L’omelia del cardinale Sodano:
la Chiesa genera sempre nuovi santi
Angelo Sodano
Decano del Collegio cardinalizio
Fratelli e sorelle nel Signore, con questo saluto tradizionale nelle nostre comunità cristiane vi saluto tutti di cuore, incominciando dal neo cardinale Loris Capovilla e dai confratelli nell’episcopato e nel presbiterato. Il saluto si estende poi alle vostre autorità e ad ognuno di voi che siete accorsi a quest’incontro di preghiera.Insieme ringrazieremo il Signore per tutti i doni che egli continuamente ci elargisce ed insieme invocheremo il Signore perché continui a benedire questa cara comunità di Sotto il Monte
Da parte mia vi dico che sono venuto fra voi con grande gioia, per i vincoli che mi uniscono al neo cardinale Loris Capovilla ed a tutta la vostra comunità. Prima di questa celebrazione eucaristica ho avuto l’onore di trasmettere, a nome del Papa Francesco, le insegne della dignità cardinalizia al vostro caro concittadino.
Con voi ho gioito nel veder riconosciuti anche pubblicamente dal Successore di Pietro i grandi meriti del vostro caro cardinale ed ora con voi pregherò il Signore che ce lo conservi a lungo, ad edificazione di tutta la Santa Chiesa. Miei fratelli, due messaggi giungono a noi da questa celebrazione eucaristica. Il primo messaggio proviene dal rito che or ora abbiamo celebrato ed il secondo ce lo offre la Parola di Dio che è stata proclamata in questa domenica. Il primo messaggio è quello di un grande amore alla Chiesa nostra Madre.
È il messaggio che ci viene dalla cerimonia di investitura di un cardinale. Vi scorgiamo un aspetto importante della vita della Chiesa, della sua costituzione, della sua storia, della sua presenza nel mondo. Noi vi vediamo un aspetto della continuità della Chiesa nel corso dei secoli, della sua unità intorno al Successore di Pietro come della sua universalità.
In queste occasioni noi sentiamo di dover ripetere, con più forza ancora, le parole del Simbolo apostolico: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica ed apostolica». Anzi, noi sentiamo di dover amare ancor più questa Chiesa, di cui siamo figli. È una Chiesa che sa sempre generare nuovi Santi, come ha fatto con il Papa Giovanni XXIII. È una Chiesa che lungi dal ripiegarsi su se stessa, guarda con amore materno agli uomini d’oggi, in modo accogliente e sereno. Ancor oggi questa nostra Chiesa porta molti suoi figli al traguardo della santità, anche della santità eroica. È quanto cantava il nostro grande Alessandro Manzoni nel suo Inno dedicato alla Pentecoste, per celebrare la potenza santificatrice dello Spirito Santo nella Chiesa di Cristo. Pensando a questa Chiesa egli esclamava: «Madre dei Santi immagine della città superna, del Sangue incorruttibile conservatrice eterna, tu che da tanti secoli soffri, combatti e preghi, che le tue tende spieghi dall’uno all’altro mar».
È quindi logico che a questa Madre vada tutto l’amore dei suoi figli. Al riguardo scriveva il grande teologo Henry de Lubac S.J. nel suo libro «Meditazione sulla Chiesa»: «La Chiesa ha rapito il cuore del cattolico. Essa è “sua Madre ed i suoi fratelli”. Nulla di ciò che la tocca lascia indifferente un cattolico, Egli si radica in essa, si forma a sua immagine, s’inserisce nella sua esperienza, si sente ricco delle sue ricchezze. Egli ha coscienza di partecipare, per mezzo di essa e di essa sola, alla stabilità di Dio. Dalla Chiesa impara a vivere ed a morire. Non la giudica, ma si lascia giudicare da lei. Accetta con gioia di sacrificare tutto alla sua unità...».
Certo c’è una Chiesa che ha sempre bisogno di purificazione, per usare un termine usato dal Concilio Ecumenico Vaticano II (Lumen Gentium n. 8). Anzi, si può dire che c’è anche una Chiesa da riformare per usare un altro termine del Concilio («Unitatis redintegratio n. 6»). Ma v’è soprattutto una Chiesa da amare. Citando il testo latino, potremmo dire che c’è certamente una Chiesa «semper purificanda», anzi una Chiesa «semper reformanda», ma c’è soprattutto una Chiesa «semper amanda».
Nei giardini vaticani v’è una statua di Santa Teresa di Gesù Bambino, che il nostro caro cardinale Capovilla avrà visto tante volte. Sul piedistallo della statua v’è una parola della Santa: «Amo la Chiesa mia madre». La frase esatta è in francese: «J’aime l’Église ma mère»! Sia così per tutti noi!
Il Vangelo di questa Messa vespertina costituisce un secondo messaggio per tutti noi. È un passo importante del celebre Discorso della montagna, tramandatoci dall’Evangelista San Matteo (Mt 6, 24-34). È un invito alla fiducia nella Provvidenza divina. Ci dice, infatti, Gesù: «Il Padre vostro celeste sa ciò di cui avete bisogno»! Quante volte il grande Papa Giovanni XXIII avrà ripetuto queste parole! Quante volte il nostro caro cardinal Capovilla ve le avrà ripetute con quel calore di Padre e Pastore che gli è proprio.
È l’invito di sempre che ci rivolge la Chiesa, nostra madre e maestra. Sovente siamo tentati dallo scoraggiamento nel vedere tante miserie umane nei tempi moderni. La Chiesa però ci ripete che i tempi siamo noi e come saremo noi così saranno i nostri tempi. Ancor oggi Gesù ci ripete quanto disse ai suoi Apostoli durante la tempesta sul lago di Tiberiade: «Sono io, non temete» (Lc 24, 36). Ancor oggi è valido il monito dell’Apostolo San Giovanni ai primi cristiani: «Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede» (1 Giov, V). Questo è il messaggio che ora dirige alla Chiesa intera il Papa Francesco, con il suo luminoso magistero dalla Cattedra di Pietro.
