sabato 6 settembre 2014

XXIII domenica del tempo ordinario. Anno A

Nella 23.ma Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci presenta il passo del Vangelo in cui Gesù invita i discepoli alla correzione fraterna:
“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”.
Su questo brano evangelico,  don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:

Le parole di Gesù sul perdono al fratello che ha peccato – parlare prima con lui da solo, poi con due o tre testimoni e infine dirlo alla comunità –, prima di essere una pedagogia del perdono, dicono cos’è l’amore di Dio, che prende sul serio il peccato dell’uomo. L’iniziativa è del fratello che ha subito il torto: “Se tuo fratello commette una colpa contro di te…, tu va’ e ammoniscilo…”. Non si tratta di “scusare il peccato”. Non c’è nessun “buonismo”. Il significato originale del verbo peccare, è quello di “sbagliare il bersaglio”, di fallire. In senso spirituale è il fallimento completo verso se stessi, verso il prossimo, verso il mondo e verso Dio. Il peccato è una tragedia, un fallimento serio. Per questo il fratello va aiutato, ammonito; va strappato da quella situazione di morte, anche ponendolo fuori dalla comunità cristiana: non come un giudizio contro di lui, ma perché apra gli occhi e la comunità cristiana possa compiere la sua missione di luce e sale del mondo, missione che il peccato compromette. Per questo la Chiesa lega o scioglie, non a capriccio, ma in funzione della missione per cui è stata costituita. La parola conclusiva del Vangelo: “Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”, ha un valore particolare anche in relazione al peccato del fratello che non si vuole convertire: la Chiesa continua a chiedere questa grazia al Signore ed a fare tutto ciò che è possibile per il fratello e il Padre non lascerà inascoltata la preghiera.

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MESSALE
Antifona d'Ingresso   Sal 118,137.124
Tu sei giusto, Signore, e sono retti i tuoi giudizi:
agisci con il tuo servo secondo il tuo amore.
 


Colletta

O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l'eredità eterna. Per il nostro Signore...

 

Oppure:
O Padre, che ascolti quanti si accordano nel chiederti qualunque cosa nel nome del tuo Figlio, donaci un cuore e uno spirito nuovo, perché ci rendiamo sensibili alla sorte di ogni fratello secondo il comandamento dell'amore, compendio di tutta la legge. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Ez 33, 7-9
Se tu non parli al malvagio, della sua morte domanderò conto a te.

Dal libro del profeta Ezechiele
Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.
Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.
Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».
 

Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 94
Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere». 
 
Seconda Lettura
  Rm 13, 8-10
Pienezza della Legge è la carità. 


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge.
Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.


Canto al Vangelo 
  2  Cor 5,19
Alleluia, alleluia.

Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.

Alleluia.

   
   

Vangelo   Mt 18, 15-20
Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.


Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 

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Chi ama si prende cura delle sofferenze del "fratello"

