A colloquio con Jean Vanier.
NdR. Jean Vanier, fondatore 50 anni fa della Comunità "L'Arche" (L'Arca), sarà ricevuto da Papa Francesco domani.
(Giulia Galeotti) È il mistero, silenzioso e affascinante, della vita e della fede. Due uomini nati in Paesi diversi, con origine, storie, carismi e vocazioni diverse, si trovano a scrivere parole simili sul senso della testimonianza, della fragilità, dell’attenzione a chi sta i margini. Due uomini che ci invitano, ciascuno con le sue parole e le sue azioni, a essere, finalmente, cristiani diversi, nuovi. L’uno, Jorge Mario, nato a Buenos Aires nel 1936 in una famiglia emigrata dall’Italia, gesuita, diventerà Papa; l'altro, Jean, nato nel 1928 a Ginevra, figlio di un generale, a 36 anni fonderà l’Arca, comunità di vita con disabili mentali, presente oggi in tutti i continenti.Qualche ora prima del colloquio che avrà in Vaticano con il Papa, incontriamo Jean Vanier, venuto in Italia anche per festeggiare i cinquant’anni di vita dell’Arca, che ha case a Roma e Bologna. L’età avanza, ma Vanier è sempre lui. Sono sempre inconfondibilmente suoi gli occhi dolci e sorridenti: guardandoli, pensi a quanto amore può comunicare uno sguardo che, incrociandoti, davvero ti vede. Uno sguardo che è riuscito a mostrare al mondo quanto possa essere arricchente ribaltare la tirannia della normalità.
Sentiamo sempre la responsabilità dell’intervista, e così, prima di questo nuovo incontro con Vanier, ci siamo rilette alcuni dei suoi libri. Nel farlo oggi, dopo aver avuto un anno per ascoltare e conoscere Papa Francesco, le pagine di Jean ci si rivelano ancora diverse: è lo stupore di cui parlavamo in apertura, la vicinanza così forte e radicale tra padre Jorge, divenuto successore di Pietro, e il fondatore Vanier che, dopo diverse “vite”, riparato un rudere a Trosly-Breuil in Piccardia, vi si trasferì con Raphaël e Philippe, conosciuti nel locale manicomio.
L’incontro del 21 marzo sarà davvero il suo primo con Bergoglio? Avete così tanti punti in comune che dovete esservi già conosciuti!(Ride). Lo sa che non è la prima persona che me lo dice.
Un primo punto è l'enfasi che date al valore della gioia nella fede. È il cuore dell’«Evangelii gaudium»: «Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Lei, Vanier, più volte ha parlato della gioia dell'evangelizzare.
La prima evangelizzazione non credo sia tanto quella di annunciare Gesù. La prima evangelizzazione consiste nell'offrire a tutti dei luoghi in cui si ride, si balla, si celebra e in cui si può vivere un senso di appartenenza. La gioia viene proprio dal sentirsi appartenere a una comunità, dal fatto di star bene insieme, di non essere più soli. Il più grande mezzo di evangelizzazione lo troviamo oggi in piccole comunità in cui vivono persone felici, gioiose e che si vogliono bene.
La gioia è esattamente quello che lei dice essere il cuore dell'Arca.
La gioia è il segreto dell’Arca! Se qualcuno viene all’Arca e vi resta un mese, un anno o quaranta, è perché vi trova felicità e piacere. Nella nostra società nessuno crede che all’Arca la gioia sia possibile. Le persone pensano che, per restarvi, occorra essere un eroe o un santo. Ma non è vero: restiamo all’Arca perché ci piace. L’Arca non è solo un posto dove si fa del bene. È una comunità di pace che può testimoniare la possibilità, per uomini e donne di cultura e capacità differenti, di vivere felici insieme, celebrando la comune umanità.
Centrale è, dunque, la comunità...
