Gesù e la samaritana. Tavoletta eburnea - Museo Diocesano, Salerno.
Foto: Enzo Figliolia Fotografo -Salerno www.enzofigliolia.it
Si tiene da ieri,31 maggio, al 9 giugno 2013 la IX Edizione del Festival Biblico di Vicenza, organizzata dalla diocesi di Vicenza con la collaborazione anche del Servizio nazionale per il progetto culturale.
Il tema scelto sarà:´ " Se conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10a). Fede e libertà secondo le Scritture´.
Il Festival biblico 2013 – come promette il titolo modellato su Gv 4,10 – intende approfondire il tema della "fede” alla luce delle Scritture bibliche con attenzione alla sua portata spirituale e umanizzante e mettendolo in rapporto al "dono” e alla "libertà”:
facendo questo ci introduce a un´altra domanda cruciale che ha interrogato e interroga profondamente l´umanità moderna e attuale, ovvero la questione se la fede contrasti la libertà umana e l´umana giustizia o non ne sia invece condizione fondamentale di sviluppo e maturità.
Per maggiori dettagli sulle varie attività previste, cliccare qui.
facendo questo ci introduce a un´altra domanda cruciale che ha interrogato e interroga profondamente l´umanità moderna e attuale, ovvero la questione se la fede contrasti la libertà umana e l´umana giustizia o non ne sia invece condizione fondamentale di sviluppo e maturità.
Per maggiori dettagli sulle varie attività previste, cliccare qui.
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"Se conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10a)
episodio di Gesù e la samaritana al pozzo
Commento all'immagine
episodio di Gesù e la samaritana al pozzo
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Due personaggi principali si fronteggiano: Gesù e la donna samaritana. Il loro incontro esprime il nucleo fondamentale dell’esperienza di fede, che è anzitutto relazione vitale e non contenuto dottrinale.
La donna è in piedi, presso il pozzo, indica con la mano destra ciò che sta facendo con la sinistra: attinge acqua per dissetarsi; sappiamo dal racconto che si tratta della sete del corpo, preso da differenti amori, ma anche e soprattutto del cuore, alla ricerca dell’unico amore. In questo ci rappresenta tutti, donne e uomini alle prese con un desiderio di vita così intenso, da buttarci a capofitto in ogni pozzo che troviamo. Ma la sete rimane.
Gesù è seduto, nell’atteggiamento del maestro; l’aureola che gli circonda la testa rinvia alla croce, cattedra d’amore dell’insegnamento evangelico. La mano che si protende verso la donna sembra benedicente, in realtà nell’iconografia del tempo sta a significare che parla: Se conoscessi il dono di Dio (Giovanni 4,10). La sua non è una parola qualsiasi, viene dal rotolo che stringe nell’altra mano; annuncia la parola di Dio, compie in se stesso le Scritture, è Lui la Parola fatta carne.
La mano destra di Gesù e quella sinistra della donna convergono nell’anfora, che sta uscendo dal pozzo gocciolante d’acqua. Quella di Lui si apre al dialogo, quella di lei è chiusa a stringere la corda; Egli l’invita a un’avventura di autentica libertà, la samaritana non ce la fa a mollare le povere sicurezze, che ancora pensa di possedere.
Sopra la testa di Gesù sta il tempio di Gerusalemme, sopra quella della donna il tempio dei samaritani sul monte Garizim; ma il Cristo annuncia: Viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Giovanni 4,23). Nella sua libertà, il Dio di Gesù Cristo non ha più bisogno di spazi sacri; interpella la nostra libertà, affinché accogliamo il suo dono: L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna (Giovanni 4,14).
Due discepoli sopravvengono dietro a Gesù. Il secondo è Andrea, il primo suo fratello Pietro; infatti l’edificio che sta sopra ha la porta con la toppa in evidenza. A lui il Maestro consegna le chiavi, affinché non avvenga quanto è rimproverato a scribi e farisei: Chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che lo vogliono (Matteo 23,13). Invece l’istituzione ecclesiastica non sempre ha saputo coniugare fede e libertà; troppe volte si mostra più propensa a chiudere che ad aprire.