Commento al Vangelo della XXIII domenica del tempo ordinario. Anno A


Come stanno le nostre parrocchie? Come camminano le nostre comunità? La liturgia di questa domenica è come un "tagliando" per verificare le loro condizioni; è necessario farlo di tanto in tanto perché, come per una macchina, una carrozzeria senza ammaccature potrebbe nascondere danni gravi e pericolosi al motore.
Allo stesso modo, una comunità con i suoi lettori, i cantori, le sue mamme catechiste, i ministranti, i volontari della caritas, i campetti del minibasket e l’oratorio, guidata magari da un prete molto dinamico e intraprendente e pieno di iniziative, potrebbe nascondere un cancro terribile.
Vediamo allora, alla luce della Parola, come stiamo messi. Il motore di una comunità è l'amore, quello che appare quando ci si prende cura gli uni degli altri, gratuitamente. Non quella poltiglia nevrotica e sempre in agitazione per foraggiare la propria carne, realizzando a tutti i costi progetti stabiliti a tavolino.
Potremmo chiederci da dove nascono i nostri rimproveri e le nostre correzioni. Forse da un giudizio? Dal perfezionismo ferito che distrugge le nostre immagini di famiglia e comunità? Dalla frustrazione del nostro essere padri, madri, preti? Ammettiamolo, spesso è così. 
Ma un bravo meccanico si accorge subito di come gira un motore, gli basta accenderlo e ascoltarlo: se è a punto suona come una “sinfonia”. Ed è proprio questo il termine greco originale reso con “accordano” riferito ai “due” che pregano: la “Chiesa” è una comunione di strumenti “accordati” tra loro nell’amore: “se due di voi uniranno la voce sulla terra per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli la concederà loro”.
Sant’Ignazio di Antiochia scriveva agli Efesini: “Ciascuno diventi un coro, affinché nell'armonia del vostro accordo prendendo nell'unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo”.
Si può cantare così solo se l’unica voce è quella dell’amore che desidera il bene del “fratello”. Ma qui iniziano i problemi, perché, in fondo, anche se ci stringiamo la mano durante il segno della pace, nel nostro cuore risona la domanda del fariseo che voleva giustificarsi davanti a Gesù: “chi è il mio prossimo? Ovvero, chi è il mio fratello?”.
Il punto fondamentale è qui: con chi mi “accordo”, e per chiedere cosa, se chi mi sta accanto nelle liturgie, è certo un fratello perché riscattato dallo stesso sangue di Cristo, ma non è ancora un “mio” fratello?
Ditemi se nelle nostre parrocchie ci si conosce davvero, sino ad avere a cuore il destino dell’altro. O se, invece, l’unico che si sa gli uni degli altri è frutto del pettegolezzo, delle “chiacchiere” di cui parla spesso Papa Francesco…
Un racconto degli hassidin ci aiuta a comprendere. Un rabbino racconta che ha imparato il significato di Ama il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18) da due contadini che aveva sentito parlare: “Boris mi ami tu?” e l’altro dice “Ivan certo che ti voglio bene”; il primo riprende “Boris sai cosa mi addolora?” e l’altro risponde “Ivan come posso sapere cio che ti addolora?”; il primo riprende “Boris se non sai cosa mi addolora come puoi dire che mi ami veramente?”.
Un cristiano adulto nella fede ha ricevuto nel cuore l’amore autentico che sa cosa fa soffrire l’altro e diviene così, conosciuto nell’intimo, un vero “fratello”. Per questo “và e lo ammonisce”, sentendo come un’esigenza improrogabile “guadagnarlo” alla comunione.
Per esperienza, nella Chiesa i “fratelli” sanno che la sofferenza viene sempre dal peccato; certo, si soffre anche a causa del male esterno all’uomo, per le ingiurie, I tradimenti, le malattie. Ma queste sofferenze non hanno il potere di togliere la pace.
Ciò che, invece, ferisce l’anima precipitando l’uomo nella morte spirituale che si espande uccidendo le relazioni e frustrando la sua vocazione è il peccato. Esso rompe sempre la comunione, anche se è nascosto. Per questo chi ama veramente non può restare indifferente al peccato del “fratello”. Esso raggiunge anche lui, e la comunità, e la Chiesa tutta.
Il peccato “slega” il “fratello” da Dio e dai “fratelli, “legandolo” al demonio. Perché è di questo che sta parlando Gesù. Non si scherza, è in gioco la vita del “fratello” e la missione della Chiesa.