Cari parrocchiani di Sotto il Monte e cari pellegrini! Queste sono le parole che mi sono sgorgate dal cuore in quest’incontro con voi. Queste sono le parole che il Papa Giovanni XXIII ha fatto risuonare tante volte in questa vostra bella Chiesa e che sovente avrete ascoltato dal vostro caro cardinale Loris Capovilla!
In realtà, è l’eco del messaggio che Gesù ancor oggi rivolge a tutti i suoi discepoli: «Confidate, io ho vinto il mondo» (Gv 16, 33). Queste parole vi sostengano sempre nel vostro cammino. E così sia!
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Il saluto del cardinale di Santa Maria in Trastevere, Loris Capovilla, durante la consegna della berretta e dell’anello.
A Sotto il Monte. Il cardinale decano Angelo Sodano ha consegnato, a nome di Papa Francesco, la berretta e l’anello a Loris Francesco Capovilla, creato cardinale nel concistoro del 22 febbraio scorso. Durante la cerimonia, svoltasi nel pomeriggio di sabato 1° marzo, a Sotto il Monte Giovanni XXIII, il nuovo porporato ha rivolto il saluto che riportiamo integralmente in questa pagina.
Signor cardinale Angelo Sodano, decano del Sacro Collegio, inviato a Sotto il Monte Giovanni XXIII, latore non di una promozione, né di una onorificenza, bensì di una obbedienza, vi prego di farvi interprete presso il Santo Padre Papa Francesco dei miei sentimenti di gratitudine. Accettatene voi stesso la fioritura, che suscita consolazione ed esultanza.
A tutti coloro che all’annuncio papale del 12 gennaio, mi hanno fatto oggetto di benevolenza, ho inviato quattro righe, alla buona, si direbbe al caminetto di casa, quale è la Chiesa e vuole mostrarsi al mondo.
Modesto contubernale di Giovanni XXIII sto per essere aggregato al collegio cardinalizio per decisione di Papa Francesco. Conosco quanto basta la mia piccolezza e mi sento intimidito. Le amabili ed evangeliche parole dei servitori della Chiesa, dinanzi ai quali mi sento come una locusta (cfr. Numeri, 13, 33) mi incoraggiano e mi confortano. Chiedo di pregare per me. Io ricambio. Infine, flexis genuis, chiedo a tutti di benedirmi.
Sì, ad ecclesiastici e laici chiedo sommessamente di benedirmi. Lo chiedo in particolare ai miei congiunti ed amici, lo chiedo a Venezia, Roma, Chieti-Vasto, Loreto e Bergamo, che mi ospita da 25 anni, e mi sento a tutti associato nella venerazione di Giovani XXIII e dei Papi che l’hanno preceduto e son venuti dopo.
Giovanni è entrato nella storia con l’appellativo di “Papa della bontà”. Di lui Walter Lippmann, uno dei più rinomati opinionisti statunitensi del secolo XX, ha scritto: «Il regno di Papa Giovanni è stato una meraviglia, tanto più stupefacente ove si pensi come egli sia riuscito ad essere così profondamente amato in mezzo alle acri inimicizie del nostro tempo. È un miracolo moderno che una persona abbia potuto superare tutte le barriere di classe, di casta, di colore, di razza per toccare i cuori di tutti i popoli. Nulla di simile si era mai avverato, almeno nell’epoca moderna. Il fatto che gli uomini abbiano corrisposto al suo amore, dimostra che le inimicizie e i dissensi dell’umanità non costituiscono la realtà completa della condizione umana. Sappiamo che il miracolo compiuto da Papa Giovanni non trasformerà il mondo; non diventeremo di colpo uomini nuovi; ma l’eco universale suscitata da Papa Giovanni dimostra che per quanto l’uomo possa essere incline al male, permane in lui un’attitudine alla bontà. Per questo non dobbiamo mai disperare che il mondo possa diventare migliore. Papa Giovanni ha dichiarato che il movimento per mettere in rapporto gli insegnamenti della Chiesa con il “processo di radicale mutamento della situazione politica ed economica” si è iniziato con Leone XIII e con la Rerum novarum. Papa Giovanni lo ha proseguito, non soltanto con le due grandi encicliche, ma soprattutto con la proclamazione del Concilio. Che cosa avverrà di tutto questo è di fondamentale importanza non soltanto per la Chiesa cattolica ma per tutte le Chiese e per tutti i governi. In ogni caso, il movimento di modernizzazione — Giovanni direbbe aggiornamento — potrà forse essere fermato ma non respinto per molto tempo. Si diceva che egli non ce la facesse a stare chiuso. Quanto Papa Giovanni ha iniziato avrà grandissime conseguenze e la storia del mondo sarà diversa perché egli è vissuto» («New York Herald», 7 giugno 1963).
L’attribuzione di “Papa della bontà” esplose il 7 marzo 1963, domenica delle Palme, nella parrocchia romana di San Tarcisio al Quarto Miglio, allorché il Pontefice visitò quella comunità in piena campagna elettorale. Per l’occasione, i segretari dei partiti in lizza decisero unanimemente di eliminare manifesti e striscioni propagandistici e di sostituirli con molti teli bianchi su cui spiccava la dicitura: «Evviva il Papa buono». L’episodio rende onore e giustizia a tutti per l’esempio dato di sapersi unire nel tributare onore e affetto al padre comune. Quell’evviva non istituì paragoni e nemmeno costrinse il Pontefice dentro la ristretta cornice della bontà come che sia. Esso tradusse in qualche modo il complimento che, a nome dei colleghi del corpo diplomatico, Georges Vanier, ambasciatore del Canada a Parigi, aveva rivolto dieci anni prima al neo cardinale patriarca di Venezia nell’incontro di congedo: «Ho letto che una gran parte della rinomanza di Bergamo era un tempo dovuta principalmente a tre attività: la produzione dei vini, la lavorazione della seta, l’estrazione del ferro. I vini di Bergamo, eminenza, sono un po’ la ricchezza del vostro cuore e la vivacità del vostro spirito. La seta richiama la finezza del vostro temperamento di diplomatico, l’iridescenza del vostro senso delle sfumature. Essendo voi il prodotto di un paese della seta, non somiglierete certo a uno di quei cardinali severi alla Goya; no, voi avete la forza temprata dalla dolcezza che si trova piuttosto nei quadri di Raffaello. Quanto al ferro di Bergamo esso evoca la solidità dei princìpi che ispirano la vostra vita e la fermezza di carattere che non transige con la verità. […] Voi siete nel pieno vigore, eminenza, e avete sicuramente davanti a voi numerosi anni, durante i quali potrete compiere felicemente le opere del buon Pastore» (A. G. Roncalli, Souvenirs d’un Nonce, 1963).