Il volto dei discepoli è corrucciato; secondo il racconto evangelico si meravigliavano che parlasse con una donna (Gv 4,27). Nella mentalità religiosa del tempo la donna, insieme allo schiavo e allo straniero, è dalla parte degli esclusi; non si può dire, purtroppo, che valga solo per quel tempo. Risuona pertanto come grido di liberazione quanto afferma Paolo, in una formula di fede che esprime il comune anelito di libertà: Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Galati 3,28).
La donna è in piedi, presso il pozzo, indica con la mano destra ciò che sta facendo con la sinistra: attinge acqua per dissetarsi; sappiamo dal racconto che si tratta della sete del corpo, preso da differenti amori, ma anche e soprattutto del cuore, alla ricerca dell’unico amore. In questo ci rappresenta tutti, donne e uomini alle prese con un desiderio di vita così intenso, da buttarci a capofitto in ogni pozzo che troviamo. Ma la sete rimane.
Gesù è seduto, nell’atteggiamento del maestro; l’aureola che gli circonda la testa rinvia alla croce, cattedra d’amore dell’insegnamento evangelico. La mano che si protende verso la donna sembra benedicente, in realtà nell’iconografia del tempo sta a significare che parla: Se conoscessi il dono di Dio (Giovanni 4,10). La sua non è una parola qualsiasi, viene dal rotolo che stringe nell’altra mano; annuncia la parola di Dio, compie in se stesso le Scritture, è Lui la Parola fatta carne.
La mano destra di Gesù e quella sinistra della donna convergono nell’anfora, che sta uscendo dal pozzo gocciolante d’acqua. Quella di Lui si apre al dialogo, quella di lei è chiusa a stringere la corda; Egli l’invita a un’avventura di autentica libertà, la samaritana non ce la fa a mollare le povere sicurezze, che ancora pensa di possedere.
Sopra la testa di Gesù sta il tempio di Gerusalemme, sopra quella della donna il tempio dei samaritani sul monte Garizim; ma il Cristo annuncia: Viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Giovanni 4,23). Nella sua libertà, il Dio di Gesù Cristo non ha più bisogno di spazi sacri; interpella la nostra libertà, affinché accogliamo il suo dono: L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna (Giovanni 4,14).
Due discepoli sopravvengono dietro a Gesù. Il secondo è Andrea, il primo suo fratello Pietro; infatti l’edificio che sta sopra ha la porta con la toppa in evidenza. A lui il Maestro consegna le chiavi, affinché non avvenga quanto è rimproverato a scribi e farisei: Chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che lo vogliono (Matteo 23,13). Invece l’istituzione ecclesiastica non sempre ha saputo coniugare fede e libertà; troppe volte si mostra più propensa a chiudere che ad aprire.
Il volto dei discepoli è corrucciato; secondo il racconto evangelico si meravigliavano che parlasse con una donna (Gv 4,27). Nella mentalità religiosa del tempo la donna, insieme allo schiavo e allo straniero, è dalla parte degli esclusi; non si può dire, purtroppo, che valga solo per quel tempo. Risuona pertanto come grido di liberazione quanto afferma Paolo, in una formula di fede che esprime il comune anelito di libertà: Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Galati 3,28).
Dario Vivian
coordinatore artistico del Festival Biblico
_______
Descrizione storico-iconografica tratta da:
Gli avori salernitani del secolo XII
(Ed. Jannone – Salerno)
autore: Arturo Carucci
Tavoletta X – Gesù e la samaritana (pp. 212-217)
coordinatore artistico del Festival Biblico
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Descrizione storico-iconografica tratta da:
Gli avori salernitani del secolo XII
(Ed. Jannone – Salerno)
autore: Arturo Carucci
Tavoletta X – Gesù e la samaritana (pp. 212-217)
Il colloquio tra Gesù e la samaritana è una delle pagine più suggestive del Vangelo di Giovanni e ritorna spesso nei cicli e in opere isolate, sempre con un significato interessante, sia che tragga origine dall’esegesi del testo, sia che vi aleggi un riflesso della tradizione. La scena , infatti, fu ritenuta uno dei simboli più adatti ad esprimere, attraverso l’immagine, l’universalità della Redenzione, confermata da Gesù ancora una volta appunto in quel colloquio, e la speranza dell’eterna salvezza, che costituiva la preoccupazione costante del fedele. Tale speranza era maggiormente sentita dai cristiani in due momenti della vita: il Battesimo e la morte. Perciò troviamo le prime rappresentazioni della Samaritana nei cimiteri di Pretestato (Sec. II) e di San Callisto (Sec. III) e nel Battistero di Doura (Sec. III).
