mercoledì 19 giugno 2013

Papa Francesco: i primi 100 giorni




Il compiersi dei primi cento giorni del pontificato di Papa Francesco è stata l'occasione per molti analisti di tracciare un primo bilancio, sottolineando le novità, le prime critiche, il tentativo di «classificare» il nuovo vescovo di Roma come progressista o conservatore, l'attesa che si percepisce sempre più spasmodica per le nomine e le riforme che farà.

Forse non è inutile ricordare quali furono le decisioni prese -  e quelle non prese - nei primi cento giorni del pontificato di Benedetto XVI. Papa Ratzinger nominò il suo successore alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, l'americano William Levada (così come Francesco ha nominato il suo successore alla guida della diocesi di Buenos Aires, Mario Aurelio Poli) e promosse - allontanandolo da Roma e dalla Curia romana - l'ex segretario di Wojtyla, il potente Stanislao Dziwisz, assegnandoli la sede cardinalizia di Cracovia. Nei primi cento giorni, ma nemmeno nel primo anno di pontificato avvenne alcun cambio ai vertici della Segreteria di Stato, nonostante il cardinale Angelo Sodano avesse già superato i 75 anni.

Dopo l'elezione, Benedetto XVI aveva «nominato Segretario di Stato l’Em.mo Card. Angelo Sodano», confermando «donec aliter provideatur», cioè fino a nuovo ordine, i cardinali e arcivescovi capi dicastero. Aveva confermato il Sostituto e il Segretario per i rapporti con gli Stati, aveva confermato «per il quinquennio in corso», i segretari dei dicasteri curiali. Francesco, in una modo molto più scarno, ha «espresso la volontà» che «i capi e i membri dei dicasteri della Curia Romana, come pure i Segretari» proseguano «provvisoriamente, nei rispettivi incarichi» fino a nuova decisione. La sottolineatura della «provvisorietà» sembra indicare che Bergoglio intenda prossimamente cambiare non soltanto il Segretario di Stato, ma anche i titolari di altri dicasteri e uffici.

L'attesa per la designazione - non ancora decisa - del successore del cardinale Tarcisio Bertone (il Segretario di Stato che ha profondamente segnato il pontificato ratzingeriano), come pure l'attesa per l'annunciata riforma della Curia romana, sulla quale stanno già lavorando a pieno ritmo otto cardinali «consiglieri» del nuovo Papa da lui scelti anche per aiutarlo nel governo della Chiesa universale, rischia di far passare in secondo piano ciò che è già accaduto negli ultimi cento giorni.

Tra le principali novità in questi primi mesi di pontificato vanno infatti annoverate le quotidiane omelie delle messe «private» o semi-pubbliche nella Casa Santa Marta. Un appuntamento giornaliero, con meditazioni brevi, semplici, profonde ed efficaci, delle quali non esiste testo scritto ma che sarebbe errato considerare estemporanee, dato che per pronunciarle il Papa si prepara con un paio d'ore di meditazione e preghiera ogni mattina. Omelie che solo qualche osservatore disattento può derubricare a messaggini spirituali, scambiando la profondità teologica con il numero di cartelle e con l'astrusità dei concetti. Quelle omelie - insieme ai primi discorsi pubblici, sempre arricchiti di aggiunte a braccio - rappresentano in se stesse un programma.

Riprendendo con maggiore forza filoni già inaugurati dal predecessore, come il primato della grazia, la critica al carrierismo, la riduzione della Chiesa ad azienda o a comunità autoreferenziale; e aggiungendo nuovi peculiari contenuti, come la necessità di uscire e di andare nelle periferie geografiche ed esistenziali, con la sua parola e il suo esempio, Francesco raggiunge un numero sempre maggiore di persone. E chi sostiene che finora non «abbia fatto» ancora nulla di significativo, evidentemente riferendosi a nomine di gran peso o a riforme strutturali, rischia di non vedere ciò che è già accaduto e già iniziato.