Papa della bontà! Episodi diversissimi e sintomatici, dichiarazioni stupefacenti di qualificati rappresentanti della cultura e della religione convincono che il passaggio di Giovanni XXIII sulla scena del mondo confermò il valore attraente della bontà evangelica, che «conserva pur sempre un posto d’onore nel discorso della montagna: beati i poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, gli assetati di giustizia, i puri di cuore, i tribolati, i perseguitati» (Giornale dell’anima, § 841).
Il segreto del successo di Roncalli sta nella matrice tradizionale, e, ciononostante, dinamica, della sua formazione e cultura ecclesiastica, nell’apparente paradosso tra severo conservatorismo e umana ed evangelica apertura.
Piccolo alunno del seminario bergomense innestò la sua sensibilità nel solido tronco dei severi orientamenti ecclesiastici di ispirazione patristica; chierico appena quattordicenne iniziò a scrivere il suo Giornale dell’anima e continuò sino a ottantuno anni, senza mai mutare temperamento e costume. Lungo tutto l’arco della sua esistenza egli rimase lo stesso prete della giovinezza, con quella sua caratteristica e mai smentita coerenza di pensiero e di azione, che trova preciso riscontro in ogni variazione di ministero e di ufficio, pur nei limiti, coi difetti e le carenze di natura, di ambiente e di momento storico in cui dovette operare.
Egli è stato, pertanto, un prete all’antica, abbarbicato nel terreno solido della rivelazione cristiana, che diede tono e slancio al suo servizio. Egli volle essere il prete segnato a fuoco dalla familiarità con Cristo, e di null’altro preoccupato se non del nome, del regno e della volontà di Dio.
Lo lasciò intuire in un memorabile discorso al clero romano: «La persona del sacerdote è sacra [...]. La buona indole, gli studi severi, la proprietà della parola e del tratto sono come il mantello che avvolge l’umanità del sacerdote: ma la linfa divina della sua applicazione ai divini misteri e alle opere dell’apostolato, egli continuerà ad attingerla dall’altare. Quello è il posto suo che gli conviene innanzi tutto. Di là egli parla ai fedeli e nel volgersi a essi con linguaggio elaborato nella meditazione e fatto suo, egli ha da apparire come di casa nel tempio del Signore e le sacre parole del messale, del breviario, del rituale devono risuonare nell’intimità misteriosa della sua anima prima che sotto le volte del santuario» (25 gennaio 1960).
Papa Giovanni, “il buono”, non suscita nostalgie, il che equivarrebbe a guardare indietro; piuttosto egli ci stimola a tentare l’avventura della testimonianza e ci invita a riaprire il Libro divino per scoprirvi l’ispirazione alla fedeltà e al rinnovamento, binomio da lui coniato come filo conduttore del concilio Vaticano II e della sua fedele attuazione. Questo Angelo Giuseppe, angelo del Signore, rinnova ora il monito del vigilare mentre incombe la notte; di prestare attenzione, di non arrendersi alle mode ricorrenti e cangianti; e lo fa con l’autorità dei carismi ricevuti, l’eloquenza dell’esempio, la forza della bontà e della santità.
Benedetto Papa Giovanni! Ci ha dato l’esempio di saper toccare le anime prima ancora di aprire le labbra. Come del resto egli parlava al suo Signore con il testo mirabile dell’Imitazione di Cristo: «O Gesù, splendore di gloria eterna, conforto dell’anima pellegrina. Presso di te la mia bocca è senza voce, e ti parla il mio silenzio» (Libro III, 21, 4).
Con accenti di ineffabile gratitudine saluto i Papi che più strettamente sono legati a Giovanni XXIII:
San Pio X, che l’11 agosto 1904 ricevendo in Vaticano don Angelo Roncalli, dopo la celebrazione della prima messa nelle Grotte Vaticane, auspicò che il suo ministero «fosse motivo di consolazione per la Chiesa universale».
Benedetto XV che nel 1920 lo volle a Roma a Propaganda Fide.
Pio XI, conosciuto all’Ambrosiana di Milano nel 1905, che lo inviò suo rappresentante in Bulgaria, Turchia e Grecia.
Pio XII che lo designò nunzio apostolico in Francia, lo creò cardinale, lo promosse patriarca di Venezia.
Paolo VI che assunse su di sé e coronò santamente il concilio Vaticano II.
Giovanni Paolo I che nel suo unico messaggio papale canonizzò il binomio fedeltà e rinnovamento.
Giovanni Paolo II che ne visitò il villaggio natale e vi celebrò le virtù e i meriti delle famiglie e della tradizione locale e nel centenario della nascita anticipò con stupenda omelia la beatificazione del 3 settembre 2000.
Benedetto XVI che ne apprezzò e cantò il vertice da lui raggiunto della perfezione evangelica: semplicità e prudenza.
Papa Francesco che la vox populi saluta successore del Papa della bontà.
Signor cardinale decano, fratelli e Sorelle, ho percorso un lungo e accidentato tragitto prima di giungere a Camaitino, ultima casa della mia vita. Ho incontrato molte persone e ho conversato a lungo con alcune. Ho vissuto eventi più grandi di me. Sono passato accanto a esperienze che mi hanno segnato, anche ferito. Non ho gustato il paradiso della fanciullezza. Di conseguenza, una punta di malinconia, pudicamente nascosta, mi ha accompagnato giorno dopo giorno; talvolta ha turbato i rapporti col mio prossimo, tarpato le ali ai miei slanci. Adesso, nel vespro della mia giornata, come ultimo tra i suoi, amo riascoltare l’interrogativo di Gesù agli apostoli che risuona nel profondo della mia coscienza: «Voi chi dite che io sia?» (Matteo, 16, 11). Quei giovani avevano abbandonato tutto per seguirlo. Vivevano con lui in ascolto, desiderosi di assistere, di apprendere. Percorrevano con lui le strade della Palestina animati dalla stessa fede di Abramo, testimoni dei segni che accompagnavano le parole del Maestro. Pietro ascoltò la domanda e rispose per tutti: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Matteo, 16, 16).