Essa è un segno del Cielo offerto al mondo, una testimonianza credibile che Cristo è risuscitato e ha vinto il peccato e la morte. Una speranza, l'unica, per ogni uomo. Ma se anche un solo suo membro cade in un peccato serio che lo "slega" dal Cielo per "legarlo" alla terra, tutta la Chiesa ne rimane ferita, e si trasforma in uno scandalo per i piccoli che brancolano nel buio del mondo, impedendogli di vedere e accogliere la salvezza.
Nella Chiesa, infatti, l'amore si dilata ben al di là dei suoi confini. Anzi, esso è effuso sui "fratelli" perché attraverso di essi raggiunga ogni uomo. Per questo, chi ama si prende cura delle sofferenze del "fratello" che è caduto in un peccato, perché vede in esse anche quelle di chi aspetta la sua conversione per conoscere il Signore. 
Come è possibile accettare la superficialità nelle relazioni tra i fratelli delle nostre parrocchie? Non ci rendiamo conto quale è la posta in gioco? Il peccato fa perdere al sale il suo sapore
Al proposito ricordiamo l'episodio della battaglia di Ai, quando gli israeliti, sino allora vittoriosi ovunque nella conquista della Terra Promessa, fuggirono miseramente davanti agli abitanti della città: "Allora al popolo venne meno il cuore e si sciolse come acqua" (Gs 7,5). Allora il Signore disse a Giosuè sconsolato: "Israele ha peccato. Essi hanno trasgredito l'alleanza che avevo loro prescritto e hanno preso ciò che era votato allo sterminio: hanno rubato, hanno dissimulato e messo nei loro sacchi! Gli Israeliti non potranno resistere ai loro nemici, volteranno le spalle ai loro nemici, perché sono incorso nello sterminio. Non sarò più con voi, se non eliminerete da voi chi è incorso nello sterminio... dice il Signore, Dio di Israele: Uno votato allo sterminio è in mezzo a te, Israele; tu non potrai resistere ai tuoi nemici, finché non eliminerete da voi chi è votato allo sterminio" (Gs 7,11-13).
Per questo Gesù dice che, "se qualcuno ha peccato", non si può restare indifferenti, vi è di mezzo la conquista della Terra Promessa, il Cielo da schiudere agli uomini attraverso la Chiesa. La Chiesa, corpo di Cristo, non può peccare, ma i suoi membri sì; e questo provoca, come per Israele, la fuga dinanzi alla responsabilità della salvezza del mondo. Per questo il peccato di uno solo non può rimanere nascosto; è un'illusione pensare che il mio peccato rimanga una questione tra me e Dio, o al massimo, tra me e un fratello. 
Per superare l'ipocrisia occorre che nelle comunità si impari a riconoscere nell'altro un "fratello", partecipe della stessa natura e della stessa missione. E non è cosa di un giorno,un colpo di bacchetta magica e oplà, ecco la comunione.
Occorre un cammino serio di conversione, dove conoscersi e sperimentare l'amore e la misericordia di Dio. Un cammino fondato sulla Pasqua, dove i "fratelli" si "accordano" per chiedere a Dio la liberazione e il perdono che salva e ricrea la vita di un uomo, "slegandolo" dalle catene del demonio per "legarlo" al suo Padre che è nei Cieli.
E per celebrare la Pasqua ogni ebreo doveva provvedere a togliere dalla casa ogni residuo di lievito vecchio, considerato come l'immagine dell'istinto malvagio che cova nel cuore. Per vivere in pienezza la propria missione, la Chiesa deve continuamente purificarsi, come ammoniva San Paolo: "togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova, perché Cristo nostra Pasqua è stato immolato, e voi siete siete azzimi". 
Solo una comunità che vive la Pasqua potrà aprire nel mondo un cammino di salvezza per gli uomini.  Non si tratta di una semplice questione giudiziaria per salvaguardare l'ordine di una società. Gesù non offre la propria versione dei differenti gradi di giudizio di uno Stato. Egli mostra come il giudizio di misericordia del Padre che è nei cieli si realizza nella Chiesa che è sulla terra. 
Per questo non è possibile che in essa resti alcuna traccia di lievito vecchio nei "fratelli". E' per celebrare la Pasqua in pienezza e compiere la nostra missione che il Signore ci chiama a "dimostrare" al "fratello" che è in peccato, secondo il greco originale reso con "ammoniscilo". 
Ciò significa mettersi dalla parte del fratello; solo quando avrai esaurito ogni possibile giustificazione del suo operato, allora potrai avvicinarti a lui, non senza esserti prima immedesimato in lui. Avvicinarsi cioè senza dimenticare la trave che è nel tuo occhio: tu sei stato lui, anzi, senza la misericordia di Dio, tu saresti molto peggio di lui. Se non c'è questo atteggiamento, allora è meglio lasciar perdere, perché "correggere" significa "reggere insieme". 
