domenica 21 settembre 2014

Quando il dialogo tra religioni sostiene la convivenza civile.

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«La Civiltà Cattolica» ripercorre la storia del pluralismo confessionale in Albania. Scambio di doni

«Vado in Albania perché? — ha detto Papa Francesco durante il volo di ritorno dalla Repubblica di Corea, lo scorso 18 agosto — per due motivi importanti. Primo, perché sono riusciti a fare un governo — pensiamo ai Balcani! — un governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi e cattolici, con un consiglio interreligioso che aiuta tanto ed è equilibrato. E questo va bene, è armonizzato. La presenza del Papa è per dire a tutti i popoli: “Si può lavorare insieme!”. Io l’ho sentito come se fosse un vero aiuto a quel nobile popolo. E l’altra cosa: se pensiamo alla storia dell’Albania, è stata religiosamente l’unico dei Paesi comunisti che nella sua Costituzione aveva l’ateismo pratico. Se tu andavi a Messa era anticostituzionale. E poi, mi diceva uno dei ministri che sono state distrutte — voglio essere preciso nella cifra — 1.820 chiese. Distrutte! Ortodosse, cattoliche… in quel tempo. E poi, altre chiese sono state trasformate in cinema, teatro, sale da ballo… Io ho sentito che dovevo andare».
Sul numero appena uscito della «Civiltà Cattolica» Mario Imperatori coglie l’occasione del viaggio del Papa, il 21 settembre, per riflettere sul pluralismo confessionale e sulla pacifica convivenza delle comunità religiose locali. L’avvicinamento dell’Albania — scrive il gesuita — all’Unione europea e alla migliore tradizione del Vecchio continente non è un processo a senso unico, perché anche l’Unione può trarre dall’esperienza albanese utili benefici per la soluzione di alcuni dei problemi indotti dalla globalizzazione. Possiamo perciò parlare — continua Imperatori — di un vero e proprio scambio di doni tra Albania e Comunità europea, di cui entrambe le parti, se vogliono, possono profittare intelligentemente, rifuggendo sia da ogni tentazione di colonialismo giuridico-culturale, sia da un nazionalismo miope e chiuso in se stesso, riattualizzando in questo modo per l’oggi il meglio della storia delle loro reciproche relazioni». Infatti, «se un uomo senza memoria non ha personalità, così un ordinamento senza la propria storia non ha capacità di esistere e viene meno alle sue funzioni essenziali che sono quelle di garantire la libera convivenza di soggetti diversi».
L'Osservatore Romano

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L’esempio dell’Albania. L'unica via di chi crede

