lunedì 3 giugno 2013

La mia persona conta niente


Giovanni XXIII tra i fedeli

(Giovanni Maria Vian) Era ormai scesa la sera il 3 giugno 1963, mezzo secolo fa, quando morì Papa Giovanni, concludendo in pubblico un’agonia che da tre giorni raccoglieva sotto la sua finestra una folla crescente. Piazza San Pietro era immersa nel buio e in un silenzio quasi irreale moltissime persone, credenti ma anche non credenti, avevano seguito commossi la messa di quel lunedì di Pentecoste celebrata sul sagrato dal cardinale vicario di Roma. Si spegneva così, davanti al mondo, un uomo di cui subito era stata evidente e trasparente la bontà.
Fu proprio alla fine della celebrazione che la finestra del Pontefice s’illuminò, a indicare la fine terrena di un uomo che aveva saputo toccare tantissimi cuori. Com’era avvenuto soltanto pochi mesi prima, in una sera mite d’autunno, quando anche la luna si era affacciata sulla piazza. E a notarlo fu Giovanni XXIII dalla sua finestra quando con brevi indimenticabili parole — il “discorso della luna”, appunto — salutò i romani che festeggiavano l’apertura del concilio, l’11 ottobre 1962, chiedendo di portare la carezza del Papa ai bambini e a chi era rimasto a casa.
Si chiudeva in questo modo la vita di Angelo Giuseppe Roncalli, nella pace di una morte pubblica che per la sua risonanza universale non aveva precedenti nella storia della Chiesa di Roma. Trapasso che richiamava la fine cristiana nel contesto delle famiglie, soprattutto patriarcali come quella dove era cresciuto il Papa, morte un tempo non rara né sorprendente. E si chiudeva un pontificato non lungo ma decisivo, che si era aperto con l’elezione in conclave, il 28 ottobre 1958, del settantasettenne cardinale patriarca di Venezia.
Di origini contadine, Roncalli completò a Roma una formazione spirituale e culturale solida che avrebbe sorretto tutta la sua vita. Prete e diplomatico abile e sapiente, da Pio XII venne nominato ormai settantunenne patriarca di Venezia e creato cardinale nel suo secondo e ultimo concistoro, identificato quasi subito in fonti diplomatiche del tempo (già a metà degli anni Cinquanta) come un possibile candidato «di transizione» per una successione papale che, verso la fine del lungo e importante regno di Pio XII, non sembrava annunciarsi facile.
E transizione fu davvero. Soprattutto per l’intuizione sorprendente e necessaria — ispirazione sicuramente provvidenziale in un’ottica di fede — del concilio, già nelle prime settimane del pontificato e il cui annuncio scoppiò come una bomba il 25 gennaio 1959. Venne così il Vaticano II, per riprendere l’espressione evangelica (Giovanni, 1, 6), titolo di un film sul Pontefice che l’aveva convocato e iniziato: E venne un uomo, di Ermanno Olmi, che si basò anche sulGiornale dell’anima del Papa pubblicato nel 1964 dal suo segretario Loris Capovilla. Ma un’altra espressione del vangelo giovanneo (5, 35), che descrive il primo testimone di Cristo come «una lampada che arde e risplende», sintetizza altrettanto bene la parabola umana e cristiana del Papa che proprio dei due Giovanni prese il nome. (g.m.v)
L'Osservatore romano

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Il 3 giugno di 50 anni fa si spegneva Giovanni XXIII. Oggi alle 17.00, nella Basilica Vaticana, mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, presiederà una Messa per i fedeli della sua Diocesi nell'occasione di questo anniversario. Al termine della celebrazione l’arrivo in Basilica di Papa Francesco. Giovanni XXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, fu eletto 261.mo Pontefice il 28 ottobre 1958, succedendo a Pio XII, e fin dall'inizio rivelò uno stile che rifletteva la sua personalità umana e sacerdotale maturata attraverso una significativa serie di esperienze e un’intensa vita spirituale. Morì la sera del 3 giugno 1963 e fu Beatificato da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. Per un ricordo personale del "Papa buono", Laura De Luca ha intervistato mons. Loris Capovilla, che fu segretario particolare di Papa Giovanni XXIII:

R. – Il suo colloquio con Dio era qualcosa di immediato, spontaneo, sereno. Come il bambino che si rivolge alla mamma. La sua era la fede semplice dei piccoli e dei poveri. Lui l’ha potuto affermare in una lettera stupenda ai suoi genitori. Era rappresentante del Papa in Bulgaria, e il giorno di Natale nostalgicamente pensa alla sua cascina di campagna. Vede tutti i suoi attorno alla povera, modesta mensa e sente una tale nostalgia che dice: “Natale è la festa delle famiglie, specialmente quelle che hanno molti bambini, come la nostra. Ed è per amore dei bambini che noi dobbiamo essere buoni e vivere in grande pace”. E disse: “Sappiate che io ho studiato, ho preso lauree, ho dimenticato quasi tutto quello che ho imparato e appreso a scuola. Nulla ho dimenticato di quello che ho appreso da voi, papà e mamma; quello che ho imparato dal mio parroco, che mi ha battezzato. E questa è la luce che è il meglio della mia vita: la forza per continuare ad obbedire a quello che il Signore mi dice attraverso il Santo Padre.