La correzione è un frutto purissimo dell'amore, forse la sua incarnazione più difficile. Per correggere occorre amare l'altro al punto di desiderare di portare con lui il peso dei suoi peccati. 
Ogni passo che Gesù indica alla Chiesa per "guadagnare il fratello", infatti, è l'attualizzazione nella storia e l'annuncio salvifico di quello che ha fatto Lui nella sua Passione: per "guadagnare" ciascuno di noi, si è fatto peccato, è stato accusato nell'assemblea e alla fine è stato gettato fuori, a morire crocifisso, "come un pagano e un pubblicano". 
Allo stesso modo vivono i cristiani la relazione con i "fratelli" che peccano: consegnano se stessi, li amano sino alla fine, non giudicano, ma fremono di compassione e misericordia, perché, "dopo aver visto i loro occhi, non se ne tornino via senza il loro perdono" (San Francesco).
Ogni correzione è, dunque, un annuncio del Vangelo. Per questo Gesù dice "se non ti ascolterà": la fede nell'amore e nel perdono viene donata, infatti, attraverso la stoltezza della predicazione. E perché il "fratello" possa ascoltare ed essere "guadagnato" si fa di tutto: si coinvolgono i fratelli più vicini e con cui egli è più in confidenza, i pastori e i catechisti, che sono i "testimoni" dell'opera di Dio in lui e della sua misericordia.
Se il suo cuore è tanto duro da non "obbedire", cioè ascoltare neanche loro allora si coinvolge l'"assemblea", perché l'amore di tutti sciolga le sue resistenze. Tutto per annunciare al fratello che Cristo, vivo nella comunità, vuole "guadagnarlo" alla felicità, alla libertà, alla vita di figlio di Dio. 
Tutto per testimoniargli l'amore infinito che i fratelli hanno per lui, che fremono di compassione nel vederlo schiavo della menzogna. Per dirgli che non possono perdere una parte così bella e unica di se stessi... 
A volte però è necessaria la massima severità, che è il segno della più grande misericordia intinta nella verità. Se il "fratello" non ascolta neanche l'annuncio della sua comunità, e non accetta l'amore dei suoi fratelli e dei suoi pastori, allora non c'è altro cammino che quello del figlio prodigo, anche se fa spezzare il cuore. 
La Chiesa sa che Dio ha creato l'uomo libero, anche di uccidere suo Figlio, anche di ostinarsi sino alla fine nel peccato che non sarà perdonato in eterno, la disperazione che bestemmia lo Spirito Santo.
Proprio per amore suo e della sua libertà, di fronte al rifiuto, non c'è altra soluzione che lasciare che il "fratello" la usi sino in fondo, sino alle sue più dolorose conseguenze. Il peccato rompe la comunione, e, non accogliendo il perdono e perseverando in esso, si torna a vivere come prima dell'incontro con Cristo, come prima del Battesimo: come "un pubblicano e un pagano". 
Far finta di niente, in una falsa misericordia che scioglie la verità, sarebbe rendere vana la Croce di Cristo; sarebbe anche fare torto alla dignità del "fratello", obbligandolo a vivere come lui non vuole, impegnandolo in riti e sacramenti che, violentando la sua libertà, non possono realizzare quello che ormai non significano. 
Alleandosi con il peccato che rompe la comunione egli se ne è chiamato fuori; ogni segno che esprima la comunione sarebbe solo un'ipocrisia che allungherebbe senza speranza l'agonia della sua anima. La verità, invece, e solo la verità delle conseguenze amare del peccato e dell'amore infinito di Dio può percuotere, alla lunga, il cuore più indurito.
Ma la Chiesa sa anche che considerare un "fratello" come un pagano non significa accertare la morte eterna della sua anima. Essa prende atto della sua libertà, la rispetta sino in fondo, a costo di morire di dolore per lui. 
Sarà sempre figlio del Padre e fratello di Cristo; anche se "perduta", farà comunque parte delle cento pecore che compongono il gregge. Il carattere impresso dal battesimo è indelebile, anche se non è un salvacondotto per il Paradiso. 
La Chiesa i "pagani" e i "pubblicani" li ama, e offre se stessa per loro, come Cristo, in Cristo. Li ama come l'uomo nuovo del discorso della montagna, che fa il bene a tutti, anche ai nemici, e prega e offre i suoi dolori, le angosce, le malattie, tutto per "guadagnare il fratello" che in quel momento non si vuole far "guadagnare".
Considerare il "fratello" che "ha peccato" come un "pagano" e un "pubblicano", significa soprattutto amarlo come uno dei fratelli più "piccoli", che hanno "i loro angeli", ovvero noi e i fratelli della comunità, che "guardano sempre il volto del Padre", implorando e intercedendo uniti a Cristo la sua salvezza.

