
La comunità dell’Arca e l’ascolto dei più deboli.
(Jean Vanier) È stato nel 1963, durante una visita al mio padre spirituale, cappellano di un piccolo centro per persone affette da handicap mentale vicino a Parigi, che ho scoperto il dramma di quanti hanno un handicap mentale. Erano certamente gli uomini e le donne più rifiutati di questo mondo, disprezzati ed esclusi dalla vita sociale. Spesso i genitori si vergognavano di avere un figlio “così”, allora lo mettevano in un istituto perché nessuno sapesse della sua esistenza. Venivano chiamati ritardati, deficienti, oligofrenici, idioti. Erano trattati come se non fossero veramente umani.
Oggi, purtroppo, si abortisce perché figli così disturbano. Certo, c’erano da tempo ordini religiosi che li accoglievano, ma quasi sempre in grandi istituti nascosti nelle campagne. Quelle persone non trovavano un posto nella loro parrocchia o nella vita ecclesiale. Eppure san Paolo rivela che gli stolti, i deboli e i disprezzati sono i prediletti di Dio e confondono i sapienti e i potenti (cfr. 1 Corinzi, 1, 27). Aggiunge poi che i più deboli sono necessari a quel corpo che è la Chiesa e devono essere rispettati.
Dopo quella visita al mio padre spirituale, parlai con alcuni genitori, visitai degli ospedali psichiatrici e, soprattutto, mi recai in un istituto vicino a Parigi: poteva accogliere quaranta uomini con handicap, ma in realtà ne ospitava ottanta. C’era molta violenza. Il responsabile apriva le porte a persone affette da handicap mentale per aiutare i genitori che si trovavano in situazioni di difficoltà estrema, ma non cercava di sviluppare la personalità e l’umanità dei residenti. Di fronte a quella rivoltante situazione, decisi di lasciare il mio lavoro di insegnante per accogliere due uomini senza famiglia che risiedevano in quell’istituto. Grazie ad alcuni amici, potei comprare una piccola casa per viverci con Raphaël e Philippe, come in una famiglia. Ero assistito da un eminente psichiatra e dal mio padre spirituale. Liberandoli da quell’istituto, volevo aiutarli a vivere in modo umano, a sviluppare la loro libertà e i loro doni, e a conoscere Gesù.
Alcuni amici mi aiutarono. Dovevo imparare tutto sulla vita comunitaria e anche sul modo di “vivere con” e aiutare le persone con un handicap. Raphaël, che da piccolo aveva avuto la meningite, aveva 36 anni; il suo corpo era molto fragile, non parlava e cadeva facilmente. Philippe era più giovane, aveva 21 anni, da bambino aveva avuto un’encefalite, aveva un braccio e una gamba paralizzati. Se Raphaël non parlava, Philippe parlava troppo.
Era nostro desiderio condividere la vita, lavorare insieme in giardino e in casa, preparare i pasti, mangiare insieme, pregare, invitare amici e fare qualche uscita. L’essenza di ciò che vivevamo si trova in queste parole di Gesù: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini (...) Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi» (Luca, 14, 12-13). Ossia invitate quanti sono esclusi e rifiutati e vivono ai margini della società, messi in istituti e umiliati, e diventate loro amici. Gesù afferma che quelli che invitano alla loro tavola le persone escluse sono beati. Condividere un pasto nella visione biblica significa diventare un amico, un compagno. Il compagno è colui con il quale si mangia il pane, cum pane.
Vivendo e mangiando insieme, cominciammo a conoscerci e ad amarci, a diventare amici. La nostra vita era felice. Raphaël e Philippe cominciavano a vivere e ad aprirsi. È proprio delle persone con handicap vivere al livello del cuore, e non al livello della vita intellettuale, delle conoscenze razionali o del bisogno di successi sociali. Il linguaggio tra noi era affettivo; ci divertivamo insieme, celebravamo la vita. Il che non vuol dire che non c’erano momenti difficili, scontri, liti. Tuttavia, la maggior parte delle persone affette da handicap, quando si sentono rassicurate, hanno un cuore semplice e chiedono a quanti li assistono una risposta semplice e umana. Certo, la vita in comunità è impegnativa, ma felice.
Nel 1964 il bisogno di luoghi dove vivere e lavorare per le persone con un handicap era enorme. Assistenti sociali e famiglie ci chiesero di accogliere altre persone in grande difficoltà. Così l’«Arca» cominciò a crescere, prima a Trosly, dove avevamo cominciato, poi in altri angoli della Francia, e infine in Canada e in altri Paesi. Il grido delle persone con un handicap cominciava a farsi sentire. Sempre più persone, colpite dalla nostra vita comunitaria gioiosa e viva, offrirono la loro collaborazione per aprire nuove comunità. Oggi abbiamo 140 comunità in 40 Paesi in tutto il mondo con circa 3500 persone con handicap.
