Anastasio Alberto Ballestrero nacque a Genova il 3 ottobre 1913. Entrò giovanissimo nei Carmelitani, al Deserto di Varazze, dove poi ha voluto essere sepolto. Prete nel 1936, divenne priore di Sant’Anna a Genova, provinciale della Liguria e fu eletto preposito generale dell’Ordine nel 1955; riconfermato, guidò gli Scalzi fino al 1967. Come superiore maggiore, partecipò a tutte le fasi del Vaticano II, divenendo uno dei più stretti collaboratori di Paolo VI, che lo nominò arcivescovo a Bari nel 1973 e poi a Torino nel 1977. Qui divenne cardinale (1979) e presidente della Cei fino al 1985. Concluse il mandato con la celebrazione del Convegno nazionale di Loreto. Terminato il ministero a Torino si ritirò a Bocca di Magra, nel monastero di Santa Croce, dove morì il 21 giugno 1998.
UN PASTORE "DONATO" ALLA GENTEQuando venne trasferito da Bari a Torino, nel 1977, un giornale della comunità cristiana locale pubblicò un piccolo fumetto, che descriveva l’ipotetica lettera che i cattolici baresi avrebbero voluto mandare in Vaticano, alla Congregazione per i vescovi. C’era scritto (citiamo a memoria): «E come prossimo vescovo, per favore, mandateci uno insensibile, indifferente ai nostri problemi, che vada sempre in giro. Così non ci affezioneremo troppo, e non soffriremo quando lo trasferirete». In tre anni padre Anastasio Ballestrero si era guadagnato la fiducia e l’affetto di tutta la diocesi.
Un legame con la gente, un’attenzione alle persone, che ne contraddistinse tutta la vita, e che risalta ancora di più oggi che la Conferenza episcopale del Piemonte ha deciso – «con gioia, in modo plebiscitario» – di iniziare l’iter per la sua causa di beatificazione. Eppure era un frate contemplativo, che non aveva mai guidato una comunità territoriale. Ma l’esperienza pastorale non gli mancava: per 12 anni era stato preposito generale dei Carmelitani Scalzi e prima ancora provinciale della Liguria e priore di Sant’Anna, la più antica fondazione carmelitana fuori di Spagna. E, fin dall’ordinazione sacerdotale, aveva sempre svolto il ministero di confessore e predicatore per monache, frati, religiosi, malati degli ospedali. Fu il primo generale carmelitano a visitare tutti i conventi maschili e femminili del mondo, dalla Spagna all’Argentina, dal Nord America alle isole del Pacifico, al profondo Sud dell’India.
Anche a Torino, dove sapeva di venire a incontrare un ambiente difficile, riuscì in breve tempo a conquistarsi l’affetto e la stima: «Perché era sempre disponibile, perché si ricordava tutto di te, anche da una sola parola scambiata, anche a mesi di distanza», ricordano oggi alcuni dei suoi preti. Iniziò il suo servizio con una novità assoluta, l’ostensione della Sindone. Non la si esponeva in pubblico dal 1933, nel 1973 il cardinale Michele Pellegrino aveva promosso la prima esposizione televisiva. Nel 1978 vennero a vederla in Duomo 3 milioni di persone; compresi molti dei cardinali chiamati a Roma per i due Conclavi che elessero Giovanni Paolo I e poi il «Papa venuto da lontano», Karol Wojtyla – che fu a Torino ai primi di ottobre; conosceva la Sindone, e conosceva la fama di Pier Giorgio Frassati (che poi lo stesso Giovanni Paolo II proclamerà beato nel 1990).
L’ostensione, per Ballestrero, voleva avere un significato spirituale e pastorale: e lungo quel filone si sono mossi poi anche i suoi successori.
Al termine, però, la Sindone fu trasferita per diversi giorni in un salone di Palazzo Reale, dove il gruppo di scienziati dello Sturp effettuò la prima serie di fotografie e rilievi che sono alla base dello sviluppo delle ricerche scientifiche degli anni successivi. Alla Sindone è legato anche il ciclo di esami del carbonio 14, da cui risultò una datazione medievale per il Telo (esami e risultati oggi sempre più discussi). Commentando le sofferenze e le vicissitudine affrontate da Ballestrero con questi esami il cardinale Agostino Casaroli, allora segretario di Stato, se ne uscì con una battuta: «Eminenza, quando lei morirà avrà diritto ad essere avvolto nella Sindone almeno per 48 ore!».