Nella comunità abbiamo bisogno gli uni degli altri. Capiamo facilmente che il debole ha bisogno del forte, ma, forse, quello che facciamo più fatica a comprendere è che anche il forte ha bisogno del debole. Abbiamo bisogno di chi è piccolo, di chi è vulnerabile. Abbiamo bisogno del povero per scoprire la nostra povertà. Vivendo con persone ferite scopriamo le nostre ferite. E forse accogliendo la ferita degli altri impariamo ad accogliere la nostra. Perché sono così, perché sono stato abbandonato? È la stessa domanda di Gesù: Dio mio, perché mi hai abbandonato? Dobbiamo cercare di non spiritualizzare troppo questa domanda di Gesù: è il grido della sofferenza ed è il grido della sofferenza umana. Gesù non voleva creare un mondo competitivo, voleva creare un corpo. Paolo aggiunge: «Quelle parti del corpo che sono le più deboli, le meno presentabili, quelle parti del corpo che nascondiamo, sono necessarie al corpo e devono essere onorate». Questa è la visione di Gesù: una società in cui il forte e il debole hanno bisogno gli uni degli altri. Quando facciamo delle cose per gli altri, finiamo spesso per farli sentire piccoli perché io ti sto facendo qualcosa; quando siamo generosi, abbiamo un certo potere su quella persona. All’Arca, invece, entriamo in relazione, ed è nella relazione che io mostro all’altro che è importante. In questo modo, anche io divento vulnerabile: entrando in relazione con le persone disabili, noi stessi diventiamo vulnerabili. Ed è così che si sentiranno compresi e amati.
Un altro punto in comune con il Papa: la differenza tra potere e autorità.
L’autorità risveglia e sostiene la coscienza di ciascuno, mentre il potere vi si sostituisce, addormentando le coscienze. L’autorità vera, luogo di ascolto reciproco e di dialogo, deve sempre ricordare che la prima delle leggi è quella dell’amore, della compassione. Con l’immagine del buon pastore, Giovanni ci aiuta a discernere ciò che distingue il potere dall’autorità. La prima caratteristica del buon pastore sta nel chiamare ciascuno per nome: chi vive l’autorità conosce le forze, le debolezze e la missione di ognuno, perché ascolto, conoscenza e fiducia conducono a una relazione di comunione. Seconda caratteristica: il pastore dà la vita per le pecore. Il suo obiettivo è che ciascuno sviluppi la propria coscienza e possa crescere, diventando sempre più umano.
C’è poi lo sforzo di porre i margini al centro. Il Papa denuncia la novità dell’attuale cultura dello scarto: «Gli esclusi non sono sfruttati ma rifiuti, avanzi».
È un sentimento orribile quello di sentirsi colpevoli di esistere e di non avere un posto nel mondo. Mangiare alla tavola degli esclusi significa rifiutare di rinchiudersi nel proprio clan, tribù, classe sociale, e diventare loro amico, concorrendo così all'unità. Il pericolo che vedo è quello della ideologia secondo cui tutti debbono essere uguali. Invece, dobbiamo tutti crescere nell’amore, aprendoci al prossimo. La strada è lunga. San Francesco ha detto di aver vissuto a lungo con la repulsione per i lebbrosi, ma poi li ha scoperti. Dobbiamo prenderci il tempo di scoprire la persona dietro la difficoltà. Il mondo vuole accettare i disabili solo se possono essere reinseriti, solo se possono in qualche modo diventare normali. È il rifiuto di accettare le persone semplicemente per ciò che sono. Perché la normalità o l’anormalità non esistono: ogni persona è diversa.
È un punto, però, che anche tanti sacerdoti ancora non hanno colto...
È qualcosa di molto umano. La gente ha paura dei disabili, non sanno dove cominciare, cosa fare, quindi li rifiutano. San Francesco lo scrive nel suo testamento: quando mi sono avvicinato ai lebbrosi, è sgorgata una nuova delicatezza nel mio spirito e nel mio corpo, e ho iniziato a servire il Signore. Tendiamo a rifiutare le persone che non comprendiamo, quelle con cui non riusciamo a comunicare. Viviamo, anche nella Chiesa, circondati da muri che paiono invalicabili: ma basta un’impercettibile crepa per farci sperare. E la prima difficoltà, troppe volte, è capire la differenza tra la malattia e la disabilità mentale.
Debolezza ed errore sono in primis i nostri.
