venerdì 19 settembre 2014

Orfani, causa eterologa


alana
 di F. Agnoli
Il ricorso alla fecondazione eterologa è spesso generatore di conflitti all’interno della coppia che vi ricorre, in quanto uno dei coniugi, quello sterile, vive il ricorso a gameti di un estraneo come una sconfitta, talora una violenza, sempre una esclusione da un processo, quello generativo, che per natura esprime e richiede l’unità della coppia. Così il figlio che nasce da eterologa, cresce in un ambiente segnato dalla diseguaglianza del rapporto: dei due genitori, uno è quello sterile, il “colpevole”, l’altro è quello sano, fertile, il cui patrimonio genetico e i cui caratteri somatici saranno rintracciabili nel figlio nato.
La cui vita, ecco l’oggetto del presente articolo, sarà segnata, inevitabilmente, da un profondo dolore
. Immenso, taciuto, occultato da una cultura dei desideri per la quale il fine giustifica ogni mezzo: se il cosiddetto “figlio in braccio” è il fine, le modalità del suo concepimento e il rispetto dei suoi diritti, non sono da prendere in considerazione.
Ebbene, già negli anni Ottanta, lo psicologo Leonardo D’Ancona scriveva in una relazione scientifica: “Il bambino nato da inseminazione eterologa incontra una serie di difficoltà; queste vanno dallo stabilirsi del ‘complesso del patrigno’ verso di lui, alla sua esperienza di rigetto nel caso di depressione post partum della madre, alla carica di iper-protezione che gratifica il figlio quando se ne tenta il recupero innaturale…”. E continuava sostenendo che il segreto sul suo concepimento finisce solitamente per trapelare: “Tutto ciò può produrre tardivamente, in fase adolescenziale, tratti psicopatologici, con difficoltà di identificazione, incapacità di adeguati rapporti inter-soggettivi, che possono articolarsi con il già provato circuito familiare dando luogo a quadri irreversibili di disagio collettivo”.
Così il trauma del figlio – venire a sapere che il presunto padre è un patrigno, la presunta madre una matrigna-, si somma al trauma del padre o della madre esclusi.
Molto istruttivo, in proposito, il testo “La fecondazione proibita” di Chiara Valentini, giornalista dell’Espresso. La Valentini si schierava, nel 2004, a favore dell’ eterologa, ma riconosceva che il figlio dell’eterologa, apprendendo la sua origine, soffre di “danni psicologici”, anche se questo dipenderebbe, a suo dire, “da come la notizia viene data, dall’emotività personale, da quanto è solida la coppia”. Forse, sembra di capire, i danni sarebbero limitati se la notizia venisse data all’ora esatta, nella stagione opportuna, da una coppia solidissima, ad un figlio emotivamente d’acciaio. Quantomeno poco probabile.
I fatti raccontati dalla Valentini parlano chiaro: molte coppie che sono ricorse all’eterologa, ammettono che se potessero tornare indietro non lo rifarebbero. Inoltre i figli soffrono: come Abigail, che dopo la separazione dei genitori “era diventata sempre più aggressiva perché il padre ‘sociale’ si rifiutava di confrontarsi con lei”; o come Heidi, nata da donatore, che “ha gravi problemi psichici”; o come Peter, che racconta di aver finalmente capito perché il padre lo aveva sempre rifiutato solo dopo essere venuto a conoscenza del fatto che non era suo padre genetico; o come Robert che, venuto a sapere per caso di essere nato da donatore, affermava: “E’ come essere stato investito da un treno”…
Lasciamo la Valentini, e navighiamo in rete. Ci imbatteremo in tanti siti, come anonymousus.org: a curarli figli dell’eterologa come Alana Stewart (nella foto), nata da sperma acquistato grazie a quello che lei considera l’ “atto violento di comprare e vendere un figlio”; atto che la ha privata non solo del vero padre, ma anche dei nonni, degli zii, dei parenti paterni.
Ho passato anni della mia infanzia- ricorda Alana, la cui vicenda è già stata raccontata da Benedetta Frigerio e Raffaella Frullone – a fantasticare su di lui. Costruivo castelli sulle poche cose che sapevo: capelli biondi, occhi azzurri, laureato…”. Dopo l’ infanzia trascorsa sognando un padre biologico fantasma, l’abbandono da parte del padre sociale, dopo il suo divorzio- come si è detto conseguente, spesso, al ricorso stesso all’eterologa- dalla madre.
Il Corriere della Sera, schierato a favore dell’eterologa, titolava il 27/11/2008: “La bambina con tre madri alla ricerca del padre biologico”. Sullo stesso quotidiano, il 23/11/2010 si leggeva: “Fecondazione, i figli della provetta alla ricerca del padre misterioso”. E nell’articolo, accanto alla storia di Olivia Pratten, ragazza canadese trentenne che da dieci anni cerca suo padre (il “donatore” 128), racconti di questo tenore: “…Figli della provetta che attraverso blog o community dedicate cercano non solo di risalire al padre biologico, ma anche di ritrovare fratellastri e sorellastre con cui condividere storie e sentimenti”. Sul Corriere del 1/10/2011, invece, veniva raccontata la storia di un venditore di sperma, padre biologico di 120-140 figli, diversi dei quali, raggiunta la maggiore età, lo hanno contattato…
Finita qui? No, mentre si “producono” scientemente nuovi figli orfani di uno dei due genitori, gli orfani già esistenti rimangono sempre più spesso senza genitori disposti ad adottarli. Un paradosso che il governatore lombardo leghista, Roberto Maroni, deve aver compreso, a differenza del suo omologo veneto, l’inutilmente retorico Luca Zaia (“Io come cattolico…”), o del governatore toscano Enrico Rossi.
Il Foglio, 18/9/2014
Il sito di Alana: