sabato 6 settembre 2014

La nostra unica speranza



«Realizzare la pace significa costruire comunità, e la comunità comincia riconoscendo la dignità di ogni persona»: lo afferma padre John Chryssavgis, arcidiacono del Patriarcato ecumenico, nella relazione tenuta nella mattina di sabato 6 al monastero di Bose, dove si conclude il Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa. Ne pubblichiamo alcuni stralci.
(John Chryssavgis) «Per la pace del mondo intero». Questa è l’invocazione del diacono all’inizio di ogni divina liturgia. E “il mondo intero” include ogni angolo della creazione di Dio, fino all’ultimo granello di polvere. Come Re del cielo e della terra, Cristo non viene con violenza ma nella mitezza. Matteo ci rassicura sul fatto che Dio viene ad assumere l’autorità sulla creazione, a riorganizzare la creazione dal caos al cosmo, come nella prima Genesi. L’ebreo comune nel primo secolo (e il cristiano comune oggi) aveva due alternative per rispondere a Gesù: o con mitezza o con violenza. 

E questa risposta si rifletteva sul modo in cui essi trattavano la terra, poiché la terra non può mai diventare fine a se stessa. Israele teneva da parte un giorno a settimana di riposo per ricordarsi questo, per richiamare alla mente che adorare la creazione, venerare qualsiasi falso dio, è una forma di idolatria. D’altra parte, adorare Dio senza assumersi la responsabilità della terra è una pericolosa e sviante forma di spiritualismo. La nostra società, tuttavia, promuove una mentalità che esalta l’acquisizione di beni materiali. È facile dimenticare che questa terra è “ereditata”. È ricevuta, non conquistata. Non è mai nostra da possedere, ma solo di Dio da dare. Perciò, la terra deve essere orientata verso altri per promuovere il regno di Dio. La mitezza è la maniera benedetta di avere a che fare in modo giusto con la terra. Altrimenti, la terra diviene un territorio di violenza, un dominio di divisione, un reame di sfiducia.
Fame e sete conducono alla dipendenza da Dio. E Dio promette che ci sarà sempre abbastanza per tutti. Questa è giustizia; questa è pace. Tuttavia, come Israele nell’Antico Testamento, noi vogliamo più che abbastanza, più della nostra buona parte, più di ciò che è giusto. Noi perdiamo la nostra convinzione e la nostra fede che Dio ci darà «il nostro pane quotidiano». Silenzioso, Dio risponde ai nostri bisogni, chiedendo in cambio che noi «non accumuliamo tesori sulla terra» ma «in cielo» (Matteo, 6, 19-20), che non viviamo nell’eccesso, così che gli altri possano avere il necessario. Noi dobbiamo cercare di avere proprio solo quanto basta. Ora, quando Matteo parla di pace parla di giustizia (dikaiosyne). Tuttavia, l’opposto di giustizia, per Matteo, non è ingiustizia, è ipocrisia. La giustizia crea comunità, l’ipocrisia distrugge ciò che è comune. La giustizia crea la pace, l’ipocrisia crea il caos. Giustizia significa condivisione, l’ipocrisia conduce al furto.
Un aspetto essenziale di giustizia e rettitudine è la misericordia. La misericordia è la personale esperienza e la pratica espressione dell’amore di Dio. Essere benedetti da Dio significa mostrare compassione, avere cura di ogni persona vivente e di ogni realtà vivente. Beatitudine significa mostrare misericordia. Infatti, pace è sinonimo della qualità della misericordia. Un cristiano non può vincere la misericordia di Dio. Ma un cristiano può perdere la misericordia di Dio non estendendola agli altri e alla creazione. Non ci sono scuse per il nostro non-coinvolgimento. Dobbiamo scegliere di avere cura. Altrimenti, non siamo buoni, non stiamo lavorando per la pace. Non dovremmo mai dare alla gente quanto basta per mangiare. Ma dobbiamo dar loro dalla nostra tavola.