E lo stesso dice in un’altra occasione, nella sinagoga di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Giovanni, 6, 69). Poco tempo mi separa dal redde rationem e io debbo ridurre tutto ai termini più semplici, sbarazzarmi di residua zavorra, patetici diari e album illustrativi, romantiche fantasie e sterili rimpianti. Devo ricondurre tutto all’essenziale e puntare la prora verso il porto. A ciò mi sollecita Giovanni XXIII in una sua riflessione del 1945, quando aveva sessantaquattro anni, oltre trenta in meno dei miei attuali: «Non debbo nascondere a me stesso la verità: sono incamminato decisamente verso la vecchiaia. Lo spirito reagisce e quasi protesta, sentendomi ancora così giovane ed alacre, agile e fresco. Ma basta un’occhiata allo specchio per confondermi. Questa è la stagione della maturità; debbo dunque produrre il più ed il meglio, riflettendo che forse il tempo concessomi a vivere è breve e che mi trovo vicino alle porte dell’eternità». Cos’è stata la mia parabola! Mi sono sentito attratto al sacerdozio sin da ragazzo, cresciuto nella provincia veneta in una famiglia priva di censo e senza storia, fondata su principi indiscutibili, custode di valori originari, cristiana quanto bastava. Invitato a lasciarmi plasmare da Cristo e a immergermi nella tradizione millenaria della Chiesa, provai a rispondere sin da principio all’interrogativo cui nessuno può sfuggire: «Chi è Gesù per me?». Dovetti dare una risposta non elusiva e la diedi: «Gesù è il figlio di Maria Vergine, il salvatore, il maestro, il fondatore della Chiesa, il risorto, il vivente». Sono prete da oltre settant’anni, vescovo da quasi cinquanta, eppure per me Gesù è lo stesso che la mamma e i miei educatori mi insegnarono ad ascoltare e ad amare; lo stesso che appresi al catechismo parrocchiale e all’Azione cattolica. È il Gesù dei preti e dei laici che mi edificarono, talora sino all’esaltazione, nel corso dei decenni. Chi è Gesù? È colui che mi ha reso partecipe della natura divina e mi aiuta a esserne consapevole e a comportarmi in modo coerente, come ancora una volta mi suggerisce Giovanni XXIII, in una sua nota del 1948: «La via più sicura per la mia santificazione personale resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto: principi, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma, con attenzione a potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame e viluppo di viticci, ed andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità, soprattutto carità. Ogni altro sistema di fare non è che posa e ricerca di affermazione personale che presto si tradisce e diventa ingombrante e ridicolo». L’utopia, così la chiamano gli increduli, consiste nell’arrendersi a Gesù senza condizioni, nel leggere il suo Vangelo senza glossa, nel mettere il proprio io sotto i piedi e vedere lui in ogni nostro simile, servirlo e amarlo. Era questo il sentire di Papa Giovanni: un sentire che edifica e unisce. Non sono contento di me e di sicuro non lo furono e non lo sono molti di coloro che incrociarono i loro passi con i miei. Tendo la mano e chiedo la carità come il mendicante, e nell’attesa di ricevere il pane del perdono recito il Padre nostro sulla soglia delle case, come facevano i poverelli nei tempi andati. A chi chiede dove si soffermano più sereni i miei ricordi, rispondo: in parrocchia, a Venezia, tra i ragazzi dell’Azione cattolica, a Parma, tra gli avieri, e dappertutto, nelle ore silenziose e solitarie. Del mio servizio decennale a Giovanni XXIII sono insoddisfatto, nonostante la mia dedizione e devozione. Mi punge il rimorso di non aver tratto tutto il beneficio di quella vicinanza, di non essere penetrato addentro nel segreto della sua povertà di spirito. Nell’ultimo e misterioso suo tratto di strada, egli meritava un collaboratore più degno e dotto, più preparato ed equilibrato, e anche più coraggioso. Non mi riconosco infatti nell’esortazione di Paolo al suo Timoteo, invitato a rimanere saldo sulla roccia delle Sacre Scritture, «perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2 Timoteo, 3, 16). Accanto a Papa Giovanni, lo furono Alfredo Cavagna, suo confessore, e Angelo Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, ecclesiastici superiori a ogni elogio. Adesso, in piena lucidità, vorrei sentir maturare in me la decisione espressa da Papa Giovanni nel suo testamento: «Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso, a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perché in quanti mi conobbero, ed ebbero rapporti con me, mi avessero anche offeso o disprezzato o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione, non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre». Mi fa buona compagnia un pensiero, non saprei dire se amaro o realistico, di Hermann Hesse: «Quando uno è diventato vecchio e ha adempiuto la sua parte, il compito che gli spetta è di fare, in silenzio, amicizia con la morte; non ha più bisogno degli uomini, ne ha incontrati abbastanza». Il gomitolo della mia esistenza si è dipanato tra due eventi funebri: la morte di mio padre quando avevo sei anni, di mia madre quando ne avevo sessantanove. Dentro questo spazio splende il transito pentecostale di Papa Giovanni. Pertanto l’angelo della morte mi sta appresso da sempre, e non è uno scheletro con la falce in mano; è un raggio di luce che squarcia le tenebre. La mia ora non può tardare. Ci penso ogni giorno, talvolta con un pizzico di malinconia, e mi dispongo al giudizio senza presunzione e senza timore. Non sono così stolto da ritenermi un giusto. Conosco quanto basta il consuntivo finale. Ripeto sovente: «Ho terminato la corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede» (2 Timoteo, 4, 7). Nutro fiducia sulle sorti del pianeta Terra. Continuo a proporre attenuanti alle colpe dell’umanità, non per inclinazione al vituperato buonismo, ma per dovere di giustizia temperata dalla misericordia. Sul dipartirmi dal mio amato romitorio e dalle persone care, mi investe l’infiammato grido di san Francesco per tutte le creature: «Vorrei condurvi tutti in paradiso»; e mi conferma nella fede il credo di Papa Giovanni: «La mia giornata terrena finisce. Il Cristo vive e la sua Chiesa ne continua l’opera nel tempo e nello spazio». Sono consapevole che tutto è bello e nuovo nel fulgore del Risorto: tutto è grazia. Quando nella maschera mortuaria di Giovanni, rilevata da Giacomo Manzù, contemplo quel volto maestoso e placido, scavato dalla sofferenza; oppure quando prendo in mano uno dei suoi libri, che erano sua delizia; o i suoi epistolari o il Giornale dell’anima; meglio ancora, quando lo rivedo e gli parlo nelle ore di preghiera e di contemplazione, qualcosa si scioglie dentro di me. La malinconia (se c’è) se ne va. Le ansietà si placano. Torna il coraggio. Fiorisce la speranza. Apro la Bibbia e leggo: «La sapienza dell’uomo rende sereno il suo volto» (Siracide, 8, 1). E nasce in me il desiderio di divenire discepolo di Cristo non incerto né dubbioso, bensì deciso e costante; di imitare il santo Papa e di obbedire al suo quinto successore, in quel suo camminare a piedi nudi al seguito del divino maestro; nel rassettare le reti sulla riva del lago, nel remare nell’ora della tempesta e nell’andare «senza borsa, né pane né denaro» (Luca, 9, 3) da un villaggio all’altro, «integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male» (Giobbe, 1, 1).