Oso dirvi che l’«Arca» non è opera mia; è opera di Dio. Di fatto sono sorpreso perché non avevo pianificato nulla quando ho avviato l’«Arca»: gli eventi si sono succeduti, il denaro è arrivato, delle persone si sono impegnate, delle case sono state donate, e così via. Le cose sono arrivate una dietro l’altra. Sì, Dio vuole che le persone più deboli e rifiutate siano i suoi figli prediletti. Gesù è venuto per annunciare loro una buona novella, sono importanti per lui e per il Padre, quando entriamo in comunione con loro, ci trasformano e ci evangelizzano. Abbiamo scoperto la stessa cosa a «Fede e Luce», che Marie Hélène Mathieu e io abbiamo iniziato durante un pellegrinaggio a Lourdes nel 1971. Ora ha 1500 comunità in 80 Paesi che testimoniano la stessa realtà: le persone con un handicap ci evangelizzano e ci trasformano.
Va ricordato che l’«Arca» è una comunità. È chiaro che nessuno può occuparsi da solo di quanti ci vivono. Bisogna farlo insieme, vivere in comunità, con una missione ben precisa: accogliere i più poveri e rivelare loro che sono preziosi e amati da Dio. L’«Arca» è una comunità ispirata dal Vangelo e da Gesù. Non è una comunità religiosa, siamo tutti laici. Gli assistenti, a seconda dell’attività che svolgono, ricevono uno stipendio che permette loro di vivere, pur non essendo molto elevato. I giovani vengono perché è un’opera umanitaria e perché è un’opera che aiuta le persone più deboli a scoprire il proprio valore. La vita comunitaria è impegnativa: richiede di lavorare molto insieme, di amarsi e di rispettarsi reciprocamente, ognuno con i propri doni, con le proprie capacità. Tutti gli assistenti “a lungo termine” hanno ricevuto una formazione specifica come educatori per rispondere meglio ai bisogni degli uni e degli altri. È inoltre evidente che, in situazioni complesse, laddove le persone con un handicap sono violente o hanno veri problemi psichiatrici, abbiamo bisogno di medici, psicologi, psichiatri e altri specialisti che ci aiutino a vivere nella verità.
Gli assistenti giovani non restano a lungo; alcuni un anno, altri due o tre. Poi, in tutte le nostre comunità, ce ne sono alcuni che restano più a lungo, perché scoprono che l’«Arca» vuole essere un’opera di pace, un’opera che unisce tutti gli uomini e le donne, qualunque sia la loro religione o il loro pensiero filosofico.
È così che l‘«Arca» ha assunto una dimensione ecumenica e interreligiosa. Le nostre comunità sono presenti in Paesi a maggioranza cattolica o protestante, indù o musulmana. Operiamo insieme affinché tutti i figli di Dio siano riuniti, perché cerchiamo di far fronte alla sofferenza umana. La sofferenza e la morte sono il destino di ogni essere umano. La bellezza e il valore di ogni persona consistono nel crescere nella bontà e nella compassione. «Non guardate a quanti hanno di più, per invidiarli, guardate a quanti sono più deboli per amarli e confortarli». Non è questo il senso profondo dell’essere umano?
Permettetemi di farvi un esempio per mostrarvi come l’incontro è la base essenziale di ogni evangelizzazione. Riguarda una responsabile di una delle nostre comunità in Australia che, prima d’impegnarsi nell’«Arca», ha operato tra persone coinvolte nel mondo della prostituzione. Un giorno, mentre camminava nel parco di Sydney, ha visto un giovane che stava morendo per un’overdose di droga. Era un giovane che aveva già assistito. Le sue ultime parole sono state: «Lei ha sempre voluto cambiarmi, non ha mai voluto incontrarmi». Incontro vuol dire trovare il tempo per ascoltare e capire. Quella responsabile mi ha detto che in effetti non aveva saputo ascoltarlo. Se qualcuno entra nel mondo della prostituzione è perché ha sofferto. Quel giovane ha probabilmente vissuto cose orribili nell’infanzia e nell’adolescenza. Prima di essere cambiato, ha bisogno di essere ascoltato, che qualcuno ascolti cosa ha vissuto. E forse chi va in suo aiuto potrebbe iniziare a piangere, piangere con lui sulla sofferenza che ha vissuto. Ma per incontrarlo occorre del tempo: il tempo di creare un legame di fiducia perché si può parlare solo a qualcuno di cui si ha fiducia. Per stabilire un legame di fiducia con quei giovani coinvolti nel giro della prostituzione non occorre forse essere in comunità? Da soli non si può nulla.