In una lettera, Carl Jung scrive a una donna: «Ammiro voi cristiani, quando vedete qualcuno che ha fame e sete, voi vedete Gesù. Quando visitate qualcuno che è in prigione o che è malato voi fate visita a Gesù. Quando accogliete uno straniero o vestite quelli che sono nudi, voi vedete Gesù». E aggiunge: «È molto bello, ma quello che non capisco è che voi non vedete Gesù nella vostra stessa povertà. Perché Gesù è sempre nel povero al di fuori di voi, mentre lo negate nella povertà che è dentro di voi?». La gente viene all’Arca per servire i poveri, ma resta solo se si scopre povera.
Altro punto, meraviglioso e fondante: la tenerezza. Scrive il Papa: «Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza».
La tenerezza è un regalo speciale dello spirito. Non sono qui per dirti cosa è giusto, cosa devi fare, ma sono qui per incontrarti. La tenerezza sta alla base dell’Arca. È un tocco rispettoso, offre sicurezza, rivela l’importanza e il valore sacro dell’altro, diventa esortazione a crescere. L’ascolto dell’altro è un fatto di tenerezza. È accoglienza, non giudizio. La tenerezza che avvicina gli esseri umani mi appare come un dono di Dio, discreto, silenzioso, forse nascosto agli occhi di coloro che non l’hanno sperimentata, anche se è stata più o meno inconsciamente desiderata. Un giorno domandai a Patrick Mathias, che è stato a lungo psichiatra a Trosly, cos’è la maturità umana. Mi rispose: la tenerezza.
***
Conseguita la laurea in filosofia nel 1962, Vanier accetta la cattedra di Filosofia morale al Saint Michael’s College di Toronto. Solo un anno più tardi, però, tutto cambia nuovamente: su invito di padre Thomas (che ora, a Trosly-Breuil, è cappellano della casa per disabili mentali Val Fleuri) ritorna in Francia. Poco dopo, Vanier compra nel paese un vecchio rudere, e comincia a visitare istituzioni e ospedali psichiatrici, rimanendo sconvolto dal caos e dalla violenza in cui i disabili vengono fatti vivere.
Nell’agosto 1964 la svolta decisiva: Vanier decide di accogliere nella sua casa due disabili mentali, Raphaël Simi e Philippe Seux. Nasce l’Arca. Il nome viene scelto perché evoca sia l’arca di Noè che l’arca dell’alleanza; del resto, così i padri della Chiesa chiamano Maria. Oggi ci sono 137 comunità dell’Arca nel mondo. Nel 1997 Jean Vanier ha ricevuto il premio Paolo VI per la sua opera a favore dello sviluppo e del progresso dei popoli.
Un primo punto è l'enfasi che date al valore della gioia nella fede. È il cuore dell’«Evangelii gaudium»: «Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Lei, Vanier, più volte ha parlato della gioia dell'evangelizzare.
La prima evangelizzazione non credo sia tanto quella di annunciare Gesù. La prima evangelizzazione consiste nell'offrire a tutti dei luoghi in cui si ride, si balla, si celebra e in cui si può vivere un senso di appartenenza. La gioia viene proprio dal sentirsi appartenere a una comunità, dal fatto di star bene insieme, di non essere più soli. Il più grande mezzo di evangelizzazione lo troviamo oggi in piccole comunità in cui vivono persone felici, gioiose e che si vogliono bene.
La gioia è esattamente quello che lei dice essere il cuore dell'Arca.
La gioia è il segreto dell’Arca! Se qualcuno viene all’Arca e vi resta un mese, un anno o quaranta, è perché vi trova felicità e piacere. Nella nostra società nessuno crede che all’Arca la gioia sia possibile. Le persone pensano che, per restarvi, occorra essere un eroe o un santo. Ma non è vero: restiamo all’Arca perché ci piace. L’Arca non è solo un posto dove si fa del bene. È una comunità di pace che può testimoniare la possibilità, per uomini e donne di cultura e capacità differenti, di vivere felici insieme, celebrando la comune umanità.
Centrale è, dunque, la comunità...