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La Chiesa, luogo del Perdono

Lectio Divina per la 23ª Domenica del Tempo Ordinario - Anno A


Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la 23ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A.
Come di consueto, il presule offre anche una lettura patristica.
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LECTIO DIVINA
Rito Romano – XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 7 settembre 2014
Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20
Rito Ambrosiano – II Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24
1) Il perdono come correzione per guadagnare un fratello.
Il brano evangelico di questa domenica segue immediatamente il racconto della parabola della pecorella smarrita della quale è, quindi, un’applicazione concreta. Se un fratello ha commesso una colpa si deve applicare, in primo luogo, la correzione personale. Se non ascolta, bisogna chiamare in aiuto qualche testimone. Se continua a non ascoltare il richiamo alla conversione, bisogna rivolgersi alla comunità. Se non ascolta neppure questa, si deve, solo allora, considerarlo come un pagano o pubblicano, cioè come uno che s’è messo fuori comunità.
A questo insegnamento sulla correzione fraterna Gesù unisce quello sul perdono dare 70 volte 7, vale a dire sempre, e sulla onnipotenza della preghiera, purché fatta in comunità, anche se è costituita da solo due o tre persone. Naturalmente queste persone per pregare Dio devono essere riconciliate tra di loro.
Quantunque in questo passo evangelico si parli molto di perdono senza limite, è detto chiaramente che il male va denunciato e che bisogna correggere chi lo compie. Le parole del Vangelo di oggi illuminano come i fratelli possono distruggere le barriere che il diavolo costruisce tra di loro. La Chiesa, infatti, ha la consapevolezza che il “peccato” ha il potere di distruggere la comunione e far perdere così al sale il sapore. Una comunità divisa perché qualche “fratello ha commesso una colpa” e non è stato “guadagnato” al perdono, non può compiere la sua missione nel mondo, vale solo per essere calpestata dagli uomini come si fa col sale che non serve più a niente.
Gesù ci dice di non restare indifferenti “se qualcuno ha peccato”, perché c’è di mezzo la vita di comunione con Dio etra di noi, perché c’è di mezzo il Cielo da schiudere agli uomini attraverso la Chiesa.
Non si tratta di una semplice questione giudiziaria per salvaguardare l’ordine della società o della famiglia. Gesù non offre la propria versione dei differenti gradi di giudizio in un processo per il buon ordine dello Stato. Egli mostra come il giudizio di misericordia del Padre che è nei cieli si realizza nella Chiesa che è sulla terra. Occorre avere a cuore il destino del nostro fratello e della nostra sorella come aveva ben intuito San Francesco d’Assisi: “E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo,  se ti comporterai in questa maniera, e cioè:  che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare,  che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono,  chiedi tu a lui se vuole essere perdonato.  E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli”. (San Francesco d’Assisi, Lettera a un ministro)
Anche la prima lettura della Messa di oggi con il brano del profeta Ezechiele mette in evidenza questo medesimo insegnamento: il profeta è come una sentinella, e ha l’imprescindibile dovere di annunciare le esigenze di Dio, di denunciare la menzogna dovunque si trovi. Ma lo scopo è sempre quello di aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di peccato, perché possa pentirsi. Lo scopo è di creare nei peccatori un disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno.