Signor cardinale, fratelli e sorelle, salutiamo insieme i due Papi associati nel servizio, nella sofferenza, nella gloria.
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, perché otteniamo la grazia di entrare nella costellazione dei giusti, caricarci sulle spalle le nuove povertà, e tentare di convincere i detentori del potere economico e i manovratori dei poteri mediatici, di non impedirci di essere onesti (al punto di restituire il mal tolto o il mal amministrato) e misericordiosi senza divenire deboli, ottenerci la grazia di arrenderci alla logica del vangelo, disponibili dunque a rinunciare noi per primi alle cose, almeno a qualcosa, per far divampare nel mondo i fuochi dell’amore.
Diamo infine la parola a Giovanni Battista Montini, in uno squarcio oratorio della notte di Pentecoste, 2 giugno 1963. Vale per Giovanni XXIII, per Giovanni Paolo II ed anche per lui, Paolo VI: «Benedetto questo Papa che ha dato a noi e al mondo l’immagine della bontà pastorale e si è fatto a chi nella Chiesa ha la responsabilità di governo l’esempio evangelico del buon pastore. Benedetto questo Papa che ci ha mostrato non essere la bontà debolezza e fiacchezza, non essere irenismo equivoco, non essere rinuncia ai grandi diritti della verità e ai grandi doveri dell’autorità, ma essere la virtù-principe di chi rappresenta Cristo nel mondo. Benedetto questo Papa che ci ha fatto vedere, ancora una volta, che l’autorità nella Chiesa non è ambizione di dominio, non è distanza dalla comunità dei fedeli, non è paternalismo consuetudinario ed esteriore, non è ciò che i nemici della Chiesa o i laici ad essa ostili ed estranei vorrebbero qualificare: dogmatismo retrivo e inceppante il progresso del mondo; ma è sollecitudine provvida e sapiente, ma funzione voluta da Cristo, insostituibile e degna d’ogni riverenza e fedeltà; ma servizio umile, disinteressato, faticoso e cordiale, che nella sua più chiara ed autentica manifestazione tutti possiamo grandiosamente chiamare bontà. Benedetto questo Papa che ci ha fatto godere un’ora di paternità e familiarità spirituale e che ha insegnato a noi ed al mondo che l’umanità di nessuna altra cosa ha maggior bisogno quanto di amore. E benedetta questa Pentecoste triste e soave, che nell’umana agonia di Giovanni ancora ci mostra dove sia la prima, la vera sorgente dell’amore che salva: è nella Chiesa di Pietro».
L'Osservatore Romano
Sì, ad ecclesiastici e laici chiedo sommessamente di benedirmi. Lo chiedo in particolare ai miei congiunti ed amici, lo chiedo a Venezia, Roma, Chieti-Vasto, Loreto e Bergamo, che mi ospita da 25 anni, e mi sento a tutti associato nella venerazione di Giovani XXIII e dei Papi che l’hanno preceduto e son venuti dopo.
Giovanni è entrato nella storia con l’appellativo di “Papa della bontà”. Di lui Walter Lippmann, uno dei più rinomati opinionisti statunitensi del secolo XX, ha scritto: «Il regno di Papa Giovanni è stato una meraviglia, tanto più stupefacente ove si pensi come egli sia riuscito ad essere così profondamente amato in mezzo alle acri inimicizie del nostro tempo. È un miracolo moderno che una persona abbia potuto superare tutte le barriere di classe, di casta, di colore, di razza per toccare i cuori di tutti i popoli. Nulla di simile si era mai avverato, almeno nell’epoca moderna. Il fatto che gli uomini abbiano corrisposto al suo amore, dimostra che le inimicizie e i dissensi dell’umanità non costituiscono la realtà completa della condizione umana. Sappiamo che il miracolo compiuto da Papa Giovanni non trasformerà il mondo; non diventeremo di colpo uomini nuovi; ma l’eco universale suscitata da Papa Giovanni dimostra che per quanto l’uomo possa essere incline al male, permane in lui un’attitudine alla bontà. Per questo non dobbiamo mai disperare che il mondo possa diventare migliore. Papa Giovanni ha dichiarato che il movimento per mettere in rapporto gli insegnamenti della Chiesa con il “processo di radicale mutamento della situazione politica ed economica” si è iniziato con Leone XIII e con la Rerum novarum. Papa Giovanni lo ha proseguito, non soltanto con le due grandi encicliche, ma soprattutto con la proclamazione del Concilio. Che cosa avverrà di tutto questo è di fondamentale importanza non soltanto per la Chiesa cattolica ma per tutte le Chiese e per tutti i governi. In ogni caso, il movimento di modernizzazione — Giovanni direbbe aggiornamento — potrà forse essere fermato ma non respinto per molto tempo. Si diceva che egli non ce la facesse a stare chiuso. Quanto Papa Giovanni ha iniziato avrà grandissime conseguenze e la storia del mondo sarà diversa perché egli è vissuto» («New York Herald», 7 giugno 1963).
