Nella 25.ma Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci presenta il passo del Vangelo in cui Gesù racconta la parabola degli operai dell’ultima ora. Questi sono pagati come i primi, che perciò mormorano contro il padrone della vigna che a sua volta dice ad uno di essi: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Gesù conclude:
“Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.
Su questo brano evangelico, il commento di don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:
La parabola di oggi, per quanto scomoda per noi spesso così sensibili solo a una giustizia terra-terra, rivela la bontà del cuore di Dio. Un padrone esce al mattino in cerca di operai per la sua vigna e si accorda con loro per il giusto salario: un denaro. Lungo il giorno esce altre volte, sino ad un’ora prima della conclusione del lavoro. Poi paga tutti, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Ad ognuno dà il salario di un’intera giornata di lavoro, provocando la mormorazione di quelli che hanno lavorato tutto il giorno. Il padrone risponde ad uno: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Commenta un autore: “È lecito o no che Lui faccia ‘nel suo’ quanto vuole, la giustizia e insieme la larga carità? Certo, gli ultimi hanno lavorato di meno; ma sono più deboli, e hanno bisogno come i primi. I due criteri, la giustizia e la bontà, non solo non si escludono, ma alla fine sono il medesimo comportamento”. Certo, l’immagine posta su questo denaro con cui viene pagato il salario, ha davvero poco a che fare con Cesare e con la sua giustizia terrena! Riflette piuttosto la Bontà divina. Dice che la vera ricompensa non è il salario, ma l’essere stati invitati a lavorare per il Signore, nella sua Vigna (cf T. Federici). Ecco perché “gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.
*
MESSALE
Antifona d'Ingresso
«Io sono la salvezza del popolo»,
dice il Signore,
«in qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò,
e sarò il loro Signore per sempre».
Colletta
O Dio, che nell'amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa' che osservando i tuoi comandamenti meritiamo di entrare nella vita eterna. Per il nostro Signore...
Oppure:
O Padre, giusto e grande nel dare all'ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all'intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l'impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Is 55, 6-9
I miei pensieri non sono i vostri pensieri.
Dal libro del profeta IsaiaCercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
Salmo Responsoriale Dal Salmo 144
Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.
Seconda Lettura Fil 1,20c-24.27a
Per me vivere è Cristo
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési.Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.
Canto al Vangelo Cf At 16,14b
Alleluia, alleluia.
Apri, Signore, il nostro cuore
e comprenderemo le parole del Figlio tuo.
Alleluia.
Vangelo Mt 20, 1-16
Sei invidioso perché io sono buono?
Dal vangelo secondo MatteoIn quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
«Io sono la salvezza del popolo»,
dice il Signore,
«in qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò,
e sarò il loro Signore per sempre».
Colletta
O Dio, che nell'amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa' che osservando i tuoi comandamenti meritiamo di entrare nella vita eterna. Per il nostro Signore...
Oppure:
O Padre, giusto e grande nel dare all'ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all'intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l'impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Is 55, 6-9
I miei pensieri non sono i vostri pensieri.
Dal libro del profeta IsaiaCercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
Salmo Responsoriale Dal Salmo 144
Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.
Seconda Lettura Fil 1,20c-24.27a
Per me vivere è Cristo
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési.Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.
Canto al Vangelo Cf At 16,14b
Alleluia, alleluia.
Apri, Signore, il nostro cuore
e comprenderemo le parole del Figlio tuo.
Alleluia.
Sei invidioso perché io sono buono?
Dal vangelo secondo MatteoIn quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
*
Il Padre fa una creazione nuova di te e di me, poveri peccatori oziosi
Commento al Vangelo della XXV Domenica del Tempo Ordinario. Anno A
Sei felice della tua vita? Con la parabola di questa domenica, come uno Sposo innamorato Gesù ci ricorda che, per farci felici, è "uscito all'alba" della mattina di Pasqua vittorioso sulla morte. Che è venuto a cercarci per "salvarci" e strapparci all'ozio e ai vizi, frutto della "disoccupazione" del cuore, "prendendoci a giornata" per "lavorare" nella sua "vigna.