(Stefania Falasca) Guerre di religione? No, grazie. Le religioni hanno altro da fare: ricercano e costruiscono basi per la convivenza civile e per l'edificazione della pace. E in questa prospettiva neppure può sfuggire lo stretto legame che collega, nel giro di una settimana, la visita compiuta da Francesco al sacrario militare di Redipuglia all'odierno passaggio a Tirana. Le parole pronunciate sabato scorso dal Papa tra le tombe di una guerra mondiale del passato e davanti a una guerra mondiale «a pezzi» del presente sono parole che squarciano la storia della coscienza collettiva. S'inseriscono nella riflessione sulla guerra che i Papi hanno sviluppato nell'ultimo secolo, e la portano al culmine per l'estrema lucidità con la quale Francesco indica gli interessi e le avidità di potere e di denaro che stanno «dietro le quinte» delle guerre perpetrate dai «pianificatori del terrore». Il Papa ha definitivamente sepolto l'ammissibilità di un ricorso legittimo alle armi. Quale credente dopo quelle parole potrà ancora parlare, oggi, di «guerra giusta»?
Francesco ha parlato d'«ideologia», mai ha nominato la religione come fattore di giustificazione della «cupidigia, dell'intolleranza, dell'ambizione al potere» che sono il marchio proprio della guerra. L'autentica religione, al contrario, è fonte di pace: «Un leader religioso è sempre uomo o donna di pace, perché il comandamento della pace è iscritto nel profondo delle tradizioni religiose che rappresentiamo». E quindi, ripete con forza e ormai da più di un anno il Papa, «non può esservi nessuna giustificazione religiosa alla violenza». Utopia non sono la fattiva possibilità del dialogo, la coesione sociale le concrete e sempre percorribili vie della pace. Utopia è che con la guerra si possa ripristinare la giustizia. È la storia a insegnarlo, è la realtà che lo conferma, non le convinzioni personali del Vescovo di Roma. «Ma quando capiremo la lezione?», ha chiesto dal pulpito di San Pietro il giorno seguente la visita ai cimiteri della prima guerra mondiale.
A distanza di una settimana Francesco presenta ora un'altra "lezione", che ancora una volta ci viene dalla realtà e che intende riproporre all'attenzione di tutti, andando incontro anche ai "ritardatari" di quella precedente. Il Papa ci porta oggi con sé in un Paese dei Balcani. Regione storicamente flagellata dai venti delle contrapposizioni etniche e da sempre crocevia della pace e della guerra in Europa. Ci porta in una terra, l'Albania, che è potenzialmente ponte tra Oriente e Occidente e porta le cicatrici di un  passato tragico. Segnato dall'oppressione e dalla chiusura di una dittatura ateistica (la prima al mondo ad avere nella Costituzione l'ateismo pratico) che ha represso e perseguitato sistematicamente tutte le diverse religioni presenti. Ma in Albania, oggi, proprio queste diverse comunità religiose – tra le quali l'islam è assolutamente maggioritario – convivono e collaborano pacificamente sul piano civile e sociale. Anzi, di più. Nella fondazione odierna di quello Stato la laicità delle istituzioni e soprattutto il pluralismo religioso sono considerati come un pilastro dell'ordinamento, uno degli elementi fondanti e costitutivi dell'unità nazionale. Una realtà concreta e attuale, che smonta visioni distorte e smentisce quanti usano il nome di Dio e strumentalizzano ideologicamente le diverse fedi per alimentare conflitti e violenze.
L'Albania ha scommesso sulla possibilità di costruire una società civile multireligiosa e la storia le ha dato ragione. E proprio questa caratteristica che contraddistingue nobilmente il Paese è quella che oggi la presenza del Papa vuole mettere in luce. Lo ha già detto, del resto, con chiarezza lui stesso: «Vado in Albania perché? Perché sono riusciti a fare un governo – pensiamo ai Balcani! –, un governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi e cattolici, con un consiglio interreligioso che aiuta ed è tanto equilibrato». Insomma, l'Albania spicca come esempio. Tirana, nonostante le difficoltà, ha scelto la via del dialogo, e le diverse componenti religiose hanno lavorato insieme e insieme continuano ad agire, come autentiche mediatrici, sapendo che il guadagno è la pace condivisa. Oggi «la presenza del Papa è per dire a tutti i popoli: "Si può lavorare insieme!"». È la via di un dialogo non astratto: il dialogo interreligioso non meramente diplomatico, il dialogo intessuto nelle relazioni, tenace, paziente, coraggioso, fraterno, intelligente, per il quale niente è perduto. Quel dialogo che Papa Francesco, con parole e opere, continua incessantemente a testimoniare come «via imprescindibile della pace», che «è responsabilità di tutti» e «dovere di ogni cristiano». «Dovere» è scritto (notare il verbo). E non è retorica chiedersi adesso quando anche noi impareremo questa "lezione".
Avvenire