L’attribuzione di “Papa della bontà” esplose il 7 marzo 1963, domenica delle Palme, nella parrocchia romana di San Tarcisio al Quarto Miglio, allorché il Pontefice visitò quella comunità in piena campagna elettorale. Per l’occasione, i segretari dei partiti in lizza decisero unanimemente di eliminare manifesti e striscioni propagandistici e di sostituirli con molti teli bianchi su cui spiccava la dicitura: «Evviva il Papa buono». L’episodio rende onore e giustizia a tutti per l’esempio dato di sapersi unire nel tributare onore e affetto al padre comune. Quell’evviva non istituì paragoni e nemmeno costrinse il Pontefice dentro la ristretta cornice della bontà come che sia. Esso tradusse in qualche modo il complimento che, a nome dei colleghi del corpo diplomatico, Georges Vanier, ambasciatore del Canada a Parigi, aveva rivolto dieci anni prima al neo cardinale patriarca di Venezia nell’incontro di congedo: «Ho letto che una gran parte della rinomanza di Bergamo era un tempo dovuta principalmente a tre attività: la produzione dei vini, la lavorazione della seta, l’estrazione del ferro. I vini di Bergamo, eminenza, sono un po’ la ricchezza del vostro cuore e la vivacità del vostro spirito. La seta richiama la finezza del vostro temperamento di diplomatico, l’iridescenza del vostro senso delle sfumature. Essendo voi il prodotto di un paese della seta, non somiglierete certo a uno di quei cardinali severi alla Goya; no, voi avete la forza temprata dalla dolcezza che si trova piuttosto nei quadri di Raffaello. Quanto al ferro di Bergamo esso evoca la solidità dei princìpi che ispirano la vostra vita e la fermezza di carattere che non transige con la verità. […] Voi siete nel pieno vigore, eminenza, e avete sicuramente davanti a voi numerosi anni, durante i quali potrete compiere felicemente le opere del buon Pastore» (A. G. Roncalli, Souvenirs d’un Nonce, 1963).
Papa della bontà! Episodi diversissimi e sintomatici, dichiarazioni stupefacenti di qualificati rappresentanti della cultura e della religione convincono che il passaggio di Giovanni XXIII sulla scena del mondo confermò il valore attraente della bontà evangelica, che «conserva pur sempre un posto d’onore nel discorso della montagna: beati i poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, gli assetati di giustizia, i puri di cuore, i tribolati, i perseguitati» (Giornale dell’anima, § 841).
Il segreto del successo di Roncalli sta nella matrice tradizionale, e, ciononostante, dinamica, della sua formazione e cultura ecclesiastica, nell’apparente paradosso tra severo conservatorismo e umana ed evangelica apertura.
Piccolo alunno del seminario bergomense innestò la sua sensibilità nel solido tronco dei severi orientamenti ecclesiastici di ispirazione patristica; chierico appena quattordicenne iniziò a scrivere il suo Giornale dell’anima e continuò sino a ottantuno anni, senza mai mutare temperamento e costume. Lungo tutto l’arco della sua esistenza egli rimase lo stesso prete della giovinezza, con quella sua caratteristica e mai smentita coerenza di pensiero e di azione, che trova preciso riscontro in ogni variazione di ministero e di ufficio, pur nei limiti, coi difetti e le carenze di natura, di ambiente e di momento storico in cui dovette operare.
Egli è stato, pertanto, un prete all’antica, abbarbicato nel terreno solido della rivelazione cristiana, che diede tono e slancio al suo servizio. Egli volle essere il prete segnato a fuoco dalla familiarità con Cristo, e di null’altro preoccupato se non del nome, del regno e della volontà di Dio.
Lo lasciò intuire in un memorabile discorso al clero romano: «La persona del sacerdote è sacra [...]. La buona indole, gli studi severi, la proprietà della parola e del tratto sono come il mantello che avvolge l’umanità del sacerdote: ma la linfa divina della sua applicazione ai divini misteri e alle opere dell’apostolato, egli continuerà ad attingerla dall’altare. Quello è il posto suo che gli conviene innanzi tutto. Di là egli parla ai fedeli e nel volgersi a essi con linguaggio elaborato nella meditazione e fatto suo, egli ha da apparire come di casa nel tempio del Signore e le sacre parole del messale, del breviario, del rituale devono risuonare nell’intimità misteriosa della sua anima prima che sotto le volte del santuario» (25 gennaio 1960).
Papa Giovanni, “il buono”, non suscita nostalgie, il che equivarrebbe a guardare indietro; piuttosto egli ci stimola a tentare l’avventura della testimonianza e ci invita a riaprire il Libro divino per scoprirvi l’ispirazione alla fedeltà e al rinnovamento, binomio da lui coniato come filo conduttore del concilio Vaticano II e della sua fedele attuazione. Questo Angelo Giuseppe, angelo del Signore, rinnova ora il monito del vigilare mentre incombe la notte; di prestare attenzione, di non arrendersi alle mode ricorrenti e cangianti; e lo fa con l’autorità dei carismi ricevuti, l’eloquenza dell’esempio, la forza della bontà e della santità.
Benedetto Papa Giovanni! Ci ha dato l’esempio di saper toccare le anime prima ancora di aprire le labbra. Come del resto egli parlava al suo Signore con il testo mirabile dell’Imitazione di Cristo: «O Gesù, splendore di gloria eterna, conforto dell’anima pellegrina. Presso di te la mia bocca è senza voce, e ti parla il mio silenzio» (Libro III, 21, 4).