Che ci ha promesso "quello che è giusto", ovvero la giustificazione, il condono di ogni debito. E ci ricorda anche che lo abbiamo creduto: sì, nella “vigna” saremmo stati rigenerati e finalmente potevamo essere felici perché "occupati” per amare.
Credere è “convenire" che il salario promesso dal Signore è fantastico, proprio quello che il nostro cuore desidera. Ogni volta che accogliamo la predicazione, o riceviamo il perdono sacramentale, o mangiamo il Corpo del Signore, Cristo si fa nostro “salario”; è Lui stesso in noi che fa di "ogni giornata" un evento irripetibile, traboccante di vita.
E così siamo "andati" nella "vigna", a camminare nella comunità cristiana dove sperimentare le promesse del Signore.
E oggi, si sono compiute in te? Sei felice o no? Forse dovrai dire, con molti altri, che no, non lo sei; se stai "mormorando" significa che sei ancora preda dei “tuoi pensieri”, così diversi da quelli di Dio.
Sei "invidioso", ovvero, traducendo dal greco originale, il tuo "occhio è cattivo"; affetto di strabismo spirituale, guardi tutto di traverso con insoddisfazione ed esigenza.
Sei “invidioso” della “bontà” di Dio, come il demonio! Vorresti essere come Lui, “buono” con chi gli pare e come gli pare. Ma come? Nella sua imperscrutabile bontà non gli era parso di amare te che non ne avevi alcun diritto? Non ti ha “salvato” mille volte? Così satana rovescia la realtà nella nostra vita…
Hai dimenticato le promesse e il “salario” accordato”. Non ti basta, Cristo non ti basta. Vuoi altro, quello che il mondo offre, quello che la carne reclama; magari ti basterebbe un sofà dove riposare, invece di discutere con tuo figlio o dover ascoltare le nevrosi di tua moglie.
Il demonio ha ancora potere e continua a sporcati lo sguardo; ti rapisce il cuore con i “pensieri” ragionevoli, accordati sul tuo sentimento di giustizia, perché tu metta il tuo tesoro nel salario che credi di meritare.
Sei così ingannato, infatti, che pensi di esserti sacrificato per seguire Gesù, di aver perduto molto per non aver ricevuto nulla in cambio, nulla di quanto speravi. Tua moglie continua ad essere identica a dieci anni fa, tuo marito è addirittura peggiorato, e tu, sì tu, ancora con gli stessi difetti, quelle debolezze che ti umiliano così tanto.
Ma no, coraggio! Il Signore viene anche oggi ad annunciarci il suo amore! Il "Padrone", ovvero il Padre, "fa delle sue cose quello che vuole": "fa" cioè, di te e di me la sua volontà: "fa" una creazione nuova di te e di me, poveri peccatori "oziosi".
Ci "fa" suoi "amici", e per questo ci dona esattamente la stessa vita che ha dato al Primogenito, a Cristo! Allora, è un "torto" ricevere la natura di Dio, il suo potere sulla morte, l'amore nel quale offrirci agli altri e sperimentare la "ricompensa" che nessuno potrà toglierci?
E' un "torto" ricevere in dono l'eredità che il Padre ha dato a suo Figlio? Pensa quanto ci inganna il demonio... Ma non ti rendi conto che sei "l’ultimo" di questo mondo? Che anche io, prete e missionario, dovrei stare all'inferno per i peccati che ho commesso, in pensieri, parole, opere e le omissioni?
Solo così potremmo aprire gli occhi e vedere che proprio per te e per me, Gesù si è fatto l'ultimo, lo "strumento d'espiazione nel suo sangue", e viene a cercarci per farci diventare i "primi" tra i salvati. Ultimi perché deboli, incoerenti, nevrotici, peccatori, e "primi" perché più intensamente possiamo sperimentare il suo amore, gratuito, immeritato, insperato.