Nella comunità abbiamo bisogno gli uni degli altri. Capiamo facilmente che il debole ha bisogno del forte, ma, forse, quello che facciamo più fatica a comprendere è che anche il forte ha bisogno del debole. Abbiamo bisogno di chi è piccolo, di chi è vulnerabile. Abbiamo bisogno del povero per scoprire la nostra povertà. Vivendo con persone ferite scopriamo le nostre ferite. E forse accogliendo la ferita degli altri impariamo ad accogliere la nostra. Perché sono così, perché sono stato abbandonato? È la stessa domanda di Gesù: Dio mio, perché mi hai abbandonato? Dobbiamo cercare di non spiritualizzare troppo questa domanda di Gesù: è il grido della sofferenza ed è il grido della sofferenza umana. Gesù non voleva creare un mondo competitivo, voleva creare un corpo. Paolo aggiunge: «Quelle parti del corpo che sono le più deboli, le meno presentabili, quelle parti del corpo che nascondiamo, sono necessarie al corpo e devono essere onorate». Questa è la visione di Gesù: una società in cui il forte e il debole hanno bisogno gli uni degli altri. Quando facciamo delle cose per gli altri, finiamo spesso per farli sentire piccoli perché io ti sto facendo qualcosa; quando siamo generosi, abbiamo un certo potere su quella persona. All’Arca, invece, entriamo in relazione, ed è nella relazione che io mostro all’altro che è importante. In questo modo, anche io divento vulnerabile: entrando in relazione con le persone disabili, noi stessi diventiamo vulnerabili. Ed è così che si sentiranno compresi e amati.
Un altro punto in comune con il Papa: la differenza tra potere e autorità.
L’autorità risveglia e sostiene la coscienza di ciascuno, mentre il potere vi si sostituisce, addormentando le coscienze. L’autorità vera, luogo di ascolto reciproco e di dialogo, deve sempre ricordare che la prima delle leggi è quella dell’amore, della compassione. Con l’immagine del buon pastore, Giovanni ci aiuta a discernere ciò che distingue il potere dall’autorità. La prima caratteristica del buon pastore sta nel chiamare ciascuno per nome: chi vive l’autorità conosce le forze, le debolezze e la missione di ognuno, perché ascolto, conoscenza e fiducia conducono a una relazione di comunione. Seconda caratteristica: il pastore dà la vita per le pecore. Il suo obiettivo è che ciascuno sviluppi la propria coscienza e possa crescere, diventando sempre più umano.
C’è poi lo sforzo di porre i margini al centro. Il Papa denuncia la novità dell’attuale cultura dello scarto: «Gli esclusi non sono sfruttati ma rifiuti, avanzi».
È un sentimento orribile quello di sentirsi colpevoli di esistere e di non avere un posto nel mondo. Mangiare alla tavola degli esclusi significa rifiutare di rinchiudersi nel proprio clan, tribù, classe sociale, e diventare loro amico, concorrendo così all'unità. Il pericolo che vedo è quello della ideologia secondo cui tutti debbono essere uguali. Invece, dobbiamo tutti crescere nell’amore, aprendoci al prossimo. La strada è lunga. San Francesco ha detto di aver vissuto a lungo con la repulsione per i lebbrosi, ma poi li ha scoperti. Dobbiamo prenderci il tempo di scoprire la persona dietro la difficoltà. Il mondo vuole accettare i disabili solo se possono essere reinseriti, solo se possono in qualche modo diventare normali. È il rifiuto di accettare le persone semplicemente per ciò che sono. Perché la normalità o l’anormalità non esistono: ogni persona è diversa.
È un punto, però, che anche tanti sacerdoti ancora non hanno colto...
È qualcosa di molto umano. La gente ha paura dei disabili, non sanno dove cominciare, cosa fare, quindi li rifiutano. San Francesco lo scrive nel suo testamento: quando mi sono avvicinato ai lebbrosi, è sgorgata una nuova delicatezza nel mio spirito e nel mio corpo, e ho iniziato a servire il Signore. Tendiamo a rifiutare le persone che non comprendiamo, quelle con cui non riusciamo a comunicare. Viviamo, anche nella Chiesa, circondati da muri che paiono invalicabili: ma basta un’impercettibile crepa per farci sperare. E la prima difficoltà, troppe volte, è capire la differenza tra la malattia e la disabilità mentale.
Debolezza ed errore sono in primis i nostri.