Per comprendere come possiamo lavorare per la pace in modo che Dio ci chiami Suoi figli, può essere utile ricordare cosa significhi per Cristo essere chiamato Figlio di Dio. Nel vangelo di Matteo, Cristo è chiamato “Figlio” due volte, e la voce viene dal cielo: la prima volta lungo il Giordano, la seconda sul monte Tabor. In entrambe le occasioni, sentiamo: «Questo è il mio Figlio amato, in lui mi sono compiaciuto» (Matteo, 3, 17 e 17, 5). Cristo è il Figlio di Dio perché è in piena comunione con la natura di Dio, pienamente coinvolto nel volere di Dio. Piena comunione significa condivisione di tutte le risorse di Dio. E pieno coinvolgimento nelle beatitudini significa riflettere la pace e la giustizia di Dio. Anche se la comunione e il coinvolgimento di Cristo conducono alla morte in croce, e anche se ciò significava stare in diretto contrasto, addirittura in contraddizione, con il modo in cui la società intendeva la pace e la giustizia, egli rimane abbandonato al progetto e al volere di Dio. Forse, allora, è importante smettere di misurare il progresso e il successo nel modo in cui la società li considera. Il criterio del successo non può essere definito in termini quantitativi: per Cristo la fine è stata la croce, per Giovanni il Battista la fine è stata la decapitazione. In ogni caso, “diventare figli” implica anche qualcos’altro. Realizzare la pace significa costruire comunità, e la comunità comincia riconoscendo la dignità di ogni persona, che è preziosa agli occhi di Dio. È per questo che, interrogato a proposito della grandezza, Cristo ha indicato un bambino e ha detto: «Se non cambierete [letteralmente pentirete] e non diventerete come questo bambino, non entrerete nel regno» (Matteo, 18, 2-3). Questo era un gesto radicale in un tempo in cui ai bambini erano negati i diritti umani e in cui i bambini non avevano accesso alle risorse fondamentali. Dalla loro età e dalla legge essi erano segregati dal resto della società. Quando sento parlare di tratta di bambini oggi, mi chiedo quanto lontano siamo davvero arrivati. Certo, “realizzare la pace” è un duro lavoro. Eppure è la nostra unica speranza di ristabilire un mondo che è spezzato. Lavorando per la pace, lavorando per guarire l’ambiente, rimuovendo gli ostacoli alla pace, evitando ciò che arma il mondo, possiamo udire una voce nel nostro cuore che dice: «Questo è il mio amato. Nel mio amato — e in lui, in lei, in te — mi sono compiaciuto».
Matteo desiderava rassicurare la sua comunità su due cose: primo, se vivevano delle beatitudini secondo il suo nome, allora avrebbero dovuto aspettarsi un rifiuto, e secondo, se sarebbero stati perseguitati ciò sarebbe stato un segno del loro essere veramente fedeli. Cristo non era venuto a portare la pace ma la spada (Matteo, 10, 34). La persecuzione era attesa. Alcuni non comprenderanno il linguaggio di pace e giustizia. La società non acconsentirà, ancor meno si “convertirà”. Anche la Chiesa potrebbe non conformarsi. Ciò che Cristo chiama “beatitudine” per altri è “scandalo”. Vivere le beatitudini significa resistere, addirittura capovolgere i modi del mondo. La società rifiuterà il messaggio e il messaggero, la nostra teologia e le nostre azioni. La gente ha troppo da pretendere. Isaia dice: «Guardano, ma scelgono di non vedere, ascoltano, ma scelgono di non sentire» (Matteo, 13, 13; Isaia, 6, 9-10).
Ma Matteo conclude con questa beatitudine per indicare qualcosa di più. Questa beatitudine è più che una semplice conclusione. È un incarico, un comando per i discepoli farsi carico dei problemi del loro tempo e portare al mondo la compassione di Dio, non importa quale sia il costo, il rischio o la sofferenza. Così la beatitudine diviene un invito diretto, una benedizione personale, una promessa definitiva. Noi dobbiamo persistere nel rispondere al povero, nello sforzo di condividere le risorse del mondo, nel tentare di guarire la nostra comunità e il nostro ambiente che sono spezzati. Questo è il modo in cui potremo sentire la voce di Cristo. Perciò, la nuova Genesi di Matteo torna su di un’eco della storia della creazione, concludendo con un rimando alla prima Genesi, quando Dio creò il mondo, «e vide che era buono», davvero «era molto buono».
L'Osservatore Romano