D. – Questa figura gigantesca del secolo passato, riconosciuta da tutti – non soltanto dalla cattolicità – ha avuto una vita significativa. Con questo bagaglio lui ha attraversato la sua carriera, una carriera importante – dal punto di vista delle cariche – però anche nella preparazione …

R. – Il giorno della sua elezione al papato, affacciato al balcone centrale della Basilica di San Pietro – erano le sei della sera – i fari della televisione e delle cineprese lo accecarono, e lui che era curioso, amava vedere anche in volto i suoi fratelli e sorelle, non vide niente. E un po’ deluso di non aver visto nulla, disse: “Mi sono voltato per rientrare dal balcone nell'Aula delle Benedizioni. Ero preceduto dal Crocifisso rivolto verso di me, è mi è sembrato che Gesù mi dicesse: ‘Angelino! Hai cambiato nome e vestito, ma ricordati che se non rimarrai mite e umile di cuore, come sono io, non vedrai nulla della vita della Chiesa e della vita del mondo. Rimarrai cieco!”. Mite e umile di cuore: è stata la prima sua espressione da Papa.

D. – Possiamo dire che fu proprio l’urgenza di parlare di Dio nella maniera più giusta a consentirgli questa intuizione storica di convocare il Concilio?

R. – Quando iniziai il servizio con lui, mi diede una norma pratica e saggia di comportamento. Mi disse: “Io ti farò tante confidenze, ti dirò che decisioni devo prendere. Se tu sei contento di questa notizia che ti do, puoi dirmelo. Se tu avessi qualche riguardo in merito e non fossi così entusiasta, non devi dirmelo: ti interrogo io”. Capitò per il Concilio: quando me ne ha parlato la prima volta, non ho detto nulla. La seconda, non ho detto nulla. Alla terza mi ha detto: “Come mai? Ti ho parlato di questo evento che lo Spirito mi detta dentro e tu non hai detto nulla?”. Io ho detto: “Perché lei non me l’ha domandato”. “No, no: è un altro, il motivo. Sai che sono vecchio, che è un progetto enorme, che io non potrei realizzarlo … Perché tu ragioni alla maniera di un commendatore che è al tavolo a discutere un progetto!”. Io dissi di no: “Santità, quello che lei decide è fatto tutto molto bene e servirà all’umanità intera”. E lui m’ha detto: “Quello che importa non è attuarefare; ma è accettare l’ispirazione, ed essere oggetto di attenzione da parte di Dio stesso che ti chiama a collaborare con Lui, è già una grande impresa! Anche se solo mi accadesse di annunziarlo, sarebbe già un grande evento”. Questo è il primo, grande insegnamento che mi ha dato. E il secondo insegnamento: “Ricordati, io sono vescovo. Devo morire come un vescovo. Quando ci fosse qualche cosa di grave, me lo devi dire in tutta chiarezza”. Ed è stato l’ultimo, vero, grande colloquio con lui quando gli ho detto: “Santo Padre, è venuta l’ora”. E lui mi ha detto: “Un momento: bisognerà domandare ai medici”. “Santità, li abbiamo già interrogati”. Mi guardò: “E’ così?”. “Sì, Santità, è così”. “Allora prendiamo congedo”. Poi ha detto: “Mi dovete portare il Sacramento dell’Eucaristia solennemente, dovranno essere presenti i miei più alti collaboratori: devo parlare a ciascuno e congedarmi e fare il voto che il Concilio Vaticano II sia continuato e coronato dalle benedizioni del Signore. Quanto alla successione, Gesù l'ha già stabilita. Se dopo di me si farà anche diversamente, non importa nulla: noi contiamo fino ad un certo punto. E’ Dio che conta, e si serve di noi piccoli uomini per fare grandi cose o piccole cose nel segno della salvezza dell’umanità intera".
 Radio Vaticana 

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«La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, diventato padre per la volontà di Nostro Signore...». Parole di Papa Roncalli, scomparso cinquant’anni fa, che fotografano bene anche lo stile del suo quinto successore, Francesco, chiamato «dalla fine del mondo».  

