».
Questo vuol dire fare del seminario un luogo di fede, di accoglienza e di incontro, dove si compie insieme un itinerario «talvolta doloroso, sempre impegnativo e comunque profondamente coinvolgente»: una «occasione unica — ha ribadito il porporato nella messa celebrata con i seminaristi — per imparare quella intimità divina che dovrà accompagnare ogni istante della nostra esistenza sacerdotale». Il segreto per riuscire in questo è «lasciarsi prendere sulle spalle dal Signore» per affidargli «il peso della nostra storia» e «guardare con lui nella stessa direzione», facendo della vita sacerdotale un «“sì” incondizionato di amore e di servizio». Anche «la castità perfetta nel celibato e la riverenza e obbedienza che promettete — ha ricordato ai giovani — rientrano in questo grande “sì” d’amore ripetuto con gioia ogni giorno».
Della necessità di vivere il sacerdozio in spirito di comunione e di obbedienza, «totalmente immersi» nell’amore del Cuore di Gesù, il cardinale Piacenza aveva parlato già nella conferenza tenuta giovedì 6 a Zilina. Rivolgendosi al clero del Paese aveva richiamato in particolare la necessità di un giusto rapporto tra il prete e la modernità. «Essere preti moderni — aveva avvertito — non significa reinventare la fede a ogni omelia, o immaginare una Chiesa diversa da quella che Cristo ha istituito. Essere moderni significa, al contrario, essere contemporanei di Cristo, cioè vivere in ogni istante alla sua presenza». Perché — aveva aggiunto —«solo chi vive alla sua presenza, riempito del suo amore, è capace anche di quella sana creatività, rispettosissima della verità e capace di andare incontro a ogni fedele».
L'Osservatore RomanoDurante la sua visita in Slovacchia in occasione della Giornata mondiale di santificazione del clero e delle celebrazioni giubilari dei santi Cirillo e Metodio, il porporato ha incontrato i vescovi del Paese, i sacerdoti, i seminaristi e i responsabili della formazione di quanti si preparano al sacerdozio. E proprio a questi ultimi, nel corso della conferenza tenuta venerdì 7 giugno a Banská Bystrica, ha ricordato che i preti devono essere «degli autentici pastori, degli uomini di fede capaci di essere padri della fede del popolo, dei collaboratori del ministero apostolico, realmente immedesimati con la Chiesa, sposati con essa e appassionatamente fedeli alla propria sposa». Perché — ha spiegato — «ciò che gli uomini apprezzano è la radicalità della vita evangelica, la letizia dell’incontro salvifico con Cristo, del quale si è fatta reale esperienza, la capacità di mediare questo incontro, attraverso un contatto umano sereno, accogliente, dal tratto caritatevole e umanamente significativo e, perciò, significante».
Si tratta dunque «di formare uomini uniti a Cristo, alla Chiesa e al Papa, che guardino con amore al Cuore di Gesù come fonte vitale della propria esistenza e del proprio ministero». Un traguardo da raggiungere riscoprendo soprattutto il primato della vita spirituale. Che non è «fuga» dalla realtà o «arbitraria estraneità da essa» — ha spiegato il cardinale — ma sintesi tra «una robusta umanità, una buona formazione dottrinale, la giusta creatività e lo zelo pastorale». Cammino non facile, al quale i formatori hanno il dovere di dedicare «energie e tempo», senza perdersi a «istruire scrutini di ammissione» eccessivamente esigenti, quanto piuttosto incontrando i candidati al sacerdozio «nella loro concreta condizione esistenziale», per «assumere, con fraterna capacità di condivisione, i loro punti di partenza, i loro limiti, le loro storie». Ben sapendo, in fondo, «che nessuno parte da troppo lontano, tanto da non poter arrivare, e che nessuna storia è così ferita da non poter essere risanata da Cristo».
Questo vuol dire fare del seminario un luogo di fede, di accoglienza e di incontro, dove si compie insieme un itinerario «talvolta doloroso, sempre impegnativo e comunque profondamente coinvolgente»: una «occasione unica — ha ribadito il porporato nella messa celebrata con i seminaristi — per imparare quella intimità divina che dovrà accompagnare ogni istante della nostra esistenza sacerdotale». Il segreto per riuscire in questo è «lasciarsi prendere sulle spalle dal Signore» per affidargli «il peso della nostra storia» e «guardare con lui nella stessa direzione», facendo della vita sacerdotale un «“sì” incondizionato di amore e di servizio». Anche «la castità perfetta nel celibato e la riverenza e obbedienza che promettete — ha ricordato ai giovani — rientrano in questo grande “sì” d’amore ripetuto con gioia ogni giorno».
Della necessità di vivere il sacerdozio in spirito di comunione e di obbedienza, «totalmente immersi» nell’amore del Cuore di Gesù, il cardinale Piacenza aveva parlato già nella conferenza tenuta giovedì 6 a Zilina. Rivolgendosi al clero del Paese aveva richiamato in particolare la necessità di un giusto rapporto tra il prete e la modernità. «Essere preti moderni — aveva avvertito — non significa reinventare la fede a ogni omelia, o immaginare una Chiesa diversa da quella che Cristo ha istituito. Essere moderni significa, al contrario, essere contemporanei di Cristo, cioè vivere in ogni istante alla sua presenza». Perché — aveva aggiunto —«solo chi vive alla sua presenza, riempito del suo amore, è capace anche di quella sana creatività, rispettosissima della verità e capace di andare incontro a ogni fedele».
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Viaggio del Card. Piacenza in Slovacchia
Slovacchia, Žilina – 6 giugno 2013:
Incontro con il Clero - S. Messa della Solennità del Sacro Cuore di Gesù
«Io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine» (Ez 34,12).
Dove trova il Pastore la forza per “passare in rassegna tutte le sue pecore”? Qual è la fonte di una tale “passione per il gregge”?
Testo completo - Download
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Slovacchia, Zilina – 6 giugno 2013:
Conferenza per il Clero
Carissimi Confratelli e amici,
sono molto lieto di poter condividere con voi questi giorni, legati alla Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Giorni, nei quali siamo particolarmente richiamati al mistero profondo della divina Misericordia e, in esso e con esso, alla realtà sacramentale, cioè reale, della nostra configurazione a Cristo Sacerdote.
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Slovacchia, Banská Bystrica:
Santa Messa con i Seminaristi nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù
L’esperienza del tempo del Seminario, carissimi amici, potrebbe efficacemente essere descritta, e quasi riassunta, con l’immagine del Pastore che “si mette in spalla la pecora”. Sia che fossimo smarriti, nel momento in cui il Signore ci ha chiamati, sia che fossimo pacificamente nell’ovile, l’annuncio grande che in questo Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù si rinnova, è che Egli ci ha presi sulle sue spalle.
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Slovacchia, Banská Bystrica:
Conferenza ai Formatori dei Seminaristi
Carissimi Confratelli nel Sacerdozio,
è per me particolarmente significativo incontrarvi, in questa Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, che tutti ci riconduce all’essenza dell’automanifestazione di Dio come Amore, della nostra fede cristiana e del ministero, che il Signore ha voluto affidarci.