Della scena si distinguono due redazioni iconografiche: una orientale, che presenta costantemente Gesù seduto mentre parla con la donna; e un’altra occidentale che generalmente raffigura in piedi i due interlocutori. Nel ciclo salernitano la Samaritana appare nella serie dei miracoli. I prodigi, operati da Gesù, non erano solo un episodio della sua vita terrena, perché la guarigione del corpo era un invito a ricevere la Grazia e perciò spesso Gesù faceva precedere il miracolo da una professione di fede dell’infermo: la salute dell’anima è il prodigio più grande della Grazia. Operandolo in favore della Samaritana, Gesù volle annunziare il carattere universale della grazia stessa e il messaggio divino di un culto nuovo, fatto in spiritu et veritate, come spiegò alla donna. Lo scultore salernitano, però, non fu il primo a dare questo significato al racconto di Giovanni, perché già in un ipogeo delle catacombe dei SS. Pietro e Marcellino, la scena della Samaritana appare alla fine di una serie di cinque miracoli, operati da Gesù, e più tardi fu posta tra i miracoli anche dall’ignoto mosaicista di S. Apollinare Nuovo. Le costruzioni dello sfondo, divise in due parti dal pozzo di Giacobbe, possono significare Sychar e la Samaria. L’artista ha affidato questa volta alla simmetria, sempre cara ai bizantini, la stessa disposizione degli edifici, aggiungendo ad essi anche un valore simbolico. Tanti quanti sono i personaggi: uno più ricco e con la porta che si eleva in alto, per Gesù; uno per la donna in alto, a significare il Garizim, cui fece allusione la donna nel suo colloquio col Cristo; e due eguali per gli Apostoli. Però qui l’artista ha voluto dar prova di virtuosismo: l’Apostolo più vicino a Gesù è Pietro, come indica l’acconciatura dei suoi capelli solita nei nostri avori: perciò gli è corrispettivo l’edificio accanto a quello di Gesù, come segno del Primato, anzi la sua porta ha la foggia di una toppa, evidente allusione alle chiavi, simbolo di S. Pietro. Di effetto, infine, è il cadere dell’acqua dall’anfora, della quale la Samaritana stringe ancora con una mano la fune, e che ha appena tirata su dal pozzo, raffigurato come il tronco terminale di una colonna scanalata con capitello corinzio.
La mano di Gesù, rivolta alla donna pur avendo l’indice e il medio elevati, non sembra sia benedicente, ma piuttosto traduce la parte essenziale del colloquio: Gli dice la donna: so che deve venire il Messia (che è chiamato Cristo): quando verrà lui ci annunzierà ogni cosa, Le dice Gesù: sono io che parlo con te. Gesù si proclama così il Messia, cioè Dio-uomo: verità questa che nell’iconografia cristiana significano le dita raffigurate in tale maniera. E quelle parole furono pronunziate da Gesù e dalla donna proprio mentre arrivavano i due Apostoli a interrompere il colloquio. La loro presenza (il primo è Pietro), che rispecchia il racconto evangelico, è un motivo accolto anche dall’antica arte cristiana, come testimonia il frammento di un sarcofago nel cimitero di S. Callisto.
La donna è raffigurata con molta nobiltà nelle vesti e nell’atteggiamento. Nello sguardo di Gesù si scorge un pensoso interesse: in quello degli Apostoli in senso di stupore e di corruccio. Le vesti, però, appesantiscono i personaggi e la scena. L’arrivo improvviso e frettoloso dei discepoli è dato con molta spontaneità dal movimento e dall’agitarsi del manto di Pietro, anche se appare studiato lo svolazzo del pallio di Gesù verso destra: manca, pertanto, l’armonia tra i sentimenti, espressi con calore e chiarezza dai protagonisti, e la realizzazione delle loro figure, alla quale toglie ogni agilità il panneggio, trattato, questa volta, con tocco sommario.