Alla luce di queste brevi riflessioni, si capisce la seconda frase di Gesù riportata in questo brano del Vangelo di San Matteo: “perdonare non sette volte, ma settanta volte sette”. Occorre dunque perdonare sempre, un perdono senza misura, perché Dio ci ha fatto oggetto di un perdono senza misura. Il perdono al prossimo è la diretta conseguenza del perdono di Dio verso di noi. Se è un dovere di carità denunciare il male e correggere chi lo compie, è perché tu hai già perdonato e ami il peccatore. Per questo hai il diritto di correggerlo. Nella comunità cristiana continua il peccato, ma parallelamente continua, ancora più “ostinato”, il perdono dei peccati.
2) La preghiera come correzione e intercessione
Anche se è necessaria una severità, a volte anche grande, essa deve nascere da un cuore misericordioso come quello del Pastore buono, che dopo averla tolta dalle spine dei rovi, prende la pecorella sulle spalle. La corregge sorreggendola. Come suggerisce l’etimologia, il verbo “correggere” che significa "reggere insieme" e non punizione.
Per correggere nella verità
- occorre amare l’altro al punto di desiderare di portare con lui il peso dei suoi peccati, come ha fatto Cristo prendendo su di sé il peccato del mondo;
- occorre amare in Cristo, che ci chiama a prendere il suo giogo dolce e leggero: la Croce che purifica e perdona;
- occorre pregare insieme con Cristo. Gesù non è un altro tra noi, ma è Colui che tutti ci unisce in solo corpo, tutti ci unisce in un medesimo Spirito. Lui ci unisce tutti in un medesimo amore che corregge perdonando, perché in noi peccatori vede delle persone non condannabili, ma perdonabili.
 Gesù ha implorato il perdono e noi ci uniamo a Lui nella preghiera, soprattutto eucaristica, chiedendo ad “Abbà, Papà” che la sua volontà sia fatta, cioè che nessuno si perda. Pregando in comunione di carità esercitiamo – in un certo senso - il ministero di “sciogliere” dai lacci del peccato e di “legare” di nuovo alla comunione1 con il Padre e con i “fratelli”.
Questa preghiere di “correzione” e di intercessione è esercitata in modo particolare dalla Vergini Consacrate nel mondo.
Queste donne, figlie della Chiesa, sanno che il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11). In effetti, il desiderio di Dio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio della persona umana e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la preghiera di intercessione si presta la propria voce ed anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio trova in queste donne (e anche in ciascuno dei cristiani) e nella loro preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia.
L’insegnamento della Chiesa, luogo del perdono, e l’esempio delle Vergini consacrate ci educhi ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia smisurata di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore, un amore sorprendente e sconfinato.
Consegnando il libro della Liturgia delle Ore, il Vescovo si rivolge alla consacrata con queste parole: “La preghiera della Chiesa risuoni senza interruzione nel tuo cuore e sulle tue labbra come lode perenne al Padre e viva intercessione per la salvezza del mondo” (Rituale della Consacrazione delle Vergini, riti esplicativi, n. 48), perché il primo e irrinunciabile impegno delle vergini consacrate è quello della preghiera, come viene espressamente richiesto durante il rito di consacrazione (cfr. Ibid., Premesse, n. 2). Per questo, ogni vergine appartenente all’Ordo tiene costantemente presente che la preghiera non è solamente una personale, generosa risposta alla voce dello Sposo e un’umile richiesta di aiuto per mantenersi fedele al santo proposito e al dono ricevuto, ma è intima partecipazione alla vita del Corpo mistico di Cristo, intercessione instancabile per la Chiesa e per il mondo.
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Lettura Patristica
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo

(Om. sul diavolo tentatore 2, 6; PG 49, 263-264)


Le cinque vie della riconciliazione con Dio

“Volete che parli delle vie della riconciliazione con Dio? Sono molte e svariate, però tutte conducono al cielo.
La prima è quella della condanna dei propri peccati. Confessa per primo il tuo peccato e sarai giustificato (cfr. Is 43, 25-26). Perciò anche il profeta diceva: «Dissi: Confesserò al Signore le mie colpe, e tu hai rimesso la malizia del mio peccato» (Sal 31, 5).
Condanna dunque anche tu le tue colpe. Questo è sufficiente al Signore per la tua liberazione. E poi se condanni le tue colpe sarai più cauto nel ricadervi. Eccita la tua coscienza a divenire la tua interna accusatrice, perché non lo sia poi dinanzi al tribunale del Signore.
Questa è dunque una via di remissione, e ottima; ma ve n'è un'altra per nulla inferiore: non ricordare le colpe dei nemici, dominare l`'ira, perdonare i fratelli che ci hanno offeso. Anche così avremo il perdono delle offese da noi fatte al Signore. E questo è un secondo modo di espiare i peccati. «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi» (Mt 6, 14).
Vuoi imparare ancora una terza via di purificazione? E' quella della preghiera fervorosa e ben fatta che proviene dall'intimo del cuore.
Se poi ne vuoi conoscere anche una quarta, dirò che è l'elemosina. Questa ha un valore molto grande. Aggiungiamo poi questo: Se uno si comporta con temperanza e umiltà, distruggerà alla radice i suoi peccati con non minore efficacia dei mezzi ricordati sopra. Ne è testimone il pubblicano che non era in grado di ricordare opere buone, ma al loro posto offrì l'umile riconoscimento delle sue colpe e così si liberò dal grave fardello che aveva sulla coscienza.
Abbiamo indicato cinque vie di riconciliazione con Dio. La prima è la condanna dei propri peccati. La seconda è il perdono delle offese. La terza consiste nella preghiera, la quarta nell'elemosina e la quinta nell'umiltà.
Non stare dunque senza far nulla, anzi ogni giorno cerca di avanzare per tutte queste vie, perché sono facili, né puoi addurre la tua povertà per esimertene. Ma quand'anche ti trovassi a vivere in miseria piuttosto grave, potrai sempre deporre l'ira, praticare l'umiltà, pregare continuamente e riprovare i peccati, e la povertà non ti sarà mai di intralcio. Ma che dico? Neppure in quella via di perdono in cui è richiesta la distribuzione del denaro cioè l'elemosina, la povertà è di impedimento. No. Lo dimostra la vedova che offrì i due spiccioli.
Avendo dunque imparato il modo di guarire le nostre ferite, adoperiamo questi rimedi. Riacquistata poi la vera sanità, godremo con fiducia della sacra mensa e con grande gloria andremo incontro a Cristo, re della gloria, e conquisteremo per sempre i beni eterni per la grazia, la misericordia e la bontà del Signore nostro Gesù Cristo.”
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NOTA

1) Il termine comunione traduce la parola greca koinonia, che a sua volta traduce la parola ebraica khaburah. Tutte e due indicavano, in origine, una cooperativa, una società, come quella dedita alla pesca composta da Pietro, Giacomo e Giovanni. Nell'ambiente giudaico contemporaneo a Gesù khaburah indicava, tra l'altro, la comunità di almeno dieci persone riunita per celebrare la Pasqua. Quindi anche gli apostoli riuniti con Gesù durante la sua ultima cena formavano una khaburah: la partecipazione al Mistero Pasquale del Signore gettava le fondamenta della comunione.  In effetti, nella Pasqua celebrata da Cristo nel Cenacolo avviene qualcosa di assolutamente nuovo: Dio che s'era fatto carne, provocando scandalo e rifiuto, diviene tanto prossimo all'uomo da farsi carne da mangiare e sangue da bere. La comunione tra gli uomini si fonda nella comunione con Gesù; in virtù del suo Mistero Pasquale, il Figlio di Dio comunica se stesso ai suoi apostoli che, uniti a Lui, divengono così figli del suo stesso Padre.
Per questo, la comunione non è il frutto degli sforzi dell'uomo, delle sue capacità di mediazione, non nasce dal voto di fiducia della maggioranza, non si stabilisce nei palazzi del potere politico, non si fonda sulle affinità umane o su comuni ideali. La comunione è un dono dello Spirito Santo, il soffio della vita eterna che la mattina di Pentecoste irruppe nel Cenacolo e prese dimora nella Vergine Maria e negli Apostoli, dando alla luce la Chiesa. Da quel giorno, nel corso della storia, lo Spirito di Cristo risorto rompe le barriere di razza, lingua e cultura, e unisce i cristiani nel suo amore che ha vinto il peccato e la morte.