Ora si comprende perché Gesù aveva detto al giovane ricco che Dio è "l'unico buono": è l'unico che ama così, sovvertendo ogni idea sindacale della misericordia. Lui ricompensa di più chi meno merita... Anche se la carne pensa che sia ingiusto, questa è l'unica giustizia possibile, perché abbraccia tutti senza distinzioni.
Quello che non sa il mondo con i suoi “pensieri” che non prevedono il peccato originale nel cuore dell'uomo, è che nessuno merita nulla perché tutti sono stati "disoccupati" nell'incapacità di amare: "Non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù" (Rm 3, 22-30).
Se, per Grazia, siamo stati chiamati alla salvezza prima dei pagani che ancora sono schiavi del mondo, è in vista della loro salvezza. Lo aveva capito Pietro: ha continuato a seguire Gesù, cadendo altre mille volte, scandalizzandosi della Croce e tradendo; ma così ha sperimentato di essere stato chiamato ad essere il "primo" proprio perché era l’"ultimo" tra tutti, il peggiore.
Come aveva ben chiaro San Paolo: "Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l'infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana " (1 Cor. 8,15-10).
Proprio per questo desiderava morire per andare con Cristo! Aveva sperimentato quale fosse il “guadagno” che lo Sposo aveva “convenuto” con lui. Ma sapeva che c’era una “vigna” dove “occupare” il proprio “corpo” per “lavorare con frutto” annunciando il Vangelo.
Abbiamo bisogno di camminare molto per scoprire e accettare di essere gli "ultimi", stupiti e felici del "denaro" ricevuto immeritatamente ogni giorno. Allora “Cristo sarà glorificato in noi” e saremo una primizia tra i risorti inviata agli ultimi della terra, per annunciare loro la "giustificazione" gratuita di Dio che li "fa primi nel Regno dei Cieli".
*
*
Operai dell'ultima ora
Lectio divina per la 25ª Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la 25ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A.
***
Rito Romano – XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 21 settembre 2014
Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16.
Rito Ambrosiano – IV Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
Is 63,19b-64,10; Sal 76; Eb 9,1-12; Gv 6,24-35
1) Un’apparente ingiustizia.
Con la parabola del padrone della vigna che a diverse ore del giorno chiama operai a lavorare nella sua vigna e che la sera dà a tutti la stessa paga, un denaro1, suscitando la protesta di quelli della prima ora, Gesù ci aiuta ad entrare nella logica di Dio il cui modo di pensare è davvero differente dal nostro: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore” (Is 55, 8)2.
Questa parabola è fin dall’inizio consolante perché ci assicura: l’umanità è la vigna, la passione, il campo preferito di Dio, che se ne occupa con cura uscendo per ben cinque volte3 a cercare operai.
Il punto critico del racconto risiede nel momento della paga: Dio, il Signore della vigna comincia dagli ultimi, gli operai dell’undicesima ora, e a chi ha lavorato un’ora sola dà un salario uguale a quello concordato con coloro che avevano sudato per dodici ore.
Gli operai assunti per primi, invece di essere contenti di aver lavorato per un Padrone buono, si dispiacciono di questa apparente ingiustizia, che invece è una più generosa giustizia. In effetti Lui dà a tutti quanto ha promesso, ma riconosce a chi è arrivato ultimo, ma che ha lavorato con eguale speranza, il diritto di godere, come gli altri, di quel Regno per il quale ha lavorato fino al tramonto.
Se il primo insegnamento della parabola è quello di ricordare che Dio si occupa con sollecitudine dell’umanità simboleggiata dalla vigna, il secondo è che l’essere chiamati a questa collaborazione è già la prima ricompensa: poter lavorare nella vigna del Signore, mettersi al suo servizio, collaborare alla sua opera, costituisce di per sé un premio inestimabile, che ripaga di ogni fatica. Certo, questo insegnamento è capito unicamente da chi ama il Signore e il suo Regno. Chi invece vi lavora solamente per il suo interesse non si accorgerà mai del valore di questo grandissimo tesoro.