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Il Papa in Albania Stato che voleva "uccidere" Dio
di Massimo Introvigne
Papa Francesco visita l'Albania a ventun anni dalla visita di san Giovanni Paolo II (1920-2005), che si recò nel Paese balcanico il 25 aprile 1993. In quell'occasione Papa Wojtyla celebrò la Messa nella cattedrale di Scutari, che il regime comunista aveva trasformato in un palasport, dove consacrò quattro vescovi, e in piazza Scanderberg a Tirana denunciò in termini fortissimi la persecuzione antireligiosa del regime di Enver Hoxha (1908-1985). Quel regime, disse allora il Pontefice, giocò la sua stessa esistenza su «una dura lotta contro la religione, in linea con un intoccabile dogma del programma sociale e politico propugnato dall’ideologia comunista. Sembrava quasi che il mezzo più necessario per realizzare l’auspicato e sbandierato "paradiso sulla terra" fosse quello di privare l’uomo della forza che egli attinge da Cristo, forza decisamente condannata come debolezza indegna della persona. In realtà, più che indegna, era piuttosto scomoda, come i fatti hanno poi dimostrato: l’individuo umano, infatti, forte dell’energia che gli proviene dalla fede, non permette facilmente di essere spinto nell’anonimato collettivo».
Papa Francesco ha affermato che si reca in Albania per due ragioni: commemorare i martiri e valorizzare le buone relazioni che esistono in Albania tra musulmani e cristiani. Evidentemente entrambi gli scopi vanno al di là del pure importante caso albanese. Già in Corea Francesco ha proposto una riflessione sul martirio come presenza costitutiva e costante nella comunità cristiana, che pone a tutti la domanda se esista qualcosa per cui saremmo disposti a morire. In Albania, poi, migliaia di sacerdoti e laici furono uccisi - le cifre precise ancora mancano - non in nome di un'altra religione, ma dell'ateismo di Stato comunista. Hoxha proclamò l'Albania il primo Stato completamente ateo del mondo, distrusse almeno duemila chiese cristiane, fece impiccare anche alcuni dei principali leader musulmani, mise fuori legge anche la semplice preghiera e pubblicò perfino una lista dei nomi cui i genitori potevano chiamare i bambini da cui erano rigorosamente esclusi tutti quelli che contenevano riferimenti ai santi o alla religione. Particolarmente organizzato e feroce era l'indottrinamento all'ateismo nelle scuole. 
Il Papa ha insistito molte volte sul fatto che celebrare i martiri e le vittime delle ideologie assassine del secolo XX non è una semplice rievocazione storica. Oggi, il Pontefice lo ricorda spesso, ci sono più martiri che nei primi secoli dell'era cristiana. Le ideologie cambiano ma la strage di cristiani continua. Così come continua l'educazione ideologica nelle scuole. In un discorso dell'11 aprile 2014 all'Ufficio internazionale cattolico per l'infanzia in cui ha fatto riferimento all'ideologia del gender, Papa Francesco ha affermato che «gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse». Chi oggi manipola l'educazione non ha necessariamente il volto da assassino di Enver Hoxha. Ma si tratta comunque di «orrori». 
La manipolazione educativa comunista in Albania diede i suoi frutti. Sì, grazie anche al memorabile viaggio di san Giovanni Paolo II, che molti albanesi ricordano come un momento fondativo della loro nazione ricostruita dopo gli orrori del comunismo, oggi in Albania c'è una piccola rinascita religiosa. Ma gli atei sono il venti per cento, tre volte più numerosi che in Italia, e quasi quattro quinti della popolazione non ha alcuna pratica religiosa. In teoria i musulmani sono il 58% e i cristiani il 17%, ma secondo alcune ricerche tre quarti dei musulmani non rispettano i precetti dell'islam, non frequentano le moschee e pregano molto di rado. Non si deve credere che le persecuzioni e le manipolazioni educative generino solo la resistenza eroica - e tanto gradita a Dio - dei martiri. Come il Papa ricorda spesso, ci sono anche le donne e gli uomini comuni, molti dei quali - se praticare la religione diventa rischioso o difficile - la abbandonano e non vi ritorneranno neppure alla fine della persecuzione.
L'islam albanese aveva peraltro sempre avuto caratteristiche particolari. A grande maggioranza sunnita, era però dominato da confraternite sufi che avevano incorporato elementi sciiti e anche altri non islamici. Prima del comunismo il venti per cento degli albanesi apparteneva alla confraternita dei Bektashi, sulla cui natura gli specialisti discutono ancora oggi: confraternita sunnita, sciita o parte di una costellazione di religioni «iper-sciite», di cui fanno parte anche gli alauiti siriani, che introducendo elementi esoterici rischiamo perfino di uscire dall'islam. Guardata con simpatia da occidentali - specialmente, come ha mostrato lo specialista francese Thierry Zarcone, da ambienti massonici, che nella sua struttura iniziatica vedevano una sorta di massoneria islamica - la confraternita dei Bektashi rappresentava un islam debole, poco attrezzato per resistere alla virulenta persecuzione di Hoxha, che ne fece impiccare i più venerati dirigenti. Nove decimi dei Bektashi furono dispersi o uccisi dal regime. Alcuni riuscirono a rifugiarsi all'estero - oggi esiste una comunità Bektashi negli Stati Uniti - ma sembra che oggi la confraternita riunisca solo il due per cento della popolazione albanese, anche se si tratta di statistiche fondate su un censimento che gli stessi Bektashi contestano come poco accurato.
L'islam albanese - nelle sue varie declinazioni - ha sempre cercato la convivenza pacifica con i cristiani, a loro volta in maggioranza cattolici ma con una significativa minoranza ortodossa. Un anno prima che il califfato sunnita fosse abolito in Turchia nel 1924, si riunì a Tirana nel 1923 un congresso nazionale di musulmani dove tutte le componenti, sunniti compresi, decisero a grande maggioranza di non riconoscere più il califfato, abolire l'obbligo del velo per le donne, vietare la poligamia e sostituire la preghiera in piedi alla forma islamica tradizionale. Queste riforme non erano davvero rivoluzionarie ma consacravano quanto nella pratica si andava già affermando da decenni.
Un islam cauto e a suo modo esile, dunque: poco preparato ad affrontare la peggiore persecuzione antireligiosa della storia moderna, ma attrezzato per il dialogo con i cristiani e anche per resistere alle sirene del fondamentalismo e del terrorismo, che hanno cercato proseliti in anni recenti anche in Albania, ma ne hanno trovati abbastanza pochi. Certo, non si può paragonare l'islam albanese a quello di altri Paesi, né si tratta di un modello esportabile, perché è legato alla storia peculiare della nazione. Ma, con i tempi che corrono, ogni esempio di coesistenza pacifica tra cristiani e musulmani è una piccola fiammella, che il Papa va a ravvivare e a far conoscere al mondo.

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Vatican Insider
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ACCOMPAGNANDO IL PELLEGRINAGGIO DEL PAPA IN ALBANIA CON LA PREGHIERA, VI PROPONGO QUESTA IMPRESSIONANTE TESTIMONIANZA SUI MARTIRI CRISTIANI DEL REGIME COMUNISTA

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