Madre Teresa dice che all’inizio di fronte alle persone sofferenti si può provare repulsione, soprattutto quando ci si sente impotenti, ma che poi può nascere la compassione. Si piange insieme. E se c’è l’incontro, un momento di gioia, chi soffre rivela se stesso e la sua bellezza profonda, e allora ci si meraviglia di scoprire il figlio di Dio in lui.
L'Osservatore Romano
Oggi, purtroppo, si abortisce perché figli così disturbano. Certo, c’erano da tempo ordini religiosi che li accoglievano, ma quasi sempre in grandi istituti nascosti nelle campagne. Quelle persone non trovavano un posto nella loro parrocchia o nella vita ecclesiale. Eppure san Paolo rivela che gli stolti, i deboli e i disprezzati sono i prediletti di Dio e confondono i sapienti e i potenti (cfr. 1 Corinzi, 1, 27). Aggiunge poi che i più deboli sono necessari a quel corpo che è la Chiesa e devono essere rispettati.
Dopo quella visita al mio padre spirituale, parlai con alcuni genitori, visitai degli ospedali psichiatrici e, soprattutto, mi recai in un istituto vicino a Parigi: poteva accogliere quaranta uomini con handicap, ma in realtà ne ospitava ottanta. C’era molta violenza. Il responsabile apriva le porte a persone affette da handicap mentale per aiutare i genitori che si trovavano in situazioni di difficoltà estrema, ma non cercava di sviluppare la personalità e l’umanità dei residenti. Di fronte a quella rivoltante situazione, decisi di lasciare il mio lavoro di insegnante per accogliere due uomini senza famiglia che risiedevano in quell’istituto. Grazie ad alcuni amici, potei comprare una piccola casa per viverci con Raphaël e Philippe, come in una famiglia. Ero assistito da un eminente psichiatra e dal mio padre spirituale. Liberandoli da quell’istituto, volevo aiutarli a vivere in modo umano, a sviluppare la loro libertà e i loro doni, e a conoscere Gesù.
Alcuni amici mi aiutarono. Dovevo imparare tutto sulla vita comunitaria e anche sul modo di “vivere con” e aiutare le persone con un handicap. Raphaël, che da piccolo aveva avuto la meningite, aveva 36 anni; il suo corpo era molto fragile, non parlava e cadeva facilmente. Philippe era più giovane, aveva 21 anni, da bambino aveva avuto un’encefalite, aveva un braccio e una gamba paralizzati. Se Raphaël non parlava, Philippe parlava troppo.
Era nostro desiderio condividere la vita, lavorare insieme in giardino e in casa, preparare i pasti, mangiare insieme, pregare, invitare amici e fare qualche uscita. L’essenza di ciò che vivevamo si trova in queste parole di Gesù: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini (...) Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi» (Luca, 14, 12-13). Ossia invitate quanti sono esclusi e rifiutati e vivono ai margini della società, messi in istituti e umiliati, e diventate loro amici. Gesù afferma che quelli che invitano alla loro tavola le persone escluse sono beati. Condividere un pasto nella visione biblica significa diventare un amico, un compagno. Il compagno è colui con il quale si mangia il pane, cum pane.
Vivendo e mangiando insieme, cominciammo a conoscerci e ad amarci, a diventare amici. La nostra vita era felice. Raphaël e Philippe cominciavano a vivere e ad aprirsi. È proprio delle persone con handicap vivere al livello del cuore, e non al livello della vita intellettuale, delle conoscenze razionali o del bisogno di successi sociali. Il linguaggio tra noi era affettivo; ci divertivamo insieme, celebravamo la vita. Il che non vuol dire che non c’erano momenti difficili, scontri, liti. Tuttavia, la maggior parte delle persone affette da handicap, quando si sentono rassicurate, hanno un cuore semplice e chiedono a quanti li assistono una risposta semplice e umana. Certo, la vita in comunità è impegnativa, ma felice.
Nel 1964 il bisogno di luoghi dove vivere e lavorare per le persone con un handicap era enorme. Assistenti sociali e famiglie ci chiesero di accogliere altre persone in grande difficoltà. Così l’«Arca» cominciò a crescere, prima a Trosly, dove avevamo cominciato, poi in altri angoli della Francia, e infine in Canada e in altri Paesi. Il grido delle persone con un handicap cominciava a farsi sentire. Sempre più persone, colpite dalla nostra vita comunitaria gioiosa e viva, offrirono la loro collaborazione per aprire nuove comunità. Oggi abbiamo 140 comunità in 40 Paesi in tutto il mondo con circa 3500 persone con handicap.