Il denaro di cui parla la parabola non è tanto la moneta che permette di vivere per un giorno, è Dio stesso che si dona per farci vivere nel giorno senza fine. Dio non può donare meno che tutto, agendo con giustizia e carità, che solo per noi uomini sono due realtà differenti. Noi uomini distinguiamo attentamente un atto giusto da un atto d’amore. Giusto per noi è “ciò che è all’altro dovuto”, mentre misericordioso è ciò che è donato per bontà. E una cosa sembra escludere l’altra. Ma per Dio non è così: in Lui giustizia e carità coincidono; non c’è un’azione giusta che non sia anche atto di misericordia e di perdono e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa che non sia perfettamente giusta.
E’ davvero lontana la nostra logica da quella di Dio dalla nostra. E’ davvero diverso dal nostro il modo di agire di Dio, che ci invita a cogliere e osservare il vero spirito della legge, per darle pieno compimento nell’amore verso chi è nel bisogno. “Pieno compimento della legge è l’amore”, scrive san Paolo (Rm 13,10): la nostra giustizia sarà tanto più perfetta quanto più sarà animata dall’amore per Dio e per i fratelli.
2) La vocazione a lavorare nella vigna di Dio.
Con il pretesto di affermare il nostro umano e limitato concetto di giustizia rischiamo di contestare la bontà e la misericordia di Dio. Rischiamo di essere invidiosi perché egli è buono. Se ripensiamo alla parabola del Figlio prodigo vediamo che accade qualcosa di simile quando il Padre misericordioso accoglie a braccia aperte il figlio scapestrato, che ha dissipato nel peggiore dei modi tutta l’eredità che aveva preteso, ed organizza per lui una grande festa, che però suscita l'indignazione e l’invidia del fratello maggiore. Anche questo figlio si ritiene ingiustamente vittima di un’evidente, ma in realtà apparente, ingiustizia.
Dio nella sua infinita bontà dona se stesso e tutti i suoi beni non in modo arbitrario, ma secondo la logica del suo amore infinito. Lui invita, dà la vocazione a tutti e se i primi hanno risposto con piena disponibilità e sincero amore al suo invito, questi hanno da più tempo la gioia di lavorare per Dio.
Penso, dunque, che il tema profondo della parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna sia la “salvezza”, che è un dono che Dio riserva a tutti a larghe mani e che ciascuno può accogliere anche all’ultima ora. A questo riguardo, viene in mente il commovente episodio, narrato dall’evangelista Luca, sul “buon ladrone” crocifisso accanto a Gesù sul Golgota. L’invito si è manifestato come iniziativa misericordiosa di Dio a lui che spirando diceva: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Dalla bocca del Redentore, condannato alla morte in croce uscì la vocazione per lui: “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,42-43).
Per annunciare il Vangelo, Gesù Cristo non ha usato il criterio del merito o della reciprocità: ha donato e perdonato. Non ha donato qualcosa, ma ha offerto se stesso. Lui, che aveva lodato la vedova che aveva donato tutto quanto aveva per vivere (cfr Lc 21, 4), ha donato tutto quanto era, la Sua vita, perché di essa l’intera umanità vivesse.
Per annunciare il Vangelo, noi dobbiamo rispondere umilmente ma prontamente alla vocazione del Signore, che ci invita ad essere operai operosi nella Sua vigna.
Subito sorge la domanda: “Come?”. Se coltiviamo il seme della fede, mediante la partecipazione ai sacramenti, saremo in grado di dedicare la nostra esistenza alla missione, a cui Cristo chiama tutti noi, testimoniando con la vita che la salvezza non è questione di interessi economici, né scaturisce da un rapporto fra datore di lavoro e dipendente. Questa collaborazione si attua a partire dalla sola, gratuita benevolenza di Dio, il quale non usa il criterio del “do ut des” (=ti do perché tu mi dia), ma del “do ut es”, cioè “ti do perché tu sia”.