In una lettera, Carl Jung scrive a una donna: «Ammiro voi cristiani, quando vedete qualcuno che ha fame e sete, voi vedete Gesù. Quando visitate qualcuno che è in prigione o che è malato voi fate visita a Gesù. Quando accogliete uno straniero o vestite quelli che sono nudi, voi vedete Gesù». E aggiunge: «È molto bello, ma quello che non capisco è che voi non vedete Gesù nella vostra stessa povertà. Perché Gesù è sempre nel povero al di fuori di voi, mentre lo negate nella povertà che è dentro di voi?». La gente viene all’Arca per servire i poveri, ma resta solo se si scopre povera.
Altro punto, meraviglioso e fondante: la tenerezza. Scrive il Papa: «Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza».
La tenerezza è un regalo speciale dello spirito. Non sono qui per dirti cosa è giusto, cosa devi fare, ma sono qui per incontrarti. La tenerezza sta alla base dell’Arca. È un tocco rispettoso, offre sicurezza, rivela l’importanza e il valore sacro dell’altro, diventa esortazione a crescere. L’ascolto dell’altro è un fatto di tenerezza. È accoglienza, non giudizio. La tenerezza che avvicina gli esseri umani mi appare come un dono di Dio, discreto, silenzioso, forse nascosto agli occhi di coloro che non l’hanno sperimentata, anche se è stata più o meno inconsciamente desiderata. Un giorno domandai a Patrick Mathias, che è stato a lungo psichiatra a Trosly, cos’è la maturità umana. Mi rispose: la tenerezza.
***
Dai sottomarini all’Arca
Jean Vanier nasce nel 1928 a Ginevra, dove il padre, generale, è consigliere militare presso la Società delle Nazioni. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Vanier fugge da Parigi con la famiglia, raggiungendo Londra su una torpediniera. Sconvolto e attratto da bombe e sottomarini, a 12 anni decide di entrare nel Royal Naval College. Nel 1950, però, lascia la Marina. Intendendo diventare sacerdote, va a vivere nella comunità cristiana del domenicano Thomas Philippe, L’Eau Vive, una comunità di studenti nella periferia di Parigi, vicino al convento domenicano Le Saulchoir.
Un anno dopo l’arrivo di Vanier, padre Thomas deve abbandonare la direzione della comunità e gliela affida. Il cambio provoca una frattura con il convento: i domenicani non approvano che la direzione sia assunta da un laico, e così le porte di Le Sauchoir vengono chiuse ai membri della comunità. Nel frattempo, Vanier viene accettato come candidato al sacerdozio in Quebec. Sta per entrarvi quando scoppia una nuova crisi a L’Eau Vive: il vescovo è costretto a chiedergli di dare le dimissioni da direttore. L’espulsione lo lascia in uno stato d’incertezza simile a quella in cui si era trovato, sette anni prima, uscendo dalla Marina. Vanier decide di non finire il suo ultimo anno di preparazione al sacerdozio e trascorre prima un periodo nella trappa di Bellefontaine, poi va a vivere da solo in una piccola fattoria, infine passa due anni a Fatima.Conseguita la laurea in filosofia nel 1962, Vanier accetta la cattedra di Filosofia morale al Saint Michael’s College di Toronto. Solo un anno più tardi, però, tutto cambia nuovamente: su invito di padre Thomas (che ora, a Trosly-Breuil, è cappellano della casa per disabili mentali Val Fleuri) ritorna in Francia. Poco dopo, Vanier compra nel paese un vecchio rudere, e comincia a visitare istituzioni e ospedali psichiatrici, rimanendo sconvolto dal caos e dalla violenza in cui i disabili vengono fatti vivere.
Nell’agosto 1964 la svolta decisiva: Vanier decide di accogliere nella sua casa due disabili mentali, Raphaël Simi e Philippe Seux. Nasce l’Arca. Il nome viene scelto perché evoca sia l’arca di Noè che l’arca dell’alleanza; del resto, così i padri della Chiesa chiamano Maria. Oggi ci sono 137 comunità dell’Arca nel mondo. Nel 1997 Jean Vanier ha ricevuto il premio Paolo VI per la sua opera a favore dello sviluppo e del progresso dei popoli.