Ambiente e arte fra umanesimo e scienza. Evangelizzazione e accoglienza
Assisi. Anticipiamo quasi per intero l’intervento che l’arcivescovo di Perugia - Città della Pieve tiene il 18 settembre ad Assisi nella giornata conclusiva del convegno «La fragile bellezza. Ambiente e arte fra umanesimo e scienza»
(Gualtiero Bassetti) Sin dall’inizio del suo pontificato, nella sua prima omelia, Papa Francesco ha sottolineato l’importanza della custodia del creato e dell’umanità. In particolare, facendo riferimento al ruolo vigile e silenzioso di san Giuseppe, il Papa ha voluto ricordare come tutte le persone sono chiamate a un’assunzione di responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui vivono.
Un ambiente che gli uomini possono custodire, coltivare e modificare ma che, di fatto, non hanno contribuito a creare. E inoltre, come ho già avuto modo di scrivere, se la natura non può essere idolatrata senza scadere in una sorta di visione panteista, allo stesso tempo, però, non può essere ridotta a luogo di sfruttamento selvaggio in cui gli appetiti dell’uomo si saziano senza limiti.
Ognuno di noi, infatti, nell’esperienza quotidiana, si può rendere conto di quanto sia fragile l’ecosistema ambientale e umano in cui ci è dato di vivere. Ognuno di noi sperimenta quanto il mondo naturale, ma anche quello artistico-culturale, forgiato in millenni di lenta e paziente attività umana, sia messo continuamente a rischio. Spesso ci si sente impotenti dinanzi a questa dispersione inaudita del creato e delle bellezze della sapienza umana. Non si tratta qui di creare allarmismi o paventare chissà quali catastrofi. È opportuno, però, rendersi conto di un fenomeno perverso al quale tutti noi diamo il nostro contributo con comportamenti assolutamente inadeguati dinanzi alla fragilità del mondo che ci circonda.
Nel libro della Genesi, l’uomo, capolavoro del creato, è posto in un “paradiso terrestre”. Un luogo concreto, non metafisico, stupendo a vedersi e a godersi. Afferma il profeta Isaia: «Il Signore, che ha creato i cieli; egli, il Dio che ha plasmato e fatto la terra e l’ha resa stabile; l’ha creata non come orrida regione, ma l’ha plasmata perché fosse abitata» (Isaia, 45, 18). Questo verbo plasmare lascia intravedere un’attività minuziosa fin nei dettagli, una cura continua. Inoltre, occorre sottolineare che il verbo “creare” è usato in ebraico secondo un tempo compiuto: il mondo è stato creato, è creato e sarà creato fino al suo compimento. In pratica, Dio non interrompe mai la sua opera creatrice. Secondo un grande padre della Chiesa, san Massimo il Confessore, «il compimento della prima bellezza nella Bellezza perfetta si pone al termine e riceve il nome di Regno». Ma questo è un cammino tortuoso che si dispiega nella storia movimentata e tragica dell’agire umano, non più in sintonia con quello di Dio a causa del peccato, della grande primigenia ribellione.
Questa frattura antica porta in sé i germi che deturpano la bellezza. L’uomo, reso malevolo dal peccato d’origine, si pone dinanzi al creato non più come il custode premuroso, ma come un arrogante devastatore: tutto assoggetta, sottomette e distrugge in nome di quel benessere momentaneo che non tiene in conto le esigenze altrui, della vita del prossimo e del mondo.
Nell’ottica di una mentalità corrotta, il mondo diviene un’enorme miniera da predare, da scarnificare fino in fondo, per gonfiare di ebbrezza solo il ventre mai sazio di uomini senza scrupoli.
Eppure all’uomo razionale e sinceramente religioso non manca quell’intimo richiamo all’ammirazione e al rispetto per le bellezze del creato. Anzi, possiamo dire con i Padri della Chiesa che «per natura, gli uomini desiderano il bello». Fatto a immagine, o meglio, essendo progenie stessa di Dio, «l’uomo manifesta la Bellezza divina» (san Gregorio di Nissa) e non può amare niente altro che il bello, come scrive Agostino.
«Il Verbo indescrivibile del Padre — recita una preghiera della chiesa ortodossa — si è fatto descrivibile. E avendo ristabilito l’immagine infangata nella sua antica dignità, l’ha unita alla bellezza divina». L’incarnazione ridà dignità completa ad un mondo sottomesso alla legge della caducità e della corruzione. Lo riscatta, gli concede la forza per amare il bello, per rispettare la bellezza, che rimane però, fino alla fine dei tempi, misteriosamente fragile.
Lo vediamo tutti i giorni quanto sia precaria la nostra esistenza e il rispetto per l’humanum. Immagini raccapriccianti ci giungono ogni giorno dai mezzi di informazione. Sono scene che incutono paura: la fragilità della bellezza umana è manifestata senza pudore. E sembra non esserci rimedio a tanto scempio.
Ma non è così. Come uomini di intelletto e di fede, noi crediamo nella possibilità di ogni uomo di scoprire la bellezza che porta racchiusa nel suo cuore. L’immagine del Creatore impressa in ciascuno di noi non può essere mai totalmente cancellata. È il richiamo a questa fonte di senso e di amore che può riscattare chiunque è caduto nelle spire dell’odio, della violenza e dello sfruttamento. Se la persona riscopre la sua dignità, è capace di riconoscere anche quella degli altri e di tutto il mondo creato.