Tutti noi cristiani dobbiamo usare questo metodo di Cristo e di una vita donata a Dio senza calcolo e senza misura ne sono una particolare testimonianza le Vergini consacrate nel mondo. Con l’offerta di se stesse a Cristo mostrano che la vigna non è solo il popolo di Dio ma è Cristo stesso, a cui aderire come tralci alla vite. Ripetiamoci spesso queste parole di Gesù: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo (...). Rimanete in me e io in voi” (Gv 15, 1-4). Queste semplici parole ci rivelano la comunione misteriosa che lega in unità il Signore e i discepoli, Cristo e i battezzati.
Queste donne vivendo unite a Cristo ed ai fratelli mostrano una comunione viva e vivificante, per la quale i cristiani non appartengono a se stessi ma sono di Cristo, come i tralci sono della vite.
Ma queste consacrate sono testimoni “di un modo diverso di fare, di agire, di vivere! E’ possibile vivere diversamente in questo mondo. Stiamo parlando di uno sguardo escatologico, dei valori del Regno incarnati qui, su questa terra. Si tratta di lasciare tutto per seguire il Signore. No, non voglio dire ‘radicale’. La radicalità non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo” (Papa Francesco).Le consacrate sono donne che con la profezia della loro vita annunciano lo spirito del vangelo. Ed è perché la loro vita sia sempre una profezia che, stendendo le mani su di loro, il Vescovo prega: “Accorda, Signore, il tuo sostegno e la tua protezione a quelle che stanno davanti a Te e che attendono dalla loro consacrazione un aumento di speranza e di forza, su di loro (Rituale di Consacrazione delle Vergini, n. 64).
*
NOTE
1 Un denaro era ciò che era sufficiente per vivere una giornata ad una famiglia. Allora il padrone non pensa solamente ai lavoratori, ma anche a quelli che hanno a casa. Sa che se un uomo non lavora una giornata, tutta la famiglia non mangia.
Se questi che hanno lavorato un’ora ricevono tanto quanto era stato pattuito con i primi lavoratori, quelli delle sei del mattino, che hanno lavorato undici ore in più, per una giornata intera, che hanno sopportato il peso della giornata e la calura, si aspettano almeno tre volte tanto. Ma quando questi vedono che sono retribuiti con un denaro (d'altronde era stato concordato così), sfogano la loro delusione e il loro malumore, perché erano certi “che avrebbero ricevuto di più” (Mt 20,10), e ritengono il padrone ingiusto.
Infatti, dice il Vangelo, mormorano (Mt 20,11): “Ma come? Questi che hanno lavorato un'ora sola li tratti come noi?”. Osservate che mormorano: non gli dicono la loro insoddisfazione apertamente, parlano al di sotto, alle spalle. E' tipico di chi mormora, di chi “dietro le spalle” ha sempre da dire.
Gesù prende di mira il capoccia che urla e protesta di più e gli risponde: “Amico, (lett. “caro mio, collega” con tono bonario e di rimprovero) non avevamo convenuto questo?”. "Non è quello che avevamo stabilito?". “Sì!”. “Ti tolgo qualcosa di ciò che si era detto?”: “No!”. “E allora, cosa vuoi da me? Prendi ciò che è tuo e vattene. Non posso delle mie cose fare quello che voglio?”. Ma è stato ingiusto il padrone o è stato generoso? Il padrone in realtà non è ingiusto (quel che aveva pattuito è quel che è stato dato), ma generoso. Il padrone non toglie nulla a nessuno, anzi.
2 Prima lettura della Messa di questa Domenica, mentre la parabola degli operai chiamati alla vigna ne è il Vangelo.
3 Le ore del giorno chiamate nell'antico modo (ora terza, sesta, nona...) fanno pensare anche alla preghiera della Chiesa distribuita nel corso della giornata. Anche questa è una chiamata quotidiana; anche questa è un'opera necessaria e capace di dissodare la vigna perché i frutti maturino.