Come pastore di Torino il cardinale Ballestrero visse la stagione difficilissima degli anni di piombo: negli archivi dei giornali ci sono centinaia di foto del vescovo di fronte alle bare di dirigenti sindacali, giornalisti, poliziotti uccisi dalle Brigate Rosse e da Prima Linea; e di fronte a lui le facce attonite, mute, di sindaci, presidenti di assemblee locali, magistrati, militari. «La diocesi è un impegno che mangia vivo il vescovo in quanto gli ruba ogni respiro, non ha pace né giorno né notte», confessava il cardinale. Il suo episcopato fu uno spendersi interamente per la Chiesa e la città, a cui si aggiunse per 6 anni anche l’impegno gravoso di presidente della Cei (e sono gli anni in cui si prepara il nuovo Concordato, e in cui Ballestrero è in prima linea nel «cammino di riconciliazione» del Convegno di Loreto).
UN PASTORE "DONATO" ALLA GENTEQuando venne trasferito da Bari a Torino, nel 1977, un giornale della comunità cristiana locale pubblicò un piccolo fumetto, che descriveva l’ipotetica lettera che i cattolici baresi avrebbero voluto mandare in Vaticano, alla Congregazione per i vescovi. C’era scritto (citiamo a memoria): «E come prossimo vescovo, per favore, mandateci uno insensibile, indifferente ai nostri problemi, che vada sempre in giro. Così non ci affezioneremo troppo, e non soffriremo quando lo trasferirete». In tre anni padre Anastasio Ballestrero si era guadagnato la fiducia e l’affetto di tutta la diocesi.
Un legame con la gente, un’attenzione alle persone, che ne contraddistinse tutta la vita, e che risalta ancora di più oggi che la Conferenza episcopale del Piemonte ha deciso – «con gioia, in modo plebiscitario» – di iniziare l’iter per la sua causa di beatificazione. Eppure era un frate contemplativo, che non aveva mai guidato una comunità territoriale. Ma l’esperienza pastorale non gli mancava: per 12 anni era stato preposito generale dei Carmelitani Scalzi e prima ancora provinciale della Liguria e priore di Sant’Anna, la più antica fondazione carmelitana fuori di Spagna. E, fin dall’ordinazione sacerdotale, aveva sempre svolto il ministero di confessore e predicatore per monache, frati, religiosi, malati degli ospedali. Fu il primo generale carmelitano a visitare tutti i conventi maschili e femminili del mondo, dalla Spagna all’Argentina, dal Nord America alle isole del Pacifico, al profondo Sud dell’India.
Anche a Torino, dove sapeva di venire a incontrare un ambiente difficile, riuscì in breve tempo a conquistarsi l’affetto e la stima: «Perché era sempre disponibile, perché si ricordava tutto di te, anche da una sola parola scambiata, anche a mesi di distanza», ricordano oggi alcuni dei suoi preti. Iniziò il suo servizio con una novità assoluta, l’ostensione della Sindone. Non la si esponeva in pubblico dal 1933, nel 1973 il cardinale Michele Pellegrino aveva promosso la prima esposizione televisiva. Nel 1978 vennero a vederla in Duomo 3 milioni di persone; compresi molti dei cardinali chiamati a Roma per i due Conclavi che elessero Giovanni Paolo I e poi il «Papa venuto da lontano», Karol Wojtyla – che fu a Torino ai primi di ottobre; conosceva la Sindone, e conosceva la fama di Pier Giorgio Frassati (che poi lo stesso Giovanni Paolo II proclamerà beato nel 1990).
L’ostensione, per Ballestrero, voleva avere un significato spirituale e pastorale: e lungo quel filone si sono mossi poi anche i suoi successori.
