Nelle omelie dell’arcivescovo salvadoregno Óscar Romero
(NdR) L'Osservatore Romano nella sua edizione d'oggi pubblica le sue tradizionali pagine periodiche dedicate al ruolo, missione e presenza delle donne nella Chiesa. Vi proponiamo uno di questi testi. Alla fine un breve testo di Lucetta Sacaraffia.
(Vicenzo Paglia) In una celebrazione eucaristica a cui partecipavano le madri che avevano avuti i figli desaparecidos, l’arcivescovo Romero presenta Maria come loro modello: «Sin dall’inizio — dice loro — da quando cioè presenta il suo figlio al tempio, Maria si sente dire che una spada le trafiggerà l’anima». E continua: «Nessuna di voi ha udito agli inizi della vita dei propri figli un profeta che vi annunciava la fine terribile e sanguinosa di vostro figlio. Se una madre, come accadde a Maria, sapesse fin dall’inizio che il figlio sarebbe morto tragicamente e che il suo cuore sarebbe stato trafitto da una spada, tutta la sua vita sarebbe stata un calvario e una sofferenza indicibile. Maria, pertanto, è il modello delle madri che soffrono».
L’arcivescovo, a questo punto, allarga l’orizzonte e interpreta il dolore di quelle madri anche come una testimonianza contro l’ingiustizia: «Come Maria ai piedi della croce, ogni madre che soffre per la fine tragica del suo figlio, è anche una denuncia. Maria, madre dolorosa, di fronte al potere di Pilato che gli ha ammazzato ingiustamente il figlio, diviene essa stessa un grido di giustizia, un grido di amore, un grido di pace, un grido per dire al mondo ciò che Dio vuole che si faccia e ciò che Dio non vuole che accada».
E verso la fine dell’omelia, si rivolge a tutti i partecipanti alla messa, e identifica Maria con il popolo che soffre. «Qui sta il segreto: il dolore è inutile quando si soffre senza Cristo. Ma quando il dolore umano continua quello di Cristo, diviene un dolore che salva il mondo. È come il dolore di Maria: un dolore sereno e pieno di speranza. Anche quando tutti erano disperati di fronte alla morte di Gesù in croce, Maria stava serena aspettando l’ora della risurrezione. Maria è il simbolo del popolo che soffre per l’oppressione e per l’ingiustizia. Il suo dolore è sereno perché aspetta l’ora della risurrezione. Questo è il dolore cristiano, questo è il dolore della Chiesa che mai va d’accordo con le ingiustizie. Maria, senza risentimenti, aspetta l’ora in cui il risorto tornerà per darci la redenzione che aspettiamo» (omelia, 1 dicembre 1977).
Una ragazza di diciassette anni, G. Mirna García scrive questa lettera all’arcivescovo ringraziandolo per le omelie che continua con coraggio a rivolgere al suo popolo: «Monsignore, mai prima d’ora mi ero rivolto a lei ma ora ho necessità di farlo per ringraziarla profondamente di tutti gli sforzi che sta facendo perché i diritti e i doveri di tutti noi siano rispettati. Da quell’umile contadino tanto pieno di bontà, di dolore, tanto crudelmente maltrattato fino a quelli che da vicino sentono il suo costante lavoro le dico un eterno grazie. Ho diciassette anni, con pochissima esperienza nella vita ma sufficiente per esprimere a lei questo dolore che sento nel veder soffrire la mia patria e i miei fratelli (...) Dobbiamo convincerci che la ricchezza materiale non dà nessun beneficio se è ottenuta egoisticamente come sembra essere nel nostro Paese. Leggendo o ascoltando le sue omelie riconosco che lei ci mostra il cammino aperto per la nostra salvezza (...) Penso che la Vergine sta lavorando molto per noi, però credo che ciò che deve cambiare sono i nostri atteggiamenti (...) Spero fermamente che i bambini possano ricevere un esempio più puro, che puntino a mete nobili e che possano realizzarle. Credo che un anziano ha diritto a raggiungere il suo ultimo giorno in piena tranquillità. Spero che lei senta che sono al suo fianco (...) Lei sta con i poveri e so che essi e noi giovani siamo una grande speranza. (...) Verranno giorni più difficili, e in essi dovrà sostenere la fede, la certezza che Dio è con noi, e se lui sta con noi nulla potrà essere contro di noi».
Ed è quanto mai significativo questo passaggio dell’omelia che l’arcivescovo monsignor Romero tenne — era maggio del 1977 — al funerale di un suo prete assassinato: «Non tutti, dice il concilio Vaticano II, avranno l’onore di dare il loro sangue fisico, di essere uccisi per la fede, però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui lo spirito del martirio, cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore; noi, sì, siamo disponibili, in modo che, quando arriva la nostra ora di render conto, possiamo dire “Signore, io ero disposto a dare la mia vita per te. E l’ho data”. Perché dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; in quel silenzio della vita quotidiana; dare la vita a poco a poco? Sì, Come la dà una madre, che senza timore, con la semplicità del martirio materno, concepisce nel suo seno un figlio, lo dà alla luce, lo allatta, lo fa crescere e accudisce con affetto. È dare la vita. È martirio».
Collaborare con gli uomini (Lucetta Scaraffia)
In questo numero c’è una novità: il disegno di copertina fatto per noi da Isabella Ducrot raffigura un volto maschile, quello di Óscar Romero, il vescovo ucciso mentre diceva messa a San Salvador il 24 marzo 1980 e del quale è in corso il processo di beatificazione. Il ritratto di Romero è un omaggio alle sue parole, che riporta per noi il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, in onore della maternità, del ruolo delle donne come madri. Il nostro vuol essere un omaggio a chi considerava così alto il dono della vita da scrivere che la donna «con la semplicità del martirio materno, concepisce nel suo seno un figlio, lo dà alla luce, lo allatta, lo fa crescere e accudisce con affetto. È dare la vita. È martirio». Sono parole vicine a quelle che pronuncia spesso Papa Francesco nelle sue omelie quotidiane, con cui ricorda con simpatia e ammirazione le nonne e le mamme che trasmettono la vita e insieme la fede ai loro figli e nipoti. Certo, questa glorificazione del ruolo materno, oggi, è in controtendenza con la cultura dominante, che propone alle donne altri modelli: vamp che suscitano passioni erotiche, oppure supermanager in carriera, e considera il ruolo materno una gabbia mortificante. Ne siamo consapevoli, e ben felici, in questo, di andare controcorrente, rivendicando l’importanza e anche la felicità della maternità. Abbiamo scritto, fin dal primo numero, che eravamo aperte alla collaborazione maschile, a patto che gli uomini parlassero di donne: in questo numero sono ben tre gli autori di articoli di prima importanza, a prova di come la nostra apertura cominci a dare risultati fertili. Forse solo le donne che accettano profondamente il ruolo materno non hanno paura di confrontarsi e collaborare con gli uomini, dal momento che sono ben consapevoli della loro irriducibile differenza. (l.s.)