Della scena si distinguono due redazioni iconografiche: una orientale, che presenta costantemente Gesù seduto mentre parla con la donna; e un’altra occidentale che generalmente raffigura in piedi i due interlocutori. Nel ciclo salernitano la Samaritana appare nella serie dei miracoli. I prodigi, operati da Gesù, non erano solo un episodio della sua vita terrena, perché la guarigione del corpo era un invito a ricevere la Grazia e perciò spesso Gesù faceva precedere il miracolo da una professione di fede dell’infermo: la salute dell’anima è il prodigio più grande della Grazia. Operandolo in favore della Samaritana, Gesù volle annunziare il carattere universale della grazia stessa e il messaggio divino di un culto nuovo, fatto in spiritu et veritate, come spiegò alla donna. Lo scultore salernitano, però, non fu il primo a dare questo significato al racconto di Giovanni, perché già in un ipogeo delle catacombe dei SS. Pietro e Marcellino, la scena della Samaritana appare alla fine di una serie di cinque miracoli, operati da Gesù, e più tardi fu posta tra i miracoli anche dall’ignoto mosaicista di S. Apollinare Nuovo. Le costruzioni dello sfondo, divise in due parti dal pozzo di Giacobbe, possono significare Sychar e la Samaria. L’artista ha affidato questa volta alla simmetria, sempre cara ai bizantini, la stessa disposizione degli edifici, aggiungendo ad essi anche un valore simbolico. Tanti quanti sono i personaggi: uno più ricco e con la porta che si eleva in alto, per Gesù; uno per la donna in alto, a significare il Garizim, cui fece allusione la donna nel suo colloquio col Cristo; e due eguali per gli Apostoli. Però qui l’artista ha voluto dar prova di virtuosismo: l’Apostolo più vicino a Gesù è Pietro, come indica l’acconciatura dei suoi capelli solita nei nostri avori: perciò gli è corrispettivo l’edificio accanto a quello di Gesù, come segno del Primato, anzi la sua porta ha la foggia di una toppa, evidente allusione alle chiavi, simbolo di S. Pietro. Di effetto, infine, è il cadere dell’acqua dall’anfora, della quale la Samaritana stringe ancora con una mano la fune, e che ha appena tirata su dal pozzo, raffigurato come il tronco terminale di una colonna scanalata con capitello corinzio.
La mano di Gesù, rivolta alla donna pur avendo l’indice e il medio elevati, non sembra sia benedicente, ma piuttosto traduce la parte essenziale del colloquio: Gli dice la donna: so che deve venire il Messia (che è chiamato Cristo): quando verrà lui ci annunzierà ogni cosa, Le dice Gesù: sono io che parlo con te. Gesù si proclama così il Messia, cioè Dio-uomo: verità questa che nell’iconografia cristiana significano le dita raffigurate in tale maniera. E quelle parole furono pronunziate da Gesù e dalla donna proprio mentre arrivavano i due Apostoli a interrompere il colloquio. La loro presenza (il primo è Pietro), che rispecchia il racconto evangelico, è un motivo accolto anche dall’antica arte cristiana, come testimonia il frammento di un sarcofago nel cimitero di S. Callisto.
La donna è raffigurata con molta nobiltà nelle vesti e nell’atteggiamento. Nello sguardo di Gesù si scorge un pensoso interesse: in quello degli Apostoli in senso di stupore e di corruccio. Le vesti, però, appesantiscono i personaggi e la scena. L’arrivo improvviso e frettoloso dei discepoli è dato con molta spontaneità dal movimento e dall’agitarsi del manto di Pietro, anche se appare studiato lo svolazzo del pallio di Gesù verso destra: manca, pertanto, l’armonia tra i sentimenti, espressi con calore e chiarezza dai protagonisti, e la realizzazione delle loro figure, alla quale toglie ogni agilità il panneggio, trattato, questa volta, con tocco sommario.