I paragoni sono prematuri, il nuovo Papa non ha ancora celebrato i primi cento giorni di pontificato, ma Francesco ha suscitato una grande ondata di simpatia. A poche settimane dalla sua elezione le immaginette con il suo volto sono diffuse nelle case, all’Angelus come alle udienze le presenze di fedeli sono imponenti, la Prefettura della Casa Pontificia è quotidianamente inondata di fax con richieste dei pellegrini che vogliono partecipare ai suoi incontri. Come il «Papa Buono», anche Bergoglio improvvisa e predica in modo semplice ed efficace. 

Quelle frasi sulla sua «persona che conta niente», Giovanni XXIII le pronunciò nel famoso e imprevisto «discorso alla luna», la sera dell’inaugurazione del Concilio, frutto della più importante decisione presa dal Papa bergamasco. La versione realmente pronunciata di quel discorso è ora disponibile in calce al libro «Papa Giovanni XXIII» scritto da Domenico Agasso senior e junior (edizioni San Paolo). 

Ad avvalorare il parallelo tra Giovanni e Francesco è innanzitutto l’ex segretario di Roncalli, Loris Capovilla.  

Qualche giorno fa, definendo «indimenticabili» la serenità, la semplicità e il modo con cui il «Papa Buono» guardava le persone, ha detto: «Accade ugualmente con Papa Francesco. Quando gira per piazza San Pietro dà l’impressione che vorrebbe dare la mano a tutti, vorrebbe fare una carezza a tutti. È questa umanità di Dio che viene mostrata... In Papa Francesco sono evidenti la bontà e l’umanità di Dio che si mostra alla gente comune».  
Don Primo Mazzolari, quando fu eletto Giovanni XXIII, disse: «Abbiamo un Papa di carne». «Non si tratta di una cosa banale - ha osservato Capovilla - perché Dio si è fatto carne. Papa Francesco lo manifesta in forma eloquente». 

Nei giorni successivi all’elezione del nuovo Papa, il paragone Roncalli-Bergoglio è stato avanzato da più parti: il cardinale Angelo Bagnasco ha detto di vedere in Francesco «lo stile, la semplicità, la bontà, ma anche la capacità di governo di Giovanni XXIII». Il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, ha definito Francesco «una figura buona» come Roncalli, mentre il porporato cinese Joseph Zen ha spiegato: «quando la gente conoscerà Francesco lo amerà come ha amato Giovanni XXIII». Una previsione che si sta avverando. E che dire di questa frase, «la mia gente è povera e io sono uno di loro», pronunciata dall’allora cardinale Bergoglio per spiegare la sua decisione di abitare in una sola stanza dell’arcivescovado di Buenos Aires preparandosi spesso da mangiare da solo? Parole che Roncalli, orgoglioso delle sue origini contadine, cresciuto povero nell’umile casale di Sotto il Monte, avrebbe prontamente sottoscritto. 

Si può anche ricordare la novità della visita ai carcerati di Regina Coeli, nel Natale del 1958, con Giovanni che pronuncia un discorso a braccio parlando di un suo parente arrestato come bracconiere. Parole allora censurate da «L’Osservatore Romano». Più di mezzo secolo dopo, con il successore argentino che ha voluto celebrare il suo primo Giovedì Santo tra i ragazzi del carcere minorile di Casal de Marmo, c’è ancora chi storce il naso per questo modo diretto di esprimersi, senza tener troppo in conto il protocollo. 

Ma è anche il messaggio chiave della misericordia ad accomunare i due pontefici. Giovanni XXIII insisteva sulla «medicina della misericordia», Francesco fin dai primi giorni del suo pontificato ha detto: «Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore». 

Entrambi presentano un’immagine di Chiesa vicina e amica degli uomini che non si concepisce come il «tribunale» del mondo. Entrambi appaiono saldamente radicati a quella fede semplice e popolare, che in Roncalli aveva le sue radici nel cattolicesimo lombardo e in Bergoglio nel cattolicesimo latinoamericano. Entrambi lontani dall’intellettualismo di chi è abituato a partorire progetti e riforme a tavolino.  

Il 3 settembre 2000, beatificando Roncalli, Papa Wojtyla disse: «Di Papa Giovanni rimane nel ricordo di tutti l’immagine di un volto sorridente e di due braccia spalancate in un abbraccio al mondo intero. Quante persone sono rimaste conquistate dalla semplicità del suo animo, congiunta a un’ampia esperienza di uomini e di cose! La ventata di novità da lui portata non riguardava certamente la dottrina, piuttosto il modo di esporla; nuovo era lo stile nel parlare e nell’agire, nuova la carica di simpatia con cui egli avvicinava le persone comuni e i potenti della terra». A sentire i racconti dei pellegrini che si radunano in piazza San Pietro, un’esperienza che si ripete.
Tornielli