Nel nostro contesto storico, però, tutto avviene secondo ragionamenti mondani, che guardano prima all’interesse personale che al bene comune. Non bisogna essere attivisti ecologisti per indignarsi dinanzi alla continua, ma costante, distruzione dell’ambiente in tutti i suoi aspetti, da quello dell’habitat naturale a quello artistico e culturale. Le cause di ciò sono molteplici, ma l’opera devastante dell’uomo ha la sua grande responsabilità. Abbiamo ascoltato dalle relazioni di questi giorni quanto sia stato difficile il rapporto con l’ambiente, sia esso urbano che rurale, nell’Italia degli ultimi cento anni. Le classi politiche che si sono alternate al governo del Paese, hanno sottolineato alcuni relatori, non solo non hanno badato a proteggere il patrimonio dello Stato, ma hanno lasciato che uno dei Paesi più belli del mondo, con un presenza capillare di opere d’arte, distribuite su tutto il territorio, dal piccolo borgo alla grande città, lentamente andasse in rovina.
Nel secondo dopoguerra, il paesaggio italiano, formatosi nel corso di almeno due millenni, è mutato radicalmente. Lo sviluppo economico e l’industrializzazione hanno trasformato il territorio nazionale, in molti casi devastandolo per sempre. I centri storici si sono svuotati: case, palazzi e chiese sono ormai abbandonati, mentre lo sviluppo a dismisura delle periferie ha causato la cementificazione di grandi zone pianeggianti. Non sempre la qualità della vita ci ha guadagnato. Nel corso degli anni si è diffusa una vasta sensibilità ecologista, talvolta però ambigua nelle proprie scelte. Non si possono far passare per ambientaliste scelte industriali che devastano ancora una volta ampi spazi di territorio.
Allo sfruttamento speculativo del territorio e alla negligenza verso la salvaguardia di un paesaggio per tanti versi ancora meraviglioso, si aggiungono anche le azioni criminali di un sistema malavitoso parassitario che condiziona l’economia di molte nazioni, corrode nel profondo l’animo delle persone e contribuisce a distruggere l’ambiente. Un recente studio ha stimato che il giro d’affari prodotto da questa economia criminale rappresenta quasi il 10 per cento del Pil italiano. Ed il settore delle cosiddette ecomafie — attive soprattutto nella gestione dei rifiuti, nella filiera agroalimentare, nelle energie rinnovabili e negli incendi dolosi — produce un “bilancio” che supera addirittura i venti miliardi di euro annui.
Inoltre, in molte periferie del mondo, come l’Amazzonia, alcune discutibili scelte economiche sulle miniere e le centrali idroelettriche stanno avendo un impatto devastante sulla vita di molte comunità indigene rischiando di comprometterne per sempre la sopravvivenza. Papa Francesco, in più occasioni, ha ribadito che non si può accettare una società che per indifferenza o, peggio, per interesse continua a sprecare i doni di Dio. E non casualmente, sin dall’inizio del suo pontificato, ha invitato a difendere la custodia del creato, arrivando a lanciare anche un grido di dolore: «L’umanità per questo uso indiscriminato e tirannico della natura non si sta forse suicidando?».
Alle distruzioni operate dall’uomo si debbono aggiungere quelle, frequentissime in Italia, prodotte da agenti naturali o atmosferici. Metà penisola è soggetta a frane o allagamenti, calamità forse in parte arginabili con un’attenta prevenzione e cura del territorio. Quasi tutte le nostre regioni sono poi da considerarsi zone altamente sismiche, soggette, di tanto in tanto, a violenti terremoti. E proprio questa insigne basilica, lo ricordiamo bene, ne è stata colpita il 26 settembre 1997. Le immagini del crollo delle volte del tempio superiore fecero il giro del mondo, suscitando ovunque sgomento e dolore, anche per la morte di quattro persone. Gli affreschi, ricostruiti con infinita pazienza e amorevole cura, sono l’immagine tangibile di quella “fragile bellezza” che il genio umano, ma in particolare il genio italiano ha saputo realizzare nei secoli. A questa bellezza appartengono molti altri pregevoli capolavori dell’arte religiosa cristiana, espressione di una fede profonda dalla quale è nata un’intera civiltà; ci parlano della storia di un intero popolo; una storia che rischia di svanire nell’oblio, rinchiusa negli archivi polverosi o nei giacimenti culturali, lontano dalla vita di ogni giorno.
Immersi nelle bellezze naturali e artistiche bisognerebbe invece vivere quotidianamente, come è avvenuto per secoli. La splendida Fontana Maggiore a Perugia o questa meravigliosa basilica, dove Giotto e i suoi discepoli hanno realizzato gli affreschi più famosi del mondo, non erano considerate dei “monumenti” da ammirare o visitare, ma luoghi ove vivere, lavorare, pregare ogni giorno, parte integrante della vita. È in mezzo a questa bellezza che il popolo italiano ha vissuto per secoli.