Oso dirvi che l’«Arca» non è opera mia; è opera di Dio. Di fatto sono sorpreso perché non avevo pianificato nulla quando ho avviato l’«Arca»: gli eventi si sono succeduti, il denaro è arrivato, delle persone si sono impegnate, delle case sono state donate, e così via. Le cose sono arrivate una dietro l’altra. Sì, Dio vuole che le persone più deboli e rifiutate siano i suoi figli prediletti. Gesù è venuto per annunciare loro una buona novella, sono importanti per lui e per il Padre, quando entriamo in comunione con loro, ci trasformano e ci evangelizzano. Abbiamo scoperto la stessa cosa a «Fede e Luce», che Marie Hélène Mathieu e io abbiamo iniziato durante un pellegrinaggio a Lourdes nel 1971. Ora ha 1500 comunità in 80 Paesi che testimoniano la stessa realtà: le persone con un handicap ci evangelizzano e ci trasformano.
Va ricordato che l’«Arca» è una comunità. È chiaro che nessuno può occuparsi da solo di quanti ci vivono. Bisogna farlo insieme, vivere in comunità, con una missione ben precisa: accogliere i più poveri e rivelare loro che sono preziosi e amati da Dio. L’«Arca» è una comunità ispirata dal Vangelo e da Gesù. Non è una comunità religiosa, siamo tutti laici. Gli assistenti, a seconda dell’attività che svolgono, ricevono uno stipendio che permette loro di vivere, pur non essendo molto elevato. I giovani vengono perché è un’opera umanitaria e perché è un’opera che aiuta le persone più deboli a scoprire il proprio valore. La vita comunitaria è impegnativa: richiede di lavorare molto insieme, di amarsi e di rispettarsi reciprocamente, ognuno con i propri doni, con le proprie capacità. Tutti gli assistenti “a lungo termine” hanno ricevuto una formazione specifica come educatori per rispondere meglio ai bisogni degli uni e degli altri. È inoltre evidente che, in situazioni complesse, laddove le persone con un handicap sono violente o hanno veri problemi psichiatrici, abbiamo bisogno di medici, psicologi, psichiatri e altri specialisti che ci aiutino a vivere nella verità.
Gli assistenti giovani non restano a lungo; alcuni un anno, altri due o tre. Poi, in tutte le nostre comunità, ce ne sono alcuni che restano più a lungo, perché scoprono che l’«Arca» vuole essere un’opera di pace, un’opera che unisce tutti gli uomini e le donne, qualunque sia la loro religione o il loro pensiero filosofico.
È così che l‘«Arca» ha assunto una dimensione ecumenica e interreligiosa. Le nostre comunità sono presenti in Paesi a maggioranza cattolica o protestante, indù o musulmana. Operiamo insieme affinché tutti i figli di Dio siano riuniti, perché cerchiamo di far fronte alla sofferenza umana. La sofferenza e la morte sono il destino di ogni essere umano. La bellezza e il valore di ogni persona consistono nel crescere nella bontà e nella compassione. «Non guardate a quanti hanno di più, per invidiarli, guardate a quanti sono più deboli per amarli e confortarli». Non è questo il senso profondo dell’essere umano?
Permettetemi di farvi un esempio per mostrarvi come l’incontro è la base essenziale di ogni evangelizzazione. Riguarda una responsabile di una delle nostre comunità in Australia che, prima d’impegnarsi nell’«Arca», ha operato tra persone coinvolte nel mondo della prostituzione. Un giorno, mentre camminava nel parco di Sydney, ha visto un giovane che stava morendo per un’overdose di droga. Era un giovane che aveva già assistito. Le sue ultime parole sono state: «Lei ha sempre voluto cambiarmi, non ha mai voluto incontrarmi». Incontro vuol dire trovare il tempo per ascoltare e capire. Quella responsabile mi ha detto che in effetti non aveva saputo ascoltarlo. Se qualcuno entra nel mondo della prostituzione è perché ha sofferto. Quel giovane ha probabilmente vissuto cose orribili nell’infanzia e nell’adolescenza. Prima di essere cambiato, ha bisogno di essere ascoltato, che qualcuno ascolti cosa ha vissuto. E forse chi va in suo aiuto potrebbe iniziare a piangere, piangere con lui sulla sofferenza che ha vissuto. Ma per incontrarlo occorre del tempo: il tempo di creare un legame di fiducia perché si può parlare solo a qualcuno di cui si ha fiducia. Per stabilire un legame di fiducia con quei giovani coinvolti nel giro della prostituzione non occorre forse essere in comunità? Da soli non si può nulla.
Madre Teresa dice che all’inizio di fronte alle persone sofferenti si può provare repulsione, soprattutto quando ci si sente impotenti, ma che poi può nascere la compassione. Si piange insieme. E se c’è l’incontro, un momento di gioia, chi soffre rivela se stesso e la sua bellezza profonda, e allora ci si meraviglia di scoprire il figlio di Dio in lui.