Con accenti di ineffabile gratitudine saluto i Papi che più strettamente sono legati a Giovanni XXIII:
San Pio X, che l’11 agosto 1904 ricevendo in Vaticano don Angelo Roncalli, dopo la celebrazione della prima messa nelle Grotte Vaticane, auspicò che il suo ministero «fosse motivo di consolazione per la Chiesa universale».
Benedetto XV che nel 1920 lo volle a Roma a Propaganda Fide.
Pio XI, conosciuto all’Ambrosiana di Milano nel 1905, che lo inviò suo rappresentante in Bulgaria, Turchia e Grecia.
Pio XII che lo designò nunzio apostolico in Francia, lo creò cardinale, lo promosse patriarca di Venezia.
Paolo VI che assunse su di sé e coronò santamente il concilio Vaticano II.
Giovanni Paolo I che nel suo unico messaggio papale canonizzò il binomio fedeltà e rinnovamento.
Giovanni Paolo II che ne visitò il villaggio natale e vi celebrò le virtù e i meriti delle famiglie e della tradizione locale e nel centenario della nascita anticipò con stupenda omelia la beatificazione del 3 settembre 2000.
Benedetto XVI che ne apprezzò e cantò il vertice da lui raggiunto della perfezione evangelica: semplicità e prudenza.
Papa Francesco che la vox populi saluta successore del Papa della bontà.
Signor cardinale decano, fratelli e Sorelle, ho percorso un lungo e accidentato tragitto prima di giungere a Camaitino, ultima casa della mia vita. Ho incontrato molte persone e ho conversato a lungo con alcune. Ho vissuto eventi più grandi di me. Sono passato accanto a esperienze che mi hanno segnato, anche ferito. Non ho gustato il paradiso della fanciullezza. Di conseguenza, una punta di malinconia, pudicamente nascosta, mi ha accompagnato giorno dopo giorno; talvolta ha turbato i rapporti col mio prossimo, tarpato le ali ai miei slanci. Adesso, nel vespro della mia giornata, come ultimo tra i suoi, amo riascoltare l’interrogativo di Gesù agli apostoli che risuona nel profondo della mia coscienza: «Voi chi dite che io sia?» (Matteo, 16, 11). Quei giovani avevano abbandonato tutto per seguirlo. Vivevano con lui in ascolto, desiderosi di assistere, di apprendere. Percorrevano con lui le strade della Palestina animati dalla stessa fede di Abramo, testimoni dei segni che accompagnavano le parole del Maestro. Pietro ascoltò la domanda e rispose per tutti: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Matteo, 16, 16).
E lo stesso dice in un’altra occasione, nella sinagoga di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Giovanni, 6, 69). Poco tempo mi separa dal redde rationem e io debbo ridurre tutto ai termini più semplici, sbarazzarmi di residua zavorra, patetici diari e album illustrativi, romantiche fantasie e sterili rimpianti. Devo ricondurre tutto all’essenziale e puntare la prora verso il porto. A ciò mi sollecita Giovanni XXIII in una sua riflessione del 1945, quando aveva sessantaquattro anni, oltre trenta in meno dei miei attuali: «Non debbo nascondere a me stesso la verità: sono incamminato decisamente verso la vecchiaia. Lo spirito reagisce e quasi protesta, sentendomi ancora così giovane ed alacre, agile e fresco. Ma basta un’occhiata allo specchio per confondermi. Questa è la stagione della maturità; debbo dunque produrre il più ed il meglio, riflettendo che forse il tempo concessomi a vivere è breve e che mi trovo vicino alle porte dell’eternità». Cos’è stata la mia parabola! Mi sono sentito attratto al sacerdozio sin da ragazzo, cresciuto nella provincia veneta in una famiglia priva di censo e senza storia, fondata su principi indiscutibili, custode di valori originari, cristiana quanto bastava. Invitato a lasciarmi plasmare da Cristo e a immergermi nella tradizione millenaria della Chiesa, provai a rispondere sin da principio all’interrogativo cui nessuno può sfuggire: «Chi è Gesù per me?». Dovetti dare una risposta non elusiva e la diedi: «Gesù è il figlio di Maria Vergine, il salvatore, il maestro, il fondatore della Chiesa, il risorto, il vivente». Sono prete da oltre settant’anni, vescovo da quasi cinquanta, eppure per me Gesù è lo stesso che la mamma e i miei educatori mi insegnarono ad ascoltare e ad amare; lo stesso che appresi al catechismo parrocchiale e all’Azione cattolica. È il Gesù dei preti e dei laici che mi edificarono, talora sino all’esaltazione, nel corso dei decenni. Chi è Gesù? È colui che mi ha reso partecipe della natura divina e mi aiuta a esserne consapevole e a comportarmi in modo coerente, come ancora una volta mi suggerisce Giovanni XXIII, in una sua nota del 1948: «La via più sicura per la mia santificazione personale resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto: principi, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma, con attenzione a potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame e viluppo di viticci, ed andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità, soprattutto carità. Ogni altro sistema di fare non è che posa e ricerca di affermazione personale che presto si tradisce e diventa ingombrante e ridicolo». L’utopia, così la chiamano gli increduli, consiste nell’arrendersi a Gesù senza condizioni, nel leggere il suo Vangelo senza glossa, nel mettere il proprio io sotto i piedi e vedere lui in ogni nostro simile, servirlo e amarlo. Era questo il sentire di Papa Giovanni: un sentire che edifica e unisce. Non sono contento di me e di sicuro non lo furono e non lo sono molti di coloro che incrociarono i loro passi con i miei. Tendo la mano e chiedo la carità come il mendicante, e nell’attesa di ricevere il pane del perdono recito il Padre nostro sulla soglia delle case, come facevano i poverelli nei tempi andati. A chi chiede dove si soffermano più sereni i miei ricordi, rispondo: in parrocchia, a Venezia, tra i ragazzi dell’Azione cattolica, a Parma, tra gli avieri, e dappertutto, nelle ore silenziose e solitarie. Del mio servizio decennale a Giovanni XXIII sono insoddisfatto, nonostante la mia dedizione e devozione. Mi punge il rimorso di non aver tratto tutto il beneficio di quella vicinanza, di non essere penetrato addentro nel segreto della sua povertà di