Al termine, però, la Sindone fu trasferita per diversi giorni in un salone di Palazzo Reale, dove il gruppo di scienziati dello Sturp effettuò la prima serie di fotografie e rilievi che sono alla base dello sviluppo delle ricerche scientifiche degli anni successivi. Alla Sindone è legato anche il ciclo di esami del carbonio 14, da cui risultò una datazione medievale per il Telo (esami e risultati oggi sempre più discussi). Commentando le sofferenze e le vicissitudine affrontate da Ballestrero con questi esami il cardinale Agostino Casaroli, allora segretario di Stato, se ne uscì con una battuta: «Eminenza, quando lei morirà avrà diritto ad essere avvolto nella Sindone almeno per 48 ore!».
Come pastore di Torino il cardinale Ballestrero visse la stagione difficilissima degli anni di piombo: negli archivi dei giornali ci sono centinaia di foto del vescovo di fronte alle bare di dirigenti sindacali, giornalisti, poliziotti uccisi dalle Brigate Rosse e da Prima Linea; e di fronte a lui le facce attonite, mute, di sindaci, presidenti di assemblee locali, magistrati, militari. «La diocesi è un impegno che mangia vivo il vescovo in quanto gli ruba ogni respiro, non ha pace né giorno né notte», confessava il cardinale. Il suo episcopato fu uno spendersi interamente per la Chiesa e la città, a cui si aggiunse per 6 anni anche l’impegno gravoso di presidente della Cei (e sono gli anni in cui si prepara il nuovo Concordato, e in cui Ballestrero è in prima linea nel «cammino di riconciliazione» del Convegno di Loreto).
Marco Bonatti (Avvenire)
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Ballestrero mistico capace di tenerezza
Sa di essere il primo e probabilmente il più intimo custode della memoria del cardinale Anastasio Alberto Ballestrero con cui ha condiviso momenti di gioia ma anche di desolazione, contrassegnati sempre dal «primato della contemplazione» nel lungo ministero di vescovo prima a Bari (1973-1977) e poi a Torino (1977-1989) e come presidente della Cei (1979-1985).
Il padre carmelitano Giuseppe Caviglia, classe 1934, è stato a fianco del cardinale, nella veste di segretario, dal 1973 fino alla sua morte il 21 giugno 1998 e sente di esprimere tutta la sua gratitudine per l’avvio dell’iter della causa di beatificazione da parte dei vescovi piemontesi per il suo confratello di cui è stato, dice, «un’ombra che non fa ombra»: «Dobbiamo, tutti noi, davvero un grande grazie all’arcivescovo Cesare Nosiglia e all’episcopato piemontese per aver accolto la nostra domanda».
Come in un album fitto di ricordi e di aneddoti padre Caviglia dal convento di Santa Teresa a Torino rievoca i tanti momenti di gioia e di impegno condivisi con Ballestrero, ai difficili anni del terrorismo («non volle mai la scorta»), alla tragica uccisione del giornalista Carlo Casalegno, a come il cardinale rimase colpito da tragico incendio del cinema Statuto con i suoi 64 morti nel 1983, le visite ai carcerati, la sua attenzione agli ultimi o le contestazioni che dovette subire per aver permesso l’esame al carbonio 14 della Sindone.
«Poteva apparire duro, disattento – osserva padre Caviglia – era invece capace di consigli e gesti di tenerezza in momenti inaspettati. Sapeva sempre parlare tenendo a mente l’uditorio che aveva di fronte: lui che era un grande oratore, senza aver mai uno straccio di appunti!». Padre Caviglia intravede nel carisma carmelitano di Ballestrero «mistico ma anche un uomo con i piedi ben piantati in terra» nel suo «esortare tutti alla semplicità» molti punti di incontro con papa Francesco: «Il cardinale non ha mai inteso impoverire le cose ma riportarle all’essenzialità, e quando rifletto su Bergoglio, posso onestamente confermare che padre Ballestrero sia stato profetico, in quanto anche lui vedeva la necessità di riformare la Chiesa, non di snaturarla, ma di ricondurla al suo splendore, al mandato di Gesù Cristo».