Vedere il Papa fare scelte di sobrietà, non viaggiare troppo ingabbiato dalla scorta, non usare l'ammiraglia del parco macchine vaticano, ma soprattutto trascorrere ore nell'abbraccio con la gente, con i malati e con i piccoli mostrando quanto ciò sia fondamentale, fa apparire lontano anni luce e decisamente stantio un certo modo di fare il vescovo e il sempre rinascente clericalismo. Prima ancora di fare nomine o di decidere lo snellimento della Curia - necessario e richiesto nelle riunioni del pre-conclave dalla maggioranza dei cardinali - Bergoglio ha già mandato segnali inequivocabili di rinnovamento, che solo chi vuol far finta di non vedere o ha il problema di mantenere lo status quo, può ignorare. Un segnale preciso, ad esempio, è quello lanciato ai vescovi italiani nell'incontro con la Cei, la cui portata sembra essere stata sottovalutata e quasi passata sotto silenzio. Un altro è rappresentato dal richiamo tutto evangelico alla povertà e dunque a un uso adeguato delle risorse, per proseguire e finalmente applicare la linea della trasparenza voluta da Ratzinger.

A fronte del crescente interesse per il messaggio del Papa e l'attrattiva che egli genera, testimoniato anche dai numeri eccezionali di presenze alle udienze e alle celebrazioni, come pure di fronte generale favore mediatico di cui gode Francesco, c'è qualcuno che manifesta, fuori  e dentro la Curia, un certo fastidio perché il Papa «fa troppo il parroco», «parla troppo», o perché rischia di de-sacralizzare la figura stessa del Pontefice. Qualcuno sta a esaminare ogni parola del nuovo Papa, per misurarne il tasso di «cattolicità» magari in relazione ai valori «non negoziabili», qualcun altro ancora insiste nel dire che con Bergoglio nulla è cambiato. Mentre resta da studiare il fenomeno enigmatico e paradossale dei siti web papisti a intermittenza, che dopo aver a suo tempo denigrato Giovanni Paolo II per esaltare Benedetto XVI, ora, per lo stesso scopo, attaccano con sarcasmo ogni mossa di Francesco. O quelli che per esaltare Bergoglio attaccano il predecessore. L'impressione generale è che questo tipo di critiche non incidano sulla realtà.
Cento giorni dopo l'elezione del Papa venuto «dalla fine del mondo», appare di certo cambiata la percezione dell'opinione pubblica. È vero che dopo anni in cui al centro della scena e dell'attenzione mediatica ci sono stati gli scandali - quello della pedofilia prima, Vatileaks dopo - ora ciò che interessa maggiormente non sono i «retroscena» ma è piuttosto la novità rappresentata dal Papa latinoamericano: il suo messaggio, il suo linguaggio, i suoi richiami. È una ventata di aria nuova quella portata da un Papa che fa il Papa essendo semplicemente se stesso, senza farsi condizionare dall'entourage o dalla «corte». Una «corte» che egli ha provveduto a depotenziare, con la decisione di abitare a Santa Marta. Persino la pubblicazione dei suoi colloqui privati, come nel caso delle parole sulla «corruzione» in Vaticano e sulla «lobby gay» d'Oltretevere, non si sono trasformati in incidenti mediatici e hanno comunque lasciato Francesco assolutamente tranquillo, segnando, anche in questo caso, una distanza siderale tra il Papa e l'ossessione ecclesiastica per le strategie di «comunicazione» architettate per «vendere» bene «l'immagine» della Chiesa. Un'attenzione autoreferenziale che ha visto negli ultimi anni alti prelati impegnati a tempo pieno nel decrittare ogni virgola degli articoli e dei giudizi sul web dedicati a loro e più in generale sul Vaticano.
Tornielli

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Mate e metrò, vita in incognito del cardinal Bergoglio
Corriere della Sera
(Gian Guido Vecchi) Basterebbe quella signora che si presenta con un'immagine di Francesco vicino alla cappellina dove Bergoglio diceva messa ogni mattina, non la cappella privata dell'arcivescovo ma lì, a pochi passi dalla fermata del bus 126, «per stare in mezzo alla (...)