spirito. Nell’ultimo e misterioso suo tratto di strada, egli meritava un collaboratore più degno e dotto, più preparato ed equilibrato, e anche più coraggioso. Non mi riconosco infatti nell’esortazione di Paolo al suo Timoteo, invitato a rimanere saldo sulla roccia delle Sacre Scritture, «perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2 Timoteo, 3, 16). Accanto a Papa Giovanni, lo furono Alfredo Cavagna, suo confessore, e Angelo Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, ecclesiastici superiori a ogni elogio. Adesso, in piena lucidità, vorrei sentir maturare in me la decisione espressa da Papa Giovanni nel suo testamento: «Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso, a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perché in quanti mi conobbero, ed ebbero rapporti con me, mi avessero anche offeso o disprezzato o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione, non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre». Mi fa buona compagnia un pensiero, non saprei dire se amaro o realistico, di Hermann Hesse: «Quando uno è diventato vecchio e ha adempiuto la sua parte, il compito che gli spetta è di fare, in silenzio, amicizia con la morte; non ha più bisogno degli uomini, ne ha incontrati abbastanza». Il gomitolo della mia esistenza si è dipanato tra due eventi funebri: la morte di mio padre quando avevo sei anni, di mia madre quando ne avevo sessantanove. Dentro questo spazio splende il transito pentecostale di Papa Giovanni. Pertanto l’angelo della morte mi sta appresso da sempre, e non è uno scheletro con la falce in mano; è un raggio di luce che squarcia le tenebre. La mia ora non può tardare. Ci penso ogni giorno, talvolta con un pizzico di malinconia, e mi dispongo al giudizio senza presunzione e senza timore. Non sono così stolto da ritenermi un giusto. Conosco quanto basta il consuntivo finale. Ripeto sovente: «Ho terminato la corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede» (2 Timoteo, 4, 7). Nutro fiducia sulle sorti del pianeta Terra. Continuo a proporre attenuanti alle colpe dell’umanità, non per inclinazione al vituperato buonismo, ma per dovere di giustizia temperata dalla misericordia. Sul dipartirmi dal mio amato romitorio e dalle persone care, mi investe l’infiammato grido di san Francesco per tutte le creature: «Vorrei condurvi tutti in paradiso»; e mi conferma nella fede il credo di Papa Giovanni: «La mia giornata terrena finisce. Il Cristo vive e la sua Chiesa ne continua l’opera nel tempo e nello spazio». Sono consapevole che tutto è bello e nuovo nel fulgore del Risorto: tutto è grazia. Quando nella maschera mortuaria di Giovanni, rilevata da Giacomo Manzù, contemplo quel volto maestoso e placido, scavato dalla sofferenza; oppure quando prendo in mano uno dei suoi libri, che erano sua delizia; o i suoi epistolari o il Giornale dell’anima; meglio ancora, quando lo rivedo e gli parlo nelle ore di preghiera e di contemplazione, qualcosa si scioglie dentro di me. La malinconia (se c’è) se ne va. Le ansietà si placano. Torna il coraggio. Fiorisce la speranza. Apro la Bibbia e leggo: «La sapienza dell’uomo rende sereno il suo volto» (Siracide, 8, 1). E nasce in me il desiderio di divenire discepolo di Cristo non incerto né dubbioso, bensì deciso e costante; di imitare il santo Papa e di obbedire al suo quinto successore, in quel suo camminare a piedi nudi al seguito del divino maestro; nel rassettare le reti sulla riva del lago, nel remare nell’ora della tempesta e nell’andare «senza borsa, né pane né denaro» (Luca, 9, 3) da un villaggio all’altro, «integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male» (Giobbe, 1, 1).
Signor cardinale, fratelli e sorelle, salutiamo insieme i due Papi associati nel servizio, nella sofferenza, nella gloria.
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, perché otteniamo la grazia di entrare nella costellazione dei giusti, caricarci sulle spalle le nuove povertà, e tentare di convincere i detentori del potere economico e i manovratori dei poteri mediatici, di non impedirci di essere onesti (al punto di restituire il mal tolto o il mal amministrato) e misericordiosi senza divenire deboli, ottenerci la grazia di arrenderci alla logica del vangelo, disponibili dunque a rinunciare noi per primi alle cose, almeno a qualcosa, per far divampare nel mondo i fuochi dell’amore.
Diamo infine la parola a Giovanni Battista Montini, in uno squarcio oratorio della notte di Pentecoste, 2 giugno 1963. Vale per Giovanni XXIII, per Giovanni Paolo II ed anche per lui, Paolo VI: «Benedetto questo Papa che ha dato a noi e al mondo l’immagine della bontà pastorale e si è fatto a chi nella Chiesa ha la responsabilità di governo l’esempio evangelico del buon pastore. Benedetto questo Papa che ci ha mostrato non essere la bontà debolezza e fiacchezza, non essere irenismo equivoco, non essere rinuncia ai grandi diritti della verità e ai grandi doveri dell’autorità, ma essere la virtù-principe di chi rappresenta Cristo nel mondo. Benedetto questo Papa che ci ha fatto vedere, ancora una volta, che l’autorità nella Chiesa non è ambizione di dominio, non è distanza dalla comunità dei fedeli, non è paternalismo consuetudinario ed esteriore, non è ciò che i nemici della Chiesa o i laici ad essa ostili ed estranei vorrebbero qualificare: dogmatismo retrivo e inceppante il progresso del mondo; ma è sollecitudine provvida e sapiente, ma funzione voluta da Cristo, insostituibile e degna d’ogni riverenza e fedeltà; ma servizio umile, disinteressato, faticoso e cordiale, che nella sua più chiara ed autentica manifestazione tutti possiamo grandiosamente chiamare bontà. Benedetto questo Papa che ci ha fatto godere un’ora di paternità e familiarità spirituale e che ha insegnato a noi ed al mondo che l’umanità di nessuna altra cosa ha maggior bisogno quanto di amore. E benedetta questa Pentecoste triste e soave, che nell’umana agonia di Giovanni ancora ci mostra dove sia la prima, la vera sorgente dell’amore che salva: è nella Chiesa di Pietro».
L'Osservatore Romano