Il «suo non rinunciare mai agli esercizi spirituali», «l’essere stato sempre vicino ai preti in crisi con la loro vocazione e di aver ricondotto molti di essi al sacerdozio» o i «suoi gesti di elemosina» sono alcune istantanee che tornano più in mente: «Era molto amato dai vescovi per la sua capacità di ascolto e pronto a stare in silenzio su temi già affrontati da altri. Mi diedero una grande gioia le parole di un vescovo dopo un incontro con il cardinale: "Finalmente si può parlare di Dio"».
La mente di Caviglia corre alle ultime ore trascorse con Ballestrero, prima della sua morte al monastero carmelitano Santa Croce di Bocca di Magra: «Mi colpì che dopo la mia benedizione aprì gli occhi e mi disse: "Ti sarò sempre vicino e accanto a te ci sarò sempre". È un’esperienza che vivo quotidianamente e che mi sostiene in ogni mia fatica. Padre Anastasio ha glorificato Dio con la propria esistenza. In lui era sempre evidente che Dio non rischiava di essere messo in secondo piano».
Il padre carmelitano Giuseppe Caviglia, classe 1934, è stato a fianco del cardinale, nella veste di segretario, dal 1973 fino alla sua morte il 21 giugno 1998 e sente di esprimere tutta la sua gratitudine per l’avvio dell’iter della causa di beatificazione da parte dei vescovi piemontesi per il suo confratello di cui è stato, dice, «un’ombra che non fa ombra»: «Dobbiamo, tutti noi, davvero un grande grazie all’arcivescovo Cesare Nosiglia e all’episcopato piemontese per aver accolto la nostra domanda».
Come in un album fitto di ricordi e di aneddoti padre Caviglia dal convento di Santa Teresa a Torino rievoca i tanti momenti di gioia e di impegno condivisi con Ballestrero, ai difficili anni del terrorismo («non volle mai la scorta»), alla tragica uccisione del giornalista Carlo Casalegno, a come il cardinale rimase colpito da tragico incendio del cinema Statuto con i suoi 64 morti nel 1983, le visite ai carcerati, la sua attenzione agli ultimi o le contestazioni che dovette subire per aver permesso l’esame al carbonio 14 della Sindone.
«Poteva apparire duro, disattento – osserva padre Caviglia – era invece capace di consigli e gesti di tenerezza in momenti inaspettati. Sapeva sempre parlare tenendo a mente l’uditorio che aveva di fronte: lui che era un grande oratore, senza aver mai uno straccio di appunti!». Padre Caviglia intravede nel carisma carmelitano di Ballestrero «mistico ma anche un uomo con i piedi ben piantati in terra» nel suo «esortare tutti alla semplicità» molti punti di incontro con papa Francesco: «Il cardinale non ha mai inteso impoverire le cose ma riportarle all’essenzialità, e quando rifletto su Bergoglio, posso onestamente confermare che padre Ballestrero sia stato profetico, in quanto anche lui vedeva la necessità di riformare la Chiesa, non di snaturarla, ma di ricondurla al suo splendore, al mandato di Gesù Cristo».
Il «suo non rinunciare mai agli esercizi spirituali», «l’essere stato sempre vicino ai preti in crisi con la loro vocazione e di aver ricondotto molti di essi al sacerdozio» o i «suoi gesti di elemosina» sono alcune istantanee che tornano più in mente: «Era molto amato dai vescovi per la sua capacità di ascolto e pronto a stare in silenzio su temi già affrontati da altri. Mi diedero una grande gioia le parole di un vescovo dopo un incontro con il cardinale: "Finalmente si può parlare di Dio"».
La mente di Caviglia corre alle ultime ore trascorse con Ballestrero, prima della sua morte al monastero carmelitano Santa Croce di Bocca di Magra: «Mi colpì che dopo la mia benedizione aprì gli occhi e mi disse: "Ti sarò sempre vicino e accanto a te ci sarò sempre". È un’esperienza che vivo quotidianamente e che mi sostiene in ogni mia fatica. Padre Anastasio ha glorificato Dio con la propria esistenza. In lui era sempre evidente che Dio non rischiava di essere messo in secondo piano».
Filippo Rizzi (Avvenire)